VIII LEGISLATURA
3^ Seduta
Martedì 17 maggio 2005Deliberazione n. 4 (Estratto del processo verbale)
OGGETTO: Approvazione del programma di governo presentato dal Presidente della Giunta regionale (artt. 16, comma 2, lettera a) e 33, comma 4 dello Statuto).
Presidente: Giuseppe Bova
Segretario-Questore: Antonio Borrello
Segretario Generale: Giuseppe CannizzaroConsiglieri assegnati 50
Consiglieri presenti 35, assenti 15…omissis…
Il Presidente, quindi, dopo le dichiarazioni programmatiche rese dall’On. Loiero Presidente della Giunta regionale, gli interventi dei Consiglieri Nucera, Fedele, Senatore, Magarò, Chiarella, Talarico, Abramo, Morelli, Pacenza, De Gaetano, Feraudo, Racco, Occhiuto, Chieffallo e le conclusioni ancora dell’On. Loiero, pone in votazione palese per alzata di mano l’allegato programma di governo e, deciso l’esito - presenti e votanti 35, a favore 27, contrari 7, astenuti 1 - ne proclama il risultato:
"Il Consiglio approva"
…omissis…IL PRESIDENTE f.to: Bova
IL SEGRETARIO-QUESTORE f.to: Borrello
IL SEGRETARIO GENERALE f.to: CannizzaroE' conforme all'originale.
Reggio Calabria, 18 maggio 2005IL DIRIGENTE
DEL SETTORE SEGRETERIA
(G. Multari)
Allegato alla deliberazione
n. 4 del 17 maggio 2005
UN PROGETTO PER CRESCERE INSIEME
Programma del Presidente della
Giunta Regionale della Calabria
Agazio Loiero
1. LE RAGIONI POLITICHE DE L'UNIONE
1.1 Fiducia e speranza nel cambiamento
I calabresi hanno diritto ad una Regione migliore.
La Calabria deve ritrovare fiducia nelle proprie capacità di sviluppo, interrompere il declino socio-economico e istituzionale, alimentare speranza e voglia di futuro. I calabresi meritano un avvenire più prospero, più sereno, più ricco di opportunità per tutti.
La rinascita regionale presuppone l’unità dei calabresi, la concertazione e il partnerariato istituzionale, la coesione sociale, la condivisione delle scelte programmatiche, la trasparenza gestionale, la sicurezza dei cittadini e degli Amministratori pubblici.
La Calabria è una regione con grandi potenzialità. E' ricca di risorse umane, soprattutto di giovani scolarizzati, competenti, professionali; è densamente costellata di patrimoni storici e archeologici; grandi ed uniche sono le sue risorse naturali sia costiere che interne; importanti e prestigiosi sono il sistema universitario e i presidi culturali: strategica è la sua posizione geopolitica; diffuse sono le virtù solidali del popolo. L’ingegno che i calabresi mostrano in tantissime occasioni è una leva fondamentale per rivendicare una funzione nazionale della regione, per farla riemergere dalla crisi attraverso una nuova stagione di unità delle forze sociali e istituzionali e un metodo di governo fondato sul confronto e il dialogo.
In Calabria nulla può continuare come prima. La marginalità geografica, gli storici ritardi strutturali e infrastrutturali, la persistenza di fenomeni criminali, che hanno raggiunto livelli di pericolosità insostenibili, la stessa fragilità fisica del territorio, sono stati aggravati negli ultimi anni da un’inerzia di governo mai sperimentata nel passato.
Le giunte di centrodestra consegnano una Regione allo sfascio: sono stati frustrati tutti i tentativi di crescita economica; le risorse finanziarie, in particolare quelle connesse alle politiche di sviluppo dell'Unione Europea, sono state sotto e male utilizzate; la sanità pubblica ha raggiunto un punto limite di inefficienza e di cattiva amministrazione; l'area della povertà sociale si è estesa; il territorio e l’ambiente si sono degradati; la reputazione della Regione si è affievolita. Ma soprattutto si è notevolmente ridotto lo spirito pubblico collettivo, il senso delle istituzioni, la qualità della classe dirigente, che ha implicato un'erosione della credibilità della Calabria nei confronti dello Stato e dell’Europa.
Il centrodestra ha alimentato la divisione e la competizione tra Province e territori, ha perseguito la rottura con le parti sociali, si è esercitato in pratiche di governo chiuse e corporative.
Oggi la Calabria è più marginale ed isolata rispetto ai circuiti economici e produttivi nazionali ed internazionali. E’ questo il risultato congiunto della disastrosa politica economica e sociale del governo Berlusconi e dell’attività delle giunte regionali che si sono succedute in questa legislatura.
1.2 L’autonomia e l’identità della Calabria
L'UNIONE si candida a governare la Calabria con un progetto di cambiamento istituzionale e sociale in grado di offrire risposte adeguate ai problemi dei calabresi, di restituire voglia di intrapresa agli investitori, di recuperare tensione morale e programmatica.
E’ un obiettivo realizzabile. L'UNIONE ha seguito in questi mesi un percorso originale ed innovativo di confronto democratico tra i partiti della coalizione, con i movimenti e le forse sociali; ha svolto un’approfondita analisi della realtà regionale pervenendo ad idee di programma condivise: ciò costituisce la fondamentale premessa per avviare un periodo di stabilità istituzionale e di efficienza nel governo della Regione. Stabilità ed efficienza costituiscono ingredienti indispensabili per garantire cambiamento istituzionale, sviluppo economico, coesione sociale.
L'UNIONE calabrese ha mostrato una grande autonomia di elaborazione e di scelta politica e programmatica, al contrario del centrodestra che ha continuato a subire consolidate pratiche centralistiche, antiche subalternità e imposizioni autoritarie.
