VII legislatura
90.
Seduta di giovedì
11 marzo 2004
Presidenza del Presidente Luigi Fedele
La seduta inizia alle 13,20
Maddalena BASILE, Segretario f.f.
Legge il verbale della seduta precedente.
(E’ approvato)
Legge le comunicazioni.
(Sono riportate in allegato)
L’ordine del giorno reca il seguito del progetto di legge numero 401/7^ di iniziativa della Giunta regionale: “Piano regionale per la salute”.
E’ iscritto a parlare l’onorevole Bova. Ne ha facoltà.
Presidenza del
Vicepresidente Domenico Rizza
Presidente, consiglieri, mi consentirete un brevissimo prologo. E’ una battuta, ma è molto amara, le parole sono come pietre, in qualche maniera forse in qualche angolo forzano, ma servono semplicemente a dire con maggiore chiarezza le cose che sento il dovere di dire: in Calabria, anche dopo questo piano in salute saranno solo i soliti noti, quelli per cui da sempre la montagna di risorse pubbliche della sanità sono una miniera d’oro.
In altri tempi, quelli che si arricchivano con la guerra venivano chiamati “pescecani”. I pescecani sono rimasti, per fortuna qui da noi le guerre sono finite; ora si occupano di rifiuti, di acqua, da sempre di sanità. A loro si sono aggiunti i piranha. Qui dentro, a tal proposito, si è parlato di conflitto di interessi; questo vuol dire che i piranha, ormai, sono dappertutto.
Ma vediamo di affrontare alcune
questioni: malgrado la
legislatura sia praticamente finita, ad ogni costo il Piano triennale della salute. Io
rispondo, do una mia risposta a questo perché. Certo, c’è chi lo ha voluto e lo voterà per
poter dire “anche questa è fatta”, una sorta di Guinness dei primati, “dopo il
bilancio, anche questo”, però secondo me c’è qualcosa di più corposo che muove
le cose: è in atto il tentativo di ricoagulare lobby potenti per il prossimo
voto regionale, comunque di condizionare almeno la prossima legislatura. Si
pensa: comunque dovranno partire da noi, da qui, dagli interessi garanti da
questo piano.
L’assessore Luzzo ha
tentato di fare un’altra cosa; il suo piano, quello della Giunta, non ci
convinceva, anzi di più, non lo condividevamo davvero, ma ha tentato. Alla
fine, però – questa è la mia valutazione
– ha mollato su tutto il fronte. Ma poi ci torno, sento il dovere di non
limitarmi a questo.
Voglio
fare un passaggio, anche se in questo momento il Presidente della Giunta non
c’è, ma di lui non so che dire. Con chi sta il Presidente Chiaravalloti? Il
piano lo vuole per immagine, per sostanza o per che cosa? Nel migliore dei
casi, da quattro anni si sta misurando con qualcosa molto più grande di lui:
Filocamo, Rossi, le tre Giunte, tutto e il contrario di tutto, dà l’immagine di
un Presidente che viene protetto da se stesso. Un galantuomo in un mondo
ignoto? Fate voi, il punto però è un altro: chi protegge, chi garantisce la
Calabria e i calabresi? Così, nessuno. Eppure sulla sanità era chiaro il
livello della scommessa; come per i fondi europei, come per Gioia Tauro, come
per il sistema universitario e la ricerca, era lo snodo per migliorare, per
innovare in Calabria, potremmo dire per migliorare il sistema Calabria. Per
quanto mi riguarda, è una scommessa perduta, il resto è la cronaca di una farsa
tragica.
Il
piano? Si tratta ormai chiaramente di una partita truccata, col maxiemendamento
si dice una cosa, se ne pensa un’altra, se ne fa un’altra ancora. L’assessore
Luzzo, ieri, nel suo intervento, per chi lo ha voluto sentire, ha dato
un’informazione volutamente parziale ma onesta, da tecnico di rango qual è, ma
anche da politico smaliziato qual è da sempre; sottolinea i problemi, ma
enfatizza i punti all’attivo, pensa che i problemi di fondo non siano
risolvibili. Per tutte le altre questioni, come per la polvere, ci penseranno
l’acqua e il tempo a ridepositarli a terra.
Ve lo
ricordate Andreotti? Stavolta, però, purtroppo non è così; dopo l’alfa, al
momento dell’insediamento dell’assessore Luzzo, ve lo ricordate l’articolo di
Giannantonio Stella sul “Corriere della Sera” sulla sanità della Piana? “Storia
ordinaria di sperperi e malasanità” e poi un passaggio intermedio che io chiamo
omicron, visto che è alfa e omega. Ancora Giannantonio Stella, sempre sul
“Corriere”, allora “titoli universitari”, veri o presunti tali e Bonaccorsi su
“Cittadella” e quant’altro.
Ora
di nuovo la Calabria è sul “Corriere”, ma anche su altro e in televisione.
“Ballarò”, assessore, ci torna per un altro scandalo, stavolta riguarda
l’ospedale regionale di Catanzaro, il “Pugliese-Ciaccio”. Per come abbiamo
letto, ovviamente è la giurisdizione che deve decidere se i fatti ci sono o sono
presunti, però si appalesa come una storia di tangenti, di abbandono e di
disservizi da Terzo Mondo. Dopo l’alfa, siamo all’omega, un ciclo si chiude.
A
proposito, perché non ne parlate? C’era nel ’99 un manager – non ne
dimentico il nome, ha il mio stesso cognome, ma non è mio parente, si chiamava
Pino Bova –, è stato licenziato da Filocamo il giorno dopo. Ha fatto causa, il
tribunale gli ha dato ragione: stava tentando, con fatica, con solerzia e con
onestà di risanare. C’era un piano – non sono parole mie –, non andava bene,
anche se il tribunale gli ha dato ragione. E poi vennero gli altri da fuori e
da dentro!
Il
resto lo sapete tutti. Abbiamo bisogno di dirlo? I fatti parlano, gridano al
cospetto di tutti. Siamo ancor più rispetto a ieri una Regione screditata,
senza credito.
Mi ha
parlato l’Assessore Luzzo onestamente. In agosto di quest’anno, quando a Roma
con gli altri assessori alla sanità e poi con lei, assessore e il Presidente
Chiaravalloti e gli altri governatori col Governo si discuterà del nuovo patto
di stabilità, quale sarà il peso, il prestigio, la credibilità della Calabria?
Che ci mettete voi dentro? Questa discussione? “Calabria ladrona”, dirà Bossi,
quando gli serve lo dice sempre, se è vero o non è vero. Chi risarcirà i
calabresi del danno e della beffa? E poi, quanti sacrifici, a quale prezzo,
quanto tempo occorrerà per tirarsi fuori da questa avventura? Ma il Presidente
Chiaravalloti da questo orecchio non ci sente, non ci vuol sentire, va alla Bit
di Milano sul turismo, cita dati mirabolanti di presenze nella Calabria cuore
del Mediterraneo.
Ma
dopo la propaganda di questi giorni, cosa prevarrà, quale slogan? Con
quale slogan parlerà la Calabria all’Italia? In quanti italiani
confermeranno la scelta Calabria?
L’assessore
Gentile non parla, Forza Italia vota, la linea è metterci la sordina, anzi,
meglio, una pietra sopra. “Scordammuce ‘e tutto, paisa’”. Non è gentile, per
non dire altro, verso la Calabria i calabresi tutto questo, questo silenzio,
questo tirarsi fuori dal confronto.
Parla,
invece, l’assessore Zavettieri, ma non in Aula, cerca colloqui diretti, si dice
preoccupato, teme che possa scollarsi, anzi scassarsi tutto. Ha ragione
l’assessore Zavettieri, tranne che in una cosa: non interviene sui problemi per
cercarvi rimedio, critica – badate bene, è legittimo – l’atteggiamento della
minoranza e la sua idea della petizione di sfiducia. Dice: “Se andate avanti
così, qual è la soluzione?”.
Ma
qui ed ora, ieri sul bilancio, su quel sopruso dei mutui per la campagna
elettorale – scusate il termine, stavolta lo uso io – dei peones della
maggioranza… Ah, sbagliavo, lo ha chiamato in un altro modo: il Piano triennale
delle opere pubbliche. Ora sul piano, che
lascia secondo noi inalterate le questioni
della malasanità, non parla, non dice nulla. Solo lui? No, sta zitto il collega
Naccarato e quelli del patto di consultazione. Non si capisce su cosa,
dopodomani, vorranno fare il patto di fine legislatura. Sta zitta l’Udc? Anzi
no, Democrazia europea osserva che i danni sono irreparabili; l’onorevole
Tassone, intervistato in televisione, dice che così non si può andare avanti.
Ma
qui dentro votano tutti, anche il collega Gagliardi, dopo l’ora di raccoglimento
del suo intervento, per An parla solo il segretario regionale Traversa che fa
l’indiano, parla del passato degli altri, degli ultimi dieci anni, dico, dieci
anni, non un giorno, in cui al governo c’è stato lui, anche direttamente non
dice nulla, sorvola, e guai a chi si permette di contraddirlo! Sembra che fino
a ieri a governare ci sia stato il centro-sinistra, quello classico, perché si
confonde volutamente sui termini.
Pensate davvero che sia possibile andare avanti così, mettendoci una pietra sopra o, addirittura, vendendo questo piano come una mirabilia del centro-destra? Vi chiedo scusa, con rispetto: se ci credete davvero, siete da ricovero, per utilizzare un termine sanitario!
L’assessore Luzzo è avveduto – non lo dico per piaggeria, sarei un disonesto se non lo dicessi – parla del sondaggio dell’Eurispes, sa che assieme al lavoro è la sanità che inquieta di più i calabresi. Quest’anno, in questa situazione – poniamo una domanda, altrimenti non si sa di che parliamo – saranno 50 mila o ancora di più i calabresi che tenteranno di scappare via per curarsi? Anche a loro parlano i media. C’è, dunque, il rischio che all’appello manchino più di 400 miliardi di vecchie lire.
E infatti di oggi e di domani l’assessore Luzzo non parla, parla di ieri, quando ci ha chiesto aiuto per tamponare le falle, per evitare lo sfascio. Sì, noi gliel’abbiamo dato e non sono pentito; mi dispiace di non essere stato in grado di fare di più, però gliel’abbiamo dato pensando che la volontà di razionalizzare fosse definitiva. A vedere le tabelle dei posti letto superflui e inutili che cambiano in continuazione, a vedere – e badate bene, a questo seguiranno i concorsi per nuovi primariati inutili, perché di questo parliamo – come è stata affrontata la questione dei direttori generali che diventano ancor più, nella proposta che ci viene presentata dalla maggioranza, sono la mano armata della maggioranza, a vedere tutta la partita delle autorizzazioni, degli accrediti e degli acquisti, ancora qualcuno non è soddisfatto col marchio “Ciquita sanità” che consentirà ai manager, domani, col titolo qualità di fare e disfare quello che vogliono anche sul regime delle convenzioni.
Tutto è tornato rapidamente come prima, peggio di prima, perciò esprimiamo questa valutazione, perché questo giochetto è costato e costerà per gli anni a venire 500 Euro in più all’anno per ogni famiglia calabrese, con i ticket lo 0,5 in più sull’Irpef, il 10 per cento di più di bollo auto.
Non è stato un lusso gratuito, ma l’assessore Luzzo parla solo di ieri, del rientro nel patto di stabilità, del 3,7 di incremento all’anno di risorse sanitarie per la Calabria, tutto vero, secondo me dice la verità. Di cosa avverrà ora, di come sarà davvero ripartita la spesa tra ospedali-territorio, dove, quanti e quali posti letto saranno attivati, quanto per ricerca, prevenzione o altro non lo dice, non lo vuole e non lo può dire, non può tacere, però il dato che da gennaio prossimo il Fondo sanitario nazionale non ci sarà più, cambierà ancora una volta ulteriormente in peggio.
Si usano termini – e lui li usa correttamente – quali federalismo, fiscalità regionale, fondo perequativo. In concreto, significa che per la Calabria ci saranno meno risorse certe. E in quanto a tasse regionali, si è praticamente già raschiato il barile! E allora? I soldi non bastano per mandare avanti la baracca ordinaria, figuriamoci poi per risanare, riqualificare, rendere adeguata e, per alcuni aspetti, eccellente la sanità calabrese!
Si parla, ancora, dei 900 miliardi dell’articolo 20 della legge 67/88 e non si dice che il ministro Tremonti di quelle risorse garantisce, al massimo, all’incirca il 20 per cento e con l’aria che tira, con l’operazione fatta da Filocamo – che non è uno straniero, un oriundo, era assessore di questa Giunta tre anni fa – forse nemmeno quelli per la Calabria. Sarebbe occorsa una grande operazione verità – e ci sembrava che si fosse partiti… - diffusa, di massa, ricercare soluzioni rigorose e condivise, sfuggire non solo dai ricatti, ma anche dai condizionamenti, invece siamo arrivati addirittura al punto che dà fastidio chi parla, chi non si arrende, chi tenta, purtroppo invano, di evitare l’irreparabile. E’ tutto capovolto, sembra un mondo all’incontrario.
Noi abbiamo fatto uno sforzo vero. Io non vorrei che anche il nostro fosse stato uno sforzo insufficiente, che anche in qualche modo non siamo stati presi nei mesi passati dalla tattica del confronto tra maggioranza e minoranza, non me lo perdonerei, ma volevamo aiutare con i nostri limiti un confronto vero. Non abbiamo fatto un gioco demagogico a scavalco, il numero delle Asl per noi non era il cuore del piano, per altri evidentemente sì. Una volta deciso che tutto rimaneva come prima, che la torta si divideva allo stesso modo, nessuno ha parlato di più, nemmeno – mi si consenta, lo vedo qui davanti – l’onorevole Galati che anche in Commissione, dopo il maxiemendamento, affermava che molte cose non andavano.
Posso citarlo il collega Galati, se lo distorco lui mi correggerà, tento di farlo col rispetto che merita e col rispetto che ho per ognuno, ovviamente anche qui dentro. Diceva: “La riconversione dei 1.200 posti letto per acuti dal pubblico come si fa? Bisogna agire seriamente”. Ed io ero e sono d’accordo con lui. E Mormanno che c’entra in tutto questo! Lì era già riabilitazione e si ripassa ad acuti. E’ una cosa da poco? E’ come dire che dobbiamo andare a Roma e prendiamo il ferry boat per Messina! Eppure si è arrivati tranquilli, non parlate, votiamo.
Rapporto ospedale-territorio-distretto: lui parlava di riconversione e riqualificazione risorse umane. Quando, chi, con quali risorse? Qual è, a quale punto è? E poi quando avverrà? Un altr’anno questa legislatura sarà finita. O, ancora, lui parlava, dicendo: “C’è un eccesso di delega, si concentra troppo potere su assessorato e Giunta, modifichiamolo”. E quando! Poi parlava attentamente di controlli su gestione interna, nucleo di valutazione interno ed esterno e diceva: “Ma come si arriva a mansioni superiori, alle consulenze? Qui è un punto, qui c’è un bubbone, qui interveniamo”. Interveniamo nulla!
Ancora: i direttori generali devono avere i requisiti, sbaglio? O è arrivata una proposta che della legge nazionale se ne fa uno sberleffo?
Poi diceva: “Attenzione, non ci facciamo prendere dalla mano… molte volte il nuovo è peggio del vecchio”. I limiti dei Comitati di gestione erano evidenti, ma ora qui l’arbitrio è diventata regola e zitto e non parlare!
E poi aggiungeva una cosa che sembra una considerazione ovvia, scontata – ma non lo era –: “Il piano deve essere di tutti”. Di tutti di chi? Dei cittadini e anche di chi li rappresenta. E’ questo il livello del confronto che stiamo sviluppando.
Infine diceva “sì ad uno strumento terzo, all’agenzia”. Anche l’assessore Luzzo ha detto: “L’agenzia, sì, è una buona idea, però, eccetera”, come fa lui, con abilità, con eleganza, con intelligenza, ma alla prova dei fatti l’agenzia non c’è.
Sono cose di poco conto? No. Io parlo con nomi e cognomi perché chiamo ognuno alla propria responsabilità. Qui siamo tutti uno, la maggioranza non è un numero, è l’espressione di una volontà, di uno sforzo, di dire ad alcune cose sì e ad altre no. Non stiamo parlando della prerogativa esclusiva della Giunta della gestione, non stiamo parlando di alcune leggi che traducono il programma della maggioranza, qui parliamo della vita di ognuno di noi, della salute dentro un disastro.
Se non ora, quando si può parlare di queste cose? Ma oggi, caro collega Galati, nemmeno lei dice nulla, quasi che mi dicesse “pensi alla salute!”, ma nel senso di non angustiarmi, altrimenti finire per stare solo male, per non ottenere nulla.
Io non seguo questa linea, abbiamo presentato una proposta, non la panacea per i mali, noi sappiamo che è una cosa seria, però nelle intenzioni, negli obiettivi, in alcuni rimedi rispetto ai problemi che sono evidenti credo che l’abbiamo azzeccata. Certo, come tutte le proposte è messa lì proprio per discuterla, lasciando il verso, concretizzando, essendo più efficaci, tecnicamente validi i rimedi. L’assessore Luzzo è molto più bravo di me, poteva migliorarla, se voleva, se l’idea è giusta; forse due anni fa l’avrebbe fatta. Ora pensa come quella battuta, che i problemi di fondo non sono risolvibili ed altri si depositeranno come la polvere. Io sbaglio, ma lui c’è qui, cioè tende a ponderare.
Quando parliamo così, sembra che tutti diciamo la stessa cosa. Noi volevamo che si inverassero i distretti, volevamo che l’assistenza ospedaliera fosse davvero a rete e non per fare la stessa cosa dappertutto, che però dappertutto venisse garantito ai cittadini lo stesso livello di sanità, con gli elicotteri dove è necessario, in venti minuti si arriva da dove si muore a dove la vita può essere salvata. E dentro questo – non è vero – ci si descrive che siamo i mangiatori di bambini – i bambini stanno per i privati –: noi non vogliamo mangiare i privati, anche se di privato nella sanità c’è poco o nulla, i soldi sono tutti pubblici, che privato è! Mica rischiano i propri soldi, cioè capitale di rischio, impresa, tutte queste cose! Per carità, non perdiamo tempo, pur tuttavia non siamo contro. Il punto è che, laddove è duro il problema ci si deve misurare, il pubblico, ma molto il privato. Su quei 400 miliardi di mobilità c’è uno sforzo in questo piano per recuperarne non dico i 400, ma 30, 40, 50. Se c’è, ditemi dove, ditemi quando, ditemi come, con quali verifiche, con quale controllo e quale clausola di dissolvenza scatta qualora questo non ci sia. Io non me ne sono accorto.
E poi parlavamo di un programma straordinario e del patrimonio immobiliare da utilizzare per questo, anche i gioielli di famiglia di tante Asl, però per rendere migliore, per accelerare lo sforzo, una sorta di project financing della sanità e poi assieme non solo le mura, non solo i macchinari, ma le persone, un piano straordinario di riconversione, di riqualificazione, di ricoinvolgimento, cioè un qualcosa che non avviene in tempi ordinari. E dentro questo, come elemento visibile, una parte terza, l’agenzia. A quel punto le epidemiologie, le verifiche, i controlli, le correzioni in corso d’opera, l’intreccio con i controlli esterni ed interni, gradualmente potevano diventare un fatto concreto.
Quando si sbatte la Calabria in prima pagina o come prima notizia e si dice che è tutto così, so che è una menzogna, so che anche nel mondo della sanità esistono esperienze assai dignitose o addirittura eccellenti, ma non lo faccio perché ci metto un po’ di sale in tutte le cose; se non lo facessi, non sarei onesto, non direi la verità. Il punto per noi è come difenderlo, limitandoci a questo o uno che ha uno strumento potente dice “allora le eccellenze di oggi, intervengo con progetti per farle ancora più eccellenze fra dieci anni” non solo perché è gratificato chi è capace, chi ha talento, ma perché “salvo, curo meglio i calabresi e chi viene da noi”.
Ed è su questa base che abbiamo avanzato e testardamente avanziamo delle proposte. Certo, quando capiamo che le risposte sono realistiche, quando ci si dice “ma non inseguite il mito di cardiochirurgie dietro l’angolo” e c’è un’ipotesi che dice “facciamo in modo che ci sia un centro che funzioni e tutto il resto è interrelato”, i giornali ne hanno parlato, dicono la verità, cioè lì l’assessore Luzzo ha ragione quando ci dice – ma lo dice lì in maniera aperta – di fare in modo che le équipe che opereranno in Calabria, da Catanzaro e poi anche a Reggio e a Cosenza siano in grado di intervenire, non cento interventi e ciascuno si porta la sua miseria, il rischio per la gente, ma 1.500, eccetera, lì, senza bisogno di dire “mi devo consultare chissà con chi o siccome l’assessore Luzzo in questo momento è nella maggioranza, debbo…”. Ha ragione l’assessore Luzzo, anzi personalmente sottolineo la bontà del suo intervento, perché se si fosse limitato a dire “mettiamo dieci posti qua e dieci posti là”, a quel punto faceva il furbo, non si sarebbero mai realizzati.
Dobbiamo parlare come mangiamo; se sbaglio, sbaglio non perché tento un’operazione disonesta, io penso quello che dico, anche se so che non è nata avantieri. E aggiungo, ho qui, ieri gliel’ho mostrato questo pezzo di carta, non è farina del mio sacco, però so leggere e se vedo una cosa – se me ne accorgo – che non è un trucco, badate, qui c’è scritto – e ci sono le équipe – che rispetto a cardiochirurgia la fase preliminare… in quattro mesi si può definire la fase normativa del progetto, si possono predisporre le sale di emodinamica e poi avremo una fase successiva di sei mesi, dodici mesi in cui le strutture pubbliche cominceranno a funzionare; nella fase 2, poi, angioplastica secondaria, Bei, cardiochirurgia, diventeranno una realtà.
Per me è una cosa importante poter parlare della gente e non parlare male, comunque, che per qualcuno sembra in un’epoca di elogio dell’antipolitica, che quello sia l’unico fine, cioè scassare tutto e non tentare un rimedio. Il fatto che pure su una cosa possiamo dire che lo sforzo di tutti ha consentito di, lo giudico insufficiente, ma sul versante giusto. Era solo a mo’ di esempio.
Così come nelle varie realtà, ho presentato emendamenti per un progetto speciale su cellule staminali, trapianti di midollo osseo oppure per le epilessie perché ci sono, man mano si affina, insomma per chi è nostro fratello di vita sfortunato del piccolo male o del grande male, in alcuni casi i rimedi farmacologici non hanno soluzione, c’è un’infiammazione, all’improvviso quel corto circuito. Io l’ho visto quello che provoca e ti lascia disarmato.
Il fatto che ci sia una strumentazione da utilizzare sempre con equilibrio, che consenta anche interventi di microchirurgia, mi sembra comunque un tentativo da fare e non dire che lo fanno a Lione o a Parigi o a Milano o chissà dove o nella stratosferica America, dove occorrono un sacco di soldi, ma che qui vicino casa – sarà a Catanzaro, a Cosenza, in questo caso a Reggio – fatti di questi tipi si possono fare. Altrimenti di che discutiamo? Di questo?!
E certo, ricordo quella sera quando abbiamo ragionato in Commissione, quella notte si diceva è stato acquisito, poi c’è un protocollo d’intesa Stato-Regioni, poi con la Regione Calabria e Sicilia, eccetera. Io tentavo di capire. Quando ho visto che il principio era assunto per davvero, ho sollevato quella sera e sollevo un punto: lo 0,1 per cento per questo mi sembra assai poco; 0,1 per cento parliamo delle risorse del fondo, su 5 mila miliardi lo 0,1 sono 5 miliardi di lire. Noi avevamo chiesto lo 0,5. E’ la fine del mondo, assessore Luzzo – non per stare in mezzo – che diventi lo 0,3? Io credo che sia possibile, pur dentro un giudizio.
O, ancora, alcune cose. Parliamo tanto di futuro in una Calabria che dà poche opportunità, 19 mila ogni anno si diplomano e poi vanno a studiare altrove, qualcuno resta qui. Anche qui c’è ora medicina e così via, c’è farmacia. Il ministero ogni anno dà risorse per borse di studio; ogni 50 lire che dà il ministero, la Sicilia ne aggiunge altre 50. Perché in Calabria no? Noi non possiamo istituire borse di studio ex novo, perché questa decisione è del Miur. Ma chi ci impedisce di farlo in Calabria? Noi ci siamo consentiti testardamente di presentare un emendamento.
E poi si parla, a volte mi dicono “ma in Inghilterra non solo i medici, il personale infermieristico… lì è una sanità buona perché funzionano anche questi livelli”. Ora anche in Calabria c’è un esercito di infermieri professionali attrezzati. Ma perché non è previsto il servizio tecnico infermieristico per ogni azienda? Noi insistiamo, quindi non parliamo solo di filosofia, eccetera, ma anche scendiamo sulla terra e su questioni abbastanza in concreto, per dire se è possibile con un slogan che davvero per noi la salute è in primo piano, la salute prima di tutto.
A leggere il piano, sapete che mi sembra? Una montagna di carte ponderosa. Io non so fare un esempio più efficace: quando ero parecchio giovane, ad un certo punto sentivo parlare della “ricerca del tempo perduto” di Proust e ho dovuto prendere la volata più di una volta, siccome ero testardo per poterla leggere, anche quello mi è sembrato un libro ponderoso, pesante, eccetera. Qui è pesante, e la ricerca, nel senso che si rischia di perdersi dentro e poi ci si perde del tutto quando, assessore, immagino che sia stato un incidente di percorso, in alcuni punti sono mancato, ma ho chiesto al mio amico e compagno Pacenza: “Senti, Pacenza, ma su questo punto non avevamo deciso in un altro modo, non l’avevamo deliberato?”. Non lo so, io so che dico una cosa… ma mi pare che in alcuni punti – ma poi le registrazioni lo diranno – si siano trovate soluzioni un po’ disinvoltamente ché, secondo me, non sono quelle che abbiamo votato, ma comunque c’è l’Aula per discutere tutto questo.
E poi, per quanto ci riguarda, abbiamo presentato gli emendamenti. Qualcuno mi dice e mi domanda con fare amichevole: “Ma che volete fare, ostruzionismo, eccetera?”. No, noi vogliamo qui dentro e anche fuori tentare di fare il nostro dovere a modo nostro, reagire e respingere quella insinuazione ed affermazione gratuita che vuole fare di tutta l’erba un fascio e che, alla fine, in maniera non accorta o consapevole, vuole dire che è tutto uno schifo e che il Consiglio regionale, in quanto tale, è uno schifo.
C’è qualcuno in queste ore – anche se lavorando qui sono costretto ad fare tardi, la mattina sono curioso, sento i notiziari – che ci ricordava che anche il Dio della sanità è morto con quella musichetta – vi ricordate? Un dio che è morto, dentro questo Consiglio regionale. Di noi, ma di tutti, della maggioranza, di noi, colleghi della minoranza, persone in carne ed ossa, minoranza viva, secondo me, poveri certo di forza ma dignitosi, non si parla, ci cancellano, cioè è come chi parla di Dio e nega il prossimo. Noi non siamo nemmeno figli di un Dio minore; nella furia del demolitore, non si curano di nulla, nemmeno dell’informazione che per il cronista è il primo comandamento.
A quelli che fanno queste cose – e vi chiedo scusa, lo faccio in maniera formale, pubblica qui – ricordo una vecchia storia: in una cella era scritto un nome, l’aveva scritto il prigioniero. I secondini tentarono di cancellarlo quel nome con la calce, poi con un punteruolo, infine abbattendo il muro. C’era scritta un’altra cosa, ma immaginiamo che ci fosse scritto “libertà”. Senza volerlo, battendo nel muro, l’hanno almeno – seppur di poco – aumentata.
Si arrabbieranno per quello che dico e non lo faranno più? In tutti e due i casi, la libertà crescerà e forse la stupidità pure; diminuirà in questo caso, ma comunque…
Assessore, torniamo al punto. Questi due anni il piano lei l’ha descritto… Mi viene una battuta, può darsi non all’altezza in una discussione, sa come la vedo io? In testa è come se mi frullava il piano, poi da piano mi viene non un progetto, mi viene pianissimo, tutti fermi, dietro front, non disturbate, la Calabria della sanità riposa! La battuta qual è? Non riposa e non dorme, secondo noi è in coma e noi vorremmo, con buona pace anche di chi fa l’elogio dell’antipolitica, tentare per una virgola di risvegliarla, perciò discutiamo uno dietro l’altro, sembriamo tutti uguali, non è così.
Siccome la nostra voce è questa, parlando in dieci tentiamo fino all’estremo di dire “riflettiamo, non si tratta di tre ore o di dieci ore o di un giorno in più di discussione” e comunque, se non sentite qui dentro, dovranno sentirlo fuori che esiste con molta modestia un’altra possibilità, un’altra idea, se vuole, assessore, quella che abbiamo sentito più volte nell’aula delle Commissioni e del Consiglio, quella che diceva “prima razionalizziamo” – e si è tentato di farlo – “e poi tenteremo di fare quello che è necessario fare” e che finora, forse perché qualcuno lo riteneva superfluo, non è stato mai fatto.
Non si offenda, lei ci ha tentato, io ho parlato tanto per dire “sono deluso”, ad un certo punto lei che voleva farlo non lo ha fatto più: si chiama maxiemendamento. La verità è che gli accordi di basso profilo hanno prevalso. So che non è un mondo facile, so che sono lobby assai potenti, so che pesano tanto, però mi rifiuto di pensare che, pure di fronte a problemi così gravi, ancora una volta tutto cambia perché nulla cambi. E comunque io non sto in silenzio ed ossequioso e come quel personaggio del tamburo di latta – ve lo ricordate? – c’erano le fanfare e le musiche, per anni erano musiche imponenti, potenti, sembravano invincibili. Quel tamburo, poi, nel piccolo, un tamburo anonimo, non ha avuto dediche, né piazze, né monumenti, è semplicemente il tamburo fatto da tutte quelle persone che poi, nell’Europa del dopoguerra, hanno potuto dire: “Noi suonavamo il tamburo e quel tamburo è diventato poi laicamente, modestamente, anonimamente, la libertà di questa Europa cui tutti ci riferiamo”.
Ecco, è un modo per dire che vorremmo che la Calabria fosse davvero Europa, non solo geograficamente, fosse anche a partire dalla sanità. Finora non è così e noi suoniamo modestamente il nostro tamburo!
PRESIDENTE
La parola all’onorevole Guagliardi.
Presidente, assessore, in termini di grande lealtà e sentimento costruttivo, apro questo intervento leggendo il paragrafo o parte del
paragrafo “lo stato attuale del Servizio
sanitario regionale” dell’introduzione del piano. Lei scrive così, assessore:
“A tutt’oggi, il Servizio
sanitario regionale non è riuscito a garantire equità, soddisfazione
ai bisogni sanitari degli utenti, efficienza organizzativa e sostenibilità economica. L’affermazione è ampiamente dimostrata dagli elementi di
seguito indicati: liste di attesa significativamente
lunghe per prestazioni di diagnostica, comprese anche le patologie che richiederebbero immediata assistenza;
differenze quali-quantitative dei servizi offerti nelle prestazioni erogate
nelle varie aree della regione; sprechi e inappropriatezza della richiesta
delle prestazioni riferite alla specialistica ambulatoriale, alle prestazioni
ospedaliere di ricovero e all’assistenza farmaceutica; condizionamento della
libertà di scelta dei cittadini; inefficiente attenzione posta al finanziamento
e all’erogazione dei servizi per cronici, disabili, anziani e per le loro
famiglie; costante e penalizzante saldo negativo della mobilità sanitaria nei
confronti delle altre regioni non solo per le alte specialità, ma anche per le
prestazioni di base”.
Questo,
assessore, l’ha scritto lei, non un bolscevico, non Rifondazione comunista. E’
un quadro drammatico della situazione sanitaria calabrese che ci mette nella
condizione di capire il perché e che, poi, non ci dà il risvolto del futuro.
Assessore, ho voluto iniziare da questo intervento per parlare di questa nostra sanità che è un dibattito ormai quotidiano; se non ci fosse la televisione, al posto delle fiabe che si narravano una volta nelle case di noi tutti, parleremmo di storie di assistiti in difficoltà, di malattie strane, parleremmo solo di sanità, come stiamo parlando da qualche anno in questa nostra Regione.
Ma lei l’ha nobilitata la sanità calabrese con queste affermazioni, perché la sanità calabrese è ancora peggio: ci sono quotidiani esempi di un degrado della sanità che qui non possiamo sottacere e non possiamo neanche dire che li risolveremo. Gli usi autoritari, clientelari, parziali, personali – per mettergli tanti e tanti altri aggettivi – che hanno fatto i direttori generali prima e i commissari oggi del loro potere, sono usi su cui non riusciamo a dire nulla, perché ci sono storie quotidiane di prevaricazione di abusi di potere.
Abbiamo una microsanità che è del tutto fuori dalla
cultura, ma che penalizza quotidianamente
i nostri cittadini. Pensate, due anni fa ho dovuto predisporre una interrogazione– mi vergognavo di farla, ma ho dovuto – perché una guardia
medica è posta al quarto piano di un palazzo nell’Alto Ionio e se un anziano è
preso da un attacco al cuore, fin quando sale ci muore! E questo non è un
problema di malasanità?! Pensate, c’è una realtà nel Savuto che dista ore per
poter avere l’intervento sanitario. E questa non è malasanità?!
Certo,
abbiamo l’anomalia della distribuzione particolare nel nostro territorio di
tanti ospedali, che sono nati negli anni passati come funghi! Io vivo nella
piana di Sibari, c’è l’ospedale di Rossano, di Corigliano, di Trebisacce, c’è
quello di Mormanno, di San Marco, di Morano, di Castrovillari e c’è anche una
clinica privata importante, che ricordo nel passato era un luogo dove qualche
anziano andava a trascorrere qualche settimana; per essere sganciate dal peso
le famiglie ricoveravano l’ammalato e i familiari, in modo che due ricoveri
erano un incentivo alla sopravvivenza di quella clinica. Poi si è evoluta nel
tempo, oggi leggiamo che potrebbe diventare un polo di eccellenza del nostro
territorio, ma questa è una sperequazione di quel territorio – ci ritorneremo
dopo su questo – dove abbiamo una presenza assurda di un sistema di cliniche
private nel Tirreno cosentino ed un passaggio, una mobilità strana della gente
da questo territorio che lascia gli ospedali che ho citato, magari per
trasferirsi in quelle cliniche, dove troveranno ottima accoglienza, subito un
posto libero, però è un’anomalia che costa tanto alle varie aziende sanitarie.
Abbiamo
una sanità di cui fino ad oggi non ho parlato, non abbiamo sentito di quei
lavoratori che per effetto delle privatizzazioni vengono assunti nei presìdi
ospedalieri con un incarico di ausiliario, gente che non ha mai visto una
siringa o un camice o una garza per poter lavorare perché adibita alle pulizie
e poi quella società privata che gestisce quel servizio costringe questi
lavoratori a fare assistenza medica, a seguirli nell’operazione dei dializzati,
a svuotare i contenitori, a fare quelle attività che la logica del risparmio ha
prodotto come posti vacanti e poi riempiti da questi privati, con la differenza
che l’operatore specializzato ha un costo e quello che viene assunto part
time o a lavorare in nero ha un costo del 50 per cento. E quindi c’è la
speculazione su questo.
Assessore,
lei sa, forse avrebbe dovuto scriverlo ancora meglio, che sulla salute c’è la
speculazione del profitto, che sulla salute, servizio fondamentale di una
civiltà, ci sono i pescecani di cui parlava prima l’onorevole Bova, che
producono profitto, disuguaglianze, emarginazione, disservizio, tutto quello
che noi chiamiamo malasanità.
Ci
sono gli abusi di questi direttori generali che poi si appoggiano ai direttori
amministrativi o ai direttori sanitari e che, guarda caso, cambiano e disfano
concorsi, graduatorie, avvii al lavoro nel modo più illecito possibile. Se
qualcuno andasse a vedere i concorsi che si fanno nell’Asl di Corigliano, forse
potrebbe rendersi conto; ho dovuto presentare un’interrogazione perché i
criteri di assunzione non vengono rispettati e i concorsi vengono annullati.
Quindi
questa nostra sanità non è costituita soltanto dagli arresti eccellenti di
grandi manager che portano la nostra Calabria alla ribalta nazionale
oppure dai grandi ospedali che vengono chiusi perché fatiscenti, la nostra è
una sanità allo sfascio e, assessore, lei è stato nobile ad introdurla con
quella presentazione, dicendo delle cose gravissime che dovrebbero farci
meditare a lungo, lo dice alla pagina tre nell’introduzione al Piano sanitario,
quando si parla del Servizio sanitario regionale.
Perché dobbiamo affrontare
questa discussione? Lo facciamo soltanto perché vogliamo arginare la cultura del profitto
degli interessi? Ci saranno emendamenti nostri, sappiamo che è tutta una
struttura – ho fatto un emendamento su questo, vorrei
che il Consiglio lo approvasse – dove ci sono interessi concreti di politica e
di politici sul settore della sanità; in modo lampante lo chiamava ed evidenziava ieri sera l’onorevole Amendola, dicendo che c’è un vero e proprio conflitto di interessi di molti
consiglieri regionali e ci invitava a restare fuori, come operatori del
settore, dalle decisioni politiche.
Oggi c’è una notizia
importante che leggo sul giornale “Il Quotidiano”,
in cui l’onorevole Pacenza e l’onorevole Borrello dicono cose serie sulla
“Madonnina” di Sibari, che diventerebbero
un polo strano per dializzati, come se questa provincia di colpo avesse
concentrato solo nella piana di Sibari tutto il bisogno dei dializzati.
A cosa serve questo,
onorevole assessore? Serve a dare una risposta seria ai problemi della sanità o
è un conflitto di interessi che
dobbiamo arginare per primi? Io
penso che almeno su questo dobbiamo dire una parola chiara, dobbiamo cercare di
dire, come si potrebbe fare in
America o nelle società serie, che chi è impegnato nella politica non può avere
interessi diretti o di parentele affini nelle strutture che usano il denaro
pubblico e il denaro pubblico nella sanità è tanto ed abbondante, da arrivare a
raggiungere oltre il 50 per cento del bilancio regionale – e ne
abbiamo discusso l’altro giorno – un bilancio incapace di avere una programmazione e uno sviluppo, perché
oltre il 50 per cento va in questo
grande pozzo che è la sanità calabrese.
