17/12/2005

Stati Generali del Mezzogiorno

Cari amici dei sindacati, del mondo delle imprese, delle Regioni del Sud e del Nord, benvenuti a Reggio, qui, nella sala dell’auditorium 'Nicola Calipari' del Consiglio Regionale della Calabria.
Ed io aggiungo: finalmente, ecco che siete arrivati.
C’è, io penso, qualcosa di profondo che, nei momenti di difficoltà, di crisi o di pericolo per queste realtà o per il Sud intero, porta persone di buona volontà e di grande spirito d’iniziativa a raccogliersi in questa città, la più a Sud dell’Italia peninsulare e della più meridionale delle regioni.
Qui dove, ancora oggi come tanti anni fa, possiamo dire con le parole di un nostro poeta:
Siamo i marciapiedi più affollati.
Siamo i treni più lunghi.
Siamo le braccia, le unghie d’Europa.
Il sudore diesel.
Siamo il disonore, la vergogna dei governi.
Qui, nei luoghi dove è più forte il 'nemico interno', in cui quella malapianta che è la ‘ndrangheta ha assassinato il 16 ottobre scorso il Vicepresidente del Consiglio Regionale Francesco Fortugno. Lanciando così una sfida, un attacco senza precedenti, che sono un vero e proprio atto di guerra verso quello che noi siamo, che voi siete, e verso quello che da qui oggi vi proponete di fare.
Qui, dove più acuti, profondi e perversi saranno, se non li fermeremo in tempo, gli effetti di una discriminazione e di una divisione che alcuni irresponsabili, a Roma e al Nord, chiamano devoluzione o, senza coglierne anche il ridicolo di cui si coprono, quando si esprimono in perfetto idioma padano-inglese, devolution.
Qui, dove sono più pesanti e inique le conseguenze del mito fallace iperliberista che prometteva benessere materiale, in cambio del 'ciascuno per sé' e della disponibilità a mettere in discussione e a rischio tante, troppe cose.
Proprio qui, oggi, siete convenuti tutti voi, a presentare un manifesto comune, che comincia così:
'Per invertire il declino competitivo dell’economia italiana e rilanciare la crescita, il Mezzogiorno è una delle grandi opportunità a disposizione. Dispone di grandi risorse, che possono essere messe a valore nell’interesse dell’intero Paese'.
Proponendo così il ruolo strategico che quest’area ha nel Mediterraneo, al centro di grandi traffici tra l’Asia, il Nord America, l’Europa. Assumendo come precondizioni la legalità e la coesione sociale; indicando come priorità: sicurezza, diritti forti, effettive pari opportunità; il tutto attraverso una valorizzazione originale del territorio, il potenziamento della sua armatura, la sottolineatura della sua storia, del suo paesaggio, delle sue peculiarità, della sua messa in rete: utilizzando pienamente il suo capitale umano.
Si potrebbe dire, capovolgendo il senso e il verso di una vecchia canzone, che tutto sembra uguale, ma tutto è diverso, rispetto ad un altro appuntamento come questo, avvenuto 33 anni fa.
Qualcuno qui dentro ci sarà stato, qualche altro lo ha sentito raccontare o lo ha letto da qualche parte.
Vi ricordate? Era il 22 ottobre del 1972.
Anche allora una crisi, un altro momento in cui pezzi dell’Italia rischiavano di staccarsi, di scollarsi dal sistema Paese.
In quella situazione lì, ci misero una pezza i metalmeccanici, gli edili, i braccianti italiani: vennero a Reggio in migliaia e migliaia; alcuni, molti di loro, erano meridionali emigrati, si esprimevano con uno slogan – se volete – forse ingenuo, ma semplice, pulito, di grande fascino ed efficacia: NORD, SUD, UNITI NELLA LOTTA.
Non risolsero tutto; ma riuscirono a comunicare che c’era ancora chi voleva che l’Italia fosse una e una sola, con gli stessi diritti, la stessa sicurezza, con le stesse opportunità per tutte e per tutti e che, assieme, uniti, quel momento, quella crisi, si potevano superare in avanti.
Protagonismo, spirito d’iniziativa, disponibilità a mettere in discussione vecchi e superati modi di procedere, piena assunzione di responsabilità, sono stati allora la loro carta vincente.
Oggi come allora?
Tante cose sono cambiate: ora i sindacati ci sono tutti, assieme a loro c’è il mondo delle imprese, ci sono i saperi, che altrove hanno cambiato il mondo, e che qui vogliono cambiare il Sud, ci sono tutte le Regioni del Mezzogiorno, col loro protagonismo, con un forte senso di sé, che sono già un pezzo dello Stato.
Oggi il Manifesto dell’iniziativa - o, per dirla con una parola antica, la piattaforma - è più complesso e articolato, usa un lessico moderno, sono altre, più impegnative e rischiose le colonne d’Ercole da superare.
Tutto questo è vero. Ma c’è un punto di fondo che accomuna i due momenti: sento la stessa consapevolezza, la stessa spinta ad agire, a mettere in discussione un vecchio e superato armamentario, ad assumersi direttamente la responsabilità di farlo.
Anche noi, i calabresi, ci siamo, col bisogno e la voglia di essere protagonisti. In tutti questi anni, da allora, questo bisogno, questa voglia, sono riaffiorati e scomparsi come i fiumi carsici.
Vedete, a poca distanza da qui c’è il porto di Gioia Tauro, assieme frontiera e simbolo di quello che ci accingiamo a fare. E’ l’emblema di un successo. Tutti pensano che il risultato è dovuto ad un imprenditore lungimirante, Ravano, a maestranze assai qualificate: ed è vero.
Ma c’è qualcosa che era vera già prima che questo avvenisse.
Fra pochi giorni, saranno trascorsi vent’anni dal 22 dicembre del 1985, quando le popolazioni dei comuni attorno a Gioia Tauro fecero un referendum per difendere, assieme all’ambiente di quella Piana, il futuro del porto.
I potenti e i benpensanti di allora volevano costruirci una megacentrale a carbone e un terminal carbonifero.
Fu un grande momento. Come lo è oggi un altro fenomeno della nostra terra, quello degli studenti della Locride, che hanno parlato di loro, di noi, della loro terra all’Italia intera, dopo l’assassinio di Francesco Fortugno.
Dico questo per affermare che anche noi, il Consiglio Regionale della Calabria, come abbiamo già dimostrato in questi difficilissimi mesi, siamo pronti.
Anche qui c’è l’emergere, per lo meno come bisogno, di un sogno che il vostro, il nostro Manifesto di oggi si propone di rendere vero; io lo chiamo il “sogno europeo”. Di questo la Calabria, il Sud, l’Italia hanno bisogno come il pane che mangiamo, come l’aria che respiriamo.
Io la dico così. Per progredire oggi l’Europa si propone di privilegiare le ragioni dello sviluppo sostenibile, della ricerca, della conoscenza, dell’integrazione sociale, della responsabilità collettiva, di una grande apertura ai Paesi extraeuropei del Mediterraneo, improntata ai valori della pace e della non-violenza. Una nuova ardita visione del futuro all’altezza delle sfide poste dalla società globale in alternativa a vecchie, affannate, utopie e frontiere.
In bocca al lupo e buon lavoro, carissimi amici. O come recita una vecchia, amata canzone: Su fratelli, su compagni…

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