L'UNIONE assume l’impegno etico di sottoporre a verifica sistematica i vincoli valoriali e le scelte prioritarie del suo programma; a porre al centro dell’azione politica ed amministrativa la persona umana; a pensare e costruire una Calabria europea e mediterranea basata su un modello di sviluppo autopropulsivo; a praticare e promuovere legalità sostanziale; ad ispirare la propria azione e quella dei suoi eletti al codice etico europeo; a garantire l’universalità di fondamentali diritti di cittadinanza. A tal fine, L’UNIONE si impegna ad affermare una netta discontinuità con i metodi e le pratiche di governo del centrodestra.
L'UNIONE vuole dare voce ad una Calabria protagonista del proprio futuro. Una Calabria “inclusiva”, che abbia consapevolezza di sé, che solleciti l’orgoglio dei calabresi, che promuova identità positive come valore intorno al quale costruire un nuovo senso civico, una nuova rappresentazione collettiva. Una Calabria che, in sintonia con la Carta Costituzionale, ripudi la guerra e sviluppi azioni politiche di cooperazione e di pace con i Paesi della sponda Sud del Mediterraneo. Una Calabria con una classe dirigente competente, affidabile e legittimata, capace di costruire un progetto di crescita economica e civile sostenibile, di esprimere un profilo etico credibile, di promuovere e interpretare la crescente domanda di rappresentanza di genere.
In questo nuovo orizzonte politico, la ricchezza potenziale del contributo di genere può diventare un approccio culturale che attraversa tutti i settori, suscitando, nella vita pubblica e privata, accresciute sensibilità e responsabilità verso l'inderogabile superamento delle differenze di opportunità tra i sessi, tra i ceti, tra le generazioni.
La Calabria ha bisogno di una classe dirigente che faccia della “calabresità” un fattore d’identità positiva e di autentica modernità.
1.3 La Calabria cerniera tra Europa e Mediterraneo
In un mondo sempre di più dominato dalla globalizzazione dei mercati, la Calabria deve diventare una risorsa per l’Europa ed esercitare una funzione di cerniera con i Paesi del Mediterraneo.
L'intensificazione dei processi di mobilità umana e, in particolare, dei flussi di immigrazione, lungi dall’essere visti come un pericolo, devono essere sempre più accompagnati da politiche mirate di trasferimento di tecnologie, risorse finanziarie, imprenditoriali e organizzative nei Paesi in via di sviluppo che si affacciano sul Mediterraneo. In questo quadro, la Calabria può acquistare una straordinaria funzione strategica e divenire un “ponte naturale” - una cerniera - tra Europa e Paesi del Mediterraneo.
Un nuovo “patto” tra la Calabria e l’Europa significa favorire la fuoriuscita, entro il 2013, della nostra Regione dal novero delle aree in ritardo di sviluppo dell’Unione Europea (Obiettivo 1); portare tendenzialmente il tasso di occupazione verso la media nazionale, tenuto conto che il vertice di Lisbona ha indicato nel tasso del 70% l’indice di occupazione per tutte le regioni europee; elevare il livello della sicurezza e della modernizzazione del contesto ambientale a standard europei.
In questa prospettiva, la Calabria non rappresenta tanto un problema da risolvere, quanto piuttosto un’opportunità per l’Italia e per l’Europa nella nuova divisione internazionale del lavoro delineata dai processi di globalizzazione. L’appuntamento ormai prossimo del 2010, che dilata enormemente l’area di libero scambio nel Mediterraneo, deve essere visto come un traguardo a cui la Calabria deve prepararsi in modo attivo e da protagonista.
Le politiche di governo regionali dovranno promuovere e valorizzare le risorse territoriali a fini produttivi, non solo per intercettare la domanda interna, ma anche la domanda crescente indotta dalle nuove relazioni tra Oriente ed Occidente e che vedono il Mediterraneo come grande area di sviluppo della nuova Europa. E’ questa la strada per una Calabria che aspira ad aumentare le esportazioni e che non vuole continuare ad importare oltre i due terzi di ciò che consuma.
La Calabria deve essere protagonista di un processo di riordino dello Stato nel segno di un nuovo regionalismo capace di contrastare l'euroscetticismo e di sostenere un processo di rafforzamento dei caratteri dello Stato nazionale come Stato unitario e solidale. Il problema non è il federalismo in quanto tale, ma una sua formulazione che impedisca il prevalere di egoismi e di tendenze all'isolamento delle aree più forti del Paese.
Per far questo la Calabria deve trovare una sua credibilità in Europa e nel Paese, consapevoli che ancora oggi il cambiamento regionale è fortemente influenzato dai trasferimenti di risorse finanziarie pubbliche sia nazionali che europee e dalle modalità del loro utilizzo. La Calabria, soprattutto per questo, deve essere una Regione che deve saper “chiedere”, ma anche saper “dare”, al sistema nazionale ed europeo. La regione deve sviluppare una rete di relazioni cooperative con altre regioni d’Europa e di altri Paesi.1.4 Una Regione da riformare
L’attuale Regione va destrutturata e profondamente riformata. Dalla società calabrese emerge una domanda di programmi di sviluppo sostenibili, ma anche una domanda di strutture amministrative efficienti e qualificate, di classi dirigenti credibili, di nuove regole di governo.
Il neocentralismo regionale deve lasciare il posto ad un autentico processo di decentramento. Il nuovo governo regionale deve al più presto rendere compiuto il trasferimento dei poteri e delle funzioni attribuite al sistema delle Autonomie locali.
L'UNIONE si propone di promuovere una nuova articolazione del sistema istituzionale regionale. L’esperienza storica regionalista è stata segnata dal limite della frammentarietà e del campanilismo localistico. Cooperazione istituzionale, verticale e orizzontale, e concertazione con i sistemi territoriali sono le condizioni per affermare un’identità unitaria regionalista.