Allora perché oggi, a distanza di quattro anni, facciamo questo
Piano regionale? Credo che non siamo arrivati casualmente al Piano regionale in questo periodo e che neanche
casuale sia la volontà assoluta e forte di chiudere
questa partita in questa fase della vita politica.
Io credo che partiamo dai
grandi buchi lasciati da un certo Filocamo, colui che, usando spesso anche la
carta bollata, aveva affermato a più voci che doveva riorganizzare il sistema sanitario calabrese. In un anno, Filocamo ha fatto l’ira di Dio, tra cambi
di direttori generali e commissari ha
prodotto un vuoto che ci ha portato fuori dal patto di stabilità. C’era il
rischio del patto di stabilità e poi, dopo Filocamo, il quale faceva e
disfaceva, c’è stato il cambio con la venuta dell’assessore, Rossi: pareva che
fosse una illuminazione verso il Presidente Chiaravalloti il fatto che,
accorgendosi dei guasti che questo assessore stava facendo, l’avesse cacciato
via usando le prerogative che la legge gli consente. Ma non era così, il
Presidente Chiaravalloti ha sostituito l’assessore Filocamo dalla direzione
della sanità regionale, ma poi l’ha portato nella sua Locri ad essere
imperatore imperante in tutte le attività e quindi c’è una complicità tra i
danni di Filocamo e la direzione politica della Giunta, che è quella del
Presidente Chiaravalloti.
Oggi
noi stiamo lodando l’impegno dell’assessore Luzzo nella fase precedente e in
questo tentativo di dare uno strumento che sia un Piano sanitario regionale, ma
la sanità non la possiamo giudicare dall’impegno lodevole dell’assessore Luzzo,
la dobbiamo giudicare per l’atto politico che in quattro anni che questa Giunta
regionale ha determinato.
Due
anni fa c’è stata una dimissione, l’assessore Luzzo era impegnato a sanare la
crisi morale che avveniva nella nostra regione dentro l’assessorato al
personale – vi ricordate le carriere facili, i concorsi strani, tutto quel
sistema di rivolta che c’era dentro il personale regionale? –, era impegnato
lì, tentava di dare una legge di riordino di quel sistema. Poi si è detto, per
effetto dei danni procurati da Filocamo, all’assessore Rossi di fare una legge
che tentasse di recuperare le risorse e l’ingenuità, la bontà, la cultura
cattolica dell’assessore Rossi ha tentato di dire “facciamo una cosa più
semplice: blocchiamo gli accreditamenti alle strutture private che sono quelle
che sono il buco più grosso”, ma la rivolta delle strutture private è stata
talmente forte che l’assessore Rossi se n’è andato scappando dalla Calabria e
non l’abbiamo più sentito in questa nostra regione. E’ sparito, l’uomo che era
stato portato qui come il grande cervello della riorganizzazione del nostro
sistema sanitario è sparito perché le lobby lo hanno bloccato.
E poi prende in mano l’assessore Luzzo la nostra sanità, da uomo attento calabrese che conosce i meccanismi pondera un paio di mesi la situazione e poi, nel gennaio o fine anno del 2001 o del 2002, si lancia una voce e si distribuisce un Piano sanitario che non viene consegnato subito al Consiglio regionale. Apriti cielo! Ci ricordiamo, assessore, le grandi manifestazioni di paesi con ospedali di montagna, il dibattito: “C’è, non c’è il Piano sanitario? E’ stato discusso in Giunta? Non è stato discusso in Giunta? Cosa succede?”. Il Piano sanitario di allora era come l’araba fenice e i consiglieri della maggioranza che avevano distribuito quel Piano sanitario ai sindaci e agli amministratori andavano poi a revocarlo, mettendola in grande difficoltà. E’ vero o non è vero, assessore Luzzo, che dalla sua parte politica e dalla maggioranza prima si è distribuito il Piano in giro nella forma più illecita e più clandestina possibile e poi quegli stessi consiglieri regionali andavano a contrastare la politica dell’assessore e il Piano regionale?
E poi
si è continuato, sono incominciati ad arrivare gli assestamenti, il Piano
sanitario, incominciamo le audizioni, si discute su una bozza, ma il cerchio
non si stringeva mai, si parla di una sola azienda sanitaria e non lo sappiamo,
si parla di tre aziende sanitarie, di organizzazione tra ospedale e distretto
territoriale, si parla di tante cose, ma non si sa nulla.
Perché
questo? Perché non arriviamo a qualche settimana fa, quando il Piano sanitario
doveva essere discusso in Commissione e ci pongono il famoso maxiemendamento,
che poi gran parte di quello lo troviamo oggi nella legge sanitaria che stiamo
approvando? Perché? Perché sono saltate le ipotesi di riorganizzazione a
carattere più razionale delle tre Asl o dell’azienda unica sanitaria? Perché
sono saltate queste cose? Anche qui c’è una forza preponderante delle lobby
che comandano la sanità regionale.
Ieri
ed oggi, stamattina i miei colleghi l’hanno detto con eleganza, con fair
play, alcuni anche con durezza, ma noi dobbiamo affrontarlo seriamente il
problema della sanità in Calabria, perché è inconciliabile questa affermazione
introduttiva dell’assessore con il potere assoluto delle lobby in questa
nostra Calabria. Chi è? Mente nello scrivere queste cose l’assessore o è troppo
bugiardo per sostenere le lobby regionali?
Io
credo che ci sia una volontà politica forte in questa Regione e questa volontà
rientra in una situazione di crisi generale. Lo sappiamo tutti cosa significa
la sanità in Calabria oggi, ci stiamo da troppo tempo dentro, quali interessi
rappresenta per i traditori, quali per i sindaci, quali per il personale
medico, per i medici di base, per le strutture collaterali, rappresenta un
movimento di denaro enorme, ma credo che soprattutto – e ci siamo in questa
vicinanza di campagna elettorale – oggi questo Piano sanitario, a cui dobbiamo
dire di no e diremo di no con la maggiore forza possibile, sia una scientifica
operazione politica di controllo del potere regionale della sanità in termini
clientelari del sistema sanitario, perché se leggiamo l’articolo 14 di questa
legge, abbiamo chiaro che siamo di fronte ad una truffa politica della sanità
calabrese. Abbiamo scritto non so quante pagine di buoni propositi e di buone
volontà, ma poi nell’articolo 14 stabiliamo il controllo assoluto della sanità
al Presidente che vince e al suo assessore incaricato.
Guardate,
è vergognoso che a direttore generale ci sia una persona al di fuori di criteri
di selezione e poi nello stesso articolo, quando poniamo i criteri di
selezione, li poniamo al direttore amministrativo e al direttore sanitario,
cioè due coadiutori del direttore generale che sono fortemente vincolati alla
volontà del direttore generale. Il direttore generale non è vincolato, lui
risponde solo al suo referente politico e condiziona la politica dei direttori
e sanitari. E questo non significa l’esclusivo potere politico della sanità ad
un assessore, il quale dice che un direttore generale può essere sospeso o gli
può essere revocato il contratto salvo casi eccezionali di estrema gravità?
Ed io mi chiedo: deve sempre intervenire la questura, i Carabinieri, la magistratura per sospendere i direttori generali che falliscono o c’è la pratica politica che decide la fine di un direttore generale? E mi chiedo: visto che noi abbiamo rischiato di uscire dal patto di stabilità, che abbiamo un buco nero costante della sanità calabrese, questi direttori generali che hanno diretto ed amministrato la sanità e che, probabilmente, andate a ricandidare e ricollocare in quelle posizioni, quando pagheranno il prezzo politico, quando daranno conto dei loro guasti? Mi chiedo: quando un direttore generale fa un appalto truccato, quand’è che pagherà? O quando farà un investimento sbagliato, quand’è che pagherà? O quando chiuderà un reparto per favorire una clinica privata, quand’è che pagherà? Qual è la forma di pagamento che questo personaggio deve fare, assessore? E’ una domanda che le pongo e mi aspetto una risposta. Quel signore pagherà soltanto se fa comodo all’assessore e al politico che l’hanno nominato e, in questa Calabria, chi dirige la sanità dirige i medici che fanno voti, dirige strutture economiche che fanno voti, dirige tutto.
Ecco
perché questo Piano regionale è un imbroglio, non ci dà nessuna prospettiva. Ma
questo Piano regionale ha dell’altro, se vogliamo essere seri, se vogliamo
affrontare la sanità calabrese con grande serietà.
Vedete,
io sono uno che, teoricamente, è per lo Stato e per il pubblico ovunque e
ideologicamente dovrebbe essere contrario al privato. In questa sanità Calabria
sono convintamente e non ideologicamente contrario al privato, perché la cancrena
sta lì, in questo intreccio tra potere politico clientelare che serve la
politica e le possibilità che alcuni soggetti della nostra sanità hanno per
arricchirsi.
Ci sono medici di base eccellenti, bravi, gente che forse possiamo anche santificare qualche volta, ma ci sono altrettanti medici di base che sono lestofanti, che organizzano il sistema sanitario sulla base del pro quo pro che gli proviene se manda in un laboratorio privato cento anziani a cui, invece di un’analisi ne fanno diciotto o se manda quello stesso anziano in quella o in quell’altra clinica.
Lo
abbiamo affrontato questo problema del controllo della medicina di base sulla
destinazione degli assistiti, degli utenti? E quante volte, nonostante diciamo
che abbiamo salvaguardato la spesa farmaceutica, i nostri anziani che non sanno
né leggere né scrivere, né capiscono molto di medicine, vanno per un semplice
raffreddore da un medico e poi vanno in farmacia e si riempiono di una busta di
farmaci? Quante volte? Ma questo non lo paghiamo noi.
E’ qui o non è qui il problema vero della sanità? Ma senza fare demagogia, senza criminalizzare, senza essere giustizialista, soltanto nell’interesse della nostra regione. Quante risorse potremmo risparmiare e quanti giovani potremmo occupare se risparmiassimo delle risorse da questo processo strano, abnorme di accumulazione della ricchezza che passa attraverso la sanità? E’ o non è legato al fatto del privato che attinge e finanzia alcuni – non tutta la categoria – medici di base che sono lestofanti? E’ il primo problema che non possiamo trascurare, è inutile che parliamo di ospedali, ospedali territoriali, di eccellenza, è lì la prima crisi.
La seconda crisi: ma perché
mai in queste belle strutture che abbiamo, che poi non sono così tanto
fatiscenti come sembra, c’è lo scandalismo, ma perché mai noi scientemente
distruggiamo l’esistente? Scientemente, lo facciamo con scientificità. Perché mai avviene questo? Io ricordo, quando c’era
l’Ussl, nasce un ospedale a San Marco Argentano, c’è un’Ussl, lo attrezza di
reparti decorosi, diventa una piccola terra di quel territorio, ci vanno tutti,
è un ospedale efficiente per il territorio. Si modifica la struttura, dalle
Ussl passiamo alle Asl e sapete cosa succede? Che sistematicamente il direttore
generale ora blocca un reparto, poi ne blocca un altro, quell’ospedale è
fallito, è chiuso, sta per essere chiuso, è diventato un ricettacolo di
persone. E la gente di quel territorio sapete dove va? Assessore, lei lo sa
meglio di me: la gente di Roggiano, Sant’Agata d’Esaro, Malvito non va
all’ospedale di Castrovillari, non va alla struttura pubblica di Castrovillari,
ma a Belvedere, a Cetraro, sul Tirreno dove ci sono le cliniche private. E
questa è la mobilità, un discorso scientifico di molti direttori generali per
distruggere il pubblico a favore del privato.
E’
così e se noi guardassimo i resoconti delle mobilità che si fanno nelle varie
Asl, potremmo anche risalire a quei medici di base che destinano a quella
clinica privata o a quel laboratorio privato o a quella farmacia molti dei loro
utenti – una volta si chiamavano pazienti, oggi li chiamiamo utenti.
Ecco
perché questo Piano sanitario è stato prodotto in un modo e lascia lo status
quo. Ci siamo scannati, in questi tempi, se dovevamo difendere gli ospedali
minori, gli ospedali di montagna, abbiamo fatto un pacco di audizioni in cui
credo che se si fossero recepiti quei consigli, avremmo elaborato un grande
Piano sanitario. Ma è carta straccia, tutte quelle audizioni non sono servite a
nulla, tutte quelle proposte non sono servite a nulla!
Allora
come facciamo ad uscirne fuori? Io non lo so, assessore, francamente non lo so,
ma noi alla Calabria qualche segnale positivo lo dobbiamo dare, dobbiamo dire
se questa Giunta regionale lo vuole fare insieme a questo Consiglio, che sulla
sanità bisogna intervenire seriamente e, per farlo, dobbiamo avere elementi di
novità, di innovazione, di rilancio.
Io ho
fatto qualche proposta, ma, per esempio, perché il controllo degli appalti e
degli acquisti non lo affidiamo alla Commissione regionale dell’antimafia, così
sistemiamo e nobilitiamo anche una Commissione che stenta a decollare? Diamo un
compito preciso alla Commissione regionale antimafia per il nesso che ho qui
denunciato, per l’intreccio di profitti su cui possiamo anche non avere la
volontà di caderci, ma rischiamo di farlo.
Perché
non diamo, per esempio, il monitoraggio degli appalti degli acquisti alla
Commissione regionale antimafia? Potrebbe essere una soluzione positiva. E
perché non obblighiamo le Asl a dismettere quelle proprietà che non sono
funzionali ai loro compiti istituzionali? Mi sa che ci sono aziende sanitarie
che posseggono grandi proprietà immobiliari, grandi terreni. Oppure perché non
pensiamo di istituire una Commissione regionale per l’accreditamento professionale
di eccellenza? Credo che qualche segnale lo dobbiamo dare.
O, per esempio, quando diamo il segnale dell’intervento per chi subisce un infarto, si parla dell’intervento di angioplastica, possiamo pensare di risolvere questo problema soltanto mettendo due interventi a Reggio Calabria, uno a Catanzaro e uno a Cosenza e poi non affrontiamo il problema che un infartuato ha, sì e no, tempo un’ora e mezzo per salvarsi e noi dobbiamo risolvere il problema di come questo infartuato possa essere raggiunto da una unità di assistenza, che sia un’ambulanza o un elisoccorso?
E’ un
problema, perché altrimenti l’infartuato del paese di montagna è di serie B,
muore! E’ fortunato chi è vicino a un ospedale! Il collega Tripodi è stato
fortunato perché si trovava all’ospedale, forse non l’avremmo qui; noi gli
auguriamo lunga vita.
Ma i
problemi non si annunciano soltanto, si risolvono concretamente. E su questo
una razionalizzazione vera del soccorso immediato, tra elisoccorso e “118”, la
vogliamo razionalizzare seriamente?
Per
esempio, io sono un ammalato di diabete. E’ possibile che questa malattia, che
è la più diffusa d’Italia e forse del mondo occidentale perché è la malattia
del benessere, sia completamente disattesa dal nostro Piano? Si annuncia
qualcosa così. Ma perché non potenziamo questo servizio? E’ la malattia che
coinvolge la gran parte della popolazione italiana e occidentale ed è la
peggiore, perché mangia il corpo umano, lo disintegra negli organi. Perché non
interveniamo seriamente su questo? Perché non organizziamo seriamente un
servizio in questo campo?
Io
credo, onorevole assessore, che con tutta la sua volontà qui non abbiamo avuto
risposte e non le abbiamo avute non perché non siate in grado di darle o di
organizzare seriamente un Servizio sanitario regionale. Certo, con tanti medici
che abbiamo qui dentro, forse qualcosa di più avremmo potuto anche dirla,
undici medici consiglieri regionali, mi pare, e penso che competenze così alte
avrebbero potuto dare un grande contributo, basterebbero loro a farci fare un
bel Piano sanitario regionale.
Ma
perché non lo affrontiamo seriamente? Perché tutto deve essere status quo:
nella Piana di Gioia Tauro devono continuare a vivere quelle strutture
ospedaliere, nella Piana di Sibari dobbiamo potenziare qualche altra clinica
privata, poi ci sono le Rsa da incentivare, poi dobbiamo riorganizzare qualche
altro intervento per fare un altro po’ di potere politico, potere clientelare e
speculazione economica. Allora la sanità va avanti in questo modo!
Eppure
noi abbiamo grandi competenze, grandi professionalità; la Calabria, se
ricorresse ai saperi ed alle competenze che ha, potrebbe diventare una regione
di eccellenza sul piano sanitario. I nostri medici calabresi sono professori
illustri nel mondo e noi, per quella cultura del profitto, dell’interesse e
della speculazione, non diamo loro le condizioni per sopravvivere ed andare
avanti.
Io credo che in questa situazione una sola cosa dovremmo cercare di garantire, ché attorno alla sanità ci vive anche gente di lavoro comune, ci vivono autisti, cuochi, ausiliari vari e credo che in questa nostra sanità, dove non solo i medici o i paramedici hanno la legittimità di essere titolari di un ruolo nel sistema sanitario, noi non possiamo – e qui entriamo in quella che è la logica della privatizzazione lombarda – pensare che tutto il resto venga dato in mano alle società di gestione.
Noi abbiamo avviato una sanità che affida il servizio di ambulanza ai privati con la fedina penale sporca, affidiamo i servizi di pulizia delle strutture a società che ci vengono da fuori, ma assumono per conto di politici locali e con grande forze speculative. Cioè, noi abbiamo affidato le gambe – e non le mani e il cervello –, quelle che dovrebbero gestire la nostra sanità, ad un meccanismo perverso che anche su quello porta alla speculazione e al profitto.
Ecco allora che il mio voto sarà sicuramente contrario a questo Piano sanitario e credo che abbiamo perso un’occasione per parlare alla Calabria. Probabilmente la maggioranza incasserà questo voto, nominerà i propri direttori generali, i direttori generali ricatteranno i primari, i primari faranno voti, rivincerete questa campagna elettorale perché questo è l’obiettivo, però alla fine non so se saremo una Regione distaccata dal sistema sanitario nazionale ed europeo oppure saremo in qualche fossa a leccarci le ferite per un disastro inevitabile, fatto nel nome della speculazione di pochi contro l’interesse della salute e di tanti milioni di cittadini.
PRESIDENTE
Ha
chiesto di parlare l’onorevole Incarnato. Ne ha facoltà.
Quando si affronta un tema
così importante come quello della sanità, credo che l’approccio debba essere il
più razionale e il più oggettivo
possibile, sapendo che si tratta di un sistema complesso, difficile, dove credo
che nemmeno gli addetti del settore potrebbero
essere in condizioni di avere una visione
completa rispetto ai temi e allo scenario della sanità calabrese.
Quindi, il mio approccio a
questo problema si fa carico di questa premessa
che, a mio avviso, è dovuta anche nel rispetto del lavoro svolto e delle parti
che hanno avuto modo di confrontarsi
su questo tema e quando un sistema, qualsiasi esso sia, sanità o altri settori
della vita quotidiana, è imperfetto, credo
che non ci siano singole responsabilità, ma responsabilità collettive e laddove
vi è un sistema imperfetto, le cose non funzionano.
Dunque,
ognuno di noi credo debba avere in mente l’idea di approcciarsi a questo
problema, pensando di portare a compimento un sistema che non sia imperfetto,
ma che sia quantomeno accettabile, per non dire perfetto. E siccome questo
della sanità è un tema non immune da fattori esterni e da condizionamenti e
mutamenti sociali che, in qualche modo, intervengono nella vita quotidiana, si
rende oltremodo difficile partire da una condizione di grande negatività, per
ricondurre ad una posizione di grande positività un settore come quello
calabrese.
Allora
tenterò nel mio intervento – spero breve – di partire dall’inizio, dalle
premesse che hanno visto caratterizzare la discussione in Aula, nelle
Commissioni e nei vari dibattiti pubblici.
Ricordiamo
tutti che siamo partiti con un Piano sanitario che nasceva all’insegna di un
grande rigore che riguardava gli “ospedali fotocopia”, un sistema sanità che
non era più accettabile, che spendeva troppo e male, un’impalcatura
istituzionale che non rispondeva alla logica dell’organizzazione perfetta del
sistema sanitario. Cioè, siamo partiti con un forte messaggio rispetto a questo
piano e debbo dire che, durante il percorso che abbiamo vissuto assieme tutti,
il piano ha visto confronti e maturare convincimenti. Io sono stato fra quelli
che hanno sostenuto che le premesse del Piano sanitario erano nobili,
importanti, che raffiguravano una situazione calabrese non più sostenibile e
che era necessario, quindi, mettere in campo azioni forti affinché si
tamponasse una situazione insostenibile e si tentasse di rilanciare una
situazione di proposta sul Piano sanitario che desse non solo misure di
rigidità, ma andare oltremodo verso una prospettiva propositiva.
Quindi,
l’atto del piano io lo traduco in due fasi: da un lato, il cosiddetto piano
triennale che è dovuto, ordinario, che la Regione deve fare per necessità;
l’altra l’ho definita una fase straordinaria perché doveva, in questo momento e
non dopo, affrontare i termini della questione in modo più appropriato, più
aggressivo, più puntuale rispetto a quelle che sono le emergenze di questo
settore della sanità.
Credo
sia già in corso d’opera, a prescindere dal piano, e siano state messe in campo
delle misure che hanno modificato sostanzialmente la spesa in questa Regione e
credo che vada dato atto anche al centro-sinistra che in questi interventi
abbiamo dato la nostra disponibilità, abbiamo mosso il senso della coscienza
per fare in modo che queste cose venissero a modificarsi.
Quindi,
se quella era la fase in cui c’era bisogno e se questa è la fase in cui c’è
bisogno di fare un Piano sanitario che sia straordinario per il periodo in cui
cade, per le necessità che ha il settore calabrese, per le prospettive che ci
aspettano rispetto al futuro prossimo, credo che dobbiamo fare in modo che
ognuno per la propria parte assuma atteggiamenti costruttivi.
Chi
come noi ha cercato di vivere questo momento di discussione sul Piano sanitario
in maniera intensa, impegnata, ha notato che ci sono molti interrogativi che si
sono posti nella società, soggetti che erano interessati, operatori, cittadini
che sono comunque in attesa di sapere qual è la soluzione di una proposta
politica del Piano sanitario calabrese.
Allora
io speravo – e spero – che il Piano sanitario desse un messaggio di
controtendenza. Che significa controtendenza? Che nel settore della vita
quotidiana la scelta politica, spesso, in questi anni, ha orientato la sua
attenzione su coloro i quali sono erogatori dei servizi, non già rivolgendosi
necessariamente in maniera opportuna a chi usufruisce dei servizi. Cioè abbiamo
fatto, in questi anni, queste scelte, ovvero la politica spesso si rivolgeva a
questi soggetti e non a chi erano coloro i quali usufruivano dei servizi, in
modo particolare nella sanità, quindi una sorta di azione predominante che
guardasse con più attenzione alla centralità dell’individuo, quindi coloro i
quali usufruiscono dei servizi nella sanità.
Tornando
un po’ al dibattito, credo che vada dato atto all’assessore Luzzo, almeno per
la parte che mi riguarda, che in questi mesi non si è mai sottratto al
confronto, non ha mai rinunciato ad affrontare platee e confronti con le varie
forze politiche e credo che anche lui da questi dibattiti abbia tratto dei
convincimenti ed abbia anche condiviso assieme a noi che, forse, alcune cose in
questo settore della sanità andavano, sì, modificate, ma che meritavano una
gradualità, un ragionamento più graduale, perché io sono fra quelli che
sostengono che, quando ci sono dei settori o degli impianti che operano in un
settore, specialmente in quello della sanità, che per anni è consolidato,
difficilmente si può stravolgerlo mettendo in campo uno strumento o
un’alternativa che possa modificare sostanzialmente quello che è esistente.
Questo
diventa difficile perché i tempi delle verifiche poi diventano difficili.
Credo
che quella prudenza a cui abbiamo fatto sempre riferimento, dandone atto
all’assessore Luzzo, ha portato già ad un primo risultato che noi riteniamo
importante. Poi vediamo cosa c’è da costruire attorno a questa scelta di
consolidamento rispetto all’attuale quadro istituzionale, che è quella di avere
eliminato quella proposta dell’azienda unica regionale, che avrebbe sottratto
quantomeno al territorio il principio del decentramento, che dà la possibilità
ai territori di essere presenti e specificatamente dare i contributi rispetto
allo scenario nuovo che abbiamo davanti.
La
scelta delle undici aziende credo abbia rispettato questo principio, fermo
restando quella prudenza a cui ho fatto riferimento, ché le undici aziende oggi
hanno rappresentato, comunque, un momento di partecipazione del territorio, una
centralità e una visibilità forte che penso sappia assolvere il principio del
decentramento.
Allora
qual è il punto sul quale dobbiamo riflettere attentamente? Che aver mantenuto
questo modello istituzionale, per le cose che abbiamo detto e per i
convincimenti maturati, credo non ci debba fare stare tranquilli, ma semmai far
capire se la necessità di tentare di modificare il modello istituzionale
attuale è legato alla mancanza di risultati, mancanza di efficienza dei
risultati. Ciò comporta una riflessione attenta su quelli che sono i correttivi
da individuare rispetto all’attuale modello istituzionale.
Se ci
sono le undici aziende e non hanno funzionato bene, se ci sono stati parametri
troppo elastici rispetto alle attività delle aziende sul territorio, beh,
bisogna fare in modo che individuiamo quali sono le diverse condizioni per le
quali bisogna ricondurre in un clima di correttezza e di maggiore trasparenza
le attività delle aziende sanitarie, perché siamo oggi in fase di discussione generale,
fra non molto affronteremo l’articolato
del piano, non possiamo limitarci solo e soltanto
a delle affermazioni di
principio, ché questo non aiuterebbe la politica, non aiuterebbe tante attese
che sono fuori da quest’Aula che aspettano, appunto, che ci siano risposte
rispetto ai problemi che abbiamo. Quindi alla fase di principio bisogna far
seguire una fase di concreta attuazione.
Allora,
per quanto mi riguarda, perché ho sempre tentato di dare coerenza alle
affermazioni di principio e alla concretezza, quando sostengo che undici
aziende sono quelle che, a mio avviso, possono dare alla Calabria un sistema
sanitario adeguato, dall’altro lato mi rendo conto che queste undici aziende
hanno un limite: non hanno un’interrelazione a rete fra di loro, non c’è
all’interno delle aziende una capacità di analisi di quelli che sono i costi e
i servizi offerti, in altre parole in questa Regione non abbiamo, purtroppo,
mai istituito un vero sistema di controllo. Controllo significa avere la
capacità, la possibilità di individuare in un’azienda le attività che vengono
svolte, se ci sono risorse che vengono spese male, se ci sono risorse che vanno
ad essere aggiuntive a quelle programmate, tutto un sistema che oggi non siamo
in condizioni di controllare.
Allora perché spingo fortemente sul tema dei controlli? Perché abbiamo avuto – e spero sia una pagina chiusa – una situazione nelle undici aziende, dove i direttori generali – lo ricordava prima il collega Guagliardi – hanno fatto e disfatto.
Non
entro nel merito delle nomine, perché anche qui ci sarebbe un capitolo sul
quale discutere, ma ritengo che se la politica deve avere il governo e il
controllo delle cose e che una parte politica vince per governare una Regione,
è giusto che possa esprimere un gradimento di fiducia indicando un direttore
generale di un’azienda, perché la parte politica che governa se ne assume la
responsabilità e fino in fondo. Quindi non entro nel merito di questa
questione. Ritengo, invece, che ci devono essere degli equilibri di potere che
vengono a determinarsi in un rapporto delicato che è quello della sanità, dove
ci sono una miriade di interessi e, aggiungo, anche di conflitti di interesse
che credo vadano regimentati in maniera opportuna.
Credo
che noi su questo dobbiamo fare una riflessione, se ritenete opportuno che ci
possa essere in questo sistema sanitario un maggiore controllo rispetto alla
qualità e alla spesa. E quando parlo di qualità, mi riferisco al fatto, per
esempio, che ci sono reparti negli ospedali con dei primari che negli anni non
fanno registrare delle punte di crescita o delle punte di qualità del reparto. Questo
controllo, purtroppo, non avviene o, se avviene, succede con molti anni di
ritardo, perché non siamo in condizioni di avere dati talmente aggiornati per
stabilire cosa sta avvenendo nell’ospedale di Cosenza – cito il problema perché
è la mia città – nell’anno 2004, nel mese di febbraio, cosa sta avvenendo sulla
spesa e sui servizi che questi eroga.
Questo
è un punto sul quale credo che bisogna riflettere, perché noi abbiamo bisogno
anche qui, di qualcos’altro, assessore – e lei, che è una persona molto aperta
e disponibile, sa di cosa stiamo parlando – dato che abbiamo un rapporto col
cittadino molto difficile. Il cittadino, spesso, non è vero che non è
interessato alle cose, forse la politica lo tiene distante dalle cose, ma
l’informazione anche sulla sanità purtroppo è scarsa, non è che in tutte le
famiglie c’è internet e, ammesso che ci sia, nessuno oggi è in condizioni di
poter entrare nel sito della sanità calabrese e stabilire quali sono i servizi
che vengono erogati e quant’altro.
Quindi
un’informazione con la possibilità di raccolta di dati interessanti che possano
essere anche di fruibilità rispetto al settore stesso.
Questo cosa comporta? Stabilire quali sono le punte di eccellenza o di crisi che in questo settore e in questa regione ci sono.
Noi abbiamo una necessità, a mio avviso, che è quella di pensare se oggi – e se non ricordo male, ho detto nella Commissione che mi sono posto tre domande - noi volevamo un piano strategico, un piano possibile o un piano qualsiasi. Io mi permetto di dire oggi, sulla base di quello che è stato il dibattito e le sue conclusioni, sulla base di quelle che sono oggi le condizioni di discussione – poi l’assessore non sarà d’accordo con me, magari – che definisco questo Piano sanitario un punto zero dal quale si parte, cioè un piano che mette a regime alcune questioni, che tenta di risolverne altre, parte con una forma di grande volontà di rigidità, poi in corso d’opera viene in qualche modo bonificato, come è giusto che sia, quindi oggi abbiamo di fronte a noi questa condizione di un piano che non dà quelle risposte forti, che tenta in maniera timida di rilanciare un discorso sulla sanità, riparte da una condizione, così l’ho definita io.
Io
non sono per la rigidità, me ne guarderei bene, ma credo che noi dobbiamo capire
qual è il punto di osservazione che possiamo mettere in campo sulla sanità in
Calabria, perché noi abbiamo purtroppo fra un anno, fra due anni – e di questo
bisogna tenerne conto – dei mutamenti sociali che possono intervenire per
qualsiasi ragione, mutamenti scientifici che avvengono giorno per giorno. Noi
abbiamo un mondo globale che agisce fortemente sulla ricerca, sulla tecnologia,
cioè quello che è valido oggi non è valido domani, il che significa che siamo
costretti costantemente ad andare a rincorrere modifiche e noi che siamo
legislatori che abbiamo in mano il potere di legiferare, non possiamo bloccare
un processo di crescita scientifica o mutamenti sociali non rispondenti ai
bisogni in un settore strategico come la sanità.
Questo
è un punto che elimina la rigidità e mette in campo, però, una strategia che è
politica, di scelta politica, e che diventa anche economica per una regione
come la nostra, il che significa che abbiamo bisogno di capire se abbiamo una
sorta di occhio magico che guarda alla sanità, che guarda al contesto generale
e rapporta questi ai mutamenti che abbiamo.
Ecco
perché credo che bisogna stare attenti a non definire questo piano
l’eccellenza, ma un punto di partenza che terrà conto anche delle disfunzioni
che ci sono, ma dico anche di tentare con ambizione di rilanciare fortemente il
settore della sanità, quindi dare anche qui una sorta di ambizione ad una
regione che vuole competere.
Allora
la metodologia dei piccoli passi, questo è il significato, e male non abbiamo
fatto a parlare di queste cose perché credo che noi sappiamo perfettamente che
questo settore, appunto per le premesse fatte, non è facile, è complesso,
difficile da governare. Una cosa è certa, però: l’attuazione delle scelte deve
essere messa in atto efficacemente, non bisogna stare nel galleggiamento
bisogna stare attenti, perché nelle aziende, cioè quelle che subito dopo
attueranno le linee-guida, il piano, avvengono, caro Presidente, le discussioni
degli emendamenti che si sono determinati in Aula, che possono avere anche
riflessi negativi. Su questo bisogna stare molto attenti, perché se oggi, in
quest’Aula, rischiamo di far passare alcune cose, credo che danneggiamo i
territori. Ecco perché dico con rigidità, in questo senso, non nell’altro.
Allora
sappiamo che abbiamo il problema culturale, che non vogliamo stare fermi e non
vale nulla, ma c’è un altro aspetto che voglio toccare stamattina in questo mio
intervento, e credo che l’assessore converrà con me. Noi in questa regione,
quando mettiamo a separazione la sanità con i servizi sociali, facciamo un
grave danno al sistema complessivo, perché sfido chiunque a fare una
valutazione dei costi per quello che va al laboratorio di analisi dell’ospedale
a fare la fila – parlo dell’anziano, in questo caso, e se non erro, i dati
portano circa 600 mila anziani in Calabria che hanno, purtroppo, problemi di
rapporti costanti, giornalieri con le strutture pubbliche e private e non hanno
un supporto di carattere sociale a cui possono fare riferimento -…
Allora
una legge sui servizi sociali che tenta di operare separatamente da un contesto
della sanità credo sia un grande errore che stiamo commettendo in questa
Regione e penso possa sottrarre risorse importanti al settore della sanità, che
non deve essere inteso solo come settore ospedaliero, come diciamo in tutte le
occasioni, ma un sistema, appunto perché si chiama sistema a rete della sanità,
significa mettere in condizioni il cittadino di poter usufruire dei servizi
socio-assistenziali e socio-sanitari in una maniera organizzata e sinergica,
badando molto alla spesa che questo comporta. Questo significa mettere a rete
la struttura sanitaria con la struttura tipo servizio sociale.
In
questo senso, bisogna riflettere attentamente affinché non venga a consumarsi
altro errore di questo tipo.
Io,
che sono tra quelli che hanno sostenuto da sempre che la sanità è un diritto
pubblico, mi permetto di sottolineare che questa affermazione tiene conto della
possibilità che in questo settore ci possa essere, come in altri settori vitali
della Calabria, il concetto del diritto pubblico inteso come risorsa spendibile
a favore dei cittadini, sia esso usufruito attraverso strutture pubbliche, sia
esso usufruito attraverso strutture private. Questo, però, non deve far
confondere quello che è il concetto della spesa che può essere indirizzata in
una struttura pubblica o privata, a prescindere dall’efficienza o da quello che
è il sistema relazionale tra pubblico e privato.
Questo
non è accettabile, chiaramente il cittadino deve essere garantito, deve avere
il diritto alla salute, a prescindere se lo fa in una struttura pubblica o
privata, ma questo non può essere un terreno sul quale si misurano non delle
azioni concertate e delle sinergie sui servizi da erogare, ma interessi che, a
mio avviso, vanno a compromettere tutto il sistema che, a sua volta, poi salta
perché le regole non vengono più a rispettarsi.
Allora
noi abbiamo dei momenti di aggregazione che vanno rispettati e abbiamo dei
punti forti su cui bisogna agire affinché le cose vengano a determinarsi in
maniera positiva.
Questo che significa? L’abbiamo detto: abbiamo i direttori generali che sono quelli che hanno splafonato la spesa, abbiamo la farmaceutica che comunque ancora non è stata rivisitata opportunamente, abbiamo – come dicevo prima – il privato che interagisce nel pubblico non in maniera sinergica, non in maniera opportuna, ma occupando spazi che spesso rasentano – uso questo termine – anche la decenza. Qualcuno mi ricordava tempo fa, per esempio, che in alcune cliniche di maternità, guarda caso, su cento ricoveri, l’80 per cento sono parti cesarei. A me questo suona male: possibile mai che tutte le partorienti che vanno in quella clinica hanno bisogno del parto cesareo?! A me risulta strana questa cosa, vuol dire che manca qualcosa nel sistema che non fa eliminare questi problemi.
E
così come le emigrazioni, i cosiddetti viaggi della speranza, perché mi dicono
– non so se sia vero, può darsi che stia sbagliando perché mi hanno riferito
una notizia – che le patologie che spesso ricorrono per le emigrazioni, per i
viaggi sono anche semplici, tipo operazioni alle tonsille, appendicite per i
bambini, cioè quasi c’è una sorta di sfiducia da parte del cittadino verso le
strutture calabresi, ché si sentono più garantiti ad andare fuori della regione
e quindi con dei costi non indifferenti.
Chiaramente
c’è l’altra parte, quella vera, i viaggi della speranza, in questo senso gente
che vuole andare fuori perché si sente più garantita e trova strutture che
sanno dare più risposte. Ma anche qui dobbiamo fare in modo che venga a
determinarsi una sorta di sfida affinché la Calabria possa determinare una
cultura di fiducia nei confronti dei medici e degli operatori calabresi, che
sono comunque bravi, c’è molta gente brava, e dall’altro lato mettere in campo
un progetto ambizioso affinché venga dotata la Calabria di punti di eccellenza
con strumentazioni all’avanguardia che diano la possibilità al cittadino di
sentirsi più garantito.
Questo,
tradotto in termini pratici, significa costi e benefici che una Regione deve
badare e non può farne a meno.
Anche
qui – e chiudo sull’ultimo punto – mi sembra di aver capito, assessore, mi
corregga se sbaglio – che c’è una nuova filosofia che mi sento di condividere:
quando si parla delle Province, c’è un parametro nazionale che stabilisce che
una provincia può essere tale se ha un ics numero di abitanti. Io trovo antico
questo metodo, perché una Provincia può essere con 100 mila abitanti, ma può
avere un’economia forte, un tessuto economico all’avanguardia, una situazione
particolare affinché possa essere candidabile, anziché un’altra provincia con
200 mila abitanti che ha altre condizioni.
Perché
ho fatto questo esempio? Perché anche qui credo che dobbiamo incominciare a
stabilire – e questo, purtroppo, non credo oggi sia possibile – quali siano
veramente le patologie che ci sono in questa regione, perché quando facciamo un
riparto di posti letto, spesso vengono fatti pro capite e vengono
assegnati al territorio in base a quelli che sono gli abitanti. Io ho
l’impressione che questo tipo di suddivisione possa comportare una formula
matematica che potrebbe essere sicuramente un metodo, non discutibile perché è
così, ma credo che ci sia bisogno di andare ad individuare dei bacini con studi
sulle patologie da affrontare ché, magari, in quella realtà necessita una
risposta più forte da parte del sistema sanitario. Cioè, in questo senso,
dobbiamo avere la capacità, voi dovete avere la capacità di avere un quadro
dettagliato delle patologie calabresi,
capire perché avviene in un determinato territorio una patologia più
frequentemente anziché un’altra.
