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TAR - Lazio - Sentenza n. 11143/2022 [Atti amministrativi]
Revoca Assessore comunale - natura - atto di alta amministrazione - conseguente obbligo di motivazione e sindacato del G.A. - caratteristiche

Secondo consolidata giurisprudenza, l'atto di revoca dell'assessore comunale è un atto di alta amministrazione e non un atto politico, con suo conseguente assoggettamento al sindacato del Giudice amministrativo e all'obbligo di motivazione.

Esso, tuttavia, rientra nella piena scelta discrezionale del Sindaco e si caratterizza per il rapporto di fiducia tra il Sindaco medesimo e le persone degli assessori, con la conseguenza che il Giudice amministrativo non può spingersi oltre un controllo estrinseco e formale, né può tanto meno sindacare le ragioni di opportunità politico-amministrativa poste alla sua base.

Con specifico riguardo all'obbligo di motivazione dell'atto di revoca, va condiviso l'orientamento in base al quale la compromissione del rapporto fiduciario Sindaco-Assessore può sì giustificare la revoca dell'incarico assessorile, purchè sia accompagnata da un'indicazione - anche soltanto generica - dei fatti o delle "ragioni afferenti ai rapporti politici all'interno della maggioranza consiliare" che hanno eziologicamente leso il vincolo di fiducia.

Ciò al fine di soddisfare quel minimum motivazionale che è pur sempre richiesto anche per gli atti di alta amministrazione, nonché al fine di impedire che la lesione del vincolo fiduciario si trasformi in una vuota formula di stile suscettibile di utilizzi elusivi e discriminatori.

A cura dell'Area Processo Legislativo e Assistenza Giuridica - Ufficio Raccordo Settori

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TAR - Lazio - Sentenza n. 11036/2022 [Pubblico impiego]
Incarichi dirigenziali - procedura di conferimento tramite interpello - giurisdizione del giudice ordinario

Secondo un indirizzo giurisprudenziale ormai consolidato, sussiste la giurisdizione del giudice ordinario con riguardo alle procedure di conferimento di incarichi dirigenziali effettuate tramite interpello, posto che in tali ipotesi non si procede ad una selezione comparativa di candidati svolta sulla base dei titoli o prove finalizzate a saggiarne il grado di preparazione e capacità, bensí ad accertare tra coloro che hanno presentato domanda quale sia il profilo professionale maggiormente rispondente alle esigenze di copertura dall'esterno dell'incarico dirigenziale.

 

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TAR - Lazio - Sentenza n. 10434/2022 [Organi della Regione]
Difensore civico della Regione - procedimento amministrativo e successivo atto di nomina - natura

La nomina del difensore civico regionale è un atto di alta amministrazione a carattere fiduciario.

In ragione della particolare natura del provvedimento di nomina del difensore civico, il relativo procedimento non può essere in alcun modo equiparato a una procedura concorsuale, o comunque a una procedura selettiva esente da valutazioni di carattere fiduciario.

Precisamente, si è affermato che l'atto di nomina del difensore civico è espressione della fiducia dell'assemblea consiliare e che, proprio in considerazione di ciò, lo stesso non deve essere motivato se non attraverso la regolare manifestazione del voto. In tal caso, infatti, il possesso di determinati requisiti tecnici assume rilevanza solo al fine di comprovare l'idoneità a ricoprire l'incarico, ma non costituisce criterio selettivo fra più aspiranti ai quali detta idoneità sia stata riconosciuta, atteso che la scelta fra di essi è affidata a una preferenza da parte dell'organo consiliare di tipo elettivo ed è espressa a voto segreto che, in quanto tale, non richiede alcuna motivazione.

 

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Consiglio di Stato - Sentenza n. 9138/2022 [Appalti pubblici]
Procedura di affidamento in concessione - operatore economico che non ha presentato domanda di partecipazione - legittimazione a contestare il bando di gara - sussiste - clausole immediatamente escludenti - casistica

Deve riconoscersi la sussistenza dell'interesse a ricorrere e della legittimazione dell'operatore economico che contesti le previsioni di un avviso pubblico pur non avendo partecipato alla relativa procedura, quando le clausole impugnate rientrino nel novero di quelle c.d. immediatamente escludenti, in quanto abbiano comportato per il ricorrente l'impossibilità, o comunque l'estrema difficoltà di formulare, un'offerta seria e ponderata.

In particolare, secondo orientamenti giurisprudenziali consolidati, l'ambito di immediata impugnabilità di un bando di gara non è circoscritto alle sole sue clausole stricto sensu escludenti, ma ricomprende anche altre evenienze particolari, tra le quali quella in cui la lex specialis del caso concreto non sia tale da consentire la formulazione di una seria e ponderata offerta ovvero qualora si sia in presenza di disposizioni abnormi o illogiche che rendano impossibile il calcolo di convenienza tecnica ed economica del partecipante alla gara.