La rinascita economica e istituzionale della Calabria passa attraverso l’affermazione piena del diritto alla sicurezza e dell’elevamento del tasso di legalità e di trasparenza amministrativa. In Calabria viene meno lo stato di diritto se gli amministratori pubblici sono sistematicamente minacciati, se gli imprenditori e i commercianti vengono taglieggiati, se i cittadini sono preda di un clima di paura. Lo Stato nazionale deve garantire la convivenza civile e lo svolgimento democratico delle funzioni pubbliche; la Regione deve essere promotrice di ogni iniziativa affinché questo avvenga e sostenere tutte le vittime della violenza mafiosa.
Il Governo nazionale e la Regione debbono divenire riferimenti credibili per promuovere e affermare nel nostro Paese e in Calabria un nuovo spirito pubblico, una nuova etica dell'azione collettiva. La qualificazione della spesa pubblica regionale e l'adozione di regole trasparenti improntate alla certezza del diritto debbono essere i capisaldi di un’azione amministrativa non permeabile ai condizionamenti e ai tentativi di infiltrazione di interessi illeciti e mafiosi. La qualità e l’attuazione coerente della programmazione economica e l’esercizio delle funzioni di controllo, sono prerequisiti indispensabili per recuperare alla legalità e allo sviluppo i territori insidiati dalla mafia e dalle organizzazioni malavitose. Occorre coniugare il sostegno alle azioni di prevenzione, di repressione e di tutela della sicurezza con la promozione di politiche sociali e di garanzia dei diritti primari. In questo quadro, l’impegno è di approvare celermente in Consiglio regionale un “codice etico” e di istituire una “Autorità per la trasparenza” degli atti della Giunta e del Consiglio.
L'UNIONE, in coerenza con tali intenti, decide di fare sottoscrivere ad ogni candidato dei partiti e dei movimenti che si riconoscono in essa, al momento della presentazione delle liste elettorali per il rinnovo del Consiglio regionale, una dichiarazione pubblica di rifiuto del voto proveniente da aree elettorali sospette di contaminazioni mafiose.
L’UNIONE al governo della Regione intende promuovere il principio della responsabilità soggettiva e dell'autogoverno. Affinché ciò si realizzi si dovrà innanzitutto impostare e programmare una politica economica e finanziaria regionale tesa, da un lato, ad impedire la deriva del dissesto finanziario provocato dal malgoverno di centrodestra, dall’altro, a favorire la realizzazione di nuovi investimenti pubblici e privati rivolti ad ampliare e diversificare la struttura produttiva e ad allargare la base occupazionale. Occorre una sana politica di bilancio regionale, che sappia programmare con rigore entrate e spesa. I calabresi, oggi, pagano le tasse più alte d’Italia in cambio della più bassa quantità e qualità dei servizi. L’ambizione è di innescare un circuito virtuoso fatto di meno imposte aggiuntive, più equità fiscale, meno sprechi e maggiori investimenti finalizzati ad obiettivi di modernizzazione, coesione sociale e crescita dell’occupazione.
La nuova Regione dovrà essere fondata su una radicale riforma della struttura burocratico-amministrativa: è urgente organizzare le competenze e le funzioni amministrative per Dipartimenti, in modo da garantire il coordinamento istituzionale intersettoriale, la semplificazione procedurale, rendere trasparente ed efficace i procedimenti amministrativi e passare da una programmazione per adempimenti ad una programmazione per risultati. A tal fine, si dovrà promuovere un effettivo processo di rinnovamento e riqualificazione professionale della dirigenza regionale e utilizzare l’istituto della consulenza esterna strettamente finalizzato alla realizzazione di specifici progetti-obiettivi.
La Regione deve rivedere integralmente il sistema degli Enti strumentali e delle Società partecipate attraverso una pluralità di iniziative a più livelli: eliminazione degli enti inutili, razionalizzazione delle attività sovrapposte, revisione sostanziale delle funzioni e delle missioni dei singoli enti o società. In questi enti il ruolo della Regione deve essere ricondotto ad una funzione esclusiva di programmazione e controllo, mentre deve essere resa del tutto autonoma la loro gestione.1.5 Innovazione, lavoro, reti infrastrutturali
La creazione di un ambiente funzionale allo sviluppo produttivo e alla crescita delle occasioni di lavoro per i disoccupati e per le nuove generazioni è un obiettivo centrale del programma de L’UNIONE. La qualità dei processi formativi, la crescita di nuove professionalità, la costruzione di un’efficace sistema di regolazione del mercato del lavoro, un moderno sistema infrastrutturale a rete sono prerequisiti essenziali dello sviluppo.
Il recupero della filosofia originaria e la rimodulazione del Programma Operativo Regionale di Agenda 2000, varato dal centrosinistra nel 1999 e riconosciuto dalla Commissione Europea come il più avanzato tra quelli presentati, rappresentano condizioni primarie per rilanciare il metodo della concertazione, del partnerariato sociale, della solidarietà istituzionale. La riforma dello stato sociale, lo sviluppo economico, la promozione dei prodotti locali, la modernizzazione infrastrutturale e dei servizi necessitano di cooperazione e di reti tra gli attori sociali e istituzionali regionali. La Calabria deve unire le forze per contare di più nelle politiche economiche nazionali, ma anche per avviare e portare a compimento le riforme interne nel campo dei servizi sociali e delle esternalità di sistema.