Perché
dico questo? Perché a me sembra strano, per esempio, immaginare di fare una
clinica antiustioni, un ospedale per grandi ustioni in un posto dove non c’è,
magari, un punto che provochi questo. Vi ho fatto un esempio in questo senso,
con molta umiltà faccio questi esempi. Questo significa che in alcune realtà ci
sono cliniche convenzionate e ospedali che spendono fior di quattrini, per esempio,
su reparti di maternità – uso questo termine – quando sappiamo che le nascite
incidono sulla spesa complessiva e sulla popolazione in maniera molto più
bassa.
Allora
sarebbe il caso di rivedere anche questo tipo di distribuzione dei posti letto,
assegnandoli in base alle patologie, perché possono essere, in casi
particolari, più necessari in altri posti. Questo per ragionare in termini
complessivi come Calabria, non facendo discorsi di parte.
Chiudo,
dicendo che c’è stato un merito in questo ragionamento, quello di aver fatto
discutere molto sul Piano, sulla necessità del Piano, sui suoi obiettivi, sulle
priorità, questo significa avere bene in mente quello che vogliamo.
Chiudo
sottolineando un aspetto semplice: se questo Piano – come dicevo – è il punto zero,
noi abbiamo ancora da affrontare la seconda e terza fase, che chiaramente non
sono affrontabili oggi, però se l’ambizione da parte vostra è quella di
rilanciare il settore della sanità, noi abbiamo il nostro interesse affinché
questo avvenga, proprio per evitare che da qui a poco non siamo in condizioni,
nemmeno fra un anno, fra due, quando sarà il prossimo appuntamento, di
verificare i risultati di questo piano. Sarebbe un danno enorme per la Calabria
e per l’intera regione.
Quindi
su questo Piano speriamo quantomeno ci sia un confronto di merito, oggi in
Aula, sugli emendamenti e che possano, in maniera ragionevole, passare quelli
che, a nostro avviso, sono utili e funzionali a quello che è il bene della
sanità calabrese, come appunto quello che riguarda l’ospedale di Mormanno.
Lo
cito come esempio perché l’ospedale di Mormanno, come tutti sapete, è un
ospedale che vent’anni fa ha fatto una scelta, riconvertendosi in ospedale di
specialità. Già allora c’era l’allarme della spesa, degli “ospedali fotocopia”.
Stiamo attenti perché non dobbiamo ricondurre l’ospedale ad un ospedale
normale, perché se no tra i princìpi e l’azione ci contraddiciamo, perché
l’ospedale di Mormanno era fra quelli che doveva essere, insieme ad altri, da
riconvertire. Questo è un ospedale che già si è riconvertito, credo che sia
assurdo pensare di farlo tornare indietro. Il che significa che questo è un
emendamento, per esempio, che ci permettiamo di sottoporre perché riteniamo che
sia giusto difendere un principio di un ospedale che oggi si trova ad avere una
specializzazione degna dei princìpi a cui lei, in premessa del Piano, la volta
scorsa ha fatto riferimento.
PRESIDENTE
Ha
chiesto di parlare l’onorevole Pirillo. Ne ha facoltà.
Signor Presidente, assessore, colleghi, il Piano sanitario regionale che stiamo discutendo ha avuto un lungo, oserei dire lunghissimo, travaglio, nel senso che, appena si è insediata questa maggioranza di centro-destra, l’allora assessore Filocamo ha fatto – con se stesso, immagino – una scommessa di presentare un nuovo Piano sanitario perché quello approvato nel ’95 era ampiamente superato e scaduto.
Beh, ci sono state tantissime iniziative, probabilmente ci sarà stato anche un approfondito studio, però quel Piano non è mai venuto in Commissione, anzi ricordo che dopo tantissime peripezie siamo riusciti ad averlo in terza Commissione, dove, per la verità, si era creato anche uno stato di tensione con l’assessore Filocamo che poteva sfociare anche in situazioni certamente non gradevoli.
Dimessosi Filocamo, viene nominato Rossi: stesso impegno, stessi proclami,
però abbiamo visto una magnifica relazione preliminare che ha presentato
in Consiglio che, obiettivamente, aveva messo in serie difficoltà noi della opposizione,
quindi una fotografia della situazione della sanità della nostra regione fatta con dovizia di
particolari, ma soprattutto con grande rigore.
Dopo diverse sedute di
Consiglio, se ricordo bene, quella relazione non ha avuto neanche l’approvazione
del Consiglio regionale, alla fine – diciamolo francamente – anche Rossi fu
costretto a dimettersi. Un breve interim di Chiaravalloti, non si è
parlato ovviamente di Piano sanitario,
e viene nominato assessore Gianfranco Luzzo, il quale arriva oggi con una
ipotesi di Piano sanitario passata –
siamo nella sua stesura quasi complessiva –
dalla terza Commissione dopo un lungo iter travagliato e devo dire che
l’assessore Luzzo aveva ed ha le idee chiare sulla sanità della Calabria.
Noi non abbiamo mai espresso un giudizio sulla prima stesura, quando l’assessore Luzzo voleva realizzare in Calabria un’azienda sanitaria unica insieme a tre aziende ospedaliere. Era una base di discussione che aveva un fine, quello di contenere la spesa, di ridurre probabilmente gli sprechi, di evitare che i direttori generali, incaricati di guidare le aziende sanitarie ed ospedaliere, potessero fare quegli errori – meglio che li chiamiamo così! – che hanno portato al grande dissesto finanziario della sanità nella nostra regione.
Non possiamo, comunque, non dare merito all’assessore Luzzo, però dobbiamo necessariamente sottolineare che questa sua ipotesi, per ragioni di composizione della maggioranza, è stata superata, per cui torniamo, sotto elezioni provinciali ed europee, ad una stesura nuova del Piano sanitario regionale che vede gli stessi ambiti territoriali delle aziende sanitarie e le stesse aziende ospedaliere ed universitarie. Anzi, devo dire che l’assessore Luzzo può affermare che questo rappresenta un equilibrio, una mediazione all’interno del centro-destra, rappresenta però un momento che non dà risposte. La colpa, ovviamente non è sua e non perché è presente qui in Aula e quindi è doveroso dirlo, ma la verità vera è che la mediazione forte all’interno del centro-destra ha portato ad una stesura che ampi settori di questo schieramento non condividono, perché tante cose che nel progetto di legge sono previste non sono condivise. Sotto elezioni, però, bisogna dare alla Calabria un Piano sanitario, siamo alla fine della legislatura e ne abbiamo cominciato a parlare all’inizio, ecco che abbiamo un Piano su cui oggi dovrà esprimersi il Consiglio regionale della Calabria.
Io chiedo all’assessore,
lo chiedo anche al relatore e a tutti coloro i quali hanno
approvato il piano: finiscono i viaggi
della speranza? Da una lettura approfondita, credo che i viaggi della speranza non
finiscano, che anzi, addirittura, continuino e che, per le difficoltà che qui sono state espresse e che non
voglio più ripetere, sia
un Piano che non ha le risorse adeguate per essere realizzato.
Il Piano sanitario, che
ha una durata triennale,
dovrebbe ripartire
le risorse per l’attuazione in tre esercizi finanziari, ma è stato ricordato qui che dal 2005 il governo della sanità
avviene attraverso le risorse della Regione Calabria.
Guardate,
proprio l’altro giorno abbiamo approvato un bilancio che molti colleghi hanno
definito tecnico, ma è un bilancio ingessato. Vorrei capire, allora, come è
possibile attuare questo Piano sanitario senza risorse o con le risorse che
dovessero venire dal bilancio della nostra Regione, perché non abbiamo
quantizzato il debito pregresso, ci sono ipotesi di varia natura, c’è chi parla
di 2 mila miliardi di vecchie lire, chi di 1.500 miliardi, però noi – e lo
chiediamo all’assessore se non l’ha detto, ma se l’ha detto, vi chiediamo di
ripeterlo – vorremmo sapere quanto sia fino ad oggi il debito.
Perché
non è un piano adeguato alle esigenze della sanità della nostra regione? Perché
ci sono delle eccellenze, ci sono comunque delle strutture in grado di
affrontare e risolvere alcuni problemi di carattere sanitario, però queste
strutture spesso vengono trascurate.
Sarò,
forse, l’ennesimo consigliere regionale che parla di Mormanno, personalmente
per ragioni familiari sono stato costretto a scoprire che a Mormanno c’è un
centro di eccellenza, c’è una unità operativa di riabilitazione
cardiorespiratoria che va recuperata, che è stata istituita con atto
deliberativo aziendale e che non è stata mai compresa nel Piano sanitario
regionale, che, per ragioni probabilmente di opposizione a quella
realizzazione, ma è una unità operativa, egregio assessore, fatta insieme a
sedici posti letto di medicina interna.
Allora, se non recuperiamo queste, se non recuperiamo – e lo dico per un fatto di collegamento mentale e logico – anche strutture private – io non sono contro le strutture private – come quella del “Sant’Anna” di Catanzaro, dove – ecco il collegamento – fanno interventi per l’aneurisma dissecante dell’aorta e quindi la riabilitazione, poi a Mormanno, sicuramente non faremo delle buone scelte.
Colleghi, queste sono le strutture di cui ha bisogno oggi la Calabria, siano esse private, siano esse pubbliche, ma la cosa più importante è che nel pubblico ci sono anche delle grandi e magnifiche eccellenze. Però credo che avremmo dovuto fare una maggiore e migliore riflessione, addirittura più approfondita, per tentare di eliminare all’interno delle aziende sanitarie ed ospedaliere quelle situazioni che hanno provocato il buco finanziario, che hanno provocato la riduzione dei livelli di prestazione, anche a livello territoriale.
Io ricordo che la “833” del ’78, su cui poggia comunque il Servizio sanitario nazionale e regionale, individuava tre momenti importanti (la prevenzione, la cura e la riabilitazione), assegnando al territorio un ruolo notevole, con il filtro che doveva venire attraverso le strutture periferiche territoriali.
Oggi assistiamo ad uno sfoltimento delle strutture territoriali. Molti di voi sanno che io sono stato Presidente dell’allora Ussl di Amantea, onorevole Torchia, dove abbiamo assunto cinque tecnici di radiologia e tre specialisti radiologi. Oggi ci sono per la radiologia un solo tecnico ed un solo medico che non riescono – assessore, vorrei che mi ascoltasse – a soddisfare le richieste che poi vengono soddisfatte dall’ospedale, con un aggravio di spesa, con un dispendio di energie.
Allora avremmo dovuto potenziare – e non lo facciamo con questo Piano sanitario regionale – le strutture di periferia, i day hospital, i poliambulatori che si assottigliano sempre di più e vengono disperse le risorse per fare consulenze. Ci sono aziende sanitarie in Calabria che hanno consulenze con pseudo-professori che vengono da altre regioni, il cui livello – e me ne assumo tutte le responsabilità – è ben al di sotto delle professionalità che abbiamo all’interno delle aziende sanitarie.
E poi sono contento che passi il Piano sanitario, anche se voterò contro, però sono contento perché, finalmente, faremo chiarezza anche sui controlli sui collegi dei revisori dei conti. L’assessore Luzzo potrà controllare, come possiamo farlo ognuno di noi, che in alcune aziende sanitarie sono stati ricostituiti i collegi dei revisori dei conti con una segnalazione dell’assessore Filocamo. Questa è materia penale, perché supera il Consiglio regionale e sopperisce ad una manchevolezza del Consiglio, assumendo arbitrariamente una decisione che non competeva all’assessore.
Allora, forse c’è – come c’è stata anche in passato – una cattiva valutazione sui fabbisogni della sanità nella nostra regione, mi riferisco soprattutto per quanto attiene agli investimenti e all’acquisto di nuove tecnologie. Il collega Pacenza ha proposto che il fondo speciale, quello che abbiamo destinato per la clientela dei consiglieri della maggioranza per fare opere pubbliche per i Comuni con la legge 24/87, sia destinato per l’acquisto di nuove tecnologie. Abbiamo parlato di “Ballarò”, ma l’onorevole Bova ha citato anche tante altre occasioni in cui la nostra sanità è stata messa al bando dai mass media, dai quotidiani a tiratura mondiale perché il “Corriere della Sera” si legge in tutto il mondo... E perché questo? Perché i direttori generali, quelli che voi, amici della maggioranza, avete fatto commissari che oggi, secondo noi – lo continuo a dire – sono abusivi in quel posto, continuano a spendere e a spandere, continuano a togliere dal posto di lavoro un medico specialista in medicina legale, il dottore Pepe, per il quale oggi il direttore generale dell’Asl di Paola è stato rinviato a giudizio. E’ di qualche ora la notizia che il magistrato di Paola ha rinviato a giudizio il direttore generale, dando ragione, in questa fase, allo specialista dottor Giovanni Pepe, che è stato tolto dall’incarico di Presidente della Commissione ed è stato abbandonato nei corridoi dell’azienda sanitaria, perché non riteneva il dottore Pepe, che era subordinato nella sua qualità di specialista ambulatoriale interno, di essere subordinato, nelle decisioni per l’assegnazione dell’invalidità civile, al direttore generale.
Ecco, questi, insieme a tutti gli altri fatti che non voglio ripetere, sono lo spaccato della sanità nella nostra regione, sono esempi. E i direttori generali continuano a restare! Che cosa fanno l’assessore, il Presidente Chiaravalloti e la Giunta regionale di fronte ad una questione come questa?
Ho presentato diversi emendamenti, uno di questi è relativo all’istituto “Papa Giovanni 23°”. Ho parlato anche di persona con l’assessore Luzzo e devo dargli atto che c’è una volontà di definire in tempi brevi la vertenza, però credo che non possiamo continuare a trascurare i ricoverati che sono in massima parte allettati, non possiamo continuare a tenere i lavoratori in stato di agitazione, non possiamo tenerli in cassa integrazione da oltre due anni e mezzo, anzi sono più di due anni e mezzo, sono quasi tre anni, perché i lavoratori del “Papa Giovanni” hanno diritto di sapere di che morte devono morire. Sono padri di famiglia, sono operatori che hanno acquisito una bella professionalità in questi anni, eppure rischiano di perdere il posto di lavoro e di restare, come sono rimasti o come stanno rimanendo i mille tessili, sul lastrico in Calabria.
Allora ho un impegno – lo dico pubblicamente – dell’assessore, già da ieri sera, che martedì si tiene un incontro e che, probabilmente, si arriverà ad un bel sì o ad un bel no per trovare altre soluzioni, ma, assessore, in tempi brevi perché il “Papa Giovanni” non può più attendere.
Vediamo – lo chiedo alla maggioranza – di valutare attentamente l’emendamento che ho presentato per la riserva dei posti nelle aziende sanitarie e nelle aziende della regione, negli enti strumentali della Regione, una riserva del 25 per cento per tentare di risolvere il problema del personale.
Un’altra cosa: abbiamo fatto – chi è anziano di questo Consiglio regionale si ricorda – i corsi per educatori professionali, i quali sono disoccupati perché questa qualifica non è più inclusa nei programmi delle aziende sanitarie ed ospedaliere. Ho parlato diverse volte con l’assessore, si è pensato di trovare qualche soluzione e ho fatto un emendamento per il quale nelle Rsa si ha l’obbligo di includere anche un educatore professionale.
Però mi appello alle coscienze di tutti i consiglieri regionali di maggioranza e di opposizione, per dire se è possibile che, a distanza di pochi chilometri dal “Papa Giovanni”, nasca una Rsa sottraendo posti quella struttura, perché quei posti potevano essere del “Papa Giovanni” e quindi, anziché fare nuove assunzioni che pure sono giuste, utilizzare i lavoratori del “Papa Giovanni” che sono specializzati, senza tenerli in cassa integrazione.
Ripeto, non sono contro i privati, anzi sono un ex
democristiano che ha puntato sempre su una concorrenza
forte tra il pubblico e il privato e abbiamo, credo, con un nostro emendamento in Commissione,
fatto in modo che il privato abbia la consistenza
del 32 per cento. Giusto o
sbagliato, ma mi pare fosse una percentuale
più alta.
Allora finisco questo mio
intervento, sostenendo – lo dico con grande rispetto per gli altri ospedali
della nostra regione e perché conosco il territorio – che l’ospedale di Praia a Mare, che è un ospedale di confine
da quando la Regione Basilicata ha chiuso l’ospedale di Maratea, ha bisogno di
una diversa considerazione nel Piano
sanitario regionale. Non è possibile
che venga considerato alla stregua di altri ospedali, perché soprattutto nei
mesi estivi sopperisce ad una grave carenza di sanità su quel territorio.
Quindi credo che debba avere un
riconoscimento per questa cosa ed assumere
una posizione intermedia rispetto alle strutture che abbiamo
delineato in questo Piano sanitario regionale.
C’è
una forte richiesta da parte dei sindacati, delle associazioni di volontariato
per una maggiore e più forte concertazione e contrattazione. Io credo che
questo, almeno per la lettura che ho dato, non appaia in maniera forte
all’interno del Piano. Ho presentato un emendamento che ho collocato in un
certo posto, al momento ne discuteremo, ritenendo che possa essere accettato
perché credo che la concertazione e la contrattazione, soprattutto per quanto
riguarda le prestazioni specialistiche, siano un fatto importante, altrimenti,
caro assessore, saremo costretti ad assistere al fatto che alcune strutture,
private soprattutto, rimangano senza budget già dal mese di maggio;
dipende dalla pressione – volevo dire un altro termine – dei direttori
generali.
Credo
che anche in questa direzione – lo voglio vedere meglio in sede di emendamenti
– dobbiamo fare in modo che i direttori generali siano responsabili di questo budget,
però non devono tentare – ed io sono per il pubblico e per il privato – se non
c’è una sostanziale concertazione e contrattazione, di strozzare a loro
piacimento alcune strutture private.
Credo
che faremo, alla fine, le dichiarazioni di voto, ma già dall’excursus
che ho fatto, dalle preoccupazioni che ho evidenziato credo che non avremo
fatto con l’approvazione di questo Piano sanitario regionale, malgrado – ho
detto all’inizio – le buone intenzioni dell’assessore, un buon servizio alla nostra
Calabria.
Onorevoli
colleghi, stante la situazione d’Aula, finora ho cercato di tardare a dare la
notizia dell’orrenda strage – carneficina proprio – avvenuta in Spagna. Ritengo
che il Consiglio regionale debba esprimere, magari con un minuto di silenzio,
la più ferma condanna per questo atto disumano, perché non hanno niente di
umano coloro i quali si sono macchiati di questo orrendo crimine. I morti
finora accertati sono 173, i feriti 600.
Abbiamo
provveduto a fare disporre la bandiera del palazzo a mezz’asta, vi chiedo un
minuto di silenzio in omaggio alle famiglie delle vittime innocenti che
speriamo si fermino a questo numero.
(I consiglieri, in piedi, osservano un minuto di
silenzio.)
Riprendiamo
la discussione. E’ iscritto a parlare l’onorevole Occhiuto, ne ha facoltà.
Signor Presidente, onorevoli colleghi, anch’io mi associo, al di là del minuto di raccoglimento, all’espressione del cordoglio per ciò che è accaduto in Spagna. Propongo alla Presidenza di ripetere ciò che abbiamo fatto, magari prima del voto finale del provvedimento, perché l’Aula sia messa nella condizione di poter partecipare nella pienezza dei suoi componenti.
Per andare al tema della discussione,
preannuncio che sarò brevissimo, però anch’io volevo intervenire in Aula, dopo
mesi e mesi di discussione in Commissione sul Piano regionale per la salute,
argomento importante, che è forse oggi ancora più attuale perché – come
ricordavano molti colleghi della minoranza –,
la sanità calabrese in questi
giorni, è assurta alla ribalta nazionale per episodi che tutti conosciamo.
E’ un momento importante,
questo, anche perché il Consiglio regionale è chiamato ad esprimersi su questa
materia con un atto di programmazione
rilevante, mentre c’è, a mio
giudizio, un clima non certo favorevole per il Consiglio regionale della
Calabria fuori da quest’Aula. Proprio in questo clima, che a volte rasenta la delegittimazione, noi siamo oggi chiamati
a dare il segno di un interesse forte attorno al problema della salute dei
cittadini e quindi della vita dei cittadini e all’esterno ci giudicheranno dalla
qualità del dibattito che quest’Aula saprà esprimere su questo argomento, che
non può essere patrimonio di una parte politica o dell’altra.
La sanità e la salute dei
calabresi interessano tutti; noi per primi, come maggioranza, su questo piano
abbiamo cercato assieme all’assessore Luzzo – che va ringraziato per la
pervicace determinazione nella volontà di approvare il piano – di coinvolgere
la minoranza e, per la verità, la
minoranza ha saputo dimostrare nei mesi passati in Commissione di non volersi sottrarre al confronto, alla discussione,
di cercarli e di ottenerli perché c’era una
maggioranza disponibile a recepire, anche nel testo che oggi portiamo in Aula,
elementi che erano contenuti nella proposta di minoranza.
E’ un
atteggiamento di grande responsabilità quello che la politica regionale ha
avuto sul problema della salute nei mesi passati, però debbo rilevare che
questo atteggiamento di grande responsabilità avuto nei mesi passati, fa oggi,
in qualche modo, il paio con l’atteggiamento da parte della minoranza che tende
a ridurre la discussione sulla sanità, sulla salute dei calabresi ad una
questione di conflitti di interesse, ad una questione legata ad uno dei tanti
presìdi ospedalieri della regione, per esempio quello di Mormanno.
Vorrei
dire ai miei colleghi della minoranza – ma lo ricordo innanzitutto a me stesso
– che, quando la discussione si semplifica fino a questo livello, si corrono
dei rischi, si corre il rischio di allontanare ancora di più la gente dalla
politica. Attenzione a non esporre il Consiglio regionale a giudizi e a
processi sommari! Se conflitti di interesse ci sono, vanno indicati e
denunciati, altrimenti si tratta di provocare processi sommari e questi
generano giudizi sommari i quali, il più delle volte, generano sentenze che
sono di accusa, ma non nei confronti di chi è responsabile personalmente di
condotte che non sono legittime o morali, ma spesso di condanne che si
esprimono nei confronti di tutti.
Allora
sarebbe un peccato che su un argomento come quello della salute ciascuno di noi
rappresentasse più le ragioni della lotta politica e di appartenenza, rispetto
alle ragioni che riguardano la vita e la salute dei calabresi.
Noi
stiamo cercando con l’approvazione del Piano che, onorevole Pirillo, è il piano
della maggioranza e del governo regionale…
Per
la verità ho ascoltato nel dibattito, in questi giorni, spesso colleghi della
minoranza operare un distinguo fra quella che è stata la condotta
dell’assessore Luzzo e quella che è stata la condotta della maggioranza. Quello
che oggi presentiamo è un Piano che la maggioranza condivide, ma che condivide
perché è anche il Piano del governo regionale.
Certo, ci sono stati dei cambi di rotta, chi sta parlando, per esempio, era uno – lo dico con grande chiarezza – che era più innamorato, all’origine forse, di un Piano che prevedesse un’organizzazione diversa, quella dell’azienda unica. Ci siamo sentiti dire che quella non era un’organizzazione che fosse confacente ai bisogni della sanità in Calabria, abbiamo invertito la rotta insieme al governo regionale. Guai se non fosse così, guai se su una materia così importante come la riforma del sistema sanitario regionale non si avesse l’umiltà di ritenere che la rotta intrapresa, se merita possa essere invertita. Ce lo dovreste riconoscere come merito, non abbiamo difeso ideologicamente, pregiudizialmente un modello organizzativo, ci siamo convinti di ciò che anche voi avete sostenuto in quest’Aula, che il modello organizzativo non esaurisce la discussione sulla sanità e sulla salute in Calabria e abbiamo proposto questo Piano che è di tutta la maggioranza e di tutto il governo regionale.
E non è vero che è un Piano che non produce nulla, come ho sentito dire da qualche collega di minoranza; intanto questo è un Piano che costruisce un sistema ordinato di regole per disegnare il nuovo sistema sanitario regionale. Se fossimo stati gelosi, stupidamente, delle prerogative della maggioranza e del governo, forse avremmo operato nella direzione di non farle le regole, perché nell’assenza di queste, le regole le fa in quel momento chi è maggioranza, le fa il governo regionale attraverso atti amministrativi. No, abbiamo avuto il coraggio di proporre un Piano dopo dieci anni, cercando un confronto con la minoranza. Anche questo è un fatto nuovo perché, se non sbaglio, il Piano precedente, quello del ’95, fu portato direttamente in Aula, non fu discusso, votato e approvato nella Commissione competente. Abbiamo cercato di costruire un sistema ordinato di regole e, oltre questo, abbiamo cercato di dare una risposta ai problemi del nostro sistema sanitario.
Abbiamo, per esempio, previsto di invertire la sproporzione tra il finanziamento della rete ospedaliera e il finanziamento della sanità sul territorio, per evitare che la rete ospedaliera fosse causa, in qualche modo, e anche effetto dei ricoveri inappropriati e che il territorio potesse filtrare prestazioni sanitarie alla rete ospedaliera. Abbiamo riorganizzato la rete ospedaliera, prevedendo anche di rimanere in quelli che sono gli indicatori, il 4 per mille per i posti di acuti, l’1 per mille per i posti di lungo-degenza e riabilitazione.
Abbiamo,
nel Piano per la salute che oggi proponiamo, stabilito anche quelli che debbono
essere gli obiettivi della salute. Forse pochi hanno capito la portata
rivoluzionaria di questo fatto: nel passato tutto ciò che riguardava la sanità
spesso incentrava soltanto sull’organizzazione; tutte le energie, anche della
politica verso la sanità, erano rivolte a costruire organizzazione, per
realizzare poi quelli che erano i livelli essenziali della salute. Noi abbiamo
stabilito anche quello che deve essere il percorso, in tutta quella parte del
Piano che, attraverso gli obiettivi della salute, prevede che l’organizzazione
realizzi quelle finalità (i Lea) attraverso un percorso fatto di obiettivi
intermedi e di azioni.
E’
una cosa importante questa, così come pure nel Piano, per merito anche della
minoranza e del confronto che in Commissione c’è stato, rispetto anche alla
proposta originaria. si dà maggior peso all’Università, che rappresenta un
momento importante per la ricerca, e soprattutto per un settore così rilevante.
Abbiamo ascoltato nel dibattito, in questi giorni, che questo Piano rischierebbe di essere un libro dei sogni perché non ha i soldi per essere realizzato. Intanto, fino al 2005 i soldi ce li ha e poi la battaglia vera, quella che la politica regionale dovrebbe avere la capacità di cogliere, consiste proprio nel trovare le alleanze necessarie, al di là degli schieramenti, per ridefinire un patto per il finanziamento del sistema sanitario regionale dopo il 2005.
Su
questo la disponibilità della maggioranza è totale per verificare in che modo
si possano unire le forze, anziché dividerle, quando si parla di argomenti così
importanti. Nessuno di noi, nella maggioranza, antepone le ragioni dello
schieramento rispetto alla valutazione anche critica di quelli che possono
essere gli effetti della devoluzione, di una cattiva devoluzione per il sistema
sanitario della regione. Allora vorremmo che su questo si concentrasse l’attenzione
delle forze politiche in regione.
Che
dovevamo fare? Non dovevamo farlo il Piano, nell’attesa di ridefinire il
vecchio accordo dell’otto agosto? Intanto facciamo il Piano, e così abbiamo
titolo a sederci al tavolo con le altre Regioni e col Governo nazionale, per
dire che il percorso virtuoso in ordine al contenimento della spesa, che non
questa Giunta regionale, ma questo Consiglio regionale con la maggioranza e con
la minoranza, continua, perché noi siamo nel patto di stabilità non perché questo
è avvenuto con provvedimenti di Giunta, ma attraverso provvedimenti legislativi
di questo Consiglio regionale, il più delle volte votati anche dalla minoranza,
abbiamo contenuto la spesa e abbiamo titolo, ora, a sederci con una posizione
di forza attorno al tavolo dove si discuterà il finanziamento della sanità per
i calabresi.
Ecco,
questo è quello che abbiamo cercato di fare. Certo, forse il nostro Piano per
la sanità non è la panacea di tutti i mali, ma noi non volevamo, non avevamo la
presunzione di pensare che tutti i mali della sanità calabrese si potessero
risolvere con un Piano. Abbiamo, però, la certezza, almeno questa volta, di
aver fatto il nostro dovere e in coscienza per recuperare anche quello scatto
di orgoglio, di tensione che qualcuno, dall’altra parte del Consiglio, ci
chiedeva. L’abbiamo fatto per questo.
Avremmo
potuto, anche sulla materia che riguarda gli erogatori privati di sanità,
evitare un Piano che definisse criteri, metodi e stabilire che tutto quanto era
demandato a quando la Giunta decideva; avremmo potuto mantenere un rapporto di
maglia larga, come qualcuno diceva. Col Piano abbiamo deciso di non farlo, di
darci un sistema di regole per evitare che ciò avvenisse.
E’
questa l’intenzione che abbiamo avuto, della quale ci assumiamo pienamente la
responsabilità, sapendo che questo sarà un Piano che, probabilmente, non
attirerà grandi simpatie, anche in una fase di campagna elettorale, alla parte
politica che oggi lo presenta e lo difende in Aula, ma la politica a volte
pretende da chi questo esercizio, quello della politica, lo vuole svolgere con
grande senso di responsabilità, che anche le scelte più difficili, quelle che
si fanno, magari come il Piano per la sanità, una volta ogni dieci anni proprio
perché sono difficili, a volte siccome sono utili, anzi necessarie, vanno
compiute.
PRESIDENTE
Ha
chiesto di parlare l’onorevole Borrello. Ne ha facoltà.
Se solo per un attimo mi fossi convinto che l’ultimo intervento del collega
Occhiuto parlasse del Piano sanitario di cui ci
stiamo occupando, probabilmente avrei anche
evitato di intervenire! Mi dispiace, ma non è così, anche
perché, oggettivamente, dobbiamo avere un minimo di memoria, se no diventa difficile
anche ragionare
attorno alle cose e capire bene quello che è avvenuto in questi tre-quattro anni di legislatura. Dobbiamo andare per un attimo con la memoria all’indietro, salto la fase
dell’assessore Filocamo, perché lì è stata una sequela di schizofrenie che non
ha niente a che fare né con la politica né con la sanità, ma mi fermo per un
attimo all’assessore Rossi.
Ricorderete tutti
l’assessore Rossi, tecnico venuto da Roma, che è dovuto scappare da questa
Regione. Ricorderete anche voi certamente la lettera che ha pubblicato su internet,
laddove spiegava i motivi per i quali non aveva trovato mai le condizioni per
poterla varare in Calabria, di cui aveva compreso le grandi tragedie, la grande
drammaticità dei problemi e rispetto ai quali intendeva dare una risposta di prospettiva certamente, ma che comunque
segnava un percorso che mirava ad
invertire una tendenza negativa. E
anche lì, purtroppo, abbiamo dovuto registrare
una insoddisfazione, se
volete, da parte della maggioranza a seguire quel percorso che l’assessore Rossi aveva immaginato.
Beh, poco fa il collega Occhiuto diceva che si parla di conflitti di interessi, “vediamo un po’ di
cominciare a capire meglio di che si tratta, chi sono questi nomi, se avete i
nomi”. Io non ho nomi, collega Occhiuto, certo avendo lavorato in Commissione
assieme a voi, ho potuto registrare che, purtroppo, questi conflitti di
interessi ci sono.
Allora ho una proposta da fare al Presidente del Consiglio: prima di passare alla discussione dell’articolato, dell’allegato, lei – ed io lo faccio da subito – dovrebbe acquisire agli atti di questo Consiglio le dichiarazioni verbali – non chiedo le dichiarazioni scritte – di ogni singolo consigliere, il quale attesti qua dentro che non ha interessi né diretti né indiretti sulla sanità in Calabria – la mia l’ho già fatta, non ho interessi né diretti né indiretti – perché, se così cominciamo a fare, sgombriamo il campo da ogni dubbio, da ogni equivoco, ognuno si assume la responsabilità di quello che afferma e finisce là, ma la Calabria saprà che 43 consiglieri avranno reso una dichiarazione alla Presidenza del Consiglio in merito a questo problema di cui si sta occupando ormai da qualche giorno.
Dicevo, dopo l’assessore Rossi arriva l’assessore Luzzo, del quale ho ascoltato con grande attenzione e, se volete, anche con grande interesse la relazione che ha tenuto in Commissione la prima volta che si è insediata per discutere di queste cose. A distanza di mesi, anche qui registriamo i grandi intendimenti dell’assessore Luzzo, cioè le cose che lui ha detto, che oggettivamente fotografavano una realtà della sanità calabrese, di un sistema sanitario allo sfascio, perché quando l’assessore Luzzo, tra le altre cose, ha affermato ancora che siamo in presenza – è testuale questo – di un sistema sanitario, i cui i piani attuativi non hanno tenuto conto di nessuna esigenza ed aggiunge “siamo in presenza di un sistema sanitario laddove quindici commissari, quindici direttori generali di quindici aziende sono diventati delle vere e proprie repubbliche indipendenti”, questo la dice lunga sull’impostazione, sulla strategia che aveva in mente l’assessore Luzzo da mettere a disposizione della discussione e del confronto politico delle forze presenti in Consiglio regionale.
Da lì, probabilmente, comincia a partire una sorta di treno finalizzato forse a ripetere l’esperienza dell’assessore Rossi. Per fortuna, l’assessore Luzzo è rimasto al suo posto! Certo, probabilmente con difficoltà, con una sua grande capacità di trovare mediazioni all’interno di un mondo variegato rappresentato dalla coalizione di centro-destra, soprattutto in questo particolare problema, in qualche maniera si è dovuto barcamenare – questa è l’impressione che ho avuto attraverso le discussioni che abbiamo fatto – ed oggi ci presentate un Piano che definite della salute che, secondo noi – l’hanno detto già tanti altri colleghi – ha molte, ma molte punte di inefficienza, ma soprattutto di incapacità a poter prospettare un sistema sanitario diverso e più adeguato ai bisogni di questa regione.
Ma come possiamo pensare che abbiamo discusso e stiamo ancora discutendo di Piano sanitario, senza avere avuto, ad oggi, la possibilità di sapere con certezza, con dati inconfutabili a quanto ammonta il debito in questa Regione in materia di sanità? Sappiamo solo – perché ci viene ripetuto a più riprese – che, ad oggi, lo Stato trasferisce alla Regione Calabria circa 5 mila e qualcosa di miliardi di vecchie lire, ma non sappiamo se sono sufficienti a regalare a questa Regione un sistema di qualità accettabile – attenzione, non parlo di sistemi rivoluzionari che possano comprendere tutto e il contrario di tutto – in cui la qualità delle prestazioni deve essere adeguata rispetto ai bisogni.
Guardate, io sono arrivato in Consiglio regionale otto anni fa, il trasferimento dello Stato alla Regione in tema di sanità si aggirava sui 3 mila e qualcosa miliardi. Dopo otto anni, abbiamo 2 mila e più miliardi di vecchie lire in più rispetto a quella dotazione finanziaria e, ancora oggi, continuiamo a dire che i 3 mila non bastavano, che non bastavano i 4, che continuano a non bastare i 5.
Ma, insomma, sappiamo di quanti soldi abbiamo bisogno in questa Regione per regalare a questa Calabria un sistema di qualità accettabile? Dal Piano questo non emerge. Scusate, se non emerge da questo Piano sanitario di cui qualcuno tenta di tessere lodi, come pensiamo di immaginare oggettivamente di realizzare una strategia di politica sanitaria degna di questo nome? Cioè se non abbiamo la possibilità di sapere, “io voglio disegnare questo quadro, mi serve questo, questo e questo, mi servono ics soldi”? Questo non lo sappiamo, qua almeno non c’è scritto. Diciamo sempre che le risorse sono insufficienti, che abbiamo bisogno di altri soldi, che dobbiamo far valere il peso della nostra capacità contrattuale all’interno della Conferenza Stato-Regioni per acquisire sempre più risorse, ma non sappiamo soprattutto a quanto ammonta il debito delle singole aziende e perché c’è anche qualche azienda che, magari, riesce a chiudere il bilancio in un pareggio che io continuo a ritenere fittizio, perché siamo in presenza di bilanci drogati, caro Presidente, all’interno dei quali si nascondono le spese da effettuare e si rinviano ad altri esercizi.
Questa è la drammaticità della nostra condizione, perché siamo immersi ormai in una voragine debitoria in cui non si riesce e non si vuole, forse, intervenire per tentare di chiudere un rubinetto. E sapete perché? Perché le spese correnti in questa Regione presso le aziende sanitarie superano di gran lunga, ma in maniera veramente rilevante ed imponente le spese per investimenti. E questa è la logica che non funziona: fino a quando ci sarà questa forbice tra spese correnti e spese di investimento, la qualità delle prestazioni non potrà mai salire, perché noi continueremo a preoccuparci, voi continuerete a preoccuparvi di altro e non, invece, dei problemi che riguardano la sanità. Perché, poi, come riusciamo ad elevare la qualità delle prestazioni e ad erogare servizi che guardino, in qualche maniera, all’efficienza?
Anche qui l’assessore Luzzo ci diceva che sarebbe stato invertito il rapporto percentuale di spesa tra il territorio e l’ospedale perché, oggettivamente, ci sono molti ricoveri impropri, tutta una serie di questioni che non riescono a dare risposte.
Ma il territorio come lo organizziamo? E’ vero, nel Piano si parla di distretti, ma che tipo di organizzazione diamo ai distretti? Quali indicazioni diamo alle aziende perché il distretto diventi veramente il fulcro centrale di un’assistenza preventiva che è quella necessaria per evitare o per contrarre, quantomeno, il ricorso alle prestazioni ospedaliere? Non c’è scritto. Quale diagnostica riusciamo a mettere a disposizione, specialistica o strumentale, degli assistiti perché evitino di ricorrere all’ospedale per accertamenti di routine in altre regioni e in altre condizioni? Qua da noi, invece, diventano miraggi e dobbiamo poi affidarci alla fantasia, spesso e volentieri troppo estrosa, di qualche direttore generale o di qualche commissario o anche qui commissari sine die, che si inventano la risonanza magnetica in itinere. Cioè, a Vibo fanno, Presidente e assessore Luzzo, la risonanza magnetica per strada – sarà a conoscenza di questo fatto –, prima veniva gestita da un laboratorio privato di Siderno – quindi immagini un po’, Vibo-Siderno – e oggi a Vibo la si fa attraverso un camion itinerante che fa accertamenti di risonanza magnetica. Siamo veramente ai film!