Per altro verso, occorre considerare che l'onere di immediata impugnativa delle prescrizioni di gara in evenienze della specie può rappresentare un rimedio quanto mai efficace per evitare che un operatore economico partecipi alla gara in via "esplorativa", se non addirittura opportunistica, ossia con la riserva mentale di impugnarne gli esiti, laddove sfavorevoli, denunciando proprio la vaghezza delle regole circa gli elementi strutturali ed i contenuti dell'offerta.

 

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Consiglio di Stato - Sentenza n. 8938/2022 [Processo amministrativo]
Improcedibilità del ricorso per sopravvenuta carenza di interesse - accertamento dell'illegittimità dell'atto a soli fini risarcitori - dichiarazione del ricorrente - necessità

Qualora nel corso del giudizio sopravvenga un assetto di interessi ostativo alla realizzazione dell'interesse sostanziale sotteso al ricorso, l'unico interesse deducibile dal ricorrente al fine di evitare una pronuncia di improcedibilità per sopravvenuta carenza di interesse è quello di natura risarcitoria, come previsto dall'art. 34, comma 3, c.p.a..

Infatti, da un lato, la manifestazione dell'interesse risarcitorio ai fini dell'eventuale azione di risarcimento del danno dell'atto originariamente impugnato consente al privato di ricavare dal giudizio di impugnazione un'utilità residua, ostativa a una pronuncia di "mero" rito, in previsione di una futura azione risarcitoria da far valere in separato giudizio; dall'altro, nell'accertamento ex art. 34, comma 3, c.p.a., è rinvenibile una funzione deflattiva, rispondente all'esigenza di conoscere in anticipo la fondatezza del presupposto principale dell'eventuale futura domanda di risarcimento dei danni, ovverosia l'illegittimità dell'atto.

In tal caso, la dichiarazione di interesse del ricorrente è condizione necessaria, ma nello stesso tempo sufficiente, perchè sorga l'obbligo per il giudice di accertare l'illegittimità dell'atto impugnato, dichiarazione da rendersi nelle forme e nei termini previsti dall'art. 73 c.p.a., a garanzia del contraddittorio nei confronti delle altre parti del giudizio.

 

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Consiglio di Stato - Sentenza n. 8410/2022 [Risarcimento del danno]
Annullamento del provvedimento amministrativo per difetto di motivazione - domanda di risarcimento del danno - presupposti - verifica della spettanza del bene della vita - onere di allegazione a carico del ricorrente

L'annullamento giurisdizionale del provvedimento amministrativo per difetto di motivazione non reca di per sé alcun accertamento in ordine alla spettanza del bene della vita coinvolto dal provvedimento caducato e non può, pertanto, costituire il presupposto per l'accoglimento della domanda di risarcimento del danno. Infatti, il risarcimento per equivalente monetario va escluso quando l'interesse legittimo leso abbia ricevuto tutela idonea con l'accoglimento dell'azione di annullamento, il che si verifica quando il danno sia stato determinato da una illegittimità soltanto formale, da cui non derivi un accertamento di fondatezza della pretesa del privato, ma un vincolo per l'amministrazione a rideterminarsi, senza esaurimento della discrezionalità ad essa spettante.

Invero, occorre considerare che il risarcimento del danno non è una conseguenza automatica dell'annullamento giurisdizionale di un provvedimento amministrativo, ma richiede la dimostrazione - tra gli altri requisiti dell'illecito - che con elevata probabilità, secondo un giudizio prognostico, il provvedimento sarebbe stato rilasciato in assenza dell'agire illegittimo della pubblica amministrazione.

Da ciò consegue la necessità, per chiunque pretenda un risarcimento, di dimostrare la c.d. spettanza del bene della vita, ovvero la necessità di allegare e provare di essere titolare, in base ad una norma giuridica, del bene della vita che ha perduto o al quale anela, e di cui attraverso la domanda giudiziale vorrebbe ottenere l'equivalente economico.

Nella fattispecie, inoltre, va altresì rilevato che, per costante giurisprudenza, le decisioni di pianificazione urbanistica appartengono alla sfera degli apprezzamenti di merito dell'Amministrazione e sono sindacabili soltanto quando si pongono in contrasto con il principio di ragionevolezza.

 

A cura dell'Area Processo Legislativo e Assistenza Giuridca - Ufficio Raccordo Settori

 

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Consiglio di Stato - Sentenza n. 4517/2022 [Diritto di accesso]
Accesso difensivo - caratteristiche - nozione di strumentalità

Posto che la legge 7 agosto 1990, n. 241 definisce l'accesso ai documenti amministrativi quale principio generale dell'attività amministrativa, al fine di favorire la partecipazione e di assicurarne l'imparzialità e la trasparenza, l'art. 24 della medesima legge, al comma 7 stabilisce che "Deve comunque essere garantito ai richiedenti l'accesso ai documenti amministrativi la cui conoscenza sia necessaria per curare o per difendere i propri interessi giuridici".