Nella sfera strettamente economica, s’impone una rivalutazione del ruolo e delle funzioni dell’intervento pubblico regionale affinché non prevalgano logiche meramente mercantili e prassi di intermediazione puramente politico - lobbistiche. Gli aiuti ai settori produttivi devono tendere a superare gradualmente la vecchia politica degli incentivi a fondo perduto e ricorrere maggiormente ai fondi di garanzia e agli incentivi in conto interesse, privilegiare la qualità progettuale e gli impatti occupazionali, il consolidamento imprenditoriale sui mercati esteri, la qualificazione professionale e manageriale del capitale umano delle imprese, la crescita dei beni pubblici per la competitività territoriale.
Le Università, il Porto di Gioia Tauro e i Centri d’innovazione imprenditoriale, rappresentano importanti punti di forza da cui partire per invertire la tendenza al declino e per accelerare la ripresa economica della Calabria.
Il sistema universitario, con l'ampia varietà dell'offerta formativa e l’elevato numero di giovani in formazione, deve rappresentare sempre più una leva strategica dello sviluppo regionale. Per sfruttare appieno le potenzialità delle università, è indispensabile saldare maggiormente la formazione avanzata con la ricerca applicata e con i fabbisogni che emergono dal mercato del lavoro. Più in generale, l’intero sistema della formazione e dell’istruzione dovrà essere strettamente raccordato con le dinamiche territoriali e con i processi di sviluppo potenziali.
Paradossalmente, la condizione di “arretratezza relativa” della Calabria può rivelarsi una opportunità per favorire il radicamento in regione di attività economiche e imprenditoriali avanzate e ad alto valore aggiunto attraverso l’applicazione delle innovazioni tecnologiche e della ricerca accademica e non. La Calabria può candidarsi ad essere una “terra di servizi avanzati”, a partire dalla valorizzazione dei segmenti innovativi già presenti nell’apparato industriale, nell’ agroalimentare e nel campo delle tecnologie informatiche. A questo fine, la Regione dovrà costituire e implementare strutture organizzative finalizzate a promuovere le opportunità localizzative della Calabria e ad attrarre investimenti e capitale umano eccellente. Strettamente collegata alla politica di marketing territoriale è la necessità di una maggiore qualificazione del sistema dell’informazione regionale rivolta ad accrescere la sua capacità di lettura della complessità della struttura territoriale, a suscitare nella società regionale un rinnovato senso di consapevolezza e di responsabilità e a promuovere immagini non stereotipate della nostra regione.
L'UNIONE mette al centro del suo programma la questione del lavoro. Aumentare l’occupazione è il primo e più importante obiettivo. A fronte di una disoccupazione scandalosamente elevata e di un’economia nera e irregolare che coinvolge larghe fasce di lavoratori e di imprese, è indispensabile affermare non solo il diritto al lavoro ma anche il diritto alla qualità del lavoro. All’obiettivo della buona occupazione vanno indirizzate le politiche di formazione professionale e di sostegno al reddito, dei singoli e delle famiglie, per prosciugare gradualmente le aree della precarietà occupazionale e dell’esclusione sociale.
Una nuova dinamica imprenditoriale, una politica di attrazione degli investimenti, una crescita dell’occupazione di qualità richiedono esternalità ambientali importanti: città vivibili, servizi efficienti, banche orientate allo sviluppo locale, pubbliche amministrazioni efficienti, capitale sociale per lo sviluppo, vivacità culturale, strumenti di informazione e di comunicazione moderni, reti tecnologiche (acqua, smaltimento dei rifiuti, energia) efficienti e di qualità.
La Regione deve indirizzare, coordinare e monitorare le politiche di assetto del territorio attraverso un Piano regionale e una Legge urbanistica revisionati e correttamente gestiti; deve garantire l’integrazione territoriale e produttiva; deve favorire la modernizzazione delle città e dare prospettiva di sviluppo sociale ed economico ai centri minori.
La Calabria deve diventare una regione bella e attrattiva per i propri abitanti e per chi intende visitarla o realizzarvi progetti di vita, di lavoro, di impresa.1.6 Sicurezza sociale e diritti
Esistono diritti universali e inalienabili che non possono essere messi in discussione. Salute, istruzione, casa, assistenza socio-economica sono diritti elementari di cittadinanza che devono essere garantiti a tutti. L’intervento pubblico regionale deve essere orientato prioritariamente a soddisfare questi diritti di base secondo principi di equità e di pari opportunità per tutti i ceti sociali, garantendo prioritariamente l’accesso alle fasce di popolazione in condizione di maggiore disagio.
Le politiche sociali regionali vanno ripensate alla luce dei recenti mutamenti intervenuti negli scenari socio-economici nazionali e internazionali. Antiche e nuove povertà, processi di immigrazione e di nuova emigrazione, senso d’insicurezza sociale, ampliamento dell'area della precarietà, a cominciare da quella lavorativa, impongono la ridefinizione di un nuovo sistema di garanzie sociali come prerequisito per avviare e sostenere politiche strutturali di sviluppo e coesione.
L'UNIONE assume la garanzia dei diritti primari come un dovere morale coerente con i valori di riferimento della coalizione, con lo spirito di solidarietà sociale che l'alimenta, con l’etica della responsabilità soggettiva, e si impegna a sperimentare e attuare forme di reddito minimo ai cittadini e alle famiglie in condizione di povertà, anche attraverso strumenti di ridistribuzione del reddito regionale e di interventi di natura fiscale. In Calabria sono attive numerose associazioni, strutture e organizzazioni cooperative, nuclei significativi di volontariato cattolico e laico, imprese del terzo settore che configurano una importante trama regionale di impegno civile nel campo dell'offerta di servizi collettivi, che spesso sono sostitutivi di servizi pubblici inefficaci se non del tutto assenti. Questa rete va sostenuta, incoraggiata, rafforzata. La Regione deve stabilire con l'arcipelago del privato sociale, spesso animato generosamente da giovani ricchi di idealità e di passioni civili, rapporti istituzionali stabili, coerenti, di lungo periodo.