Quindi, se noi non riusciamo o non vogliamo o non riteniamo di dover ricorrere veramente ad un sistema di prevenzione che avviene prima e fuori dall’ospedale, non all’interno dell’ospedale, non è più sufficiente dire che riusciamo ad invertire le percentuali di spesa tra ospedali e territorio; dobbiamo vedere e dovete dire come fate per organizzare il territorio affinché questo obiettivo possa essere realizzato.
Le regole: collega Occhiuto, ma dove sono queste regole? Io non le ho lette. Noi abbiamo tentato, in Commissione, tentiamo oggi in Consiglio con alcuni emendamenti di individuare degli strumenti che, in qualche maniera, comincino a ordinare le regole. Di “regole” ne abbiamo letta una sola e sono i requisiti per la nomina dei direttori generali, laddove è stato cancellata una previsione della legislazione nazionale che prevede per la nomina una esperienza di dirigenza pubblica o privata in enti, eccetera, eccetera, di almeno cinque anni. Qua non c’è scritto più, i cinque anni per noi in Calabria non sono sufficienti più, basta un mese di esperienza di direzione di enti pubblici o privati di media o grande dimensione per poter essere nominati in Calabria direttori generali. E’ questo il dato.
Quindi c’è una regola che viene abbattuta.
Dicevo, qualche strumento l’avevamo indicato, cioè l’Agenzia regionale che, probabilmente, magari come modello individuato poteva anche essere approfondito, modificato, migliorato, ma certamente era uno strumento che, al di là della propria articolazione all’interno delle norme, doveva e poteva costituire certamente un riferimento, ma non per la Giunta, perché è dimostrato che la Giunta regionale, purtroppo, controlli sull’attività del sistema sanitario non ne fa e quando tenta di farli, impropriamente sapete che fa? Attribuisce con un appalto pubblico o a trattativa privata, non so, o a licitazione privata alla Deolat e Tush per 12 miliardi di lire la certificazione dei bilanci delle aziende. Cioè quando la Giunta capisce, in qualche maniera si rende conto che è necessario operare qualche controllo, ricorre ad un’azienda privata per 12 miliardi di vecchie lire a disposizione.
Ora non entro nel merito della Deolat, Tush, Parmalat, a me non interessa questo, interessa però il dato politico di come una amministrazione regionale che ha a disposizione cento e uno strumenti a partire dai revisori dei conti fa ricorso a ad aziende esterne…
(Interruzione)
Lo so, ma la legge regionale sempre la maggioranza l’approva.
(Interruzione)
Non credo. Nel ’99, sì, lo ricordo, perché lo spirito era sempre quello, assessore. Poi è stata…
(Interruzione)
No, assessore, la prego, guardiamolo bene e vediamo chi l’ha approvata.
(Interruzione)
La preoccupazione, invece, che per noi emerge in maniera molto chiara e netta in questo Piano sanitario è che, comunque, quello che deve prevalere è l’economia, il risparmio in assoluto, non avendo voluto o potuto – scegliete voi qual è il verbo più giusto e più adatto – immaginare per un attimo che anche il problema dell’economia e delle risorse a disposizione non possa prevaricare o prevalere sui bisogni della collettività. Perché di questo parliamo: o privilegiamo l’economia o il diritto alla salute. Le due cose non possono coesistere o, meglio, possono coesistere se c’è il coraggio di fare delle scelte di qualità, di dire quello che si può spendere e quello che non si deve assolutamente spendere.
E finiamola anche qui con questa marea di consulenze varie che circolano all’interno delle aziende; finiamola anche qui, assessore Luzzo, di continuare a dare deroghe sui concorsi che vengono richiesti dalle aziende che, spesso e volentieri, purtroppo sappiamo pure come vengono espletati, perché la deroga poi diventa sempre lo strumento per andare fuori legge. Questa è la scappatoia, l’escamotage che si usa spessissimo anche nelle nostre leggi “è vietato, è vietato, è vietato, salvo che…”; cioè c’è sempre un “salvo” che salva qualcuno! E qui, oggettivamente, sfugge di mano la consistenza di un patrimonio che va alla deriva e questo patrimonio è la necessità e l’esigenza di assicurare condizioni di vivibilità a chi ha bisogno di essere curato ed assistito.
Perché poi anche qui dovremmo, per un attimo, riflettere forse di più su quello che ci è stato consentito di fare anche nella Commissione, laddove c’è stato un dibattito certamente importante, qualcuno stamattina lo definiva di una contrapposizione non pregiudiziale, ma che è comunque di un confronto aperto, aspro spesso e volentieri, ma che non ha avuto la possibilità, Presidente Vescio, di sviluppare secondo i criteri e secondo i canoni necessari, di essere portato fino in fondo e nella giusta misura, perché avevate l’esigenza, comunque, di approvare un Piano entro il 10-12 di marzo perché vanno a scadere gli incarichi riguardo i direttori generali.
Quindi, quando la spinta più alta per poter regalare a questa Regione un Piano sanitario diventa l’esigenza di non andare oltre il 16 di marzo perché scadono i mandati dei commissari, rinnovati, prorogati e quant’altro, credo che qua si cominci a perdere di vista gli obiettivi principali e prioritari per i quali siamo chiamati a discutere.
Purtroppo il dato è questo. E quali sono gli elementi di novità? Per la verità, leggendo e scorrendo le pagine, ho letto spessissimo “bisogna”, “è necessario”, “è sufficiente”, “è importante”, cioè dichiarazioni di principio, Presidente. Ma le risposte, per esempio, sui tempi di attesa, su quali strumenti mettiamo in campo sul Piano legislativo perché finalmente si possa cominciare a parlare, in questa regione, anche di abbattimento delle liste di attesa? Ma sapete di quanti mesi c’è bisogno in Calabria per fare una Tac o in alcune parti della Calabria? Però ci sono certamente grandi, enormi difficoltà a fare accertamenti di routine in questa regione, quasi ormai banali rispetto a quello che avviene in altri posti.
E perché noi non dobbiamo tentare almeno che questa speranza riusciamo a trasmetterla a questa popolazione calabrese? E la specialistica sul territorio quando ce la inventiamo?! Vediamo, l’ho richiamato anche in Commissione questo esempio: ricordo – perché provengo da lì – la famigerata Inam – ricorderete, la cassa mutua per eccellenza. Sapete che la vecchia cassa mutua aveva un’organizzazione capillare sul territorio, laddove la principale attività era impostata sui poliambulatori specialistici diffusi sul territorio, laddove effettivamente si faceva momento di intercettazione tra il malato e l’ospedale? E tanta gente non arrivava in ospedale.
Ora, se questo poteva avvenire ai tempi della cassa mutua – guardate che qua sembra di parlare di Terzo Mondo – perché non dobbiamo noi sforzarci per un attimo di fare in modo che quel modello, certo calato nel 2004, impostato nella maniera più proficua possibile, certamente meglio organizzato, possa trovare residenza anche nei nostri territori?
Traccia di questo, onestamente, non ne ho trovata, però ho letto spesso e volentieri che, all’interno di un contesto regionale variegato, composito, tutto quello che vogliamo, ci sono le differenze fra territorio e territorio. E perché succede questo? Perché c’è una strategia di politica sanitaria che, in qualche maniera, deve contenere un’impostazione in cui può anche capitare che un territorio venga penalizzato? No, non è così, caro Presidente, la strategia è di altra natura.
Io provengo da una provincia piccola, anzi forse sul piano demografico e di territorio certamente insignificante, che però conta all’interno della Giunta tre assessori, mica uno, tre! Tre assessori della provincia di Vibo appartengono a questa Giunta regionale, in più c’è un consigliere di maggioranza, la collega Basile, e c’è la minoranza. Va beh, la minoranza è altra cosa! Beh, andate a leggere che tipo di strategia viene disegnata su quel territorio per questa provincia in maniera sanitaria: assolutamente nessuna, anzi è addirittura messa ai margini.
In un territorio che ha tanti problemi, anche le recenti notizie apparse sulla stampa, sequestri di ospedali, eccetera, insomma, capisco che ci possa essere anche un manager, un direttore generale o un commissario che non è adeguato rispetto al compito al quale viene chiamato, però la politica regionale non può restare sorda o quantomeno non può prevaricare, seppure volete, un piccolo territorio a vantaggio di altri. Qua non si tratta di privilegiare uno rispetto a un altro, ma cerchiamo comunque di mantenere un equilibrio.
Non possiamo dire che le strutture ospedaliere sono tante – e in Calabria certamente – che non è necessario continuare a lasciarle lì, magari neanche aperte e poi risolviamo il problema immaginando solo delle guardie mediche h 24! E’ questa la risposta. Cioè rispetto al problema che l’assessore Luzzo ha posto in Commissione, ricordo bene – cioè proliferazione di strutture che non rispondono ai bisogni – lei ha detto, assessore Luzzo: bene, nel Piano la risposta è “facciamo guardie mediche h 24”. L’ospedale di comunità è questo, assessore, poi vogliamo pure colorarlo in qualche maniera, ma di questo si tratta sostanzialmente.
Se questo è, la provincia
di Vibo è un esempio eclatante di
questo.
Allora cosa manca: il peso e la capacità contrattuale dei tre assessori nella Giunta? Io lo pongo come interrogativo perché poi, all’interno di quella Giunta, questi tre assessori votano anche questo Piano.
Allora qua sfugge qualcosa:
o le carte non vengono lette oppure anche lì c’è un coacervo che coinvolge tutta la Giunta, tutti gli assessori,
secondo il quale chi detta legge e chi dà le carte deve comunque trovare
consenso e quindi acquiescenza.
Ma se questo è, c’è
veramente da preoccuparsi. Chi comanda in questa Regione? Il bastone in mano
chi ce l’ha? Ce l’ha il Presidente Chiaravalloti? Ce l’ha l’assessore Luzzo?
Non lo so, certo è che registro una insufficiente, secondo me, capacità
contrattuale e gestionale di chi dovrebbe rappresentare i territori in questa
Giunta regionale, certo per effetto anche di meccanismi – se volete – strani e
strampalati come quello della legge 1, però si arriva alla conclusione di una fase molto lunga di una legislatura di quattro anni e rispetto a quello che diceva Rossi, a quello che
confermava Luzzo a distanza di
qualche mese, la risposta è che si riesce ad
arrivare, cari colleghi della maggioranza, alla conclusione di questa fase
più o meno lunga perché, forse, a fine legislatura
solo quello può essere il momento in cui si riescono a saldare esigenze politico-clientelari e
lobbistiche che in altri momenti riusciamo a mettere in piedi o a far stare
legati.
Questa è la lettura che non
si può non dare ad un provvedimento che arriva in Consiglio con una celerità
che, per la verità, l’importanza del
tema e la questione di cui ci stiamo occupando non meritava, ma avrebbe meritato anche discussioni fiume,
lunghissime, collega Chiarella, in Commissione, cioè avremmo dovuto avere la
possibilità almeno di discutere e di confrontarci. Questo non ci è stato dato,
in tutta onestà, quando ci è stata data questa possibilità, abbiamo svolto per
intero il nostro compito e chi c’era in Commissione, a partire dall’assessore
Luzzo, può essere in grado di testimoniare
quanto sto affermando, però purtroppo poi c'è stata una fase di grande
accelerazione perché – dicevo prima – bisognava comunque arrivare alla
conclusione.
C’è
questa condizione di disagio, collega Pilieci, parlo in maniera libera, lei mi
conosce bene, perché mi rendo conto che anche tra di voi c’è disagio o, meglio,
tra quelli tra di voi che, evidentemente, non sono riusciti ad avere all’interno
di questo coacervo di interessi un posticino su cui collocare propri
intendimenti e proprie scelte non di carattere personale, ma molto più nobili
rispetto alle esigenze della collettività, perché se no diventa difficile anche
qui tentare di spiegarci come mai non si riesce, non si vuole, non si tenta
almeno di porre un freno a questa grande emorragia della mobilità
extraregionale. Parliamo di 400 miliardi di vecchie lire che, annualmente, la
Regione Calabria regala fuori dal proprio territorio a strutture di altre
regioni, pubbliche o private che siano.
Ma
noi sappiamo bene le patologie per le quali c’è il ricorso all’esterno di
questa regione e pur volendo, per un attimo, comprendere che per una certa, ics
percentuale comunque saremo sempre e comunque in presenza di questa mobilità
per fatti legati ad amicizie, a parentele fuori territorio, in ogni caso un
buon 80 per cento di questi 400 miliardi possono essere governati all’interno
di questa Regione perché trovano e possono trovare risposta all’interno del
nostro territorio.
Ma
questo come avviene? Non può certamente avvenire attraverso una elencazione di
circa 400 posti letto a destinazione indefinita, perché non si sa né chi
distribuirà questi 400 posti letto né dove andranno a finire né a che fine saranno
destinati. Destiniamoli veramente, però, non in maniera teorica e, se volete,
anche presuntuosa alla mobilità; diciamo che questi 400 posti letto – e dovete
avere il coraggio di dirlo – saranno destinati a patologia ics; patologia
ipsilon, patologia zeta, attraverso la dotazione però di centri di eccellenza.
Anche qua scontiamo una grande carenza culturale, caro collega Chiarella,
perché quando in Commissione si è cominciato a parlare di centri di eccellenza,
è successa la fine del mondo, cioè ognuno voleva in ogni posto, in ogni angolo
un centro di eccellenza, perché anche qui non abbiamo la capacità di capire e
di comprendere che il sistema e il metodo non può essere più questo. Se c’è
un’opportunità, due opportunità, non possono valere per tutti, dovete avere il
coraggio di scegliere, di individuare e di fare scelte di coraggio sulle
priorità che servono a questa regione. E noi le priorità le abbiamo, le avete:
sono quell’80 per cento di quei 400 miliardi e delle patologie ad essi
collegati che, purtroppo, rappresentano una voragine per le casse di questa
Regione.
Individuate le specialità per le quali si ricorre all’esterno, realizziamole qua. Certo, non si realizzano in un mese, in un anno, sono convinto di questo, ma mettiamolo in piedi un meccanismo che, in qualche maniera, ci faccia guardare alla prospettiva con un minimo di speranza, perché se questo oggi non abbiamo il coraggio di farlo, vi assicuro che il prossimo Piano sanitario chissà quando verrà fuori! Questo viene fuori dopo dieci anni circa, non lo so il prossimo; certo, dipenderà molto da chi vincerà le prossime elezioni e noi, chiaramente, ci auguriamo che non siate voi! Mi pare talmente ovvio, da non doverlo assolutamente sottolineare!
Quindi come parlare di un Piano che finalmente riesce a dare risposte – leggevo qualche dichiarazione tra ieri ed oggi – al cittadino, alla persona? Ma veramente pensate o c’è qualcuno che pensa seriamente questo? Ma non lo deve fare sulla stampa, lo deve fare la mattina alle 8,00 quando si guarda allo specchio, si rade, domandarsi se lui è convinto che, effettivamente, questo Piano riguardi la salute, le persone, i cittadini e l’utenza, perché se avete anche la capacità di dire bugie a voi stessi davanti allo specchio, secondo me siamo proprio all’aberrazione totale di un sistema compatibile con un minimo di capacità di rapportarsi ai problemi della gente.
Il
punto, però, è un altro: io sento da otto anni parlare di analisi, di diagnosi.
Siete tutti medici, la maggior parte di voi sono medici. La terapia dov’è?
Quello che manca in questo Piano è la terapia. Ma, scusate, se manca la terapia
– non so se lo diceva qualcuno ieri –, perché i problemi li conosciamo tutti,
sappiamo quali sono, quali possono essere o, probabilmente, sappiamo anche come
risolverli, siamo in presenza di un Piano che non c’è.
Il
dato vero è questo, che siamo in presenza di un Piano che non c’è, cui si
aggiunge il balletto delle tabelle, cioè stiamo assistendo in questi
ultimissimi giorni, probabilmente anche in queste ultimissime ore a queste
tabelle che vanno e vengono, che diventa una cosa quasi da perderci la vista!
Cioè sembra un gioco del lotto! Poco fa ho sentito dire che ancora ci sono
ulteriori tabelle in vista attraverso emendamenti o non so che cosa. In due-tre
giorni dalla seduta di Commissione di avantieri, fino a stasera, sono circolate
almeno quattro o cinque tabelle, cioè non ci raccapezziamo più, non sappiamo
dove leggere, cosa leggere e perché leggerle queste tabelle.
Ma
chi è il deus ex machina di queste tabelle? Vorrei chiederlo al collega
Occhiuto, il quale prima diceva che la maggioranza condivide le scelte
dell’intero governo, eccetera. Io vorrei capire la regia di queste tabelle in
mano a chi è, ma siccome voi lo sapete e non ce lo volete dire…
Però
le tabelle le assorbite ogni volta, le fate vostre, le approvate e non ci
consentite neanche di discutere su di esse.
Allora
vediamo questi posti letto che si spostano da una specialità all’altra, da
un’azienda all’altra, in base all’appartenenza di Tizio, Caio, Sempronio. Ma
chi vogliamo confondere più qua! Ma perché non avete il coraggio di ammettere:
“Abbiamo necessità, comunque, di aggiungere un’ulteriore bandiera al fallimento
di questa maggioranza”? Ditelo, non ci sono problemi. “Ieri ci è servita la
bandiera del bilancio, oggi ci serve quella sulla sanità, domani chissà
cos’altro”! Almeno qualcuno comincerà pure a capirvi e, probabilmente, anche a
giustificarvi, dicendo: “Va beh, poveracci, oltre questo non riescono ad
andare, almeno accumulano bandiere!”, perché se no qua diventa difficile pure
per noi tentare di raccapezzarci.
Non
voglio essere assolutamente catastrofico nelle affermazioni, però permettetemi
di dire con estrema onestà intellettuale soprattutto che questa ulteriore
bandiera che andrete ad aggiungere alla vostra collezione, da qui a poco – mi
auguro il più tardi possibile – riesca almeno, attraverso gli emendamenti che
abbiamo proposto…
Guardate,
noi abbiamo avuto anche la costanza di continuare a riproporre emendamenti.
Spogliatevi, per favore, da questa cultura di una parte contro un’altra,
valutiamoli con attenzione e serenità, perché comunque qua nessuno di noi è in
cerca di primogeniture; noi veramente vogliamo e intendiamo lavorare seriamente
su un tema importante, che voi tutti ritenete importante, come questo della
sanità.
Noi
le abbiamo proposte alcune cose, diversissime cose. Certo, non ci siamo
attardati a proporre le solite banalità, abbiamo proposto articolati veri per
tentare, in qualche maniera, di dare segnali positivi in termini di materia
sanitaria. Guardiamoli con attenzione, cioè non andate a leggere la firma di
chi l’ha proposto perché magari, se è della minoranza, allora lo guardate in un
certo modo, se è della maggioranza, lo guardate in un altro; guardate nel
merito, perché noi siamo convinti che molti degli emendamenti che abbiamo
presentato possono effettivamente costituire non una novità, assolutamente
nessuno di noi si illude che riesca a mettere in piedi novità, ma vi proponiamo
situazioni, condizioni, progetti di politica sanitaria che vanno nella
direzione in cui ci stiamo sforzando di farvi comprendere le ragioni, perché se
così non dovesse essere – ve lo dico con grande modestia – regalerete a questa
regione uno strumento che difficilmente potrà servire, se non a pochi. Infatti,
mi dovreste, per un attimo, spiegare il motivo o i motivi per i quali siamo
l’unica Regione d’Italia – anche qui l’ultima Regione d’Italia – che non è
dotata di una strumentazione legislativa in materia di accreditamenti e voi non
cogliete neanche l’occasione del Piano sanitario per disciplinare questa
maledetta o benedetta questione!
(Interruzione)
Norme
legislative, assessore, non dichiarazioni di intenti, non raccomandazioni.
Rendiamole norme legislative e guardiamole assieme, perché lei è un interlocutore
privilegiato, non perché ci sia un fatto di simpatia personale o meno, ma
perché siamo perfettamente convinti che, se lei avesse le mani libere per
potersi muovere autonomamente in questa materia, avremmo avuto in mano uno
strumento diverso da questo. Lei ha dovuto fare l’equilibrista, assessore, per
tenere in piedi una baracca che fa acqua da tutte le parti, ha dovuto fare
grandi salti mortali. Su questo ne deve convenire perché è così, altrimenti non
si spiega assolutamente, da come lei è partito nell’illustrare l’ipotesi di
Piano sul quale, probabilmente, ci saremmo anche trovati a discutere e a
scontrarci, ma comunque ha cambiato rotta a 360 gradi. Ci sarà pure un motivo
perché questo è successo.
Allora,
anche qui, perché non rendere materia legislativa un problema serio come quello
degli accreditamenti? Perché poi circolano anche emendamenti rispetto ai quali
è necessario far diventare per legge le autorizzazioni agli accreditamenti,
cioè dietro c’è tutta una storia di cui non si capisce bene quali siano i
connotati e quali gli obiettivi, malgrado gli accreditamenti siano bloccati per
legge, però da un lato si bloccano, dall’altro non si legifera per
regolamentarli. E questo perché avviene? Non riesco a capire, qualcuno me lo
spieghi, qualcuno di questi che avete proposto il Piano, i quattro peones
che hanno firmato il maxiemendamento, perché non ci spiegano i motivi per cui
non hanno inteso disciplinare l’accreditamento per legge? Perché in questa
Regione, cari colleghi, già abbiamo difficoltà a fare eseguire le leggi da
parte della Giunta regionale, e difatti moltissime leggi rimangono inattuate
per responsabilità di questo esecutivo.
Se le
cose serie ed importanti siamo capaci solo a trasferirle nei messaggi quasi
augurali di fine anno, non riusciremo mai a cavare un ragno dal buco. Noi un
articolato sugli accreditamenti l’abbiamo proposto: valutatelo, guardatelo,
ragionateci, modificatelo, integratelo, tutto quello che volete, ma diamo uno
strumento legislativo rispetto al quale dobbiamo assicurare certezze per tutti,
perché quello che manca, sono regole – mi dispiace che non ci sia il collega
Occhiuto, probabilmente da qualche stanza mi sta sentendo – ed in questo Piano
sanitario le regole non esistono.
Ma,
scusate, senza regole volete continuare a lasciare nelle mani dei vecchi o dei
nuovi direttori generali una partita importante come questa?! Ma davvero
pensate che, se prima erano quindici Repubbliche indipendenti, da giorno 17, 18
marzo diventano qualcos’altro? Una cosa probabilmente la possono diventare, che
forse fin qui, fino ad oggi, non è stata: la dipendenza totale da parte dei manager
delle aziende dal dipartimento sanità, perché questo è l’obiettivo, perché
addirittura il dipartimento sanità contratta con le aziende. Ma cosa dovete contrattare?
Fate i controlli sulle aziende, altro che contrattare o contattare! Bisogna
fare i controlli; quelli, purtroppo, mancano, sono mancati e con questo Piano
continueranno a mancare!
Quindi
qua sarà sempre il solito fiume di denaro che andrà a finire in mille rivoli e
dappertutto, ma certamente non riuscirà a fare sanità di una qualità – dicevo –
non eccellente, ma almeno accettabile per portarci allo stesso livello di tante
altre Regioni, magari molto vicine a quella nostra.
E
questo è un ulteriore rischio che si corre con questo Piano, cioè di accentrare
– nel vero senso della parola – nelle mani di pochi un sistema importante
attorno al quale circolano e gravitano interessi. Voi lo sapete meglio di me
che attorno alla sanità gravitano interessi di una portata enorme, forse anche
inimmaginabile a noi stessi, chi è dentro lo sa certamente meglio di me. E
questi processi chi li governa, se non la politica? E chi è la politica? Cosa
fa la politica per governare questi processi? Si rifiuta di governarli perché,
evidentemente, le contropartite sono di altra natura e affida a pochi la
gestione e il governo di questi processi.
E che
politica è questa! Cioè veramente pensiamo che si possa assumere il contentino
della piccola prebenda su un determinato territorio, trascurando quello che
succede attorno o all’interno di un intero territorio regionale? Ma questa che
politica è! Come pensiamo, come pensate… Lasciate stare le dichiarazioni sulla
stampa, non sono quelle che servono, qua serve l’elemento clou che è la
discussione prima in Commissione e poi in Aula di questo strumento. Noi non ci
siamo mai sottratti a discutere assieme a voi. Certo, un confronto aperto,
anche scontro, se volete, però in maniera seria e facendo proposte concrete
sulle quali si può essere d’accordo o meno, ma certamente fornendo alla vostra
attenzione elementi di approfondimento che voi non avete mai inteso fare.
L’esempio della Commissione, collega Chiarella, è stato solare, ricorderà come è stato approvato in fase finale il Piano sanitario regionale, mentre si discuteva qualche emendamento: “Chi vota a favore? Chi vota contro? E’ approvato”. Ma io capisco, non è che ce l’ho col Presidente Vescio, ci mancherebbe, capisco che ormai il treno era partito in quella maniera e in quella maniera doveva arrivare in porto, a prescindere, perché non vi occupate in questo Piano neanche di una esigenza – lo dicevo prima – quando l’economia prevale sul diritto alla salute, ma neanche di questo vi siete occupati. Infatti, mi dovreste spiegare perché, se no, per quali motivi non avete messo in piedi strumenti legislativi per fare in modo che la riqualificazione della spesa potesse avvenire anche con certezza di risultato.
Questo non l’avete fatto, quindi non basta più enunciare per letteratura, riqualificare la spesa, razionalizzare. Ma come pensate di razionalizzare la spesa? “Vedremo”, “è necessario”, “bisogna”… No, problema 1, risposta 1; problema 2, risposta 2. Qui quello che manca sono proprio ed esclusivamente le risposte.
E non è stato neanche sufficiente tutta un’articolata discussione sui territori, un Piano che prevedeva l’azzeramento delle aziende, poi un altro Piano che è stato come maxiemendamento. Il dato reale sapete qual è? Ed è l’impressione che ho tratto attraverso la lettura anche di questi anni: che a questa maggioranza non interessa un Piano sanitario fortemente e seriamente strutturato secondo le impostazioni che, in qualche maniera, ci stiamo sforzando di dare in questi due giorni di dibattito generale, ma a voi interessa comunque un Piano, basta che vi dia la possibilità di tirare fuori l’ennesima scorpacciata di posti, siano essi di direttori generali, di direttori sanitari, di direttori amministrativi e di primari, perché poi questa è la spinta verso l’istituzione di nuove strutture, di nuovi ospedali di base, in montagna o non montagna – adesso non mi interessa – Mormanno, anche se conosco bene, pur essendo in un’altra provincia, quella realtà abbastanza compiutamente per potervi dire “state attenti a non rovinare un centro di eccellenza” perché quello è un vero e proprio centro di eccellenza a fini diversi da quelli per i quali è nato…
(Interruzione)
Sto parlando di Mormanno, anche su sollecitazione del collega Pappaterra!
Allora, se questo è, concludo con un’altra battuta: non abbiamo registrato nessuna volontà di incidere o tentare di incidere sulle connessioni tra malaffare e sanità che in Calabria, purtroppo, continuano ad esserci. E’ una notizia anche di stamattina, mi auguro che non ci sia niente dietro, di un appalto che è in corso di esecuzione a Vibo Valentia per un nuovo ospedale e già gli atti hanno avuto il sequestro della magistratura. Io non so cosa succede, probabilmente non ci sarà niente, anzi mi auguro che sia tutto a posto, ma com’è possibile pensare che ancora non sia stato sottoscritto il contratto con l’azienda? E c’è stata una denuncia dell’associazione dei costruttori – che certamente non appartengono al centro-sinistra, giusto per sgombrare anche qui qualsiasi equivoco e qualsiasi campo di discussione – che hanno lamentato l’eccessivo ribasso di questo appalto. Ripeto, mi auguro che sia tutto a posto, ci mancherebbe.
Quindi in queste connessioni tra malasanità e corruzione non avete ritenuto neanche di metterci per un attimo il naso, ma poi in qualche maniera realizzano, condensano, concludono anche una inefficienza complessiva dell’intero sistema, perché la preoccupazione è altra, non è più quella di dare risposta sul piano dell’erogazione dei servizi.
Allora cosa sarebbe stato, secondo noi, necessario? Sarebbe stato necessario, questa volta sì, forse anche voi avreste avuto l’occasione storica e irripetibile – perché questa occasione, secondo me, ormai fino alla fine della legislatura, anche se si dovesse andare al 2006, non ce l’avrete più – di compiere un vero e proprio salto di qualità. Dico di più, un sussulto di dignità e di responsabilità, che sono tutti concetti che vanno tra di essi legati, ragionare cioè tra di voi, con noi, scontrandoci anche in termini costruttivi, soprattutto di programmazione, proprio per evitare il rischio più grande che correte e che state correndo, che secondo me certamente realizzerete, quello cioè di restare prigionieri di un presente senza sbocchi e senza prospettive.
PRESIDENTE
Ha chiesto di parlare l’onorevole Tommasi. Ne ha facoltà.
Presidente, colleghi, un Piano sanitario regionale dovrebbe affermare, tra le premesse principali, il diritto universale alla salute e alla sicurezza sociale, il tutto inteso come fattore pregnante di una più complessiva scelta di sviluppo e qualità del vivere civile nella regione. Per raggiungere tale obiettivo, occorre puntare decisamente sul rilancio della sanità pubblica, rendendola competitiva rispetto alla sanità privata, per qualità dei servizi erogati e per economicità nella gestione delle prestazioni offerte.
Ci preoccupa molto la mancanza di scelte strategiche, che è la caratteristica costante di questo Piano sanitario regionale. Per il resto, esso si presenta come una mera operazione di raffinata ingegneria organizzativa che, alla fine, sintetizza semplicemente un calcolo su quanti nuovi direttori e manager produce la riforma e quanti, invece, essa ne sopprime rispetto all'organizzazione precedente.
Ma tutto questo come incide sui gravi problemi che oggi ha la sanità calabrese? Nei fatti non incide per nulla e noi Verdi siamo preoccupati, a partire dalla politica governativa tesa a destrutturare sia l'assetto sanitario che quello assistenziale, attraverso il ricorso alla riduzione delle risorse finanziarie finalizzate alle politiche sociali ed all'incentivazione del mercato privato – finanziato corposamente dal pubblico –, portando inevitabilmente ad un percorso di qualità per chi ha maggiori risorse economiche e ad uno scadente per i meno abbienti.
E' chiaro che la regione più povera d'Italia non può
accettare una simile impostazione, che potrebbe ulteriormente peggiorare
all'atto dell'entrata in vigore delle politiche di devolution. In questo, pur non condividendo affatto le politiche di devoluzione che porta avanti
Bossi, oggi va a lui il mio augurio di una pronta guarigione perché, in un momento particolare del suo impegno politico, il
ministro Bossi oggi è in terapia intensiva e gli va un augurio, pur non
condividendo affatto le sue politiche.
Bossi,
di fatto, difende un’area del Paese che è il Nord, cosa che non riescono a fare
neanche Cuffaro e Chiaravalloti. Oggi il Parlamento europeo ha, di fatto,
bocciato il ponte sullo Stretto di Messina, Cuffaro e Chiaravalloti dicono che
è “solo una visione retroqualunquista di chi mai nulla ha prodotto di positivo
per il Sud e ancora tenta di tardare un cammino che, invece, oggi è finalmente
e definitivamente ormai avviato. Il Governo Berlusconi ha dato prova di
mantenere gli impegni per il Sud”. Non ci risulta affatto e ci dispiace che il
Presidente si dimentichi dei gravi problemi che ha la nostra regione. Di fatto,
nel Piano sanitario in questi anni non sono stati riconosciuti alla nostra
Regione i fondi sul patto di stabilità per circa 200 miliardi.
Questo
è un voler premiare il Governo di centro-destra nazionale? E’ un voler premiare
la devolution di Berlusconi e Bossi? Noi riteniamo proprio di no. Oggi i
calabresi, da un lato, sono soddisfatti, sono contenti perché un’opera inutile
non vedrà l’approdo, dall’altro vedono un’altra sciagura abbattersi su di loro,
un Piano sanitario inutile con un’ipotesi di federalismo che incombe su di
loro.
L'aver finalizzato il sistema sanitario
esclusivamente agli interessi, agli affari ed al consenso politico, come si è
fatto fino ad oggi, rende il governo della Regione Calabria colpevole del
disastro in cui versa la sanità e in questi ultimi quattro anni – perché più volte sentiamo dire “ma la colpa è del passato”, a me risulta
che negli ultimi tredici anni, per ben dodici, ha governato il centro-destra – i
dati negativi più evidenti della sanità in Calabria riguardano: la scarsa
qualità in generale, l'inappropriatezza delle prestazioni… Non a caso la Commissione nazionale
d’inchiesta è venuta in Calabria e non è venuta solo per la questione dell’ospedale “Pugliese Ciaccio” di Catanzaro, quella è stata la
punta di un iceberg
che poi, per quello che dice la Commissione d’inchiesta, l’ospedale di Catanzaro era anche un ospedale che, tutto sommato, in una situazione di degrado
generale, poteva anche avere una sufficienza.
Ci sono molte e molte altre
strutture che versano in condizioni pietose. Il collega Borrello prima diceva,
addirittura, che già è stata bloccata o si sta tentando di bloccare la gara per
l’appalto dell’ospedale di Vibo. Io credo che fatti come la malasanità, i commissari che si vedevano bocciati i bilanci
dell’Asl da parte della Giunta e riconfermati, sono cose che si pagano ed
amaramente. Reparti chiusi da parte dei Nas e chissà quanti altri reparti nella
nostra regione, se visitati accuratamente, farebbero la stessa fine, ritengo
proprio molti. E’ chiaro che poi nelle visite ispettive si fa vedere il meglio,
è come quando arriva l’ospite improvviso e si mette la polvere sotto il
tappeto!
Noi
riteniamo che grande responsabilità sulla questione sanitaria generale sia data
dalla mancanza di collaborazione e di concertazione e dal non utilizzo dei
medici di base. I medici di base devono essere il fulcro per evitare la troppa
ospedalizzazione che esiste nella nostra regione, con l’appesantimento delle
strutture ospedaliere, ricoveri facili e liste interminabili di attesa.
Noi
riteniamo che sia necessario avviare una forte medicina di prevenzione, proprio
per evitare che il malato o il cittadino che avverte la necessità di una visita
si rivolga direttamente all’azienda ospedaliera. I filtri, purtroppo, da anni
non funzionano più (medico di base, azienda territoriale, azienda ospedaliera),
si salta tutto l’iter e si va direttamente all’ospedale per qualunque cosa, per
qualunque analisi, per qualunque visita. E lo dimostra il fatto dell’ospedale
dell’“Annunziata”, visitato da una delegazione del mio partito: l’ospedale
dell’“Annunziata” ha effettuato 100 mila prestazioni radiologiche, di cui 40
mila di pronto soccorso. Questo dimostra che il cittadino, prima di arrivare
per qualunque cosa, prima di passare dal medico di base, dall’azienda
ospedaliera, va direttamente… E’ chiaro che questo è un appesantimento
economico e dell’intera struttura.
Non
riusciamo a comprendere come in questo Piano si possa evitare la migrazione
sanitaria che noi abbiamo, e che è di due tipi, caro Presidente, cari colleghi:
una degli utenti ed una per quanto riguarda la fuga dei cervelli. Su questo il
collega Occhiuto, è stato proponente e relatore di una legge importante… Noi
non riusciamo a tenere nelle nostre aziende i cervelli che altrove, negli
ospedali universitari, nei gradi centri specializzati d’Italia e d’Europa sono
dei luminari, forse perché questi cervelli, questi luminari non hanno in tasca
la tessera di qualche partito, forse non sono nelle grazie di qualche
parlamentare, regionale o nazionale che sia! Io credo che noi dobbiamo
reinserire il concetto di meritocrazia per quanto riguarda le promozioni e le
carriere all’interno degli ospedali e delle aziende. Non ci possiamo
assolutamente permettere il lusso di fughe di menti eccellenti dalla nostra
regione, perché non ci sembra giusto che i calabresi debbano andare a Roma, a
Milano o a Bruxelles a farsi operare o curare da conterranei che abbiamo
maltrattato nella nostra regione.
Credo
che questo debba essere uno dei punti di forza di questo Piano sanitario, ma
ritengo che ci sia anche in questo cecità e si voglia andare nello stesso modo;
diceva bene il collega Borrello quando affermava: “L’importante è far quadrare
i numeri su alcune tabelle che di giorno hanno dodici, la mattina successiva ne
hanno quarantaquattro posti letto”.
(Interruzione
dell’onorevole Borrello)
Il balletto delle tabelle! Invece di pensare a come meglio riorganizzare, razionalizzare, qualificare i centri di eccellenza, addirittura pensiamo che alcuni
centri di eccellenza per
salvare qualche primario li dobbiamo sdoppiare!
E su questo, cari colleghi, noi non ci stiamo.
Vedete, in questa
legislatura atti di responsabilità come centro-sinistra ne abbiamo fatti – e
non pochi –, ma sono rimasti lettera morta per il governo regionale; tutti gli
sforzi che il centro-sinistra ha fatto per produrre leggi che rendessero più
facile, più democratica la vita ai calabresi sono rimasti non applicati dalla
Giunta regionale.
Cari colleghi del
centro-destra, su questo Piano sanitario
non possiamo assolutamente fare sconti. La maggioranza si assume la
responsabilità di un Piano sanitario inutile, è un’altra legge manifesto che andrà
a sistemare qualche operazione di marketing – definiamolo così, è più
giusto – cercando di equilibrare in quel 32 per cento i posti letto per la
sanità privata, caro collega Pacenza, a danno di una sanità pubblica che deve
essere professionalizzata e corrispondente alla richiesta dei cittadini
calabresi, che per la sanità già pagano tanto: siamo l’ultima regione d’Europa
per quanto riguarda il reddito pro capite, siamo la regione col più alto
tasso di disoccupazione, che paga la più alta tassa automobilistica per la
sanità, per un totale di 70 miliardi di vecchie lire e paga il doppio della
media delle altre regioni d’Italia l’Irpef, sempre per la spesa sanitaria, per
circa 120 miliardi di vecchie lire. E queste cose non ce le possiamo
permettere, perché già diamo servizi negativi, già diamo una scarsa qualità.