Secondo il costante orientamento del Consiglio di Stato, in tema di accesso difensivo occorre applicare una nozione ampia di "strumentalità" del diritto di accesso, nel senso della finalizzazione della domanda ostensiva alla cura di un interesse diretto, concreto, attuale e non meramente emulativo o potenziale, connesso alla disponibilità dell'atto o del documento del quale si richiede l'accesso: in particolare, si è affermato che il legame tra la finalità dichiarata e il documento richiesto è rimesso alla valutazione dell'ente, in sede di amministrazione attiva, e del giudice amministrativo, in sede di giurisdizione esclusiva.

Tale valutazione va effettuata in astratto, senza apprezzamenti diretti (e indebiti) sulla documentazione richiesta, la quale deve essere genericamente mezzo utile per la difesa dell'interesse giuridicamente rilevante, e non strumento di prova diretta della lesione di tale interesse.

Resta in ogni caso fermo che la valorizzazione del principio della massima ostensione non può essere estesa fino al punto da legittimare un controllo generalizzato, generico e indistinto del singolo sull'operato dell'amministrazione.

 

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Consiglio di Stato - Sentenza n. 3738/2022 [Edilizia ed urbanistica]
Titolo edilizio - permesso di costruire - apposizione di condizioni da parte dell'Amministrazione - ammissibilità - condizioni

In base all'orientamento giurisprudenziale prevalente, deve ritenersi legittima la prassi di apporre condizioni ad un titolo edilizio, purchè queste siano previste dalla legge o comunque rispondano a rilevanti esigenze di interesse pubblico e, inoltre, non siano idonee a snaturare il contenuto tipico del provvedimento stesso, essendo coerenti con il fine pubblico previsto dalla norma attributiva del potere.

Infatti, premesso che in linea generale la possibilità di sottoporre un provvedimento amministrativo ad una condizione civilisticamente intesa è stata espressamente riconosciuta dalla giurisprudenza del Consiglio di Stato, con particolare riferimento all'apposizione di condizioni ad un titolo edilizio, è stato tra l'altro chiarito che " Non è di per sé vietato, anzi è ammissibile, inserire nel provvedimento di concessione edilizia, in via generale ed in mancanza di specifiche disposizioni di legge contrarie, prescrizioni a tutela sia dell'ambiente, sia del tessuto e del decoro abitativo, in quanto tali clausole, che esattamente sono dette "prescrizioni", semplificano la procedura, giacché senza di esse occorrerebbe respingere l'istanza del privato (spiegando i punti del progetto che devono essere rivisti), ripresentare il progetto e, poi, riapprovare il progetto emendato" (così Consiglio di Stato sez. VI, 09/11/2018, n.6327).

 

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Consiglio di Stato - Sentenza n. 2882/2022 [Processo amministrativo]
Ricorso collettivo - ammissibilità - requisiti

Secondo il consolidato orientamento della giurisprudenza amministrativa, i presupposti di ammissibilità del ricorso collettivo sono: a) la mancanza del conflitto di interesse tra i ricorrenti; b) l'identità di situazioni sostanziali e processuali, e cioè che le domande giudiziali siano identiche nell'oggetto, e che gli atti impugnati abbiano lo stesso contenuto e vengano censurati per gli stessi motivi.

Nella fattispecie in esame, invece, il ricorso, proposto unitamente da docenti di ruolo e da docenti inseriti nelle graduatorie provinciali permanenti, va dichiarato inammissibile, sia in quanto i ricorrenti rappresentano una platea di soggetti diversificati in ragione della natura giuridica del rapporto di lavoro instaurato con l'Amministrazione resistente, sia perchè le ragioni dell'impugnazione sono parimenti differenziate e mirano alla caducazione dell'atto impugnato per profili diversi.

 

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Consiglio di Stato - Sentenza n. 2518/2022 [Appalti pubblici]
Procedure di affidamento - impugnabilità degli atti relativi - ricorso straordinario al Capo dello Stato - ammissibilità - esclusione.

In materia di procedure di affidamento di contratti pubblici, a norma dell'art. 120, comma 1, c.p.a., il rimedio giurisdizionale avverso gli atti illegittimi facenti parte delle relative procedure è unico, e si riduce al solo ricorso al Tribunale amministrativo regionale competente, con esclusione, quindi, del ricorso straordinario al Capo dello Stato.

La scelta del legislatore di escludere l'uso degli strumenti di tutela giustiziale, come il ricorso straordinario, trova giustificazione nella complessiva ratio che sorregge la disciplina dettata dal codice del processo amministrativo per tale tipo di controversie, cadenzata da tempi processuali serrati e stringenti, il cui rispetto sarebbe certamente pregiudicato dallo svolgimento di una fase contenziosa da svolgersi davanti all'amministrazione.

Infatti, l'esigenza di una tutela da concludere in tempi rapidi non sarebbe compatibile con la possibilità, per l'interessato, di attivare un contenzioso dopo centoventi giorni dall'emanazione dei provvedimenti impugnati; con ulteriore allungamento dei tempi nell'ipotesi di istanza di trasposizione proposta dall'amministrazione appaltante o dai controinteressati.

 

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