La formazione scolastica è un diritto. La recente riforma nazionale della scuola secondaria ha prodotto un depauperamento del sistema scolastico calabrese, testimoniato dal fatto che la Calabria è la regione dove si è registrato il più alto numero di soppressione di classi e di cattedre. È divenuta di assoluta emergenza la condizione strutturale del patrimonio edilizio scolastico, esposto ormai ad elevati rischi d’insicurezza e di decadimento edilizio. Sulla Regione pesa il compito di farsi carico di una mirata politica tendente a garantire il diritto allo studio e contrastare l’accentuarsi della dispersione e della de-qualificazione dell’istruzione.1.7 Il territorio come risorsa
La tutela e la valorizzazione dell’ambiente naturale sono condizioni per garantire e salvaguardare il futuro delle nuove generazioni. La difesa dell’ambiente è un’esigenza etica e contestualmente una risorsa produttiva.
La politica de L'UNIONE assume l’ecologia e i beni ambientali come “valori” strategici per la qualità della vita dei calabresi, per la qualità dei processi di sviluppo, per la qualità della convivenza civile. La valorizzazione dei valori ambientali necessita di organiche politiche e strumenti di incentivazione incentrate su specifiche misure di fiscalità ambientale, sulla realizzazione di moderne infrastrutture eco-compatibili, su norme legislative di contrasto dell’abusivismo e di rifiuto della cultura del condono, su azioni di cura, recupero, manutenzione e valorizzazione del territorio, dei beni ambientali e culturali, anche al fine di elevare la qualità dell’offerta e dell’attrazione turistica regionale.
La politica di infrastrutturazione territoriale rivolta a migliorare l'accessibilità fisica e immateriale e a facilitare le comunicazioni infra e inter-regionale, in modo da superare il limite della perifericità geografica, deve essere strettamente correlata alla concezione dell'ambiente come valore e risorsa prioritaria.
Il giudizio negativo sul Ponte sullo Stretto di Messina è in questo senso tutt’altro che una chiusura all’innovazione. La priorità assoluta è la riqualificazione del sistema infrastrutturale esistente e della sua integrazione funzionale. Il Ponte sullo Stretto non può costituire il rischio di uno sconvolgimento ambientale. La Calabria ha bisogno di infrastrutture utili, congrue con il contesto territoriale, sostenibili sotto il profilo dell'impatto ambientale e finanziario.
Valorizzazione ambientale e qualità sociale impongono, inoltre, alcune scelte che incidono sul livello della qualità della vita.
Lo smaltimento dei rifiuti è materia complessa che richiede elevata competenza e condivisione istituzionale, a partire dai Sindaci che hanno già un ruolo significativo con la partecipazione delle Amministrazioni comunali alle Società miste. Con loro, ed insieme ai cittadini, va pensata una soluzione moderna, efficiente ed efficace ai problemi dello smaltimento, partendo dall’assunto che i rifiuti vanno smaltiti laddove vengono prodotti.
Il Piano energetico regionale va profondamente modificato e la ricerca sulle fonti energetiche deve essere orientata alla valorizzazione di quelle rinnovabili e non inquinanti. Se si vuole che la Calabria aumenti la propria produzione di energia, ciò può avvenire solo attraverso il ricorso alle fonti rinnovabili.
La valorizzazione dell’ambiente passa anche attraverso la messa in sicurezza dei territori, la riqualificazione delle città e del loro patrimonio immobiliare, ad iniziare dai centri storici, il ripensamento in termini ambientali del sistema dei trasporti, soprattutto dell’efficienza e della qualità del trasporto pubblico locale. Questi sono punti cardini di un progetto ecologista inteso come fattore di sviluppo, di modernizzazione e di civiltà.2. I VALORI DI RIFERIMENTO
2.1 Per una politica di qualità
I valori contano. La politica e le politiche pubbliche contano. Valori e politica sono per noi due facce della stessa medaglia. Senza politica i valori restano confinati nella sfera privata e delle testimonianze dei singoli; d’altro canto, senza valori la politica si riduce a mera gestione del potere, a pragmatismo asfittico, al più ad efficienza ma senza efficacia. I valori servono per dare anima alla politica, per conferirgli senso e legame sociale, per dargli futuro. La politica è lo strumento per implementare azioni e scelte pubbliche finalizzate a rafforzare ed estendere il patrimonio dei beni pubblici fondamentali: dalla tutela universalistica della salute alla preservazione e valorizzazione delle risorse ambientali, dalla diffusione della conoscenza al potenziamento dell’occupabilità dei lavoratori e dei giovani, dalla difesa di un sistema pensionistico equo all’inclusione sociale.
Le politiche neoliberiste e conservatrici degli ultimi anni hanno fatto smarrire alla politica l'importanza dell'ancoraggio ai valori. E' prevalsa una politica di breve periodo, intrisa di particolarismi e di interessi privati; una politica finalizzata al controllo del potere economico e dell'informazione, dei favori e delle concessioni a gruppi sociali ristretti, quando non a singoli potentati economici e finanziari. Catturati dall’attenzione della salvaguardia di interessi corporativi e individuali, i governi del centrodestra hanno cancellato del tutto dall’orizzonte politico e culturale i valori della solidarietà e dell’equità sociale, del riequilibrio territoriale.
Per noi i valori contano. Non basta essere efficienti. Bisogna essere efficienti ed efficaci. Non basta semplicemente conseguire un risultato. E’ altrettanto importante come quel risultato viene conseguito. E’ importante cioè la partecipazione, la concertazione istituzionale e sociale, il consenso e l’esercizio pieno della democrazia. E’ importante aumentare l’occupazione, ma ancora più importante è aumentare la buona occupazione, cioè i posti di lavoro stabili, tutelati, regolamentati. E’ importante fare una strada, ma ancora più importante è fare una strada utile, capace di ridurre i tempi di percorrenza ed accrescere la sicurezza sociale, di aumentare efficienza ed efficacia del sistema logistico locale. E’ importante garantire i diritti di proprietà, ma ancora più importante è garantire la proprietà con i suoi legami sociali. Una politica di qualità presuppone valori, ispirazioni e tensioni ideali, radicamento sociale.