Nonostante questo, è come se uno va in un ristorante, mangia male e paga il
doppio!
Presidenza
del Presidente Luigi Fedele
Questa,
cari colleghi, è una cosa fuori da ogni logica democratica e di responsabilità.
Io mi auguro che, al più presto, in questo Piano sanitario possiamo prevedere
l’abolizione del ticket aggiuntivo.
Questo
Piano sanitario dovrebbe prevedere, come elementi cardine, l’affermazione della
politica di prevenzione, l’integrazione socio-sanitaria, la centralità della
medicina del territorio, cose tutte utili affinché questa complessa macchina –
e sappiamo che è complessa – possa camminare non dico al passo dell’Europa, ma
al passo delle altre Regioni d’Italia.
Non
riusciamo a valorizzare le risorse umane che abbiamo. Per la realizzazione di
tali politiche, la Regione deve sostenere la sanità pubblica, ma senza voler
penalizzare quella privata, me ne guarderei bene; in un giusto equilibrio e
senza strani commistioni tra pubblico e privato, il privato può anche andare,
può servire, però bisogna e bisognava formare il Piano sanitario regionale
sullo studio dell’Osservatorio epidemiologico e demografico di questa regione,
strumento fondamentale per capire effettivamente quali sono le patologie più
frequenti che interessano il nostro territorio. E’ qualcosa che c’è, esiste una
legge, ma non è stata mai applicata, mi risulta che – e non vorrei spiegare –
se l’ha applicata, lo ha fatto solo l’azienda sanitaria di Locri, nel resto
della regione è lettera morta.
Creare dei servizi alternativi, cercare di utilizzare e con uso congruo i fondi provenienti dall’articolo 20. Non riusciamo a capire – credo che l’abbiano già detto in tutti i loro interventi o la maggior parte – quanto costi questo Piano sanitario, quali siano gli obiettivi, quali siano le finalità e come faranno i cittadini calabresi a capire quali sono le risultanze dopo questo Piano sanitario.
Siamo molto perplessi, non riusciamo a comprendere il perché l’Arpacal debba entrare a pieno regime nel Piano sanitario fra tre anni. Perché non intervenire immediatamente? Perché non fare, tramite l’Osservatorio epidemiologico, uno studio delle malattie derivanti dall’inquinamento ambientale? E mi riferisco a tutti quegli operatori, quei lavoratori che hanno subìto malattie a causa dell’eternit, delle polveri d’amianto. Come sappiamo quale incidenza c’è? Cosa facciamo per prevedere queste cose? Diventa fondamentale il ruolo dell’Agenzia regionale per l’ambiente, se davvero vogliamo costruire le basi di un Piano sanitario regionale che veda lunga scadenza e non qualche posto in più in questa o quella clinica privata. Non esiste!
Noi riteniamo che sia necessario realizzare e vedere sulla operatività pratica quanti danni provengono dall’elettrosmog, se ne provengono o meno.
Su queste cose, caro
assessore – che non vedo, però sentirà
sicuramente – l’impegno per quanto riguarda tutta
la materia degli inquinamenti
ambientali che tante preoccupazioni danno,
dallo smog, dal traffico, all’inquinamento elettromagnetico, all’inquinamento
d’amianto. Che ricadute hanno sul Servizio sanitario regionale?
Il Piano
sanitario dovrebbe recepire la legislazione di
riforma degli ultimi anni, a partire dalla “626” del ’90, la legge sulla sicurezza nei luoghi di lavoro,
la riforma della psichiatria e delle tossicodipendenze.
Non sono condivisibili i tentativi di introdurre modelli aziendali alternativi che vedono una netta scissione tra committenza e fornitura, ospedale e territorio, modelli che non facilitano le necessarie politiche di integrazione tra prevenzione, diagnosi, cura e riabilitazione, ma che servono, invece, a far lievitare la spesa inefficiente e clientelare.
In sostanza, il modello di sanità che i Verdi hanno
in mente e che non trova riscontri nel Piano sanitario
elaborato parte da un dato centrale, cioè l'Osservatorio epidemiologico e
demografico. Secondo i Verdi, anche la modalità del taglio della spesa deve ubbidire
ad esigenze. Noi
riteniamo che siano necessari degli step di
verifica con dei tetti massimi di spesa e
degli step di verifica sulla qualità del servizio erogato, cosa che in
questo Piano sanitario non esiste.
La spesa sanitaria viaggia, ormai, nell'ordine del 70 per cento rispetto al complesso delle risorse di cui dispone il bilancio regionale, al cui interno la spesa ospedaliera, a sua volta, assorbe il 70 per cento dell'intera spesa sanitaria. Secondo il modello che noi intendiamo, la spesa andrebbe riequilibrata, destinando agli ospedali non più del 46 per cento dell'intera spesa, con un 5 per cento destinato alla prevenzione negli ambienti di vita e di lavoro ed infine il 49 per cento destinato, invece, alla spesa distrettuale, proprio per creare quel sistema di prevenzione.
E’ inaccettabile un Piano sanitario regionale che la Giunta regionale vorrebbe improntato a criteri di efficienza, efficacia e di compatibilità con le risorse disponibili, senza tuttavia indicare su quale terreno esso dovrà esplicare l'efficienza, nei confronti di quali esigenze dovrà a sua volta esplicare l'efficacia e soprattutto con quali disponibilità di risorse esso dovrà misurare la compatibilità. Un Piano reticente sull'attuale modello di spesa, basato su sperperi, non può essere considerato foriero di alcuna riforma, in quanto necessariamente connivente con le cause e le situazioni che sono responsabili delle voragini che caratterizzano la spesa sanitaria.
Uno strumento di programmazione, qual è un Piano regionale di settore, non può non dire chiaramente quanto spende in convenzioni per foraggiare un “pubblico privatizzato” (laboratori di analisi, centri di radiologia, cliniche private, eccetera), pessimo nell'erogazione dei servizi, quanto formidabile portatore di voti – questo sì – nelle campagne elettorali e soprattutto, fatto ancora più grave, quanto esso dovrà spendere nel futuro per contenere il ricorso al cosiddetto “pubblico privatizzato”, termine che raggruppa tutte le attività sanitarie gestite dai privati con esclusive risorse pubbliche, senza l'impiego di alcun capitale di rischio da parte dei privati stessi.
Analogamente, il Piano non può sottacere qual è la reale entità della spesa farmaceutica ed entro quali limiti essa andrebbe contenuta, qual è l'esatto ammontare della voce “spese per collaborazioni, esperti, consulenti, addetti stampa, portavoci e quant'altro, di cui sono zeppi i bilanci gestiti dai direttori generali delle Asl e dai manager delle aziende ospedaliere ed entro quali limiti tale spesa andrebbe anch'essa contenuta. O ci aspettiamo anche qui che ci risolva i problemi la prossima riunione della Corte dei Conti!
Le emergenze devono essere garantite a tutti i cittadini, in qualsiasi punto della Calabria, con gli stessi tempi di intervento e la stessa qualità. A tal fine, va compiutamente definito: il Suem 118 che dovrà prevedere, tra l'altro, l'assorbimento in rapporto lavorativo definitivo dell'attuale personale medico in esso operante; la garanzia di numero di Pet per numero di cittadini residenti nelle cinque province; l'elevazione a sei del personale medico per ogni unità di postazione; la netta differenziazione di competenze tra aziende ospedaliere (centrali operative) ed il territorio, cui tocca la giurisdizione vera e propria dell'emergenza.
Ad essere riconvertiti non devono essere solamente i servizi pubblici, in quanto anche i servizi privati necessitano di un analogo processo di riconversione sulla base degli obiettivi individuati dalla programmazione regionale. Il privato, come il pubblico, va adeguato a livelli di qualità e corresponsabilità, ai quali va collegata la salvaguardia degli attuali livelli occupazionali.
Il ruolo dei privati dovrà essere integrativo e non concorrenziale con il pubblico. Si deve respingere la tentazione di ricorrere a modelli sanitari quale quello lombardo che producono guasti irreparabili, sia sul piano della spesa che su quello dell'equità sociale.
Collegata al Piano sanitario regionale, va approvata una legge regionale sull'accreditamento, sia per il pubblico che per il privato, al fine di: fissare standard certi di qualità; confermare la funzione prevalente per le aziende sanitarie pubbliche quali produttrici di servizi e non quali mere acquirenti di essi, come riportato dal Piano sanitario regionale; confermare l'inserimento dei privati nella programmazione di volumi di prestazioni; contrastare la tendenza a terziarizzare i servizi.
Manca, inoltre, nel Piano un intervento forte in materia di investimenti per la formazione, riqualificazione ed aggiornamento degli operatori, al fine di renderli sempre più in grado di rispondere alle innovazioni tecnologiche, terapeutiche, relazionali ed organizzative. Ciò è parte integrante della qualità. Il personale infermieristico, tecnico e della riabilitazione dovrà essere coordinato sia in ambiti Asl che di azienda ospedaliera, da coordinatori di dipartimento, i quali afferiranno ad un servizio infermieristico tecnico.
Sulle reali motivazioni che portano alla lunghezza intollerabile delle liste d'attesa, si deve chiedere una verifica urgente per individuare da quali situazioni organizzative esse scaturiscano e quali misure urgenti si debbano mettere in atto, al fine di eliminare simili spiacevoli inconvenienti.
Ogni politica di prevenzione tende a considerare l'essere umano come persona e la salute come un bene complessivo della società. Sviluppare la prevenzione significa invertire la rotta perseguita fino ad oggi e prefigurare interventi che puntino ad incrementare il livello di consapevolezza delle persone e l'affermazione di corretti stili di vita, anche attraverso specifici protocolli di informazione, sensibilizzazione e screening di massa per determinate patologie, come i tumori femminili.
Fare prevenzione significa intervenire con adeguate politiche sociali, guardando alle fasce deboli della popolazione, sia per reddito che per cultura, agli anziani, agli emarginati, ai tossicodipendenti, ai malati di mente.
Fare prevenzione significa, altresì, intervenire con
decisione sugli ambienti di lavoro, in una regione in cui è altissima
l'incidenza degli infortuni e delle morti sul lavoro e dove il servizio sanitario non ha predisposto nessuna struttura atta
al trattamento delle malattie professionali.
Per quel che concerne l'emergenza afferente al fenomeno mobbing, va prevista l'istituzione di apposite unità operative delle Asl, incaricate dell'assistenza psicologica e medica e della prima consulenza in ordine ai diritti del lavoratore “mobbizzato”.
La riabilitazione in Calabria è pressoché inesistente nel sistema pubblico ed analoga affermazione si può avanzare per il settore privato. A tale proposito, particolare importanza riveste l'assistenza domiciliare integrata, i necessari posti letto in Rsa, sulla base dei dati forniti dall'Osservatorio epidemiologico.
Anche in questo ambito, bisogna privilegiare il sistema pubblico rispetto a quello privato ed in entrambi i casi, occorre dare priorità alle riconversioni piuttosto che al proliferare incontrollato di nuove strutture o alle sperimentazioni gestionali, non verificate sulla base di una corretta valutazione del rapporto costi-benefici.
Si evidenzia, in sostanza ed in modo generico, che il Piano prevede un'offerta sanitaria distribuita piuttosto iniquamente sul territorio e relegata alla sola erogazione dei Livelli essenziali di assistenza, il che significa limitare il campo di azione sanitaria, sulle attuali aree di competenza delle Asl alla sola assistenza di base, rinviando alle sedi regionali di assistenza l'attività specialistica qualificata, sottraendola al territorio che, automaticamente, si impoverirebbe; ulteriore diminuzione delle possibilità di diagnosi da parte delle strutture presenti sul territorio, per via della mancanza di strumentazioni tecnologiche complesse, di cui verrebbero private le strutture; contribuire ad ingolfare, fino a livelli insostenibili, i centri regionali di eccellenza – è il caso di Mormanno, che è un centro regionale di eccellenza, collega Pacenza, che non possiamo permetterci il lusso di ingolfare e rendere una struttura che non svolge le sue funzioni per cui è stato programmato –; contribuire ad abbassare il livello culturale sanitario degli operatori che, in larga parte, si vedrebbero costretti ad operare nelle sedi periferiche più disagiate; contribuire ad un aumento della migrazione sanitaria anche per via della sfiducia dei cittadini verso le strutture sanitarie locali. E’ il caso di Vibo, ma ce ne sono tanti altri ospedali come Vibo in questa nostra regione cui viene lo sconforto ad entrarci; poi se ci entrano i Nas, li chiudono; se arriva la Commissione parlamentare di inchiesta li definisce ospedali del Terzo mondo.
Credo che queste cose
non ce le possiamo permettere,
dobbiamo assolutamente far valere la nostra
europeità.
Purtroppo i calabresi,
anche alla luce delle vicende giudiziarie e delle posizioni che leggiamo sui giornali, sulla
stampa, in televisione, sono sempre
più sfiduciati dal servizio sanitario e non credo che con questo Piano sanitario si possa dare un messaggio
di tranquillità. C’è soltanto un
allarme sociale tra ospedali di montagna, ospedali di marina, ospedali
regionali. Noi riteniamo che non possa
essere così che si deve affrontare la questione sanitaria, non la si può
affrontare a colpi di maggioranza. I
miei colleghi che hanno lavorato alacremente
in Commissione hanno tentato di portare
avanti una linea forte, proprio per far comprendere la nostra grande disponibilità ad arrivare
all’approccio del problema con una soluzione unitaria, però purtroppo c’è stata
sordità, mi pare che i momenti più intensi del dibattito in Commissione siano
stati quelli sui posti letto dei
privati, degli accreditamenti.
Io
vorrei capire se in questo Piano sanitario si è parlato davvero dei calabresi e
delle loro esigenze: purtroppo non se n’è parlato. Questa è la grave
constatazione che dobbiamo fare, un Piano sanitario che dovrebbe vedere i
cittadini, gli utenti, i nostri anziani al centro di un progetto nuovo di Piano
sanitario. Non è così, non è stato così e, purtroppo, non sarà così.
L’assessore
Luzzo è riuscito almeno a predisporre un Piano, noi non riteniamo che possa
razionalizzare la spesa un Piano che non riduce la spesa farmaceutica e la
spesa sanitaria. Noi abbiamo presentato alcuni emendamenti, uno di questi è
l’Agenzia regionale per gli acquisti, perché non riusciamo a comprendere come
una siringa in un’azienda sanitaria costi un Euro e in un’altra ne costa 5.
Sono alchimie, però ritengo che un’agenzia regionale che faccia gli acquisti
possa razionalizzare anche queste che sono tante piccole spese che arrivano a
fare la grande spesa e la grande voragine di questo Piano sanitario.
La
spesa si riduce più efficacemente e senza scapito alcuno per i servizi erogati:
riducendo drasticamente la migrazione sanitaria oltre i confini regionali, voce
che contribuisce, oggi, alla formazione del deficit complessivo della sanità
per oltre il 25 per cento (circa
500 miliardi di vecchie lire); tagliando le convenzioni inutili per servizi
inventati e quelle stipulate con strutture fasulle che hanno semplicemente il
compito di svuotare le strutture pubbliche; eliminando gli acquisti di
materiali ed apparecchiature tanto fantasiosi, quanto inutili. Credo che così,
se rimane questa struttura, non si possa
arrivare alla soluzione del problema, caro Presidente;
soluzione che può esserci solo se ci sono misure drastiche e quindi sicuramente dolorose, specialmente se queste strutture hanno
contribuito a qualche elezione o a qualche campagna elettorale, il che diventa
ancora più drastico. Ma ai calabresi questo poco interessa, a loro interessa
una sanità sana, funzionale, che non vada ad appesantire ulteriormente di tasse
e di inutili balzelli la già fragile economia di questa nostra regione.
E’
vero, le risorse sono limitate, ma queste non possono essere gestite da quei manager
che riescono a farsi bocciare i bilanci della Regione e vengono riproposti! E’
inspiegabile ed è inspiegabile anche come la stampa queste cose non le dica. La
stampa parla del Consiglio regionale, non parla o usa qualche riga su eventuali
malefatte, su eventuali tangenti, su rinvii a giudizio, poi non facciamo…
(Interruzioni)
Mario
PIRILLO
Lo
Gatto, rinviato a giudizio oggi.
E’
chiaro che con le risorse limitate, con un Governo centrale che taglia 200
miliardi di vecchie lire, non riconosciute sul fondo del patto di stabilità,
viene difficile organizzare la sanità, ma se insieme a queste difficoltà si
continuano a fare consulenze, a dare incarichi, è normale che l’appesantimento
di questo elefantiaco sistema non può produrre benefici e tranquillità. Ci sono
alcuni ospedali dove i cittadini non entrano neanche per misurarsi la febbre
perché hanno paura!
Credo
che ci voleva un grande atto di coraggio e forse l’assessore Luzzo l’aveva
avuto, però poi, quando si deve far quadrare un cerchio, è molto difficile,
bisognerebbe riscaldare il ferro, poi piegarlo, ma a freddo è complicato.
Allora il cerchio è rimasto cerchio e il quadrato che voleva Luzzo è stato un
po’ difficile realizzarlo.
I
colleghi Pirillo, Pacenza, Borrello e gli altri, tutto il centro-sinistra si è
impegnato come non mai, forse, sul Piano sanitario, ma non tanto per uscire sui
giornali, sulle televisioni e dire “abbiamo fatto l’opposizione”. No, il Piano
sanitario non è questione di opposizione, ma di coscienza, la coscienza che il
centro-sinistra ha e sta dimostrando, non è soltanto una questione di far
quadrare i bilanci per questa o quella opera pubblica, è una questione che
bisogna sentire dentro e noi, obiettivamente, sul Piano della salute ci siamo
impegnati fino in fondo per cercare di farvi ragionare. Purtroppo, non è stato
così o, almeno, fino adesso non è stato così. Noi non disperiamo che nelle
prossime ore, quando inizieremo la discussione sugli emendamenti, ci possano
essere dei momenti di confronto, di verifica, dei momenti in cui possiamo
mandare dei messaggi rincuoranti ai calabresi.
Per
quello che riguarda il nostro impegno, è massimo, non votiamo no a questo Piano
sanitario per partito preso, ma perché non va al cuore del problema e visto che
si parla di sanità, il cuore è una parte importante! Eppure, la sensibilità
dimostrata nelle leggi manifesto sulla famiglia, sui servizi sociali dovrebbe
portare a questa vostra grande apertura per accettare i suggerimenti che, molto
umilmente, il centro-sinistra ha cercato in questi mesi e in questi giorni di
portare avanti, perché è nostra volontà arrivare ad un Piano sanitario che
svolga quel ruolo e risolva le effettive esigenze dei calabresi, sia fondato su
una economicità, visto che ancora ad oggi non sappiamo quanto costi questo
Piano sanitario, su un’effettiva funzionalità, così come dovrà prevedere la
riqualificazione delle strutture sanitarie. Tutto dovrà essere improntato ad
una riorganizzazione complessiva, fondata su scelte chiare che, in precedenza,
abbiamo ampiamente richiamato ed illustrato.
Ogni fuga in avanti rispetto alle soppressioni di strutture ospedaliere operanti sul territorio sarebbe da considerare un grave gesto di irresponsabilità da parte di chi governa la Regione Calabria. I cittadini, le istituzioni locali, unitamente alle organizzazioni sindacali dei lavoratori ed alle forze politiche democratiche sensibili al problema non capirebbero.
Noi ribadiamo che il Piano sanitario non può essere
calato dall’alto, deve essere condiviso
e questo riteniamo che non sia stato
condiviso. Il Piano – e per questo confidiamo
negli emendamenti – ha il compito di costruire un
sistema di difesa del sistema sanitario regionale, ecco perché dobbiamo
evitare, caro assessore, ogni forma di smantellamento.
Noi
siamo dell’avviso che, ancora – parlo per il gruppo che rappresento – ci
possano essere dei margini che nelle prossime ore possano far cambiare la rotta
di questo Piano sanitario e farlo approdare in un porto più sicuro di quello
dove attualmente si sta dirigendo. E’ chiaro che siamo perplessi, ci rendiamo
conto che è difficile andare a rimodificare e a rimodulare gli accordi presi
fra i vari consiglieri e le forze politiche del centro-destra, perché
chiaramente questo Piano sanitario è frutto di equilibri di potere. Noi con
questi equilibri non ci riconosciamo, non ci identifichiamo, non fanno parte
della nostra cultura politica. Per quello che ci riguarda, questo è un Piano
sanitario manifesto e può diventare accettabile solo se, alla fine, gli
emendamenti saranno opportunamente discussi ed accettati.
In
questa logica preannunciamo una contrarietà a questo Piano sanitario, che ci
auguriamo non venga suffragata dalla logica di maggioranza di bocciare tutti
gli emendamenti presentati dal centro-sinistra. Se così dovesse essere, ci
troviamo di fronte all’ennesima prova di forza inutile, la prova di forza di
muscoli che ai calabresi sicuramente non farà piacere sapere.
PRESIDENTE
Ha
chiesto di parlare l’onorevole Pilieci. Ne ha facoltà.
Signor Presidente, colleghi della Giunta, colleghi consiglieri, la nostra discussione è incentrata su questo Piano sanitario regionale, del quale si sente oramai parlare da mesi e mesi, perché su di esso sono concentrate le aspettative e le preoccupazioni di gran parte della gente che vive e lavora nella nostra regione. Operatori sanitari e cittadini, dunque, desidererebbero sapere quale esattamente sarà il destino della sanità in Calabria.
Troppe le spese – si è detto – su un comparto, quello sanitario, che deve poter soddisfare le esigenze e la domanda di salute che ci viene richiesta. Ed anche nell’ultimo bilancio tecnico che abbiamo approvato in Consiglio non più tardi della scorsa settimana, il capitolo sanità è, inevitabilmente, quello più oneroso. Troppo alte sono state e continuano a rimanere le spese per questo settore – si è ripetuto più volte – e continuerà, probabilmente, a ripetersi se non verranno introdotti i necessari correttivi. Ed il Piano sulla salute vuole porre in essere tali correttivi, per garantire al cittadino, ai cittadini calabresi di poter essere curati ed assistiti a dovere nelle strutture presenti nella nostra regione, piuttosto che emigrare ed andare a girovagare per l’Italia perché venga tutelato un diritto alla salute, peraltro costituzionalmente garantito.
Dobbiamo, sì o no, avere un sussulto d’orgoglio? E’ tollerabile ancora avallare quanto sostenuto l’altra sera in “Ballarò” dalla Bindi, che le Regioni come la nostra finanziano le strutture e gli ospedali del Nord, specie quelli della Lombardia? Secondo il mio modesto parere, decisamente no!
Dobbiamo, piuttosto, avere sufficientemente chiaro in testa il quadro di una situazione che non ci fa dormire sonni tranquilli. Dobbiamo avere, anzi abbiamo il dovere di tutelare i cittadini calabresi, la loro salute e – permettetemi – anche e soprattutto di tutelare gli operatori sanitari per il lavoro che svolgono quotidianamente, con assiduità ed abnegazione.
Premesso questo, ci tengo ad aggiungere come da noi esistano dei validissimi professionisti sul territorio ed anche delle valide strutture. E forse soltanto in maniera, naturalmente, provocatoria, vorrei citare l’esempio del Pugliese di Catanzaro, nel quale lavorano ben 2.100 persone e dove ogni anno vengono effettuati circa 60 mila ricoveri. E non voglio neppure trascurare alcuni reparti dello “Jazzolino” di Vibo Valentia. Non occorre, non è necessario, onorevoli colleghi, che si faccia dell’insano giustizialismo in questo difficile momento per il nosocomio della città dei Tre colli e per l’ospedale vibonese.
Chissà quanti altri verranno, a breve, presi di mira! Però su un dato incontrovertibile dobbiamo adesso ragionare: gli ospedali ci sono e vanno tenuti nella dovuta considerazione – ripeto – per i malati e per le professionalità che vi esercitano.
Forse, quanto accaduto ci deve fare riflettere di più sulla condizione in cui versa il “sistema” ospedale, in questo senso il Piano prevede pure la figura degli ospedali di “comunità”, quelli che possono stare a diretto contatto con il medico di base e quindi con il malato. Non si vogliono, dunque, smantellare gli altri nosocomi, semplicemente razionalizzarli per l’utilità e l’esigenza dei malati.
Poi è bene precisare un concetto. C’è sempre stata una sanità che funziona ed un’altra che funziona meno, è risaputo; del resto, quasi tutte le Regioni si trovano a dovere spendere oltre la metà del loro bilancio per il comparto sanità. Ciò, inevitabilmente, significa che il settore ha pregi e difetti e l’assorbimento di ingenti risorse va nell’uno e nell’altro senso. Tutto ciò non costituisce una giustificazione, ma non si può dire sempre e comunque che in Calabria non funzioni niente, perché non è vero. Il caso “Pugliese”, peraltro, è giunto alla ribalta nazionale delle cronache, non meritando a fondo il provvedimento che l’ha colpito. Eppure quante discussioni, non ultima quella dell’altra sera a “Ballarò”, nella quale si è parlato di malasanità, guarda caso, si è voluto citare proprio il caso del “Pugliese”.
Ma quanti sono i nosocomi in Italia che non funzionano? Non per questo si grida allo scandalo.
Ripeto, non mi soffermo, senza entrare nel merito, sulle decisioni legittime che hanno portato la magistratura ad agire così. Certo è che, come ben si dice, “non occorre fare di tutta l’erba un fascio”. Tuttavia il concetto che prevale, alla fine, è quello – pure sbagliato e non condivisibile – di una sanità che non funziona, ancora troppo legata agli schemi del passato, dove la fiducia del cittadino calabrese è messa a dura prova. Un cittadino calabrese che sa che sulla salute, sulla sua salute e quella dei suoi familiari – com’è giusto, del resto – non è assolutamente disposto a scherzare o a passarci sopra.
Bisogna, dunque, riacquistare e fare riacquistare al cittadino, ai nostri cittadini la fiducia in un sistema sanitario regionale al quale non sembra essere legato perché non lo soddisfa appieno.
Ebbene, questo Piano sanitario regionale offre già un indirizzo nuovo o, meglio, una filosofia nuova, che è quella di concepire, innanzitutto, la salute come prevenzione e non come cura, come è stato finora; non solo, ma ha posto come obiettivo prioritario della sua azione quello di programmare. La programmazione, dunque, intesa come metodo di lavoro, un metodo di lavoro che serve per definire delle scelte precise ed oculate, scelte predefinite su cui si dovrà poi intervenire, per destinare risorse laddove esistono strutture e uomini che sappiano occuparsi di quella determinata patologia, soprattutto per evitare la dispersione di tali risorse.
La scelta di creare, ad esempio, il centro d’eccellenza oncologico a Catanzaro non è casuale, esso è stato previsto per dare delle risposte concrete al malato affetto da tumore. Le persone sapranno, così, che esiste un centro ad hoc dove poter rivolgere la loro domanda di salute, senza perdersi d’animo o andare alla ricerca di un centro o più centri in Calabria che si occupino di patologia tumorale. Ci sarà, dunque, per il malato affetto da questa patologia un chiaro punto di riferimento a cui affidarsi, un centro di eccellenza.
Ecco un valido esempio di come si possono razionalizzare le risorse, ecco come può funzionare la programmazione ed ecco uno degli esempi su come si può fare fronte al comparto della sanità, divenuto negli anni sempre più dispendioso.
Non penso, cari colleghi, che in passato si sia mai parlato di programmazione. Ed è stato proprio sulla programmazione nella discussione sul collegato alla sanità di due anni fa che ho incentrato il mio intervento, perché mi sono reso conto – e molti di noi questo lo hanno anche avvertito in maniera altrettanto chiara – che nel settore della salute dobbiamo tener conto di una offerta e di una domanda di prestazioni sanitarie, oggi più di ieri, visto il crescente fabbisogno di una popolazione che invecchia sempre di più e che ha bisogno di maggiori cure, che ha bisogno – per farla breve – di assistenza. Sull’assistenza appunto, penso a quella domiciliare integrata, ad esempio, che occorre incentivare, perché chi l’ha sperimentata si è accorto dei notevoli benefici che arreca e quanto risparmio, soprattutto, di mezzi e uomini si avrebbero.
Da qui si può fare un’altra considerazione importante, nella quale sarà sempre più necessario valutare l’appropriatezza delle prestazioni che dovranno essere erogate in base al principio di equità e soprattutto di economicità. In buona sostanza, dovremo essere attenti osservatori e sapere destinare le risorse per finalizzarle verso obiettivi concreti per la risoluzione di tali problematiche. C’è bisogno, dunque, di un controllo più costante che sia soprattutto efficace.
Ho detto che sarebbe stato necessario attivare delle procedure di controllo ben radicate sull’intero territorio regionale. C’è stato chi ha già detto che si era carenti sul piano della programmazione, ma a tutt’oggi ci si dovrà ricredere, perché con questo Piano sanitario regionale il principio da cui si parte è proprio quello della programmazione, che l’esecutivo nella sua interezza e l’assessore regionale al ramo hanno già ampiamente considerato in sede di redazione del Piano sanitario.
Perciò, oggi le vicende concernenti la sanità devono, per forza di cose, far invertire una tendenza che certamente non è più quella dei finanziamenti a pioggia da parte dello Stato. Ed è in questo senso dovremo essere lungimiranti.
Desidererei aggiungere anche un’altra cosa. Si parla sempre di medicina preventiva: cerchiamo di vederne i risultati nel lungo periodo. Anche la medicina preventiva potrebbe rappresentare un validissima possibilità per evitare guai peggiori più avanti, una sorta di programmazione dal basso che, ritengo, farebbe risparmiare anche sui costi della farmaceutica e che vedrebbe finalizzare l’uso di determinate medicine soltanto a chi ne ha bisogno.
In questo senso vorrei descrivere una situazione forse banale, ma altamente significativa a titolo esemplificativo: chi dovesse scoprire di avere la pressione alta, se potesse iniziare ad utilizzare dei farmaci che la tengano sotto controllo, eviterebbe con maggiori probabilità d’incorrere in qualche infarto. Dunque la prevenzione è l’altro tassello assieme ad una adeguata programmazione da tenere in considerazione.
E poi i medici di famiglia: dobbiamo cercare di far capire loro l’importanza del ruolo che hanno, facendo in modo che si rendano conto di quanto sia importante che stiano più vicino a chi sta male, per indirizzarli meglio nelle scelte che dovrà assumere, volta per volta, sulla propria salute, anche nella somministrazione dei farmaci. Da qui, verso l’assistenza domiciliare integrata il salto è breve.
Vorrei soffermarmi ancora sulla psichiatria. Assistiamo, ogni giorno, a situazioni che mai avremmo immaginato all’inizio. Sono tante le persone che si ritrovano nello stesso tetto con congiunti che hanno patologie di questo genere. E’ una sofferenza per chi vive direttamente tali patologie, ma soprattutto per chi gli sta accanto. E noi non possiamo far finta che non vi siano persone che soffrano direttamente di una qualche patologia legata a questo male. Non possiamo neppure fare finta che non esistano famiglie che non vivano sulla loro pelle le inenarrabili difficoltà di avere un congiunto che viva il disagio psichico. Esistono eccome!
Le famiglie non possono essere lasciate da sole di fronte a questi drammi, di fronte ai quali abbiamo il dovere morale, umano e politico di proteggerli perché sono i più deboli e dunque più esposti degli altri. E’ un fattore culturale, prima di tutto, e di mentalità.
In Calabria esiste già da tantissimi anni una realtà in cui il fattore culturale e di mentalità fa sì che il malato psichico sia parte integrante della stessa comunità in cui vive, perché viene accettato così com’è. Perché creare altre strutture, dunque, e non prendere come esempio quella che già abbiamo?
Riscontro con piacere come il capitolo della salute mentale sia stato degnamente tenuto in considerazione in primis dall’assessore Luzzo che, tra le altre cose, è meritevole che sia stato previsto un apposito “Dipartimento della salute mentale” che abbia una sua autonomia di spesa, cosicché possano evitarsi storni di danaro per altri settori, pure importanti.
Devo, inoltre, affermare di avere condiviso pienamente l’iniziativa del Presidente del Consiglio e di averla apprezzata, nel sollecitare i lavori svoltisi nella penultima riunione della terza Commissione, dove si è discusso appunto del Piano della salute, perché ha saputo trovare la formula giusta per mediare di fronte ad una situazione che stava sfuggendo da ogni controllo. Lo stesso assessore regionale alla sanità, Gianfranco Luzzo, non è stato da meno.
Noi abbiamo la necessità, l’obbligo, il dovere morale e civile, prima di ogni altra cosa, di fronte ai cittadini calabresi di portare avanti questo Piano regionale in ogni modo; ne va anche dei finanziamenti derivanti dall’ex articolo 20 della legge 67 dell’88, che non possono andare perduti.
Abbiamo già detto della programmazione. Ma è chiaro, cari colleghi, il prossimo 16 marzo scadono i termini per il rinnovo dei manager. Dobbiamo assolutamente essere convinti dei passaggi che stiamo per compiere, perché poi dovranno essere proprio i direttori generali a saper scegliere le giuste strategie per portare la sanità a livelli migliori.
Dobbiamo, pertanto, ritrovare quello spirito di
lavorare insieme per il bene comune, quando la situazione diventa
insostenibile. Il Piano della salute, del resto, è di tutti noi, nessuno escluso.
PRESIDENTE
Ha chiesto di parlare l’onorevole Chiarella. Ne ha facoltà.
Presidente, colleghi consiglieri,
certo che quello sul Piano
sanitario è un dibattito speciale, perché ritengo che un argomento
del genere, solitamente,
non lo si trova all’ordine del giorno di un Consiglio come quello della Regione Calabria, perché è un dibattito che avviene normalmente ogni dieci anni e quindi è un
dibattito di livello elevato e, nello
stesso tempo, consente ai fortunati – io direi – di esprimere il meglio
di se stessi e quindi di dare un contributo importante perché quello che noi
andremo ad approvare è un provvedimento che riguarda,
sicuramente come tutte le altre leggi o piani, la regione Calabria nella
sua interezza, ma questa volta riguarda
molto di più la regione Calabria
perché è riferito alla salute dei cittadini, quindi alla qualità della vita e
alla prima cosa essenziale che
esista.
Noi possiamo fare tutti i
discorsi che vogliamo, possiamo essere bravi quanto vogliamo, ma sempre e
comunque la salute e la qualità della vita, di riflesso, sono al primo posto
nella conduzione generale di tutte
le attività degli uomini. Quindi pensate di che cosa stiamo discutendo.
Noi potremmo sbagliare tante altre leggi, potremmo
rifarle il giorno dopo, ma questo provvedimento, proprio per questa natura che
prima sottolineavo, che si può probabilmente anche rivedere sotto alcuni aspetti,
comunque offre una condizione speciale nell’approccio ed ognuno di noi, secondo
me, ha voluto, ha saputo – poi non so se ci è riuscito – vivere questo periodo
con una tensione ideale importante,
con un modo di essere consigliere regionale che, probabilmente, gli ha
consentito di veder meglio più di tante altre volte e comprendere il suo ruolo e quindi il “potere” della sua decisione.
E’ chiaro che ognuno di noi
ha cercato di fare il massimo e farà, fino all’approvazione, il massimo perché
si possa licenziare il provvedimento più importante possibile. E devo
sottolineare come questo Consiglio regionale – e quando parlo di Consiglio
regionale, parlo delle Commissioni, e quando parlo delle Commissioni, parlo dei
dibattiti che poi ci sono anche sul
territorio, perché ognuno di noi che fa politica poi sul territorio porta
avanti le istanze che compie nel seno delle istituzioni
– proprio per questo Piano abbia dimostrato di avere avuto un approccio col
territorio speciale e, di riflesso, abbia sollevato il ruolo del Consiglio
regionale nella sua interezza.
Io sono un difensore del Consiglio regionale della Calabria, ma non lo
difendo da consigliere regionale, attenzione, o da uomo che appartiene alla
maggioranza, lo difendo da uomo democratico, perché – qualcuno lo diceva prima
di me, il collega Roberto Occhiuto – guai ad allentare il valore delle
istituzioni, guai a tentare, magari per propositi di bottega, di infangare
questo o quell’altro atteggiamento personale o meno o di gruppo, per poi, alla
fine, far venir fuori quella Calabria che non esiste, perché comunque un
Consiglio non funziona.
Assolutamente no, è tutto l’opposto: se non funziona, è perché all’esterno tante volte non c’è la percezione del lavoro del Consiglio regionale, e questo lo dico al Presidente ancora per l’ennesima volta, visto che non vengo mai ascoltato in questa direzione. L’Eurispes, l’indagine che ha fatto – che io dico è stata appropriata in questi giorni ed è stata ben definita – ha messo in evidenza come i cittadini non conoscano le cose che facciamo e quando le bocciano, non lo fanno perché sono di qualità inferiore, per come era stato scritto nel rapporto – questo lo dico da pedagogista, più che da politico che non è così –, ma perché non hanno un approccio diretto ed il livello pedagogico di questo Consiglio regionale deve salire, se vogliamo difenderlo, al di là se saremo o non saremo noi consiglieri regionali nel prossimo quinquennio. Lo dico ancora una volta, perché so che, dicendo questo, faccio gli interessi dell’istituzione del Consiglio regionale e, di riflesso, dell’intera Regione Calabria. Può vincere la sinistra, può vincere la destra, ma non deve cadere il livello essenziale che sta alle fondamenta dell’istituzione, in questo caso del massimo organismo della Regione Calabria, perché se scade questo, scadiamo tutti, e non c’è Piano sanitario, non c’è legge, non c’è atto che possa di riflesso, risolvere i problemi dei cittadini.
Dobbiamo dircele queste cose e dobbiamo noi che siamo dentro questo Consiglio incominciare a capire che il nostro non è un ruolo qualsiasi, è un ruolo di grande importanza e tante volte, probabilmente, questo ce lo dimentichiamo, forse presi ognuno di noi dal bisogno di lavorare per fare passare questa o quell’altra cosa che può interessare personalmente o che, comunque, può avere risvolti leali, puliti all’interno di un proprio territorio ed è giusto fare, però si perde poi quello che è il ruolo più alto, più importante di consigliere regionale della Calabria che non appartiene a questo o quell’altro collegio, a questa o quell’altra città, ma appartiene all’intera regione e in questo modo deve essere sottolineato.
Ho voluto dire queste cose per esaltare il nostro ruolo, proprio in una giornata speciale, perché noi andiamo ad approvare il Piano sanitario e, nonostante le critiche, nonostante determinate accuse molto pesanti che sono venute dai banchi del centro-sinistra, alcune anche condivisibili – lo voglio dire e non mi scandalizzo e non si scandalizzerà nessuno – perché in molti momenti del dibattito che è venuto dai banchi del centro-sinistra ho visto anche quel grande ruolo che deve avere il Consiglio regionale, al di là della sua appartenenza, di scuotere l’Assemblea per arrivare, alla fine, al migliore Piano possibile. Questa è la politica e, in questa direzione, le parti che sono l’una di fronte all’altra probabilmente recitano meglio la parte che si sono assunte.
Allora noi comunque su questo Piano, se possiamo dire tante cose, che probabilmente possono essere migliorate, dobbiamo anche però dire con grande onestà intellettuale che questo Piano nasce da un grande dibattito e sicuramente le battute, a volte anche feroci, che sono venute dal centro-sinistra devono essere guardate nel modo giusto, nel senso che nessuno del centro-sinistra potrà dire che questo Piano, sol perché ha accelerato i suoi passi negli ultimi giorni, è un Piano avventato, inventato all’ultimo minuto, che probabilmente appartiene solo ad una persona o a qualcuno che non c’è in quest’Aula.
Si sa che, quando si parla di questo argomento sanità, gli interessi sono tantissimi, ma gli interessi di una società sono quelli che poi devono essere chiaramente da ognuno di noi guardati con l’attenzione di chi, pur sottolineandoli e tante volte avallandoli, sa comunque di aprire ad un interesse che è di parte in alcune situazioni, ma che diventa interesse generale perché in quella direzione sicuramente sono tentato di lavorare e di andare avanti, non mi interessano gli interessi che nascono da speculazioni personali perché in questa direzione il sottoscritto, per quel che mi riguarda, non ha niente da chiedere, niente da sottolineare, i miei emendamenti al Piano sono di natura generale, emendamenti accolti dalla Commissione e dall’assessore Luzzo, per sottolineare come comunque il lavoro fatto, nel momento in cui si sono accolti momenti propulsivi dai consiglieri, è diventato all’altezza della situazione.
Ed io ricordo che in Commissione lo stesso Pacenza ed altri colleghi hanno sottolineato alcuni aspetti, suggerito tanti argomenti e devo dire che i risultati si sono avuti, perché il centro-sinistra ha presentato un suo articolato importante che l’assessore Luzzo – che ringrazio per il lavoro svolto – ha guardato insieme con la Commissione con molto interesse ed ha sicuramente tirato delle somme importanti, se è vero, come è vero, che il maxiemendamento della maggioranza è stato integrato con alcuni momenti di confronto con quello presentato dal centro-sinistra. E questo per far capire che il lavoro è stato fatto alla luce del sole, che ha raggiunto degli obiettivi interessanti ed importanti, nonostante le critiche ancora feroci che ci sono da parte dell’opposizione.
Non è facile fare un Piano sanitario nel momento in cui la Calabria – come tutte le Regioni – in questa direzione diventa autonoma, nel momento in cui, dopo l’accordo Stato-Regioni dell’8 agosto 2001, sicuramente si è aperta una fase diversa, dove c’è una responsabilità diretta di una Regione che eredita sicuramente sulle proprie spalle una sanità colpita a morte, dove le responsabilità sono generali. Chiunque in questo momento avesse avuto la guida della Regione, qualsiasi fosse stato l’assessore, probabilmente doveva fare i conti con una sanità che era al tracollo per mille e mille questioni che appartengono ad una politica generale fatta tante volte sulla clientela e tante volte anche sulle campagne elettorali, perché la sanità è stata sempre quella grande mammella dove ognuno ha succhiato il latte necessario per avere l’energia ed impostare le proprie campagne elettorali. Questo dobbiamo dirlo.
Allora, nell’incominciare l’ultima parte del mio discorso, voglio sottolineare come siano stati accolti degli emendamenti importanti, soprattutto quando si parla di una nuova filosofia dell’approccio alla terapia nel migliorare la qualità della vita, la salute. Ringrazio l’assessore Luzzo perché ha capito come nel campo delle medicine non convenzionali questo Piano poteva già scrivere un suo concetto iniziale, certamente da perseguire con legge regionale, ma comunque questo Piano si apre alle direttive europee che indicano necessaria la libertà di scelta da parte dell’utenza, nel momento in cui, attraverso una determinata terapia, vuole sconfiggere il dramma di una determinata malattia. Una filosofia nuova, forte e ringrazio per questa innovazione la Regione Calabria, quindi la Commissione, coloro che si sono spinti fino a tale punto.
Questo è un Piano che apre al sociale e dopo la legge sui servizi sociali, diventa importante, diventa così particolare, apre al territorio e poi attraverso l’attenzione sulla salute mentale, sui problemi dell’alcol, della droga, sul problema dell’osteoporosi, sui problemi che riguardano la oncoematologia infantile, branche nuove, concetti messi da parte, ecco, questo Piano apre veramente ad un miglioramento della qualità della vita, impone determinati percorsi, riesce anche attraverso un concetto diverso dell’alimentazione e quindi di quel malessere che viene dal benessere, ad indicare un percorso diverso, sempre in contatto con l’Università, sempre in contatto con il territorio.
Veramente, quindi, abbiamo elementi essenziali per raggiungere obiettivi seri ed anche guardando alla natura dei punti di eccellenza, per eliminare quell’esodo che è, chiaramente il consigliere Borrello prima diceva, una cancrena ingiusta per questa regione, i viaggi della speranza, i viaggi verso tante volte un luogo senza ritorno, quindi tanti drammi in questa regione.
Sicuramente è un momento importante il protocollo d’intesa sottoscritto dal Presidente Chiaravalloti e dal Ministro Sirchia, poiché apre al polo pediatrico di Cosenza, al polo oncologico di Catanzaro, alla neuroscienza di Crotone, alla ematologia e nefrologia di Reggio, alle scienze motorie di Girifalco, cioè a delle centrali di eccellenza nel nostro territorio, che possono – perché no? – diventare un fiore all’occhiello della sanità in questa regione che viene pure sbattuta sulle prime pagine, sulle televisioni nazionali quando bisogna parlare male. Sappiamo benissimo, infatti, quello che è successo all’ospedale civile di Catanzaro, al “Pugliese”, però dobbiamo anche dire che proprio, guarda caso, questo “Pugliese” nel passato ha sfornato i primari più importanti che la Calabria e il sud d’Italia hanno avuto negli ultimi vent’anni.
Ecco le contraddizioni che ci sono in questa nostra regione, quindi tante intelligenze, tante professionalità che poi muoiono in un attimo perché, probabilmente, le cose negative colpiscono di più l’immaginario della gente e portano, alla fine, magari anche ad eliminare la grandezza espressa nel campo sanitario dalle intelligenze di questa regione, che io difendo da calabrese non come campanile, ma nella coscienza e nella sicurezza che questa regione ha le potenzialità per raggiungere gli obiettivi che si prefigge.
Ho visto, allora, che la Commissione, il governo regionale, l’assessorato alla sanità hanno guardato, anche quando parliamo di piccoli ospedali, con interesse queste realtà, soprattutto quelli di montagna, e lo hanno fatto non per salvare un ospedale fine a se stesso. Quando parlo di San Giovanni, di Acri, di Serra, di Soveria Mannelli, parlo di ospedali che non sono solo ospedali, ma punti di forza dell’economia, dello sviluppo sociale e culturale di un territorio. E qui è l’intelligenza della Commissione, dell’assessorato e io direi di tutti i consiglieri regionali di questo Consiglio a far sì che fosse necessario non difendere l’ospedale che c’è sotto casa propria, ma difendere la storia di un luogo per raggiungere obiettivi importanti in quella che è la razionalizzazione generale della rete ospedaliera della regione Calabria.
Allora finisco il mio intervento, sicuro come sono che poi, alla fine, sul territorio dobbiamo lavorare per fare attuare questo Piano, perché ognuno di noi potrebbe parlare per ore intere, ma non serve, nel senso che ai cittadini, invece, serve portare concretamente un risultato. E lo dobbiamo fare tutti, anche gli amici del centro-destra e del centro-sinistra devono diventare tutori del progetto della sanità, chiaramente stando da una parte e dall’altra, ma sicuramente la stessa forma che è venuta fuori che non è vero lascia tutto com’è, perché voi sapete che il territorio ha voluto una certa impostazione, altre impostazioni erano partite diciotto mesi fa dallo studio dell’assessorato, ma nel momento in cui sindaci, operatori sanitari, cittadini, con grandi confronti hanno chiesto non tanto o di aumentare o ridurre le Asl, ma di aprire alla qualità, ai controlli, beh, si è capito che la partita andava e va giocata in un’altra direzione.
E quando giustamente l’onorevole Borrello si chiede come farà il territorio a lavorare, ad andare avanti, io dico che il territorio potrà fare quello che deve fare se la Giunta e il dipartimento della salute della Regione Calabria diventeranno insieme grandi controllori del lavoro fatto sul territorio e quando avremo i piani attuativi delle aziende sanitarie, quelli triennali, quindi con scadenza annuale, si faccia veramente un controllo serio, non si faccia un favore a compari e a comari – è lì che ci giochiamo la partita –, i direttori generali non devono essere Presidenti di una repubblica personale, i direttori generali che devono portare a termine un lavoro di un Piano attuativo per come lo hanno avuto approvato e quando parlano del territorio, dei distretti, di tutto ciò che si impone sul territorio, qualcuno deve controllare perché tutto questo possa succedere.
E’ lì che ci giochiamo la partita ed anche noi consiglieri regionali, ognuno per il proprio territorio, per l’Asl di competenza in questo deve essere tutore assoluto perché, se qualcuno pensa che un Piano qualsiasi possa risolvere il problema della sanità in Calabria, probabilmente vive di fantascienza o si avvicina al pianeta Marte prima degli stessi americani! E’ sul territorio ogni giorno che noi ci giochiamo la più grande partita. Ognuno di noi, prima magari di guardare gli interessi personali, nel momento in cui va a parlare con la triade che andrà a governare le Asl, deve imporre – io dico, perché i cittadini vogliono questo – per l’autorevolezza che ha, d’accordo con il dipartimento salute, atteggiamenti che faranno rispettare il senso dei piani attuativi. Questo è il discorso.
PRESIDENTE
Onorevole Chiarella, la prego di non gridare.
Se grido, Presidente, la ringrazio, lei è molto attento, ma ognuno parla per come sa e per come sente il bisogno di parlare, e mi pare proprio strano che lei stia attento quando parla uno del centro-destra e dice le cose che sente. Se poi è negato a questa parte dire quello che si pensa, evidentemente c’è qualcosa che non funziona!
PRESIDENTE
Ho detto di non gridare, non di non parlare.
Gridare significa parlare per come un uomo sente. Io sono un uomo libero e grido le cose che ho dentro, perché sto parlando con la forza e la voglia di chi vuole dare un suo contributo. Se qualcuno poi non gradisce questo tono, esiste la democrazia, esiste la porta e si può allontanare, ma non c’è un Regolamento dove si dice che un consigliere non può esprimere con forza della sua anima le cose che sente.
Non lo faccio perché sono esaurito, sono una persona molto moderata, il mio amico Fuda mi dice che sono un ecumenico proprio per il mio modo moderato di fare le cose, quindi probabilmente non risulta agli atti di nessuna Commissione – visto che ne dirigo una – che solitamente vado in escandescenza. Sento la necessità di parlare come uno che sa che sta votando una cosa seria, una cosa dove ognuno di noi, probabilmente, sta soffrendo perché sa che andrà a votare un Piano che nei prossimi anni può essere decisivo in quello che è il miglioramento della qualità della vita. Stiamo parlando della cosa più importante che esista, ma qui è vietato, in questo Consiglio, chiaramente, aprirsi anche a motivazioni dell’anima, perché bisogna essere come coloro che vengono qui tanto per venire e poi, tanto, tutto resta com’è, ci penseranno i compari sul territorio a trovare i voti o altre cose per raggiungere gli obiettivi che si vogliono!
Io faccio politica per passione. Ci può essere un qualcuno che lo fa nei modi e nei termini per come mi piace fare? Probabilmente, se c’è ancora questa possibilità, lo farò, finché la gente mi dirà di farlo, perché io mi rivolgo ai cittadini, non vado da lobby affaristiche, non ho compari e non ho magnacci della politica dietro di me. Questo è chiaro: così mi vuole la gente, nelle piazze, sul territorio, nel Consiglio regionale fino a quando mi manderà; quando no, posso anche andare al Consiglio comunale di Lamezia, nella circoscrizione di Lamezia, non ha importanza, ma voglio essere così, finché il nuovo Regolamento che sarà fatto nei prossimi giorni non dirà a chiare note che un consigliere non può superare il volume della voce dopo certi decibel perché, probabilmente, rovina quello che dice ed io, che sono un attento osservatore del Regolamento, lo porterò a termine nel massimo rispetto.
Ma finisco perché, chiaramente, la stanchezza e la voglia di finire portano anche ad osservazioni non opportune, non sicuramente da parte mia.
Allora è chiaro che io spero che i direttori generali che saranno nominati molto presto, i direttori amministrativi, i direttori sanitari siano persone più competenti possibili e in grado di seguire questo progetto della salute, perché la partita ce la giochiamo qua. Se non diciamo questo a chiare note, vuol dire che ci prendiamo in giro; noi possiamo mettere altri cinquanta emendamenti a questo Piano e probabilmente lo miglioreremo, ma a cosa serve, se poi non avremo sul territorio non uomini che rispondono all’assessore Luzzo o all’onorevole Chiarella, ma che giocano questa grande partita di democrazia che impone un provvedimento del genere! Perché il Piano – lo ripeto fino alla noia – nelle sue linee essenziali offre la possibilità di governare il territorio.
Il problema non sta qui, ce ne siamo resi conto andando avanti e le nostre prime intuizioni di cinque Asl, di un’azienda unica sono state superate semplicemente perché, effettivamente, ci siamo resi conto che non è tanto nell’organizzazione territoriale delle Asl che si gioca la partita, quanto sulla loro conduzione. E qui l’assessorato alla sanità deve essere rigido, deve controllare l’attuazione dei piani, deve saper, insieme alla Giunta, scegliere gli uomini giusti – noi abbiamo una responsabilità enorme – e li deve scegliere per il rispetto a questo Consiglio regionale, perché questo Piano – che io reputo importante – possa poi diventare il Piano di salute dei cittadini, con tutto ciò che lungo il percorso può essere guardato anche con grande spirito critico, per attuare anche con leggi di accompagnamento, anche – perché no? – possibili modifiche dove la norma lo consenta, per meglio andare avanti nel rispetto dei cittadini.
Questo volevo dire, sono convinto che la Regione Calabria, approvando questo Piano sanitario, avrà un documento importante, non è una bandierina in più o meno, mi auguro che sugli emendamenti ci sia una discussione importante, perché se si possano avere miglioramenti fino alla fine, è giusto considerare questo percorso democratico e sicuramente da seguire con grande serenità d’animo, ma poi, alla fine, mi auguro che ognuno di noi, per la parte che rappresenta sul territorio, diventi tutore, critico, come volete voi, a seconda se siamo a destra o a sinistra, diventi parte attiva comunque del processo che svilupperà questo Piano della salute.
Allora finisco ringraziando l’assessore alla sanità, il Consiglio regionale nella sua interezza, la Commissione, il Presidente Vescio, i commissari che hanno lavorato duramente perché questo è un provvedimento che arriva in Aula il 14 aprile, già a metà luglio era andato in Commissione, ci sono stati più di venti riunioni e quindi sicuramente c’è stato un coinvolgimento generale col territorio che, alla fine, non ha partorito un qualcosa di inesistente, ma un documento di base importante che pone, così, la Calabria con più autorevolezza ad avallare un dibattito forte con il Governo centrale, che spero nei confronti della Calabria diventi sempre più attento e non solo nei momenti di crisi della sanità, ma anche nei momenti in cui bisogna accompagnare questa Regione per tutelare, come meglio possibile, la stessa salute dei cittadini.
PRESIDENTE
Ha chiesto di parlare l’onorevole Adamo. Ne ha facoltà.
Signor
Presidente, onorevoli colleghi, ci avviamo a chiudere
questo dibattito generale,
l’introduzione all’esame dell’articolato della proposta
di Piano sanitario, nelle condizioni peggiori. Noi abbiamo non soltanto un’Aula deserta, ma – dovrà convenire con
noi, onorevole Presidente –soprattutto un’Aula
sorda rispetto alla domanda che proviene dal
profondo della società calabrese, dal mondo degli operatori sanitari, da quel mondo che è venuto a farsi sentire in
sede di audizione durante i lavori della Commissione consiliare permanente. Una
Commissione che ha concluso i suoi lavori in un modo assai dubbio, se è vero,
come è vero, che l’unico obiettivo era quello di pervenire al voto finale e non
si è manifestata volontà di approfondimento, di esame ai fini di predisporre
una proposta di piano da inoltrare al Consiglio regionale che potesse avere il
carattere dell’efficacia, un piano utile sostanzialmente a correggere una
tendenza assai preoccupante che caratterizza la gestione e il funzionamento del
servizio sanitario. Ordini professionali, organizzazioni sindacali, il sistema
delle autonomie locali hanno detto, a chiare lettere, cosa pensavano, quale
giudizio davano, hanno avanzato e formulato proposte che non sono state
ascoltate. Un’Aula sorda rispetto ad una Calabria che non è quella che
rappresentiamo noi in quest’Aula, che immaginiamo.
Le
ultime indagini di fonte Eurispes, ma non solo, anche altri dati statistici ci
consegnano un sentimento della popolazione calabrese che esprime inquietudine e
preoccupazione rispetto al funzionamento della sanità calabrese. Interrogati
sulle priorità della loro condizione di vita, i calabresi mettono al primo
posto la sanità, il 56 per cento dei calabresi dice che, prima di ogni altra
cosa, prima di tutto, vorrebbe funzionasse meglio la sanità, vorrebbe avere
certezza della garanzia del diritto alla cura della salute. Quel 56 per cento
si dice convinto che il servizio sanitario calabrese, in Calabria, funziona
malissimo. E’ una domanda che primeggia su qualsiasi altro bisogno, persino sul
bisogno di lavoro, di legalità.
Ebbene,
rispetto a questa Calabria, si è mostrato un muro, quest’Aula è schermata, è
isolata, non soltanto fisicamente, ma culturalmente, politicamente, è isolata
nella sua sensibilità di interpretare, anche se con punti di vista diversi,
questa forte domanda, questa forte pressione sociale.
Ci
apprestiamo nel modo peggiore ad approvare questo Piano sanitario, perché anche
la dialettica istituzionale poteva essere e non è stata feconda. Eppure,
nonostante le difficoltà di una interlocuzione dignitosa tra chi esercita il
governo in questa Regione e chi esercita l’opposizione, per quanto ci riguarda
non ci siamo mai sottratti, abbiamo detto solennemente più volte in quest’Aula,
in tante occasioni pubbliche e in sede politica, che eravamo pronti ad
un’opposizione che non dicesse soltanto dei no, ad un’opposizione che si
confrontasse con la priorità delle priorità sociali, con un atteggiamento che
non era nemmeno di conservazione. La nostra paura non era quella di cambiare,
abbiamo avvertito sempre la necessità di una riforma: o si cambia o si riforma
il servizio sanitario oppure è destinato a peggiorare.
Non è
mancato il momento nel quale ci abbiamo creduto, abbiamo creduto all’assessore
alla sanità, ma siamo stati illusi, per molti aspetti siamo stati ingannati,
perché non c’è stata la capacità di porsi all’altezza della sfida che abbiamo
lanciato.
Avevamo
persino detto: “Badate, se lavoriamo a fare un buon Piano che serve, utile alla
Calabria, siamo disponibili persino a mettere a disposizione la nostra forza, i
nostri voti”. Liberiamo la discussione, l’esame sul Piano sanitario dai
condizionamenti di tipo politico e non solo di tipo politico. Si parla, ormai
esplicitamente, di un evidente conflitto di interessi che alberga in quest’Aula
per quanto riguarda la gestione di pezzi della sanità. Liberiamo da questi
condizionamenti la discussione, facciamo un servizio utile alla Calabria, a
quella Calabria che vuole essere moderna e civile. Ed è stata un’opposizione,
sulla base di questo impegno – un impegno fortemente riformatore – che si è
assunta la responsabilità – unico caso in Italia, non ci sono precedenti anche nella
vita della nostra Regione – di presentare una propria proposta di legge
organica sulla sanità.
Beh,
non era facile di questi tempi, sarebbe stato tutto più semplice giocare al
“tanto peggio, tanto meglio”, invece noi abbiamo inteso avere una linea di
responsabilità che ci facesse dire dei sì e dei no, una linea che siamo andati
a verificare sul territorio. Sono state numerose le occasioni nelle quali il
centro-sinistra si è misurato e si è confrontato con pezzi importanti della
Calabria. Abbiamo partecipato e siamo stati parte attiva, protagonista
dell’organizzazione di manifestazioni di massa, popolari e in quei comuni dove
c’era la preoccupazione, per esempio, per la sorte dell’ospedale locale, non ci
siamo presentati con il volto della demagogia, non abbiamo mai detto in nessuna
di quelle realtà: “Nulla si deve toccare, difendiamo l’ospedale così com’è”.
Abbiamo avuto il coraggio di salire su quei palchi e dire: “Siamo consapevoli
che ci possono essere ospedali” – parliamo del pezzo dell’ospedalità nell’ambito
del Servizio sanitario regionale – “che oggi rappresentano un costo”.
Se ci sono ospedali dei quali la Giunta non si fida, dei quali non ci si può fidare per come sono in grado o per come non sono in grado di curare gli ammalati, rappresentano un costo sociale ed economico, a questi ospedali che non funzionano bisogna porre mano, bisogna cioè fare in modo che, attraverso una politica di programmazione seria, si pensi alla loro riqualificazione, alla loro riconversione e non tutti gli ospedali devono fare la stessa cosa, non tutti devono essere la fotocopia l’uno dell’altro. E abbiamo indicato posto per posto quale poteva essere la finalità di quella qualificazione, abbiamo parlato il linguaggio della riforma, soprattutto perché va interrotto un meccanismo, quello della spesa incontrollata.
Vedete, noi non siamo quelli che pensano che in Calabria per la sanità si spenda molto, riteniamo che la spesa possa essere comunque considerata insufficiente, si potrebbe avere diritto ad una spesa maggiore per garantire il diritto alla salute, però abbiamo la consapevolezza, noi dell’opposizione – non siamo al governo – che la spesa disponibile, almeno quella che è stata disponibile fino ad ora, potrebbe dare molto di più di quello che oggi sta dando: parte di questa spesa potrebbe essere orientata verso gli investimenti nella sanità per riqualificare, riconvertire, ottimizzare la qualità del servizio sanitario; potrebbe essere sottratta agli sperperi, agli sprechi, a quei canali che sono la tipica espressione di una conduzione della gestione sanitaria rivolta non alla qualificazione del servizio, ma all’utilizzo della spesa pubblica per affari, clientele, consenso, per rigonfiamento della parte dei settori amministrativi. Cioè una sanità così com’è, quella che ci si presenta oggi, che ci poteva dare la possibilità anche senza velleitarismi, in maniera decisa, per quanto graduale, di fare un discorso di forte innovazione e di forte ripresa.
Del resto noi non vogliamo, anche da questo punto di vista, essere di parte e fare propaganda, non vogliamo richiamare i modelli di Regioni nelle quali si stanno cimentando esperienze di governo di centro-sinistra; siamo in grado di riconoscere da qui, dalla Calabria, che anche in altre Regioni dove amministra il centro-destra si è avuto il coraggio – ed in tempi assai più rapidi dei nostri – di assumersi delle responsabilità che, in qualche modo, hanno avuto la capacità di fronteggiare anche spinte assai impopolari, di sostenere un’offerta e una domanda assai impopolare che ha dovuto contrastare la spinta della contestazione diffusa e di massa: pensiamo all’esperienza della Regione Puglia.
Non sarebbe stato meglio se avessimo avuto la forza politica, la capacità di programmazione, la forza morale di fare anche in Calabria quello che ha fatto un Presidente come quello della Regione Puglia, l’onorevole Fitto? Non solo, secondo me, Fitto ha guadagnato di prestigio, ha instradato una conduzione della gestione sanitaria verso obiettivi sicuramente più avanzati, ma quella scelta gli ha consentito di far elevare il tasso di fiducia dei cittadini della Puglia verso la istituzione Regione da una parte, al tempo stesso gli ha dato una forte carta in mano per andare a Roma e battere i pugni e non con il cappello in mano.
L’autorevolezza di Fitto gli proviene dal coraggio della scelta che ha fatto con il Piano sanitario regionale pugliese, per cui quando si è dovuto confrontare nella sede della Conferenza Stato-Regioni, quando si è dovuto confrontare con il ministro della sanità, l’ha potuto fare a ragion veduta; quando ha dovuto difendere le ragioni di un meridionalismo non di tipo straccione, ma che poteva essere un aiuto ed una convenienza del Paese, l’ha potuto fare mettendo in campo la forza di quella proposta. Anzi – diciamolo pure –, qualche volta il nostro assessore, il Presidente Chiaravalloti si è dovuto imboscare sotto la battaglia di Fitto, ma noi non potevamo e non dovevamo delegare né a Fitto né a Bassolino questa battaglia, che diventerà ancora più forte nei prossimi mesi.
Potevamo
noi, da questo lembo dare
il volto di una Regione virtuosa? Invece tutto questo non è, anzi ci
presentiamo a questo appuntamento in ritardo, lo stiamo facendo nei termini in
cui ho detto prima, ci presentiamo a questo appuntamento con la sanità, la
direzione della sanità calabrese che è divenuto il fianco più scoperto e più
vulnerabile di questa esperienza di governo che porta la firma del Presidente
Chiaravalloti.
C’è
una profonda incertezza. Quanti sono gli assessori che sono stati cambiati? E
perché sono stati cambiati? Avremmo voluto discutere delle cause di questi
cambi così repentini. C’è stata l’esperienza di Filocamo: beh, sembrava quasi
quasi che il Presidente ci consegnasse una valutazione autocritica su quella
esperienza per avere scelto Filocamo, per non aver condiviso la scelta delle
linee di attuazione, di gestione sanitaria che lui portava avanti e ci ha
voluto dire “adesso un tecnico competente, Rossi viene qua”.
Si è
fatto un lavoro che Rossi aveva avviato, ad un certo punto ci giunge notizia
che Rossi se ne scappa, letteralmente se ne scappa, perché l’idea che mette in
campo di razionalizzazione, di programmazione della sanità di quell’assessorato
non soltanto non è stata sostenuta, è stata combattuta da quelle lobby…
(Interruzioni)
Il collega Chiarella… Guardate, se anche la
stampa seguisse di più il dibattito che stiamo facendo, forse avrebbe motivo
non solo di dare un’informazione più corretta, ma di favorire una discussione e
un confronto che necessariamente non può sfuggire ad alcune questioni di
merito. Non può essere un fatto ordinario, a cui rimaniamo insensibili quando
un consigliere autorevole della maggioranza che sostiene la Giunta, il
Presidente di una Commissione consiliare in quest’Aula, fa riferimento
esplicito alle lobby degli accreditamenti. Lui, addirittura, ha usato
parole forti che noi dall’opposizione non stiamo utilizzando, la logica dei
compari – e faccio fatica a pronunciarla, ma ripeto una sua parola, la voglio
rimarcare – dei “magnacci” della politica che sostiene ed approva questo piano.
Questa logica ha contrastato Rossi, ma lui non ha avuto un sostegno della
stessa Giunta regionale, dello stesso Presidente della Giunta regionale.
E poi
arriva Gianfranco Luzzo, dall’alto della sua esperienza maturata nel corso dei decenni
di direzione amministrativa e burocratica alla Regione, un punto solido di
riferimento in un settore così delicato, che ha annunciato il suo Piano, ha
aperto il confronto con le parti sociali, con l’opposizione. E che cosa
avviene, nel pieno di una notte? Tutto quel lavoro, quel piano viene smentito,
anzi anche qui, onorevole Vescio, io e lei più volte ci siamo incontrati, ci
siamo pure ritrovati in qualche talk show televisivo, lei ricorda,
rivendicavamo il merito della Commissione per l’approfondimento che stava
facendo, per il lavoro che si stava portando avanti. Vorrei che, lei che è
stato indicato come relatore di questo piano, ci dicesse cosa è avvenuto in
quella notte, perché il cambio…
Salvatore
VESCIO
Lo
farò tra poco.
…della
proposta della Giunta con un cosiddetto maxiemendamento di maggioranza, che,
oltretutto, passava completamente sopra la testa delle audizioni che c’erano
state e quando abbiamo rinnovato quell’audizione, abbiamo visto che nessun
riscontro si è voluto dare in questa direzione. Ci si è chiusi al confronto, in
una condizione e in un momento assai particolare.
L’altra mattina l’ho detto in Aula, trovo poco garbato – a dire la verità – che il governo deleghi la presenza di un assessore nei banchi del Consiglio per seguire il dibattito. Se un Presidente della Giunta regionale non intende sentire il polso dell’Assemblea legislativa su un documento solenne come quello della sanità, non capisco come possa governare, e questo avviene in un momento in cui, mentre qui parliamo, diciamo e votiamo in questa direzione, fuori c’è uno scenario assai in sommovimento.
Stamattina
sono stato all’ospedale di Catanzaro
in visita ufficiale con
una delegazione istituzionale guidata dall’ex ministro onorevole Turco
e vi debbo dire che lì ho toccato con mano i dati che ci consegnano le
statistiche. E’ stata una visita che voleva essere sobria,
non volevamo assolutamente presentarci
con il volto della strumentalizzazione delle vicende di questi giorni, volevamo
parlare della condizione reale della sanità e questo abbiamo fatto. Eloquenti
sono state le risposte che l’onorevole Livia Turco ha dato ai microfoni del Tg,
anche rispetto al modo come ha trattato il provvedimento di sequestro
dell’ospedale.
Noi
siamo stati impediti di fare una visita ordinata stamattina nei reparti, di
parlare con gli operatori perché non avete idea di quanta gente,
spontaneamente, voleva soffermarsi a parlare e si improvvisavano continue
assemblee nei corridoi per esprimerci i loro disagi, i loro bisogni. Donne, uomini,
ammalati, operatori, gente che passava per caso dall’ospedale voleva parlare,
voleva incontrarsi con l’istituzione, avvertiva, ci comunicava la distanza che
c’è da questa istituzione, gente che difendeva l’ospedale e lo difendeva nel
mentre esprimeva la sua insoddisfazione di come, magari, alcuni pezzi di
quell’ospedale non funzionano, lo difendeva nel mentre ci raccontava le
esperienze vissute personalmente, nel momento in cui qualcuno di loro si è
dovuto sottoporre alla cura in quel nosocomio e non certo ci parlava di
esperienze di soddisfazione. Chiamavano, gridavano verso l’istituzione.
In
questo scenario emerge non una istituzione che si pone il problema di
governare, ma la difficoltà di una istituzione assente di fronte all’imperversare
di messaggi che sono distruttivi – perché i fatti tali sono – non solo
dell’immagine della Calabria, ma della credibilità del servizio sanitario.
La
vicenda di Catanzaro: abbiamo istituito una Commissione d’inchiesta, adesso
lavorerà, se lavorerà, fateci sapere quando volete farla partire, però trovo
assai curioso che questa Commissione, per quanto abbiamo indicato tempi
stretti, sessanta giorni, non abbia potuto lavorare prima e sulla base di
questo fare un ragionamento, per esempio, su una grande parte dell’utilizzo
della spesa.
La
Commissione d’inchiesta non c’è, non si dice una parola, ma noi per tradizione,
indipendentemente dai governi che ci sono stati a viale De Filippis, ricordavo
prima l’esperienza di Gianfranco Luzzo nella direzione amministrativa e
burocratica di viale De Filippis, ogni qualvolta un pezzo dell’amministrazione
pubblica veniva investito da un’inchiesta della magistratura, ricordo sia
quando stavamo all’opposizione che quando stavamo al governo, in quelle stanze
si perdevano ore ed ore per discutere e decidere come parlare alla Calabria
dalle stanze del governo. E non c’è una parola sui fatti di Catanzaro.
Oggi,
mentre ero in attesa di vedere al Tg la notizia della nostra visita
all’ospedale, viene un’altra notizia, il sequestro di tutta la documentazione
da parte della magistratura relativa alla gara dell’appalto di costruzione del
nuovo ospedale di Vibo Valentia, subito dopo l’altra notizia, che i Nas sono
intervenuti, hanno posto i sigilli, hanno chiuso un centro – mi pare – di
igiene mentale nella provincia di Reggio Calabria. Questa è l’immagine che si
dà della nostra sanità e noi facciamo finta di nulla, a fronte di una decisione
che abbiamo soltanto assunto qualche giorno fa.
L’anno
scorso abbiamo mobilitato, siamo stati protagonisti di una forte domanda
sociale, diecimila persone in piazza a protestare a Catanzaro, anche lì con un
senso di responsabilità. Per quanto ci riguarda, per esempio, non abbiamo mai
detto che i ticket non vanno pagati, abbiamo anzi detto in quelle ore,
in quei giorni che, se fossimo stati noi al governo, probabilmente avremmo
fatto pagare anche i ticket. Non abbiamo mai detto, quando lo si poteva
fare – e lo si è fatto – che la Regione non dovesse ricorrere o non dovrà
ricorrere all’esercizio dell’autonomia fiscale impositiva per rastrellare
risorse, però tutto questo non si può fare senza uno scambio. Oggi abbiamo
deciso che i calabresi pagano le tasse più alte dei cittadini di ogni altra
regione, perché il 10 per cento sulla tassa automobilistica in più si paga solo
in Calabria, perché a parte l’1,4 sull’Irpef destinato come prelievo al Fondo
sanitario, i calabresi pagano lo 0,5 per cento in più sul reddito delle persone
fisiche: per avere in cambio che cosa? Una sanità che funzioni meglio?!
Abbiamo
detto ai calabresi come intendiamo impiegare queste risorse, finalizzarle a
quale miglioramento del servizio della sanità? Troviamo scritto sul bilancio
che quei fondi che saranno recepiti dal gettito fiscale aggiuntivo calabrese,
circa 200 miliardi di vecchie lire in un solo anno per la Calabria, serviranno
soltanto a ripianare quasi, nemmeno per intero, il debito maturato nel solo
anno 2001. Tutto questo in un contesto nel quale – l’assessore non l’ha mai
smentito – ci può essere un modo per avere una certezza sullo stato finanziario
della gestione della sanità? O siamo sempre in presenza di una insicurezza data
dal balletto delle cifre? Si parla di un deficit accumulato di 2 mila miliardi
di vecchie lire, ormai è quella la cifra, siamo ben oltre i 900 milioni di
Euro, un deficit maturato in questi tre anni, a fronte di una spesa, per quanto
riguarda la sanità in Calabria, che oggi arriva a 6 mila miliardi di lire, se
contiamo anche le rate per pagare i mutui di ripianamento, quando nel 1998 era
appena la metà.
Che
cosa è successo dal ’98 ad oggi? Che cosa è successo dal ‘98, in sei anni, al
2004? Come mai è possibile, per esempio, che alcune cifre, sia per quanto
riguarda la farmaceutica sia per quanto riguarda gli accreditamenti delle case
di cura private, quasi raddoppiano e raddoppiano in un solo anno, se abbiamo
delle voci di bilancio che hanno segnato costantemente un trend di
crescita contenuto nell’arco di dieci anni? Poi ad un certo punto nel 2001, nel
2002 e nel 2003, probabilmente, se l’andiamo a verificare, quando l’andiamo a
verificare, hanno un’impennata che l’aumento che abbiamo registrato nell’arco
di dieci anni, nell’arco di cinque anni lo registriamo soltanto nell’arco di un
anno.
Si
pongono problemi seri. O non siete d’accordo su tutto questo? O quando
discutiamo di un nuovo Piano sanitario, dobbiamo omettere su tutto ciò?
Vedete, la legge ormai non ci consente nemmeno più di ricorrere ai mutui. Noi l’abbiamo fatto, ovviamente siamo stati i più solerti, mi pare che, tranne il Lazio che ha fatto qualcosa di simile, ma molto al di sotto di quello che abbiamo fatto noi, altre Regioni non abbiano fatto questa scelta di aumentare le tasse ai loro concittadini. Beh, adesso lo Stato ci impedisce di fare i mutui, ma anche su questo diciamo la verità ai calabresi: la grande parte dei mutui contratti da questa Regione sono o per calamità naturale – molto poco, a dire la verità – o per la grande sulla sanità, poi si è aggiunto quello che abbiamo fatto l’altro ieri, autorizzando il piano delle opere pubbliche.
La capacità di indebitamento fissata nel tetto del 25 per cento, sulla base dei parametri rapportati al bilancio regionale, è quasi esaurita. Noi come Calabria non potremmo più ricorrere ai mutui non soltanto perché lo impedisce la legge Finanziaria dello Stato, ma perché, anche se lo Stato dovesse riaprire l’accesso a questa norma, ormai la disponibilità che rimane per una Regione come la nostra è soltanto relativa ad una quota del 3 per cento. Questo che significa? Che se andiamo avanti di questo passo nella sanità, da dove li prendiamo questi soldi? Ben sapendo una cosa: che anche il mutuo ci consente il ripianamento per quell’anno, però ci ripropone un debito che tale è, anche se diluito nell’arco di una rateizzazione venticinquennale, cioè attraverso la contrazione dei mutui, non facciamo altro che spostare nel tempo. Dilazionando il pagamento di questo debito, alla fine avremo per questa sanità che non gode di alcuna attenzione per un intervento di riqualificazione, che rischia sempre più il depauperamento, una condizione secondo la quale i calabresi, per i prossimi venticinque anni – ormai di questo si tratta, venticinque anni sono tanto, un quarto di secolo, qualcosa in meno di tutta l’esperienza regionalista che questa Regione ha conosciuto da quando è stata istituita – i calabresi con le loro tasse dovranno pagare i debiti maturati in questi tre anni. E non c’è fine, cioè noi impegniamo le tasche dei calabresi per venticinque anni a finanziare questi debiti e, al tempo stesso, non c’è un controllo della spesa, non sappiamo dove si blocchi, come si possa bloccare.