La Calabria ha bisogno urgente di politica di qualità. Per troppi anni la regione ha subito una politica di centrodestra di corto respiro, improvvisata, senza strategia, che ha implicato arretramento socio-economico, lacerazioni sociali, perdita di fiducia e di reputazione istituzionale. Per arrestare il declino dobbiamo reagire. L'UNIONE deve governare. Abbiamo il dovere di avviare una nuova stagione politica, di mettere in campo nuove competenze, di suscitare nuove profezie credibili, nuove speranze. Abbiamo innanzitutto il dovere di rimettere al centro della politica i valori, le aspirazioni ideali.
In politica i valori contano. Per questo è importante identificare una carta dei valori di riferimento delle coalizioni politiche. Quelli che seguono sono il nucleo dei valori irrinunciabili a cui intendiamo agganciare sia le nostre azioni politiche sia le nostre azioni programmatiche e di governo. Vogliamo governare la Calabria ispirati da valori. Vogliamo offrire all’intera collettività regionale la nostra tavola dei valori ideali. Per essere valutati. Per essere spronati ad essere coerenti con essa, quotidianamente.2.2 Valori valori valori
Competenze. La Calabria è oggi una regione ricca di competenze e di saperi scientifici, concreti, contestuali. Ciò nonostante, queste risorse fondamentali per lo sviluppo socio- economico sono state finora largamente sotto utilizzate se non colpevolmente ignorate dalle giunte di centrodestra. Paradossalmente, negli ultimi anni le giunte regionali hanno accentuato il fenomeno dell'importazione di competenze dall'esterno, anche di figure professionali e accademiche largamente presenti nel panorama calabrese. Noi intendiamo rovesciare questa logica di svalorizzazione sistematica delle competenze e dei saperi regionali. Diversamente dal centrodestra, vogliamo mettere al lavoro il più diffusamente possibile le competenze accumulate in regione, sia per valorizzare e incoraggiare l'apprendimento locale, sia per utilizzare pienamente i vantaggi insiti nel radicamento locale dei saperi e delle professionalità. Naturalmente, non intendiamo praticare nessuna forma di autocontenimento regionale delle competenze, al contrario pensiamo ad un modello di valorizzazione dei saperi e delle professionalità locali che presuppone l'apertura cooperativa e l'integrazione con competenze specialistiche esterne.
Concertazione. La Calabria ha bisogno di concertazione istituzionale, sociale ed economica. La regione deve serrare le fila, riaggregarsi, mettersi insieme. La Calabria ha bisogno di cooperazione, di reti, di alleanze istituzionali. Le giunte regionali di centrodestra hanno in questi anni azzerato la concertazione, hanno chiuso le porte all'interazione, hanno abbandonato il terreno del confronto e della coesione socio- istituzionale. Le giunte di centrodestra hanno tradito lo spirito concertativo e partnerariale alimentato dal centrosinistra nella fase di costruzione del POR Calabria. Il centrodestra ha tradito il POR; ha tradito soprattutto il metodo del lavorare e del progettare insieme. Noi vogliamo ripartire da quello spirito, dal quel disegno strategico incentrato sul partnerariato, sulla condivisione, sul consenso. Vogliamo cioè ritornare ad essere una regione europea, cioè una regione che fa tesoro delle lezioni e dei suggerimenti della Comunità Europea. Lo sviluppo economico e sociale non è l'esito miracoloso dell'azione di una persona o di un gruppo ristretto di soggetti istituzionali, bensì il risultato dell'impegno tenace e di lungo periodo delle migliori intelligenze, delle tante esperienze e competenze presenti in regione. Lo sviluppo è un processo di mobilitazione sociale che presuppone concertazione tra una pluralità composita di attori pubblici e privati. Dunque, al modello decisionale gerarchico e dall'alto, funzionale ai privilegi dei pochi che decidono e dei loro ceti sociali di riferimento, contrapporremo un modello di governo basato sul confronto aperto e trasparente tra tutti i soggetti portatori di interessi, nella consapevolezza che soltanto l'ascolto e la partecipazione di tutti consente di trovare e perseguire le strade più consone per la rinascita della regione. Nella nostra concezione, concertare vuol dire infatti alimentare un tavolo di confronto collettivo per individuare insieme obiettivi, strumenti e azioni operative per raggiungere il bene comune, all'interno di regole chiare e condivise che consentano ad ogni portatore di interesse di giocare il proprio ruolo. Concertazione, dunque, come metodo di governo per una Regione che intende promuovere e sostenere le energie vitali diffuse nei territori, nelle istituzioni, nelle organizzazioni.
Decentramento. La Calabria ha bisogno di una Regione più snella e più articolata. La Regione non può continuare ad essere un'istituzione pesante, gonfia di competenze amministrative, gestionali e finanziarie. La Regione deve decentrare competenze, poteri, risorse finanziarie, gestioni. La Calabria ha bisogno di nuove architetture istituzionali, di nuova governance. Ha bisogno di disegni istituzionali più moderni, policentrici. Ha bisogno di nuove complementarità istituzionali tra Regione, Province, Comuni, Comunità Montane, Autonomie funzionali. La Regione deve diventare un'istituzione focalizzata sulla programmazione e controllo delle risorse, sull'elaborazione di macroprogetti e programmi di sviluppo, la cui realizzazione deve vedere protagonisti a pieno titolo, in una prospettiva di sussidiarietà, gli Enti Locali e territoriali e, laddove possibile, i soggetti privati e del no-profit. Nella nostra concezione il decentramento è soprattutto architettura istituzionale integrata e criteri di organizzazione e funzionamento: la Regione programma, controlla e valuta, anche attraverso un sistema organico e limitato di leggi, mentre la gestione e la realizzazione dei progetti e le relative risorse finanziarie dovranno essere attribuite soprattutto ai soggetti pubblici sub-regionali e ai privati coinvolti. Peraltro, solo in questo modo i cittadini calabresi potranno verificare in modo più ravvicinato gli effetti tangibili dell'azione politico-amministrativa e controllare che le risorse finanziarie non finiscano nei meandri delle spese non utilizzate.