Era stato sbagliato da parte nostra invocare questo tipo di discussione? Noi, per esempio, avevamo parlato con l’assessore – perché farne mistero? – e avrei trovato molto giusta la linea secondo la quale si favorisse, attraverso una norma specifica nel piano, un’operazione verità, perché la mia opinione – e chiedo scusa se la dico così, mi rendo conto dell’improvvisazione – è che i bilanci delle aziende sanitarie sono semplici documenti contabili che, molte volte, non corrispondono alla realtà. Se noi avessimo favorito con una norma specifica una certificazione dei crediti o, meglio, dei debiti delle aziende, una certificazione dei soggetti che avanzano il credito, forse avremmo avuto un quadro chiaro. Ovviamente questa norma doveva comportare il fatto che la Regione doveva dare un minimo di disponibilità ad incentivare queste certificazioni.
Se avessimo detto “badate, Asl per Asl raccoglieteci la certificazione di questi crediti (perché sulla base di un fondo avremmo potuto ragionare sulla disponibilità di questo fondo e sulla base dei criteri che, in qualche modo, ci potevano consentire una utilizzazione nazionale di questo fondo), saranno pagati per fare un’operazione di nuovo inizio nella gestione della spesa della sanità”, sicuramente avremmo avuto un dato molto più attendibile sulla maturazione dei disavanzi, di quello che ci fornisce il quadro ufficiale che oggi le aziende sanitarie ci pongono.
Del resto, non è un caso che, per poter rientrare nel patto di stabilità, poterci stare – ma non so come faremo l’anno prossimo – anche i dati monitorati e forniti al ministero competente non sono quelli del disavanzo reale. Lì, in qualche Asl, si è trovato il modo per mettere sotto la voce del dubbio, attraverso il contenzioso, un debito certo e quel debito non viene conteggiato nei dati ufficiali, perché se fosse stato conteggiato – ma, badate, a volte parliamo di piccole cifre rispetto alla mole di finanziamenti che vengono erogati nella sanità –, già se si fosse portato dentro quel contenzioso di questa o di quell’Asl, noi saremmo usciti fuori dal patto di stabilità. E tutto questo sappiamo che significa: anche in presenza del Fondo sanitario nazionale, uscendo fuori dal patto di stabilità, la Calabria non avrebbe potuto usufruire del riparto della quota del fondo nazionale.
Adesso il fondo sarà superato, saranno discussi dopo il dicembre del 2004 i criteri per un fondo perequativo da destinare alle Regioni più deboli. Con quali carte, con quale volto presentiamo la sanità calabrese a quel tavolo? E’ sicuramente il volto della debolezza, della precarietà.
Non c’è speranza, quindi, per questa sanità, se rimangono le cose così come sono oggi, ma soprattutto, attraverso questo meccanismo, stiamo mettendo a repentaglio seriamente il bilancio della Regione. Si è esaurita quasi la capacità di indebitamento e si è fortemente limitata la capacità di rimborso per quanto riguarda la parte dei mutui, ma in un bilancio che contiene grande parte di finanza derivata, rimane poca cosa per quanto riguarda una politica delle entrate che non solo così com’è oggi, ma anche nel caso dovesse essere razionalizzata, sarebbe insufficiente soltanto per ripianare e finanziare quei debiti di cui ho parlato prima.
Quindi rischia la Regione, ha ragione chi l’ha detto, e il nostro non è un allarme da irresponsabili, ingiustificato, noi rischiamo di produrre un duplice danno: da una parte, una sanità che funziona sempre meglio, dall’altra una Regione che rischia la bancarotta. E sapete che significa tutto questo? Se va avanti la linea – e sembra inevitabile questa linea – al di là del modello di federalismo, noi ci battiamo per un federalismo di uno Stato unitario, solidale, nel quale anche le Regioni deboli – parlo delle Regioni tipo la Calabria – possano essere messe in condizioni, possano avere l’opportunità di poter camminare da sole, sulle proprie gambe, di potersi autogovernare.
Ma come ci prepariamo all’appuntamento di quel federalismo? Ancor peggio se dovesse essere il modello di Bossi! Pensateci un attimo, cioè se si passa dalla legislazione concorrente alla piena autonomia della Regione per quanto riguarda la potestà legislativa della sanità, se si passa al modello che ogni Regione pensa alla propria sanità, che succede in queste condizioni? Immaginate Chiaravalloti che non deve rivolgersi al fondo perequativo nazionale, al Fondo sanitario nazionale, deve andare da Galan, da Ghigo, da Formigoni per avere una forma di sussidiarietà, in quali condizioni ridurremmo la nostra Regione! Altro che dipendenza! Sarebbe, sostanzialmente, una Regione che va ben oltre uno stato di dipendenza passiva, che non avrebbe la forza di pensare autonomamente al proprio destino, di prefigurare quello che è un percorso per le nuove generazioni perché fortemente dipendente da scelte che vengono compiute altrove.
E perché non le abbiamo volute fare, assessore Luzzo? Non avremmo avuto alcun problema – lo dicevo già prima, lo ribadisco qua – a votare persino a favore, se questo Piano avesse avuto alcune indicazioni chiare e nette, però la condizione era, innanzitutto, un quadro di certezza finanziaria, un quadro anche di certezza della programmazione finanziaria, non soltanto sullo stato conoscitivo della situazione attuale, quella che ci stiamo lasciando alle spalle, ma anche di programmazione, perché è vero che il vostro è un piano che lascia le cose così come sono, però se vogliamo mettere mano agli sprechi, se vogliamo rendere il sistema più produttivo dando al concetto di produttività un significato largo, inteso anche dal punto di vista della concezione della produttività sociale e non soltanto facendo i conti dei ragionieri, trattandosi del tema della salute, del diritto della salute del cittadino, noi non possiamo non programmare investimenti e – badate bene – investimenti non soltanto per l’ammodernamento delle strutture edilizie, degli impianti sanitari, dove pure registriamo una forte manchevolezza.
E’ stata una scelta, quella di far perdere di fatto alla Calabria 900 miliardi di lire, sulla base di un articolo di una vecchia legge Finanziaria per la realizzazione di nuovi ospedali? Io penso che questo sia stato un danno. Perché abbiamo dovuto perdere questi soldi? E’ stato per pigrizia, per inerzia? E’ stato fatto un ragionamento? Non c’era bisogno di questi soldi?! Ma gli investimenti di cui parliamo debbono tendere ad elevare la qualità del servizio e quando parliamo di elevare la qualità del servizio, pensiamo appunto ad investimenti in centri di eccellenza, in formazione, in ricerca, cioè fare, per esempio, degli ospedali, ma non soltanto degli ospedali, dei centri non soltanto di erogazione di un servizio, pensando ad una sanità moderna, alle forme di gemellaggio che con centri di ricerca, altri centri di specializzazione anche esterni alla Calabria si potrebbero fare.
Sono questi i gemellaggi che funzionano, non quelli che, tutto sommato, danno l’illusione di un’assistenza avanzata, ma che servono soltanto per sottrarre, cioè per intervenire nel mercato dei malati, quei gemellaggi che appunto accentuano le vie della fuga, i dati di quella mobilità per la quale, ormai, superiamo il tetto annuo di 500 miliardi che vengono cacciati dalla Regione e dati ad altre Regioni. Parliamo di gemellaggio per contaminare e spostare know-how? Parliamo di investimenti in ricerca e rendere attiva, attraverso questo, la funzione delle Università, della nostra Università.
Perché tutto questo non poterlo fare in Calabria? Perché non avere un’ambizione nel cuore del Mediterraneo, in questa regione, soprattutto se guardiamo ai processi che vanno avanti in quei Paesi che sono, ormai, il nord di un mondo che avanza? Perché non ci poniamo come punto di riferimento anche per quanto riguarda questo aspetto? E quindi non un’idea autocentrata, non un’idea del tirare a campare, quell’idea non rimuove quel tasso di sfiducia di cui ho parlato all’inizio, intanto dei cittadini calabresi.
E poi, vedete, la sanità fa contesto ambientale. A me è capitato, in quei pochi mesi che abbiamo avuto una esperienza di governo – ne parlai più volte anche con lo stesso collega Bova – un fatto assai singolare, ma non mi meravigliò più di tanto. Quando incontrammo il manager di una grande azienda assai qualificato che si proponeva la missione, il compito di venire in Calabria, questo manager ci chiese: “Ma dove vado a vivere?. Prima di scegliere la località dove andare a vivere, fatemi dare uno sguardo allo stato del vostro sistema sanitario, perché non voglio essere costretto a venire giù con la mia famiglia, lavorare, ritornare e poi, magari, per curare mio figlio, essere costretto a risalire a Milano. La prima condizione che chiedo, voglio una sanità funzionante vicino casa mia, voglio un centro dove è possibile curarsi con fiducia”. E ci fu tutta una discussione su tutto questo. La scelta fu guidata da quello che era ritenuto il punto più avanzato della sanità Calabria.
Una sanità che funziona non solo garantisce la cura della salute, ma rappresenta essere uno dei fattori di promozione dello sviluppo, di promozione di un processo di modernizzazione e di coesione sociale per far crescere questa nostra regione.
Invece non c’è una politica per gli investimenti, anzi dai numeri abbiamo appreso che, attraverso questo piano, si va a recepire il nuovo indice del rapporto tra abitanti e posti letto, per cui registriamo una crescita di nuovi: 1.200 posti letto. Beh, che piano è, se non diciamo dove mettiamo questi posti letto, per che cosa li utilizziamo, quanto costano, per quale finalità? Tutto questo non c’è. Come si fanno questi 1.200 posti letto? Si rinvia la norma? Con quali soldi?
Mi pare che stiamo decidendo, praticamente, un piano che non va a decidere, che in qualche modo certifica la situazione attuale, ne prende atto, si utilizza questo piano come escamotage per rivedere qualcosa di assai significativo. Per esempio, lo so, forse andate a rivedere la legge che prevede i requisiti per quanto riguarda la nomina dei manager. Avete bisogno di fare tutto questo? Sforate, probabilmente, anche i limiti della norma legislativa nazionale perché – come è stato detto giustamente dal collega Pacenza – allargate le maglie, ma abbassate il livello dei requisiti; invece di spingere verso una maggiore managerialità, una maggiore affidabilità delle capacità manageriali delle scelte che si vanno a fare, si spinge nella direzione opposta, cioè nella direzione di un maggiore assoggettamento, a cominciare dai direttori generali delle Asl che nominate, al potere politico della Giunta e del momento.
Questa è stata una delle cause, invece di rimuovere, che ha determinato distorsioni e guasti, voi andate ad accentuare, andate a sottolineare questo limite.
C’è il problema degli accreditamenti. C’è fretta, capisco, ed anche qui ovviamente penso soprattutto, attraverso gli accreditamenti, di fare un ragionamento sul privato. Noi non ci teniamo a passare con l’immagine di un’opposizione dal volto trinariciuto, che si schiera contro i privati. Non è così, noi non siamo contro i privati, non vogliamo esserlo, vorremmo una politica di programmazione, di organizzazione e di razionalizzazione del sistema sanitario, nel quale al privato possa essere riconosciuta la dignità di fare il privato che, insieme alla parte pubblica, si assume anche una quota del rischio.
Guardate, è un eufemismo, è un modo di dire che in Calabria c’è il comparto del privato: quel comparto è essenzialmente pubblico, perché è l’erogazione di prestazioni che vengono finanziate interamente con i fondi pubblici del Fondo sanitario nazionale e regionale. Avremmo voluto, invece, avere una competizione in meglio, feconda tra il privato e il pubblico in un’azione di complementarietà, perché si può fare un ragionamento secondo il quale, sulla base del quadro epidemiologico, di quella che è la necessità di una domanda e di un’offerta del servizio sanitario, c’è una programmazione dove privato e pubblico si vanno ad integrare per offrire al meglio servizi e non per abbassare la qualità. Invece tutto questo non c’è, c’è solo una concezione attraverso la quale il fine ultimo non rimane la cura del cittadino, la salute del cittadino, in grande parte il fine ultimo rimane la rendita e il profitto, anche attraverso le attività di servizi sanitari.
Eppure esperienze emblematiche ne abbiamo, ne abbiamo conosciuta qualcuna nell’area di Crotone, abbiamo ascoltato i dirigenti del centro “Sant’Anna” di Catanzaro nell’audizione in Commissione, cioè, non è vero che la Calabria è deserto, non è vero che la Calabria è destinata ad essere deserto, se ci fosse una sponda delle istituzioni, una sponda della politica pubblica. Imprenditori privati seri che danno affidabilità sulla qualità del servizio sanitario ce ne possono essere in questa regione; io ne ho citati solo alcuni, ma ce ne possono essere sicuramente altri.
Perché non favorire questa competizione? Beh, sarebbe stato ancora peggio – almeno in questo ci siamo riusciti, avete avuto il buonsenso di ascoltarci – se fosse passata la prima proposta che nel maxiemendamento era stata contenuta; se la ripartizione dei posti letto disponibili fosse avvenuta equamente tra pubblico e privato, in queste condizioni avremmo aumentato di ben il 20 per cento il privato e ridotto di ben il 20 per cento il pubblico. Cioè sarebbe stata la fine, ci saremmo avviati verso una privatizzazione nemmeno di tipo americano, perché poi in America le cose si fanno seriamente, anche se lì c’è tutta una discussione ormai che persino la parte più conservatrice sta rivalutando, ché, per quanto riguarda lo stato sociale, alcuni diritti hanno da conservare tutta la caratteristica di diritti universali di cittadinanza e vanno garantiti con parità di dignità e di opportunità per tutti i cittadini, indipendentemente dall’appartenenza di ceto sociale, di razza, di religione; tutti i cittadini di fronte alla legge, soprattutto nel campo della salute, sul diritto alla salute, non possono essere trattati con disparità e differenza. Anche lì, in America, si sta ragionando in termini di utilità economica per quanto riguarda la gestione e la produttività del servizio sanitario.
Qui ci saremmo avviati verso una deriva che sarebbe stata fallimentare – è stata bloccata questa parte nella Commissione – e sarebbe stato davvero peggio.
E poi perché non ragionare su una sanità che è rivolta alla Calabria reale? Il collega Chiarella – lo ricordo perché siete più numerosi – ha usato parole forti, ha parlato di lobby affaristiche di compari e non ripeto le altre parole.
Io penso che noi avremmo dovuto guardare alla Calabria e alla sua orografia, al suo quadro epidemiologico. Invece qui non solo non viene espresso, viene meno tutto il ragionamento che pure avevamo impostato e ci si era confrontati con l’assessore, sul principio della razionalizzazione della rete ospedaliera attraverso processi di razionalizzazione e di unificazione – non parlo delle aziende – sul principio della complementarità dei servizi. Ma, in qualche modo, si subisce quello che è più forte e si indebolisce quello che è più debole, perché questa storia di utilizzare in maniera equivoca ed ambigua la classificazione di ospedali di base per annullare la specificità degli ospedali di montagna penalizza fortemente le comunità locali che vivono in territori montani. Eppure la Calabria ancora mantiene un alto indice di insediamenti urbani in queste zone montane.
Come si può garantire a quei cittadini lo stesso diritto di chi, invece, vive in altre aree più servite? Quella specificità va mantenuta per tenere in piedi ospedali che funzionano, da riqualificare, magari sulla base di quella domanda epidemiologica. Mi rendo conto che non dappertutto si fanno le stesse cose o c’è lo stesso bisogno; valutiamo insieme, posto per posto, ciò che si dovrà fare, per esempio – io conosco molto di più la mia provincia – dell’ospedale di San Giovanni in Fiore, di Acri, di Lungro, di altre aree che pure in Calabria sono situate con caratteristiche particolari.
Così come pure, per esempio, l’ospedale di Mormanno, non dobbiamo perdere tempo – lo abbiamo detto nelle piazze -: perché rinunciare alla possibilità che questo nosocomio abbia una sua caratteristica specialistica, quella della riabilitazione? Perché abbassare il livello di questa qualità? Allora che succede? Gli altri ospedali li facciamo ospedali di base, gli disconosciamo il diritto di essere considerati e classificati ospedali di montagna; Mormanno, dove c’è la possibilità di una mirata e qualificata finalizzazione, lo vogliamo riconoscere ospedale di montagna! Facciamo sempre meno uno!
Perché chiudersi rispetto a queste eventualità?
E poi manca tutta la parte fondamentale. Quando parliamo di sanità, non è giusto riferirsi soltanto agli ospedali, parliamo dalla fine del ciclo, non dall’inizio. Il cittadino, il primo impatto nella cura della propria salute non lo deve avere con l’ospedale, deve evitare l’ospedale e non solo per un problema di costi, parlo di costi finanziari, di costi sociali. Quale rapporto col pediatra, col medico di base, quale funzione riconosciamo al sistema che sul territorio deve funzionare per un servizio di prevenzione e di assistenza? Come favoriamo un processo di deospedalizzazione? Badate, questo ai fini anche di diminuire i costi, ma perché c’è una domanda di qualità che viene soddisfatta in un rapporto col cittadino, non come sta accadendo adesso, perché in alcuni ospedali si sta deospedalizzando, ma perché quegli ospedali si stanno impoverendo. Se andate a vedere i bilanci di quelle aziende, negli ultimi tre anni, da un po’ di tempo a questa parte, non si investe più sulla sanità, si sottrae alla sanità e si investe, invece, in consulenze, cooperative, servizi che poi fanno la fine che abbiamo visto che fanno e diminuiscono i ricoveri.
Io ho denunciato il caso dell’ospedale della mia città, un nosocomio abbastanza rinomato: dati assai allarmanti, e lì non c’è la prova che si fa assistenza sul territorio, la gente va fuori, non si fida più perché pesa non soltanto una carenza di programmazione, ma pesa quella scelta assai estensiva dell’assoggettamento che non si riferisce soltanto ai manager, ormai si riferisce ai medici, ai primari, fino alle categorie degli operatori sociali di tipo diverso e di tipo infermieristico.
Come non pensare ad un piano di impatto di formazione di qualità? Certo, magari guardando anche la domanda che c’è in Calabria. Ma perché rinunciare? Scusate, vi pare poco se formiamo buoni infermieri, di qualità? Vi pare poco consentire a questi giovani che non trovano lavoro in Calabria, invece che emigrare – la dico così, a costo di rischiare di essere equivocato – invece di mandarli allo sbando per poche centinaia di Euro al mese nelle città del nord e fare lavori di infima qualità, vi pare poco formare qui in Calabria infermieri di qualità – e noi sappiamo che il calabrese ha una propensione umana a darsi all’altro per assistenza che non è pari alle tradizioni, ai costumi di altre popolazioni – e consentire a queste forze di ricollocarsi sul mercato, che va ben più al di là della stessa realtà calabrese? Invece tutto questo non c’è, perché manca la qualità in molti casi, c’è carenza.
E’ capitato ad ognuno di noi. Non vi è mai capitato dover sopportare il peso, per assistere un congiunto, di ricorrere a forme di assistenza privata nelle ore notturne o in alcune ore della giornata ad alto costo per personale non qualificato? E non tutte le famiglie si possono permettere questo lusso, soprattutto per alcune categorie e tipi di assistenza, drammi che si vivono nelle famiglie, nelle nostre comunità, sono quelle condizioni che promuovono le degenerazioni, addirittura.
E poi l’altro punto è quello della partecipazione e del controllo. Scusate – è vero che abbiamo rivisto, c’è pure qualcosa anche da questo punto di vista –, c’è un riconoscimento a poteri più efficaci da parte del sistema delle autonomie locali? Io mi auguro che vengano messi nelle condizioni di essere attivati questi poteri, perché anche qui se faccio riferimento all’esempio che abbiamo conosciuto con altre leggi, penso alla legge del trasferimento delle competenze gestionali al sistema delle autonomie locali che è stata approvata e bloccata, penso alla legge regionale urbanistica, ancora attendiamo le linee-guida e i regolamenti, devo rilevare che questa brutta abitudine di fare le leggi manifesto, i piani manifesto e poi non applicarli ormai è sperimentata in questa Regione. Non vorremmo che anche sul Piano sanitario ci fosse un problema di questo tipo. Riconosciamo che un passettino si è fatto per quanto riguarda il riconoscimento di una funzione più attiva al sistema delle autonomie locali, però sarebbe stato meglio se ci fosse stata una sorta di controllo incrociato. Non disconoscere il diritto di nomina al Presidente della Giunta regionale, no, ma coinvolgere la responsabilità dei territori nella scelta che si andava a fare, sulla base di requisiti certi ed avanzati e non dell’allargamento delle maglie, così come voi avete fatto.
Secondo me,
bisognerebbe cominciare a pensare, in una regione
come la nostra, al principio attivo della responsabilità soggettiva di chi
governa. Non è giusto, anche nella sanità, che in una stessa regione ci siano
diversi territori con i cittadini di quella stessa regione che sono fruitori di
servizi che, a volte, costano di più e funzionano di meno. Bisogna incentivare meccanismi di premialità: se
nell’Asl di Locri si spende di meno e la sanità funziona di più, a quel
territorio bisogna riconoscere quel merito
ed aiutarli o a risparmiare tasse o
ad aumentare gli investimenti.
Invece non è così, pagano tutti allo stesso modo, pagano tutti di più, a dire
la verità, paghiamo di più per ottenere tutti
di meno! Ma in questo quadro, poi, c’è chi spreca di più e chi è più virtuoso,
ma tutti vengono fatti pagare allo stesso modo – anzi è stata prevista questa
questione –, si va verso un allineamento della quota capitaria, ma oggi ci sono
dei casi paradossali: se vedete nelle Asl
dove è più forte il disavanzo, l’indice di percentualizzazione degli sprechi e
della spesa non qualificata e inattiva, sono dirottati gli investimenti con
maggiore quota capitaria, cioè quell’Asl riceve più soldi da spendere per ogni
cittadino rispetto ad altre Asl della Calabria dove, magari, si è speso di meno
e si è ottenuto di più in termini di qualità di servizi.
Questo
non può essere il frutto di una scelta
soggettiva ed accentrata dell’assessorato,
della Giunta regionale, occorre determinare un meccanismo di responsabilità
soggettiva ai fini del controllo anche dei territori, trovando il modo come responsabilizzare quei territori, non
soltanto sulle nomine, ma anche sulla qualità della spesa perché chi consuma
più malamente paga di più, paga egli
stesso quel danno e non lo deve caricare sulle tasche di chi, invece, è stato
più virtuoso, cioè un meccanismo secondo il quale apriamo una gara in Calabria
a fare di più e meglio nel senso della difesa dell’interesse pubblico collettivo. Questo significa costruire
senso civico, altrimenti cos’è il
senso civico? E noi sappiamo, ormai da più anni, ce lo vanno dicendo sociologi,
indagini, che abbiamo la regione a più basso tasso di senso civico, che è la
prevalenza dell’individualismo,
dell’interesse particolare sul bene collettivo, sul bene che è patrimonio di
tutti. Noi dovremmo fare in modo che, per far crescere questa regione
soprattutto in questo settore della sanità, invece si favorisse una gara. Non
si è voluto fare. Noi pensavamo che fosse opportuno, sarebbe stata una bella
prova in questa sfida a chi era più innovatore, a chi era meno conservatore, a
chi era più riformatore.
E poi
l’agenzia: vedete, ho la sensazione, se passa questo piano, che diventi più
stretto il collo di quell’imbuto che è rappresentato dalla direzione regionale,
dall’assessorato. C’è un controllo più asfissiante, più pesante persino sulla
stessa capacità autonoma di gestione delle aziende, diventa sempre meno labile,
sempre più identificato il livello della programmazione con quello del
controllo.
Allora
perché rinunciare all’idea di pensare non ad un altro carrozzone, non ad
un’altra struttura per dare posti di potere, di consigli di amministrazione e
di consulenza, ma ad una struttura agile, efficiente, di competenza, quella
dell’agenzia regionale che, in rapporto alla domanda, tira su la programmazione
e mi controlla sulla base degli obiettivi che vengono dati alle varie Asl, mi
controlla la capacità gestionale. Anche su questo non si è voluto lavorare,
avete fatto un’altra scelta.
Sono
state solo queste alcune osservazioni che ho voluto avanzare, le altre sono
state motivate in un appassionato, intenso e forte dibattito animato da questi
banchi dell’opposizione. Anche se questo Piano lo approvate, noi non ci
fermeremo perché la preoccupazione la vogliamo mantenere in campo, vogliamo che
la preoccupazione sia fonte di una pressione sociale che, in qualche modo, sia
quella la forma attraverso cui esercitare una maggiore vigilanza, un maggiore
controllo. Non so se ce la faremo, non è scontato che ce la possiamo fare ad ottenere
risultati visibili, perché se passa questo Piano, la partita ce la siamo
giocata. I tempi non saranno prossimi, pervenire ad un altro Piano sanitario
non è cosa facile, sicuramente non lo si farà per questa legislatura. Allora la
preoccupazione la vogliamo mantenere in campo perché la domanda è assai
attuale: pensate di poter andare avanti così fino al 2005? Badate, non c’è un
calcolo di parte, perché poi non è detto, non sappiamo, non siamo in grado di
fare previsioni su chi governerà dal 2005 in avanti.
Noi
abbiamo esperienza che tutto ciò che appare scontato, soprattutto se va avanti
una certa deriva, non lo è. Quindi non facciamo un ragionamento di parte, Siamo
preoccupati di quello che dovremo fare noi quando andremo al governo? Tutti
danno per scontata l’alternanza al governo della Regione: “Il centro-sinistra
come potrà governare questa Calabria ridotta in queste condizioni?”. Non è
quello il punto, pensiamo e ragioniamo su questo terreno indipendentemente
dalle collocazioni vostre e nostre, indipendentemente da chi sta al governo e
da chi sta all’opposizione. Ai vostri figli, ai nostri figli possiamo
consegnare una Calabria ridotta in queste condizioni, soprattutto per quanto
riguarda la sanità? Possiamo pensare che il nostro futuro lo costruiamo su
queste basi di argilla o, invece, non utilizzare questo tempo per arrestare la
tendenza non solo al degrado, ma per cominciare a modificare? Perché ritirarsi?
Perché avere avuto la preoccupazione? Non c’era la preoccupazione, assessore
Luzzo, di avere i ventuno voti; ci sarebbero stati, da questi banchi, altri
voti se avessimo fatto questa operazione. Francamente non lo capisco perché ci
siamo dovuti fermare. Perdevamo qualche giorno in più? Forse sì, ma almeno
avremmo fatto un Piano utile alla Calabria. Noi con questo approccio ci eravamo
disposti a questo percorso, però questo percorso è stato cambiato in maniera
immotivata.
Tutto
ciò che è stato detto nelle sedi ufficiali e nelle sedi ufficiose poi non ha
trovato riscontro negli atti della Commissione. Ce ne duole, perché non ci va
di mezzo la qualità dei rapporti tra opposizione e maggioranza; la Calabria,
ancora una volta, pagherà un alto prezzo o, meglio ancora, un alto costo perché
su questa base sicuramente non solo perdiamo del tempo, ma questo tempo costerà
in termini sociali e finanziari. Noi andremo avanti, faremo leva su tutte le
opportunità che la legge ci dà, agiamo nel campo della dialettica democratica,
non abbiamo concezioni eversive, però almeno dopo che abbiamo presentato la
proposta, attraverso la denuncia, la protesta sociale, riteniamo di far pesare
un sentimento che noi riteniamo sia maggioritario in Calabria. Chissà questo
possa fare da deterrenza, perché al peggio non ci sia mai fine. E la notte,
quella più buia, ci auguriamo sia tardi a venire o impediamo che avvenga, anche
se lo facciamo dall’opposizione. Insomma non rinunciamo dall’opposizione per
queste vie a muoverci secondo una responsabilità che è propria di una cultura
di governo. Allora vediamo, nei prossimi giorni, posto per posto, momento per
momento, come verifichiamo la capacità, la qualità dei risultati sulla base di
questo dibattito.
Noi
non siamo interessati a dire che avevamo ragione, magari riuscissimo ad
invertire il trend, però temiamo che questa nostra ragione sia la
condizione di una realtà che, ormai, è aperta davanti agli occhi di noi tutti.
Un momento così non l’abbiamo forse vissuto in altre epoche, non sbagliamo se
anche in questa occasione vi ricordiamo che state scrivendo la pagina più
triste della storia del regionalismo calabrese. Ci auguriamo che, presto, venga
posta fine a questa pagina.
PRESIDENTE
Si passa all’esame dell’articolato. Poiché ci sono tanti emendamenti, bisogna fare un lavoro con calma, sereno e tranquillo.
Avete avuto le copie sia dell’articolato che degli emendamenti.
Pongo in votazione l’articolo 1.
(E’ approvato)
All’articolo 2 sono stati presentati emendamenti.
Emendamento protocollo numero 721 a firma Guagliardi: “All’articolo 2, comma 4, le parole “determinano” e “con gli organismi di volontariato” sono sostituite con “concordano” e “con gli organismi di volontariato”.
La parola all’onorevole Guagliardi.
L’articolo
ha come titolo “Partecipazione tutela dei diritti dei cittadini”. E’ del
tutto evidente che al comma 4, se vogliamo parlare di partecipazione e quindi
di confronto e dialogo tra le parti, invece del “determinano” che è un
imperativo, vada messo il verbo “concordano”, proprio per favorire le modalità della partecipazione alla determinazione dei tempi del
lavoro svolto.
Quindi proporrei che
venisse modificato il comma 4 “le aziende determinano” con “le aziende
concordano” e poi sotto “con gli organismi di volontariato”, in modo che ci sia una chiara rappresentazione delle modalità di compartecipazione ad un lavoro.
Parere
del relatore? Favorevole. Parere della Giunta? Favorevole.
Pongo in votazione l’emendamento protocollo numero 721.
(E’ approvato)
Pongo in votazione l’articolo 2, così come emendato.
(E’ approvato)
Articolo 3. Emendamento protocollo numero 722 a
firma Guagliardi: “All’articolo 3, dopo il comma 1, è
aggiunto il comma 1 bis: “Viene all’uopo istituito l’Albo regionale delle Associazioni
di volontariato secondo i criteri
indicati dal Consiglio regionale con apposito atto da emanarsi entro il termine
di sessanta giorni dall’approvazione della presente legge”.
La parola all’onorevole Guagliardi.
L’articolo
recita: “I rapporti fra le istituzioni di volontariato
e gli organismi”...“da apposite convenzioni in
conformità con quanto disposto dalle normative
nazionali e regionali”. Proporrei di aggiungere al comma 1 un punto successivo
in cui si prevede l’istituzione dell’Albo regionale delle Associazioni di volontariato secondo i criteri indicati
dal Consiglio regionale con una deliberazione,
un atto o una legge, da emanarsi entro sessanta giorni dall’approvazione della
presente legge.
Aggiungerei,
quindi, che le modalità del rapporto con le associazioni di volontariato
vengano regolate da un preciso albo delle stesse.
PRESIDENTE
Parere
della Giunta?
Contrario,
perché – come sa – la legge nazionale sul volontariato ha abolito l’albo,
onorevole Guagliardi, in passato c’era l’albo dei volontari che li ergeva a
professionisti del volontariato. La legge nazionale, ormai, ha abolito gli
albi.
Quindi
il parere è negativo.
Parere
del relatore? Contrario.
Pongo
in votazione l’emendamento protocollo numero 722.
(E’
respinto)
Pongo in votazione l’articolo 3 così come emendato.
(E’ approvato)
Pongo in votazione l’articolo 4.
(E’ approvato)
Pongo in votazione l’articolo 5.
(E’ approvato)
Articolo 6. Emendamento protocollo numero 751 a firma Borrello, Pacenza, Pirillo: “All’articolo 6, commi 1 e 3, dopo le parole “Giunta regionale” si aggiungono le parole “e previo parere della competente Commissione permanente”.
La parola all’onorevole Borrello.
L’emendamento ha una sua finalità. Intanto, non
saremmo d’accordo sul fatto che la Giunta regionale disciplini le modalità di funzionamento della Conferenza
dei sindaci, rappresentando ciò una sorta di ingerenza di un organismo che è
indipendente dalla Giunta regionale, però abbiamo acquisito anche in
Commissione questa volontà della maggioranza e quindi proponiamo che almeno
questa deliberazione, sia per quanto riguarda il primo che il terzo comma,
acquisisca il parere della Commissione consiliare.
Parere
del relatore? Favorevole. Parere della Giunta? Favorevole.
Pongo
in votazione l’emendamento protocollo 751.
(E’
approvato)
Pongo in votazione l’articolo 6 così come emendato.
(E’ approvato)
Pongo in votazione l’articolo 7.
(E’ approvato)
Emendamento protocollo numero 750 a firma Borrello, Pacenza, Pirillo: “Dopo l'articolo 7 si aggiunge il seguente articolo:
7 bis - Accreditamenti
1. L'accreditamento nell'ambito della programmazione regionale è titolo necessario per la instaurazione dei rapporti di cui all'articolo 8 quinquies del decreto legislativo n. 502/92 e successive modifiche ed integrazioni, secondo principi di imparzialità e trasparenza.
2. Fatti salvi i requisiti previsti dal Dpr 14 Gennaio 1997 (Norme in materia di requisiti strutturali, tecnologici ed organizzativi delle strutture sanitarie: accreditamento e procedure di accreditamento), il Consiglio regionale, su proposta della Giunta regionale da effettuarsi entro 180 giorni dalla entrata in vigore della presente legge, approva un regolamento che, oltre a determinare modalità, termini per la richiesta ed il rilascio della autorizzazione, le sanzioni da comminare in caso di infrazione, disciplina:
a) i requisiti strutturali, tecnologici ed organizzativi generali e specifici delle strutture pubbliche e private per l'esercizio delle seguenti tipologie di attività sanitarie:
1. prestazioni di assistenza specialistica ambulatoriale e territoriale;
2. prestazioni di assistenza ospedaliera per acuti a ciclo continuativo e diurno;
3. prestazioni di ricovero in fase post‑acuta a ciclo continuativo e diurno;
b) le disposizioni sul rilascio delle autorizzazioni per l'apertura e l'esercizio delle strutture private dove si esercitano le attività di cui ai punti 1., 2. e 3.;
c) i principi e le modalità per la determinazione dei requisiti delle strutture pubbliche e private, nonché dei professionisti ai fini dell'accreditamento;
d) i requisiti strutturali, tecnologici ed organizzativi generali e specifici, nonché le disposizioni sul rilascio delle autorizzazioni per l'apertura e l'esercizio degli studi odontoiatrici, medici e di altre professioni sanitarie, ove attrezzati per erogare prestazioni di chirurgia ambulatoriale, ovvero procedure diagnostiche e terapeutiche di particolare complessità o che comportino un rischio per il paziente.
3. Le strutture che erogano prestazioni di assistenza specialistica in regime ambulatoriale e le strutture che erogano prestazioni in regime di ricovero a ciclo continuativo e/o diurno per acuti e non acuti sono tenute ad adeguarsi e a mantenere i requisiti di cui al comma 2.
4. Non possono essere attivati nuovi accreditamenti”.
La parola all’onorevole Borrello.
Partendo
dal fatto che la Calabria è l’unica Regione d’Italia – ma questo è solo per
diritto di cronaca – a non avere una normativa sugli accreditamenti, ritenendo
che questo sia un argomento troppo importante all’interno del sistema sanitario
perché continui ad essere “trascurato” sul piano legislativo, noi proponiamo
questo articolo 7 bis sugli accreditamenti, ipotizzando all’interno una serie di condizioni che sono
comunque legate al Dpr 14 gennaio ’97, rinviando ad un Regolamento proposto
dalla Giunta regionale da approvarsi a cura del Consiglio regionale, perché
disciplini poi più compiutamente tutta la materia.
Noi
pensiamo che sia un argomento da prendere in seria considerazione. Anche se
nella fase della discussione generale, l’assessore ci ha detto che, in qualche
maniera, questo settore di attività è disciplinato dall’allegato al Piano
sanitario, noi restiamo fermamente convinti che c’è l’esigenza di una norma
legislativa, per cui proponiamo l’accoglimento di questo emendamento.
PRESIDENTE
Parere
della Giunta?
Negativo, perché tutta la materia
è ampiamente disciplinata dall’allegato
al piano, che essendo approvato con legge regionale, è esso stesso legge e
tutta la materia, la procedura è molto più ampiamente disciplinata rispetto al
testo proposto che – come dicevo – è comunque una norma di legge perché
approvata con legge regionale.
Parere
del relatore? Contrario.
Pongo
in votazione l’emendamento protocollo numero 750.
(E’
respinto)
Articolo 8. Emendamento protocollo numero 723 a firma Guagliardi: “Al comma 1 dell'articolo 8 aggiungere: “Viene revocato l'accreditamento delle risorse della Regione Calabria alle strutture private in cui risultino soci assessori e/o consiglieri regionali in carica e loro parenti fino al terzo grado, dirigenti dell'assessorato alla salute e loro parenti fino al terzo grado”.
La parola all’onorevole Guagliardi.
Presidente, mi pare
che questo emendamento rientri nel clima generale della politica
in Calabria. Noi abbiamo
una fase di molti dubbi sull’istituzione Regione, le polemiche di questi tempi tra l’aumento delle indennità, i concorsi vari, eccetera, che soprattutto emergevano un po’ dalla stampa degli
ultimi tempi, ma anche da interrogazioni
parlamentari, per cui, anche per il dibattito di ieri, bisognerebbe fugare quello che viene chiamato il conflitto di interessi anche di questo Consiglio
con la materia della sanità.
Noi
potremmo avere un atto di coraggio – e sarebbe un segnale positivo per la
Calabria – se ci dessimo una regola importante, quella della eliminazione di
qualsiasi sospetto di interferenza e di ingerenza tra la politica e la gestione
dei servizi.
Allora
l’emendamento che propongo, che è così scritto “Viene revocato
l'accreditamento delle risorse della Regione Calabria alle strutture private in
cui risultino soci assessori e/o consiglieri regionali in carica e loro parenti
fino al terzo grado, dirigenti dell'assessorato alla salute e loro parenti fino
al terzo grado”, sarebbe
un segnale importante per la Calabria, cioè sarebbe da dire che noi vogliamo eliminare qualsiasi
inquinamento, qualsiasi
livello di sospetto tra chi elabora un Piano
regionale per la salute ed eventuali insinuazioni o eventuali conflitti di interessi tra la politica e la
gestione dei servizi.
In
questo senso, chiedo che venga accolto, perché è un emendamento importante per
la politica, non soltanto per la maggioranza o la minoranza, è un segnale di
moralizzazione della politica, per cui anche nella forma, se ci sono dei
limiti, comunque lo spirito di questo emendamento chiedo che venga raccolto
proprio per avviare quel percorso di trasparenza che vogliamo dare alla
Calabria attraverso i nostri atti futuri.
PRESIDENTE
Parere
della Giunta?