Efficienza. I calabresi convivono con ampie fasce di inefficienza pubblica e privata. Allocazioni non ottimali di risorse finanziarie e umane implicano sprechi, costi aggiuntivi, distorsioni, qualunquismo e sfiducia nel cambiamento. E’ possibile ridurre significativamente il peso delle inefficienze attraverso azioni di razionalizzazione e ammodernamento delle burocrazie pubbliche, di sfoltimento della selva degli enti inutili, di integrazione delle missioni e delle competenze di strutture pubbliche centrali, regionali e locali, di riconfigurazione delle società miste pubblico-private, di monitoraggio sistematico dei processi e degli esiti ultimi delle politiche pubbliche. Ma la cosa più importante per conseguire efficienza è dare una missione alle strutture pubbliche; una missione chiara, esplicita, condivisa. L'efficienza degli apparati amministrativi è un mezzo per conseguire, più rapidamente e con minor costi finanziari e sociali, finalità pubbliche, traguardi collettivi, beni comuni. Lo sviluppo economico e il benessere sociale necessitano di contesti organizzativi reattivi, rapidi, trasparenti, automatici, efficienti. E’ indispensabile costruire e implementare strutture amministrative regionali dal volto umano, amichevoli con cittadini e imprese.
Identità. La Calabria ha bisogno di nuove identità, di nuove rappresentazioni simboliche. La Calabria e i calabresi sono funestati dalle rappresentazioni negative e stereotipate, in Italia e all'estero. La costruzione di identità positive è un tassello importante del rilancio e dello sviluppo della nostra regione. Non abbiamo bisogno di un'identità chiusa bensì di un'identità aperta al confronto con gli altri, con altre identità. Un'identità che sappia mostrare al mondo le specificità e le diversità regionali ma senza auto-referenzialità, senza chiusure localistiche. Abbiamo bisogno di un'identità fondata sull'enorme patrimonio di bellezze naturali, di storia, di beni culturali, di saperi, di tradizioni e di valori umani della Calabria. Abbiamo bisogno di saper comunicare questo patrimonio eccellente ai calabresi e al mondo intero: nell'era della globalizzazione le regioni attrattive sono quelle che riescono ad offrire beni unici, diversificati. La nuova identità calabrese dovrà essere fatta soprattutto di valori condivisi, di coesione sociale e territoriale, di capitale sociale per lo sviluppo, di beni pubblici. Un'identità incentrata sulle reti tra i piccoli comuni interni, tra le città, tra le comunità locali, tra le province, tra pubblico e privato. Un'identità positiva che alimenti fiducia tra i calabresi e sui calabresi.
Innovazione. La Calabria deve innovare. Lo deve fare l'Italia e ancor più la nostra regione se vogliamo invertire il declino. Non bastano piccoli aggiustamenti per rimettersi in sesto. La Calabria deve accettare e affrontare la sfida dell'innovazione di sistema se vuole diventare una regione autonoma, forte, importante. La Calabria deve forzare l'inerzia intrinseca al sottosviluppo. Deve tentare nuove vie, sperimentare nuovi approcci, nuovi modelli d'azione. Deve in primo luogo innovare nel profondo la propria classe dirigente. Il risanamento e lo sviluppo necessitano di una classe dirigente capace di guardare oltre i circuiti delle proprie appartenenze, oltre la congiuntura e il ciclo elettorale. E' indispensabile altresì un nuovo rapporto con lo Stato e le politiche pubbliche centrali, un rapporto non subalterno ma animato da reciprocità, integrazione, complementarità, cooperazione. Va innovato radicalmente il rapporto tra Regione ed Enti locali, trasferendo, secondo il principio della sussidiarietà e le norme della nuova Costituzione, deleghe, risorse finanziarie, poteri di progettazione e di realizzazione alle istituzioni sub-regionali. Va rinnovato nel profondo anche il modello gestione dell'apparato amministrativo regionale, non solo in termini di incremento dell'efficienza, ma soprattutto in termini di assunzione di prassi organizzative orientate all'esito, ai risultati finali.
Legalità. La Calabria ha bisogno di legalità. La nostra regione non ha futuro senza un deciso incremento dei livelli di legalità, di legittimazione diffusa delle norme, di riconoscimento pieno dei diritti di proprietà, dei diritti alla vita. La legalità non è solo un valore, è la pre-condizione perché possa darsi una vita in comune. Per la Calabria legalità significa anzitutto contrasto chiaro, aperto e incessante alla criminalità organizzata, creando regole e meccanismi amministrativi in grado di impedire ogni incidenza mafiosa nell'assegnazione degli appalti e nell'erogazione dei flussi finanziari pubblici. Ma legalità significa anche contrastare in modo severo tutti i comportamenti di disattenzione nei confronti delle norme, grandi e piccole, che regolano la convivenza civile, nonché gli atteggiamenti di tolleranza o di accettazione passiva dei soprusi quotidiani che finiscono per produrre alla lunga effetti sociali perversi, assuefazione, rassegnazione. L'affermazione e la diffusione della legalità nel corpo della società regionale presuppone però azioni politiche e prassi di governo coerenti con il riconoscimento pieno delle istituzioni democratiche come soggetti garanti dei diritti di ciascuno e di tutti. Ciò significa investimenti massicci volti al potenziamento, al coordinamento e all'innovazione strategica degli apparati pubblici di contrasto alle organizzazioni criminali, ma anche investimenti importanti nel campo della scuola e della formazione, delle istituzioni culturali, dei presidi civili e dell'associazionismo. L'impegno per la legalità e la sicurezza sociale è una leva decisiva per ridare speranza ai calabresi, per accrescere l'attrattività della nostra regione, per dare futuro alle ragazze e ai ragazzi che vogliono costruire la loro vita in Calabria.