Pur condividendo lo spirito con cui l’onorevole Guagliardi
propone questo emendamento, ritengo che lo stesso non sia da accettare come governo perché mi sembrerebbe incostituzionale, cioè una norma che revochi l’accreditamento… Lei sa, peraltro, che l’accreditamento non esaurisce la procedura, c’è anche l’acquisto di
prestazioni, per cui sotto questo
aspetto non mi sento di accogliere,
pur apprezzando lo spirito, ma ritengo che sarebbe
fuori da ogni logica costituzionale
accettare questo tipo di proposta.
PRESIDENTE
Prego, onorevole Guagliardi.
Assessore, credo che oggi potremmo dare un segnale, al limite trasformare questo emendamento in un documento, in una indicazione per dire che questa Calabria non vuole essere inficiata dal sospetto che ci siano conflitti di interessi. Quindi trasformiamo questo emendamento in un ordine del giorno, in non so che cosa, però diamolo questo segnale ai calabresi, perché evidentemente ci sono molti sospetti sulla politica e forse, in questo modo, potremo evitare il rischio di essere tacciati di conflittualità di interessi in materia.
Gianfranco LUZZO, assessore alla sanità
E’ materia questa diversa… poi diventa altra cosa, onorevole Guagliardi. Credo che in questa fase non
possiamo che esaminare il testo di
legge…
PRESIDENTE
La parola all’onorevole
Galati.
Capisco il senso dell’emendamento, però contrasta con una norma di carattere costituzionale, perché l’attività economica privata è libera e qualsiasi cittadino, anche se è suo fratello, può fare un’attività ed ottenere l’accreditamento: siccome lei è consigliere regionale, lui deve essere penalizzato? E’ assurdo! Possiamo, invece, controllare in modo tale che non ci siano privilegi di altro genere.
PRESIDENTE
La parola all’onorevole Tommasi.
Presidente, forse questo emendamento, in alcuni passaggi, è davvero incostituzionale, però credo
che possiamo anche modificarlo, e chiedo al consigliere
Guagliardi se è d’accordo per una modifica, fermandoci soltanto a questo punto:
“Viene revocato l'accreditamento delle risorse della Regione Calabria alle
strutture private in cui risultino soci assessori e/o consiglieri regionali,
pena la decadenza”,
senza pensare al terzo grado, perché se uno ha un cugino, un nipote, eccetera, non può fare
minimamente attività! Quindi fermarci solamente ad assessori e consiglieri regionali, se hanno accreditamenti devono optare o per
l’accreditamento o per la carica. Potrebbe essere un messaggio che mandiamo
alla Calabria.
PRESIDENTE
La
prendiamo come raccomandazione.
Diego
Antonio TOMMASI
No, a
questo punto, se il consigliere Guagliardi la ritiene opportuna, la mettiamo ai
voti…
PRESIDENTE
Ai
voti che cosa?
Diego
Antonio TOMMASI
La
proposta dove si ferma “fino a consiglieri regionali in carica”, senza il terzo
grado dei parenti che mi sembra un po’ troppo eccessivo.
PRESIDENTE
Prego,
assessore Luzzo.
Gianfranco LUZZO, assessore alla sanità
Ribadisco quella preoccupazione che ho espresso, onorevole Tommasi, che un provvedimento del genere sicuramente avrebbe motivo di incostituzionalità, per cui noi possiamo recepire una raccomandazione.
Diego Antonio TOMMASI
Così formulato non può essere incostituzionale.
PRESIDENTE
Lo possiamo trasformare in ordine del giorno.
Prego, onorevole Napoli.
Giuseppe Giuliano NAPOLI
Presidente, non sono stati distribuiti a tutti i consiglieri gli emendamenti.
PRESIDENTE
Sono stati distribuiti, probabilmente qualcuno era assente in quel momento, stiamo provvedendo a fare arrivare alle copie.
Giuseppe Giuliano NAPOLI
Però siamo nella materiale impossibilità di poter partecipare ai lavori.
PRESIDENTE
Parere del relatore? Contrario.
Pongo in votazione l’emendamento protocollo numero 723.
(E’ respinto)
Emendamento protocollo numero 724 a firma Guagliardi: “All’articolo 8, comma 2, le parole “La Giunta regionale” e “due anni” sono sostituite con “Il Consiglio regionale” e “sei anni”.
La parola all’onorevole Guagliardi.
Presidente, illustro anche il 725.
Per l’importanza che ha questo progetto di legge che si sta approvando, propongo la sostituzione delle parole “la Giunta regionale” con “Consiglio regionale” e nel 724 c’è un errore, invece di “sei anni” è “sei mesi”, di ridurre i due anni in “sei mesi” la preparazione dei provvedimenti rispetto alla distribuzione dei posti letto.
Quindi propongo che vengano sostituite le parole “Giunta regionale” con “Consiglio regionale” e “due anni” con “sei mesi”.
PRESIDENTE
Parere
della Giunta?
Negativo, per
l’ovvia ragione che questa è materia di gestione,
non di programmazione; i
due anni sono il minimo indispensabile
per consentire la
riconversione dei posti letto.
Parere
del relatore? Contrario.
Pongo
in votazione l’emendamento protocollo numero 724.
(E’
respinto)
L’emendamento protocollo numero 725, che così recita “All’articolo 8, comma 6, le parole
“La Giunta regionale” sono sostituite con “Il Consiglio regionale”, è stato già illustrato, per
cui lo pongo direttamente in votazione.
(E’
respinto)
Emendamento protocollo numero 684 a firma Torchia, Morrone, Pezzimenti: “Il comma 7 dell’articolo 8 viene così riformulato: “Trova applicazione anche per le strutture private accreditate il differimento dei termini di cui all’articolo 15, comma 6, della legge regionale del 26 giugno 2003, n. 8”.
Lo illustra l’onorevole
Morrone.
Questo emendamento
tende a mettere sullo stesso piano, ai fini della normativa, strutture pubbliche e private. Con
legge numero 8 del 26 giugno 2003 abbiamo prorogato i termini della legge del 14
gennaio ’97 per la riorganizzazione
del servizio solo per le strutture pubbliche, dimenticando – credo solo
per un errore – di estenderlo
anche alle strutture private accreditate. Questo emendamento corregge quella
disattenzione, anche in tal senso abbiamo ricevuto tutti i consiglieri una
lettera dell’Aiop che ne sollecita l’inserimento.
PRESIDENTE
Parere
della Giunta?
Se può ritirarlo, cortesemente, per farne
oggetto poi di una separata discussione. E’ una richiesta che sento di farle
per volerlo approfondire in altra sede, anche per altro tipo di effetti che potrebbero venir fuori con riferimento
agli accreditamenti che abbiamo già fatto,
nell’accertare il possesso di questi requisiti che lei sa e per non penalizzare
chi ha già fatto il lavoro e chi ha avuto negato accreditamenti perché mancano
le condizioni.
Siccome
vorremmo capire come siamo messi sull’argomento, quali sono i riflessi, se
possiamo farne oggetto di separato esame in altra sede.
PRESIDENTE
Prego,
onorevole Morrone.
Ennio MORRONE
All’articolo 7 c’era già quello che ha presentato lei, almeno approvi quello e questo lo facciamo in separata sede.
Gianfranco LUZZO, assessore alla sanità
Lo possiamo fare e siccome lei ricorderà che c'è un comma 7 che non è stato oggetto di votazione, l’avevamo rimesso all’Aula, o in una formula o in un’altra, la mia proposta è che questo argomento, per formare oggetto di specifico approfondimento, venga eliminato e nella formula proposta da noi e in quella proposta da lei, di modo che l’argomento lo lasciamo libero per essere oggetto di separata discussione in altra sede.
Se lei lo ritira, noi ritiriamo anche questo…
PRESIDENTE
Quindi questo è ritirato, momentaneamente.
Gianfranco LUZZO, assessore
alla sanità
Per chiarezza, quindi anche
il comma 7…
(Interruzioni)
Siccome c’è un comma 7 nel
nostro testo, allora anche questo comma 7 nostro viene ritirato, per cui la
materia resta libera per essere…
Assessore, volevo un chiarimento: lei ha detto che sarà oggetto
di un successivo provvedimento, o in un senso o nell’altro, perché potrebbero essere stati negati. Qui non si
tratta di possedere i requisiti, si
tratta di chi è già accreditato, non di uno da accreditare, perché se è una struttura da accreditare, lei ha perfettamente
ragione, altrimenti ci sarebbe una differenza… L’emendamento parla di strutture accreditate, per cui prorogare i termini per gli adeguamenti non nuoce a nessuno, perché se oggi
con l’attuale legislazione preparo una struttura sanitaria, ambulatorio o che
sia, devo predisporlo secondo i dettami della nuova legge, quindi se gli
mancano i requisiti non lo può fare perché la legge vigente è questa. Cosa
diversa è dire che chi già li ha, ha più tempo per aggiornarsi.
Assessore,
parliamo delle strutture accreditate, quindi se oggi devo fare una clinica, un
ambulatorio, un laboratorio di analisi, lo faccio in base alla norma, mica
posso non farlo in base alla norma, perché la norma vigente è quella.
Noi parliamo di prorogare i termini a chi ha già l’accreditamento, che già lavora e ha le tre “A”, di prorogare i termini per la riorganizzazione, che è una cosa diversa da quello che lei, giustamente, ha detto e che condivido, perché qui sa che cosa sta succedendo? Che noi con l’articolo 20 alle strutture pubbliche – che dobbiamo difendere, è nostro compito difendere – abbiamo concesso una proroga; le strutture private, che paghiamo con grande ritardo, a volte anche di un anno – e lei lo sa molto bene –, io dico le strutture private “penalizziamole” con maggiori accertamenti e con maggiori controlli per inappropriatezza di ricoveri, per tutto quello che è giusto che si faccia e, purtroppo, non si fa molto, però non possiamo penalizzare su una legge che dice che per qualcuno si differiscono i termini e per qualcun altro non si differiscono.
Guardi,
assessore, che io glielo ripropongo il problema perché, se si riferisce a nuove
strutture, ha ragione lei, ma io mi riferivo a strutture già accreditate; fra
l’altro l’Aiop le ha mandato una lettera, assessore, in cui le sollecita
questo. Ma parliamo sempre di strutture già accreditate, non da accreditare,
per cui l’osservazione non ci sta affatto.
PRESIDENTE
Prego, assessore Luzzo.
Onorevole Morrone,
l’ho ascoltata con attenzione,
ma le ribadisco la mia preoccupazione
di non precostituire disparità di trattamento.
Quello che dice è vero, lei parla di chi è già accreditato, ma le ricordo che
c’è chi chiede l’accreditamento,
a cui viene negato perché non è in conformità alle disposizioni. Allora noi
avremmo che chi è già accreditato resta così com’è per ancora due anni, chi ha
chiesto l’accreditamento non lo può avere perché non ha questi requisiti,
quindi la disparità la vedrei.
Pertanto,
le chiedo di approfondire questa problematica, fra le altre cose stiamo
eliminando anche il nostro comma 7, come ha visto, a questo punto la materia
sarà oggetto di specifica trattazione in occasione del primo collegato utile.
PRESIDENTE
L’emendamento protocollo numero 684 è momentaneamente ritirato.
Il protocollo 692 è ritirato…
Gianfranco LUZZO, assessore alla sanità
…perché trova disciplina insieme a questa materia in occasione della prima tornata utile.
PRESIDENTE
Questi due emendamenti saranno oggetto di una disciplina, magari, nel prossimo collegato alla Finanziaria.
L’emendamento protocollo numero 778 decade per assenza del proponente.
Pasquale Maria TRIPODI
Lo faccio mio, Presidente.
Ormai non più, è decaduto.
Pongo in votazione l’articolo 8.
(E’ approvato)
Pongo in votazione l’articolo 9.
(E’ approvato)
Emendamento protocollo numero 748 a firma Pacenza, Bova, Borrello, Pirillo: Emendamento aggiuntivo: “Articolo 9/bis:
“1. Il Prs trova attuazione attraverso la programmazione sanitaria aziendale. L'atto di programmazione sanitaria aziendale è il piano attuativo.
2. La Giunta regionale:
a) indirizza la formazione dei piani attuativi e delle relazioni sanitarie aziendali, anche attraverso l'emanazione di linee-guida a carattere tecnico operativo e di schemi tipo per la redazione degli elaborati;
b) controlla la conformità dei piani attuativi delle aziende sanitarie territoriali alle disposizioni del Piano sanitario regionale, emanando eventuali prescrizioni di adeguamento;
c) controlla, attraverso le relazioni sanitarie aziendali, la corrispondenza dei risultati raggiunti con i risultati attesi previsti dai piani attuativi;
d) nell'ambito delle proprie competenze in materia di vigilanza e controllo, può attivare iniziative atte a verificare la rispondenza fra gli atti di programmazione e l'azione di governo delle aziende”.
La parola all’onorevole Pacenza.
L’emendamento rispetto al
testo proposto, perché c’è stata già una discussione
in Commissione, a noi sembra più organico rispetto a è il testo ora, quindi è
soltanto un fatto squisitamente di
organicità all’interno della strumentazione
di carattere regionale rispetto alle competenze
della Giunta e agli strumenti di attuazione del Piano sanitario.
PRESIDENTE
Parere
della Giunta?
Onorevole Pacenza –
e questo è il passaggio che volevo sottoporre
alla sua attenzione –,
siccome noi nel testo abbiamo indicato,
sostanzialmente, le procedure che si riferiscono ai piani attuativi, cioè
all’atto aziendale o ai
piani attuativi, non vorremmo codificare
in modo rigido modalità che
la Giunta si può dare più liberamente, in modo più flessibile e più adeguabile
alle necessità, non codificando in modo preciso i comportamenti e le
modalità che la Giunta poi adotterà questo tipo di provvedimenti.
Perciò, per come l’abbiamo proposto – come sa, anche nel testo c’è un’indicazione di massima che dice che la Giunta formula questi indirizzi – il vincolare la Giunta a come fare gli indirizzi ci è sembrato un po’ irrigidire e ingessare una materia che, per sua natura, richiede una qualche flessibilità e capacità di essere adeguata alle mutevoli esigenze delle aziende.
Parere
del relatore? Contrario.
Pongo in votazione l’emendamento protocollo numero 748.
(E’ respinto)
Articolo 10. Emendamento protocollo numero 741 a firma Pacenza, Bova ed altri, interamente sostitutivo:
“Articolo 10
1. Il piano attuativo è l'atto di programmazione con il quale le aziende sanitarie, nei limiti delle risorse disponibili e dei vincoli dei Piano sanitario regionale, programmano l'attività da svolgere nel periodo di vigenza del Piano sanitario regionale.
2. Il piano attuativo si realizza attraverso programmi annuali di attività.
3. Le aziende sanitarie ed ospedaliere adottano il piano attuativo e contestualmente il programma di attività del primo anno, quale parte integrante del piano attuativo stesso, nel rispetto dei termini e con le modalità indicate ai commi da 6 a 15; i termini prescritti per l'elaborazione, l'adozione, la verifica di conformità e l'approvazione dei piani attuativi sono da riferire al primo anno di vigenza del Piano sanitario regionale.
4. Il piano attuativo, in esecuzione di quanto previsto dagli atti di programmazione regionale, sulla base degli indirizzi della Giunta regionale e, per le aziende Sanitarie territoriali, anche sulla base degli indirizzi formulati dalla Conferenza dei sindaci, definisce:
a) le attività da svolgere, determinate in rapporto agli obiettivi ed ai livelli di assistenza da garantire ed attribuite alle proprie strutture, specificando le risorse finanziarie previste per ciascun livello di assistenza;
b) i livelli di qualità delle prestazioni assistenziali e le modalità di fruizione dei servizi;
c) i livelli di integrazione tra servizi sociali e sanitari e le modalità di realizzazione dei progetti obiettivo;
d) le modalità ed i termini di attuazione delle azioni programmate, anche ai fini della individuazione dei relativi percorsi assistenziali;
e) gli strumenti per lo sviluppo dei servizi ospedalieri in rete in ambito aziendale ed interaziendale;
f) le azioni conseguenti agli impegni assunti in sede di adozione ed aggiornamento annuale della carta dei servizi;
g) le forme della partecipazione dei cittadini e delle organizzazioni rappresentative degli utenti.
5. Il piano attuativo indica, altresì:
a) gli obiettivi ed i risultati di gestione da garantire attraverso l'utilizzo del sistema di budget;
b) gli strumenti ed i sistemi per il controllo qualitativo e gestionale dei risultati;
c) l'attribuzione delle risorse alle proprie strutture organizzative ed i settori e le quote di attività per le quali sono previste iniziative di concertazione interaziendale e di contrattazione con istituzioni pubbliche e private, prevedendone gli esiti organizzativi, economici e finanziali;
d) le necessità di risorse materiali e di personale e le modalità del loro reperimento;
e) i piani di investimento per il potenziamento e l'ammodernamento strutturale e per l'acquisizione di tecnologie sulla base delle risorse assegnate e di quelle comunque disponibili a questo fine.
6. La Giunta regionale, entro sessanta giorni dalla data di approvazione del Psr da parte del Consiglio regionale, emana gli indirizzi per la stesura dei piani attuativi.
7. La Conferenza dei sindaci detta alle aziende unità sanitarie locali gli indirizzi per l'elaborazione dei piani attuativi locali entro trenta giorni dalla pubblicazione degli indirizzi di cui al comma precedente.
8. Il direttore generale dell'azienda sanitaria adotta il piano attuativo entro sessanta giorni dalla pubblicazione degli indirizzi di cui al comma 6. Entro lo stesso termine, il direttore generale trasmette il piano attuativo locale alla Conferenza dei sindaci, che lo approva entro i quindici giorni successivi.
9. La Conferenza dei sindaci comunica immediatamente al direttore generale l'intervenuta approvazione, ovvero non approvazione del piano attuativo.
10. Il direttore generale dell'azienda sanitaria trasmette, entro dieci giorni dalla comunicazione alla Giunta regionale, il piano attuativo e le determinazioni della Conferenza dei sindaci; la Giunta regionale lo approva, verificandone la conformità al Prs entro trenta giorni dal ricevimento.
11. Il direttore generale dell'azienda ospedaliera adotta il piano attuativo ospedaliero entro 45 giorni dalla pubblicazione degli indirizzi di cui al comma 6.
12. Entro il termine dei dieci giorni successivi, il direttore generale trasmette il piano attuativo alle Conferenze dei sindaci del bacino di riferimento, che possono formulare e trasmettere eventuali osservazioni.
13. Decorsi venti giorni dal termine di cui al comma 12, il direttore generale trasmette alla Giunta regionale il piano attuativo corredato dalle eventuali osservazioni delle Conferenze dei sindaci.
14. La Giunta regionale approva il piano attuativo delle aziende ospedaliere entro trenta giorni dal ricevimento.
15. Per gli anni successivi al primo anno di vigenza del Piano sanitario regionale, i direttori generali delle aziende sanitarie adottano il programma annuale di attività.
16. Il direttore generale dell'azienda unità sanitaria locale adotta i programmi annuali di cui al comma 15 entro il 30 settembre degli anni precedenti a quelli di riferimento, trasmettendoli entro lo stesso termine alla Conferenza dei sindaci, che li approva entro il 30 ottobre, dandone immediata comunicazione al direttore generale. Entro i dieci giorni successivi alla comunicazione dell'avvenuta approvazione, il direttore generale trasmette il programma annuale alla Giunta regionale che procede al controllo di conformità entro quaranta giorni dal ricevimento. Ove la Conferenza dei sindaci non provveda all'approvazione entro il 30 ottobre, decorsi dieci giorni, il direttore generale trasmette il programma annuale, corredato dalle eventuali determinazioni assunte dalla Conferenza, alla Giunta regionale che, valutata la conformità del piano annuale al Piano sanitario regionale, autorizza il direttore generale alla prosecuzione dell'attività.
17. Il direttore generale dell'azienda ospedaliera adotta i piani annuali di cui al comma 15 entro il 30 settembre degli anni precedenti a quelli di riferimento, trasmettendoli, entro lo stesso termine, alle Conferenze dei sindaci del bacino di riferimento che inviano, entro il 30 ottobre, le proprie osservazioni al direttore generale; decorsi dieci giorni dalla scadenza del termine del 30 ottobre, il direttore generale trasmette alla Giunta regionale il programma annuale di attività, corredato delle osservazioni delle Conferenze dei sindaci. La Giunta regionale approva il piano attuativo dell’azienda ospedaliera entro quaranta giorni dal ricevimento”.
La parola all’onorevole Pacenza.
Rispetto all’emendamento precedente – approfitto per dichiarare di non condividere le argomentazioni
dell’assessore Luzzo perché non mi pare che siamo in presenza di rigidità, anzi
per alcuni aspetti c’è un eccesso di delega e di poteri dentro l’azione
dell’esecutivo regionale – questo secondo emendamento, invece, riguarda la
codificazione di come le aziende ospedaliere e le aziende sanitarie devono
attivarsi per la predisposizione dei piani attuativi, che sono gli strumenti di
attuazione del Piano sanitario.
A
questo riguardo vorrei, per un attimo, richiamare, per chi ha avuto come me, ma
anche per chi non l’ha avuto, opportunità di vivere l’esperienza dei precedenti
piani attuativi, che non c’è stata Asl di questa regione in cui non ci sono
stati momenti di tensione e, in alcune situazioni, anche di tensione molto
aspra. Pensare su questo terreno di lasciare un percorso indefinito e – mi si
consenta – essendo, questi, strumenti di pianificazione che si richiamano alla
pianificazione regionale, non possono che avere come riferimento la
strumentazione del Consiglio regionale.
Quindi lo dico io, per evitare che poi, magari, me la dica l’assessore in sede di parere, non si tratta di dire “poi la Giunta farà la delibera sui criteri”, perché questa è materia di programmazione, non di gestione. Essendo materia di programmazione, insisto, ritenendo che l’articolazione del nostro emendamento risponde sicuramente con più organicità, magari qualcuno gli può dare pure qualche riferimento di eccessiva robustezza dell’emendamento stesso, ma secondo me lasciare ad interpretazioni o lasciare successivamente ad orientamenti della Giunta, anche questa rischia di essere una di quelle maglie larghe a cui nel dibattito generale abbiamo fatto riferimento.
Quindi
ritengo che questo tipo di emendamento che, oltretutto, noi avevamo proposto
anche in sede di Commissione e che nel testo poi assunto dalla maggioranza, per
alcuni aspetti, si è solo parzialmente recepito qualche riferimento, questa
strumentazione siano quantomeno opportuni, in modo tale che anche in termini preventivi
chi domani dovrà rispondere dell’attivazione dei piani attuativi sappia con che
strumentazione, dal punto di
vista legislativo, deve fare i conti e a che strumentazione si deve attenere.
Quindi
insisto sulla bontà dell’emendamento da noi proposto.
PRESIDENTE
Parere della Giunta?
Siccome nel testo approvato in Commissione si è ampiamente discusso della formulazione del maxiemendamento di maggioranza e della proposta di emendamento di minoranza e si è convenuto in Commissione sull’articolo che è oggi all’esame dell’Aula, tornare indietro mi sembra rimettere in discussione ciò che la Commissione ha concluso, anche unificando i due testi presentati e definendo poi il contenuto della norma che viene sottoposta.
Quindi, risolto questo aspetto, non posso che confermare ciò che la Commissione ha licenziato ed esprimere parere negativo.
PRESIDENTE
Prego,
onorevole Pacenza.
Io ho già rappresentato il perché del nostro emendamento e del contenuto migliorativo rispetto al testo depositato in Aula. Vorrei far notare all’assessore che il comma 8 del testo proposto, per esempio, va in contraddizione col comma 3, rispetto a un’osservazione di carattere di coordinamento formale sul testo della maggioranza, mentre è sicuramente vero quello che diceva, assessore, sul lavoro svolto in Commissione, ma questo non ci ha fatto e non ci fa rinunciare che dal testo integrato in Commissione, si possa arrivare ad un testo ancora più organico e più scorrevole rispetto al testo approvato dalla maggioranza, riteniamo che questo sarebbe sicuramente più produttivo ed opportuno.
Parere del relatore? Contrario.
Pongo in votazione l’emendamento protocollo numero 741.
(E’
respinto)
L’emendamento protocollo numero 830, a firma Napoli, decade per assenza del proponente.
Emendamento protocollo numero 726 a firma Guagliardi: “All’articolo 10, comma 3, le parole “Entro 150 giorni” sono sostituite con “Entro 60 giorni”.
Si illustra da sé.
Parere
della Giunta?
Gianfranco LUZZO, assessore alla sanità
Negativo, perché non ci sono le condizioni per arrivare a sessanta
giorni, perché “centocinquanta” è collegato a quello che dice dopo, se no
salterebbe tutta la cronologia dell’articolo.
PRESIDENTE
Parere
del relatore? Contrario.
Pongo
in votazione l’emendamento protocollo numero 726.
(E’
respinto)
Il
prossimo con protocollo 790, a firma Sarra, è ritirato.
Emendamento protocollo numero 754 a firma Tommasi, Bova, Pacenza ed altri: “All'articolo 10 è aggiunto il seguente comma: “Con l'adozione dell'atto aziendale, il personale medico con incarico temporaneo di disponibilità domiciliare, al momento in atto, incarico conferito ai sensi dell'articolo 12 – comma 4 – del Dpr n. 41/91 e disciplinato dall'articolo 17 – comma 2 – del Dpr suddetto, è inquadrato, a domanda, nell'organico delle aziende sanitarie, anche in soprannumero”.
La parola all’onorevole Tripodi Pasquale.
La ratio di questo emendamento
è che alcuni colleghi medici espletano le
attività di medico disponibile domiciliare in
unità territoriali che sono disagiate. Il numero dei colleghi che espletano queste
attività è irrisorio, stiamo parlando in tutta la regione Calabria di non più di quattro-cinque unità. Quindi
riteniamo che questi colleghi che escono da queste attività debbano avere la
possibilità di essere inquadrati, a domanda, nel sistema sanitario regionale,
anche in soprannumero.
Questo è l’intendimento di questo emendamento.
Siccome il numero dei colleghi è
così esiguo che non supera le cinque unità, ci sembra legittimo dare la
possibilità ai colleghi, se lo ritengono, a domanda, di essere inquadrati anche
in soprannumero all’interno del Piano sanitario
regionale.
PRESIDENTE
Parere
della Giunta?
Al di là
del fatto che credo sulla parola che siano quattro unità, le ricordo, però, che
c’è un principio costituzionale
inderogabile che prevede
che l’accesso al pubblico impiego è subordinato ad un
pubblico concorso. Se, peraltro,
aprissimo questa strada a domanda la possibilità di essere inquadrati, credo
che in questa Regione non avremmo gli spazi…
Pasquale Maria TRIPODI
Assessore, hanno già un
incarico temporaneo.
Gianfranco LUZZO, assessore
alla sanità
Ma ci sono altre categorie,
lei lo sa. …non avremmo gli spazi fisici per contenere tutti coloro che, a
domanda, a quel punto avrebbero titolo ad
essere inquadrati, anche in soprannumero.
Per
questa ragione esprimo parere negativo, pur apprezzandone lo spirito.
PRESIDENTE
Parere
del relatore? Contrario.
Pongo
in votazione l’emendamento protocollo numero 754.
(E’
respinto)
Pongo in votazione l’articolo 10
(E’ approvato)
All’articolo c’è un emendamento a firma Galati, protocollo 690: “Al comma 5 dell’articolo 11 eliminare le parole “e a richiesta sono inquadrati nelle aziende anche in soprannumero”.
La parola all’onorevole Galati.
Si illustra da sé. Siccome è stato respinto l’emendamento dell’onorevole Tripodi, deve essere approvato questo perché è proprio il contrario di quello che diceva lui.
PRESIDENTE
Parere della Giunta?
Su questo mi permetto,
onorevole Galati, di ricordarle che questo
comma quinto a cui lei si riferisce prevede i casi dei dipendenti già in
servizio che sono eventualmente interessati, al venir meno della struttura di
riferimento. Per questo abbiamo già detto che certamente scattano le norme di
salvaguardia previste dai contratti collettivi nazionali che disciplinano il
rapporto quando vengono mantenuti in servizio. Il fatto che poi possano essere
inquadrati nelle aziende anche in soprannumero, non credo che, visto che
resterebbero comunque in servizio dell’azienda per il periodo…
(Interruzione)
Credo
che le due cose non siano in contrasto; la tutela che viene assicurata dai
contratti collettivi di lavoro li mantiene anche in soprannumero. Quindi può
essere pleonastico, non credo sia un di più.
PRESIDENTE
La
parola all’onorevole Galati.
Il concetto è questo: con
le strutture che vengono a cessare con l’entrata
in vigore del Piano, vengono a cessare anche gli incarichi di chi ha le
strutture. Il primario – diciamo così – o il responsabile dell’unità operativa complessa, se l’unità operativa
complessa viene abolita, è evidente che non può restare e continuare ad avere
la responsabilità dell’unità operativa complessa. Mi pare che questo non sia
possibile, è un fatto abbastanza grave. Assessore, se uno non svolge quelle
funzioni che…
Mi preme precisare che il testo va meglio riformulato, nel senso che non bastano mutamenti organizzativi che potrebbero essere, nella lettura e interpretazione, i più vari, ma la formulazione corretta deve diventare che si è interessati alla soppressione…
(Interruzione)
Le dicevo che, più che limitare la formulazione ai mutamenti organizzativi che
potrebbero anche significare il venir meno di un’unità operativa o di un
dipendente o di una figura professionale, quindi non ingenerare poi eccessivi
rischi di decadenza dall’incarico, la formulazione va meglio precisata, nel
senso che siano interessati dalla soppressione dei rispettivi posti.
Poi
possiamo anche accogliere il suo emendamento per dire che… restano
semplicemente le tutele, le norme di salvaguardia dei contratti. Va bene,
accolto, però con la precisazione che…
Parere
del relatore? Favorevole.
Pongo
in votazione l’emendamento protocollo numero 690 con coordinamento formale: al posto di mutamenti organizzativi, soppressione delle rispettive
parti.
(E’
approvato)
Emendamento
protocollo numero 764 a firma Pacenza, Bova, Borrello,
Pirillo: Presso ogni azienda ospedaliera, azienda sanitaria, università e Irccs, è istituito
il dipartimento infermieristico e tecnico al quale afferiscono i servizi, per
come previsto dalla legge 251/2000.
Entro sessanta giorni dall’entrata in vigore della presente legge, deliberano l’articolazione dei servizi infermieristici”.
La parola all’onorevole Pacenza.
Siccome l’articolo riguarda l’organizzazione strutturale delle aziende sanitarie e
delle aziende ospedaliere, ho verificato che, complessivamente, sia nell’articolato
che nella proposta di Piano, si ritrova un grande vuoto che è tutta la partita
che riguarda gli operatori cosiddetti paramedici (infermieri, personale tecnico
e quant’altro), che sono un pezzo straordinariamente importante del sistema,
non solo e non tanto in termini numerici, ma l’attività che svolge all’interno
del sistema sanitario, sia ospedaliero che territoriale, questo personale di
supporto all’area medica è fondamentale.
Quindi ho chiesto con l’emendamento l’istituzione del sistema infermieristico che, oltretutto, è anche regolato da norma. Poi – lo dichiaro subito – non pongo un vincolo di come organizzarlo, se si tratta di far ricorso al dipartimento o ad altra strumentazione, però a me pare assai rilevante non riconoscere all’interno di una pianificazione sanitaria una funzione specifica a questo mondo di operatori sanitari, che – insisto – svolgono una grandissima funzione.
Quindi chiedo con
l’emendamento l’istituzione del servizio sia all’interno
delle aziende sanitarie che delle aziende
ospedaliere, delle università e
degli stessi Irccs e di dare mandato alle rispettive aziende, entro sessanta
giorni, di procedere all’attivazione
di detta strumentazione.
PRESIDENTE
Parere
della Giunta?
Io sono favorevole su
questo, onorevole Pacenza, volevo solo rappresentarle l’opportunità che, invece
di aggiungere in un articolo dove avrebbe probabilmente poca omogeneità,
credo che avrà presente che nell’allegato è previsto il modello organizzativo
dell’Asl, allora in quella sede possiamo collocare quel dipartimento delle attività infermieristiche e tecniche.
PRESIDENTE
Quindi viene ritirato come
emendamento e si passa poi nel testo… Va bene.
Pongo in votazione l’articolo 11 così come emendato.
(E’ approvato)
Articolo 12. Emendamento protocollo numero 689 a firma Galati: “Al comma 3 eliminare le parole “e a richiesta sono inquadrati nelle aziende anche in soprannumero”.
(Interruzione dell’assessore Luzzo)
E’ lo stesso discorso di prima, quindi è ritirato momentaneamente?
Gianfranco LUZZO, assessore alla sanità
No, lo accogliamo e poi si modifica la formula “soppressione”…
PRESIDENTE
Parere del relatore? Favorevole.
Pongo in votazione l’emendamento protocollo numero 689 con la formula come quella precedente, con coordinamento formale.
(E’ approvato)
Pongo in votazione l’articolo 12 così come emendato.
(E’
approvato)
Emendamento
protocollo numero 731 a firma Guagliardi: “E’ aggiunto l’articolo 12 bis: “I beni
immobili delle aziende sanitarie ed ospedaliere non
utilizzati ai fini del Servizio sanitario
sono venduti o ceduti ad altri enti strumentali regionali”.
Franco
Mario PACENZA
Presidente,
lo faccio mio perché è andato momentaneamente fuori.
PRESIDENTE
Prego,
onorevole Pacenza.
A me pare che questa sia
un’osservazione di
valore, oltretutto vorrei ricordare all’Aula – e chiedo
anche formalmente all’assessore
– che non ricordo in quale norma, ma noi ci eravamo dati tempi – sicuramente
ormai scaduti – per la chiusura delle gestioni
cosiddette stralcio e siccome
su questa vicenda del patrimonio immobiliare delle aziende c’è una assoluta
confusione, trovare un modo come in tempi certi e con procedure universali
certe all’interno dell’intero sistema sanitario regionale possiamo avere un
censimento adeguato dei beni patrimoniali, eventualmente anche da utilizzare a
fini di investimento o di riutilizzo all’interno del sistema sanitario stesso,
ritengo che sia anche questo un fatto importante e positivo.
Quindi
il senso dell’emendamento del collega Guagliardi va in questa direzione ed io
ritengo che anche in questa direzione sia opportuno, in sede di pianificazione
sanitaria, esprimere un orientamento.
PRESIDENTE
Parere
della Giunta?
Il senso è senz’altro condiviso, onorevole Pacenza, la forma e la sostanza un po’
meno, perché lei sa che la dismissione del patrimonio immobiliare è uno dei cavalli di battaglia che in tutte le
Regioni italiane oggi viene
portato avanti per le nuove strutture ospedaliere, quindi dire che si cedono ad
enti strumentali regionali non significa nulla. La dismissione del patrimonio
immobiliare avverrà secondo le forme, le circostanze e le convenienze che in
ogni azienda sanitaria sapranno verificare, per cui non posso esprimere parere
favorevole.
Parere
del relatore? Contrario.
Pongo
in votazione l’emendamento protocollo numero 731.
(E’
respinto)
Articolo 13. Emendamento protocollo numero 727 a firma Guagliardi: “All’articolo 13, comma 2, le parole “entro 60 giorni” sono sostituite con “entro 20 giorni”.
Lo fa suo, onorevole Pacenza?
Franco Mario PACENZA
Si illustra da sé.
PRESIDENTE
Parere del relatore? Contrario. Parere della Giunta? Contrario.
Pongo in votazione l’emendamento protocollo numero 727.
(E’ respinto)
Emendamento protocollo numero 732 a firma Guagliardi: “All’articolo
13 è aggiunto il comma 6: “La Commissione
antimafia del Consiglio regionale monitora gli appalti e la spesa
per acquisti delle aziende sanitarie ed ospedaliere”.
La parola all’onorevole Pacenza.
Qui è presente anche il Presidente
della Commissione regionale
contro il fenomeno mafioso, quindi parlo in sostituzione del collega Guagliardi e non per conto della Commissione,
anche se io stesso ne faccio parte, ma su questo ritengo
più giusto che ad esprimersi sia il Presidente. E’
una sollecitazione, ma anche una codificazione che io ritengo possa essere utile a che si possa
costituire, in quella sede, una sorta di monitoraggio
e di osservatorio rispetto alle procedure di appalto all’interno del
sistema sanitario regionale, per vedere anche da questo versante di svolgere una funzione di prevenzione e disincentivante rispetto a
processi degenerativi.
Io ritengo, dal punto di vista dello spirito, dello scopo
che si pone l’emendamento, che possano
essere uno scopo ed uno spirito condivisi da tutti.
PRESIDENTE
La parola all’onorevole
Pisano.
Io ritengo che questo emendamento
possa essere accolto, anche perché nella sua esplicitazione, di fatto, la
legge di per se stessa ha questi poteri, per
cui inserirlo nel contesto del Piano
sanitario penso che è superfluo, ma è una forma anche di obbligo da
parte delle aziende sanitarie che in questi giorni,
col monitoraggio che si sta
attuando, si stanno sottraendo ad un dovere che è loro, per cui penso che sia
rafforzativo della legge inserirlo nel contesto del Piano.
PRESIDENTE
Parere
della Giunta?
Favorevole, tenendo conto che già la legge
sulla Commissione antimafia credo faculti
la Commissione a far questo.
Volevo solo sapere dall’onorevole Pisano se il monitoraggio è cosa che può fare o non vuole mettere in termini
più cauti una sua attività, l’attività della Commissione, onorevole Pisano. Se
la Commissione già è organizzata per il monitoraggio,
lasciamo “monitoraggio”, noi
accogliamo comunque l’emendamento. La formulazione, se monitoraggio corrisponde a cose che voi fate o potete fare, oppure
mettiamo una formula…
(Interruzione)
Andiamo al coordinamento
formale su questo emendamento.
Pongo in votazione l’emendamento protocollo numero 732 con
coordinamento formale.
(E’ approvato)
Emendamento protocollo numero 733 a firma Guagliardi: “All’articolo 13 è aggiunto il comma 7: “Sono unificate le procedure per gli appalti e gli acquisti di attrezzature al di sopra di Euro 25 mila in ambito regionale. E’ autorizzata, altresì, la costituzione di aziende sanitarie ed ospedaliere finalizzate alle spese per il funzionamento e la manutenzione delle stesse”.
Lo illustra l’onorevole Pacenza.
Si illustra da sé, anche perché in materia – se non ricordo male – ci sono già norme di