Premialità. La Calabria ha bisogno di utilizzare più intensamente del passato il criterio comunitario della premialità, dell’incentivazione cioè delle esperienze e dei circuiti eccellenti. Dare più risorse - finanziarie, reputazionali, simboliche - alle Amministrazioni Comunali che combattono l’abusivismo e l’illegalità, alle istituzioni intermedie che perseguono equilibrio finanziario e sviluppo, alle coalizioni istituzionali che riducono i tempi delle procedure burocratiche e autorizzative, agli enti che spendono più velocemente e meglio le risorse finanziarie pubbliche, è contemporaneamente un modo per incoraggiare comportamenti e prassi virtuosi e dall’altro per disincentivare comportamenti e prassi viziosi. Intendiamo utilizzare in forme più diffuse lo strumento della premialità per segnalare alla comunità regionale da che parte stiamo: con le istituzioni efficaci ed efficienti, con le imprese dinamiche, con i territori che lavorano per lo sviluppo economico e per la coesione sociale, con il volontariato e l'associazionismo civile e religioso, con i cittadini attivi e impegnati.
Qualità. La Calabria ha bisogno di qualità. Di qualità sociale, di qualità istituzionale, di qualità economica. La nostra regione è ancora distante da standard di qualità accettabili, compatibili con la sua appartenenza ad una società nazionale di rilievo nel panorama europeo. La qualità sarà sempre più la cifra che caratterizzerà le regioni dinamiche, avanzate, moderne. E' necessario dunque spostare l'asse dell'attenzione dalla quantità alla qualità, dall'hardware al software. Alla Calabria non servono genericamente più scuole, più infrastrutture, più teatri, più occupati. Servono ancor più scuole eccellenti, un sistema infrastrutturale integrato e sicuro, stagioni teatrali di alto profilo culturale, buona occupazione. Le politiche pubbliche sono molto importanti per la diffusione della qualità sia in termini di fissazione di standard di riferimento, sia di allestimento di sistemi di incentivazione e premialità per gli investimenti e le iniziative di elevata qualità. Il perseguimento della qualità costringe inoltre ad elevare i profili delle progettazioni, a curare meglio la realizzazione delle iniziative, a innovare prassi gestionali ed organizzative, in altri termini a migliorarsi, a cambiare, a conseguire livelli di benessere più pieni.
Responsabilità. La Calabria ha bisogno di una nuova primavera ideale. Ha bisogno di nuovi slanci, di un nuovo vocabolario, nuove parole, nuove idee. La Calabria ha un bisogno forte di responsabilità. Responsabilità nel senso che ognuno di noi deve diventare e sentirsi responsabile delle proprie azioni, sapendo che ogni nostro gesto avrà conseguenze su altri. Responsabilità vuol dire che ognuno deve sentirsi parte di un mondo più grande, un mondo interdipendente nel quale tutti dipendiamo da tutti e che dunque ogni nostra azione implica impatti sulla vita di altre persone e viceversa. Responsabilità vuol dire inoltre condividere il rigore etico di chi vive e pratica l'impegno politico e sociale come un servizio alla collettiva per il conseguimento del bene comune e non come uno strumento per realizzare i propri interessi particolari. Responsabilità dunque come impegno politico e culturale per costruire una società con benessere diffuso, più equa, più democratica, più solidale, più ospitale. Responsabilità come necessità della co-responsabilità, dell'azione collettiva, della condivisione dei fini, dell'impegno e della generosità di una classe dirigente rivolta ad allargare il patrimonio dei beni pubblici regionali e a perseguire obiettivi universalistici.
Rete. La Calabria deve avviare e implementare reti. Reti infra e inter-regionali, tra istituzioni e tra queste e i privati. La Calabria ha più bisogno di altre regioni di reti perché è molto piccola e per di più frantumata, divisa, parcellizzata. Ha bisogno di reti di relazioni per unire le forze, per fare sistema, per conseguire massa critica e potere contrattuale. In questo quinquennio il centrodestra calabrese ha lavorato contro, ha prodotto lacerazioni, ha diviso i soggetti istituzionali e sociali, ha spezzato tessuti relazionali. Anche per questo la Calabria è andata indietro. Tocca a noi ricostruire trame spezzate, ricomporre le coalizioni, incentivare l'aggregazione. Bisogna favorire in primo luogo le reti orizzontali, i legami territoriali. E' necessario che i Comuni dialoghino molto di più tra loro, che facciano sistema locale progettando e gestendo servizi comuni, che insieme abbiano rapporti sistematici con il sistema produttivo e con gli altri soggetti locali. Bisogna però favorire anche nuove reti verticali, tra la Regione e gli Enti locali, tra la Regione e lo Stato centrale, tra la Regione e l'Unione Europea. La rinascita della Calabria è possibile solo entro un quadro di politiche pubbliche europee, nazionali e regionali coerenti tra loro e finalizzate allo sviluppo.
Solidarietà. La Calabria è storicamente una regione di grandi solidarietà. I calabresi sono un popolo generoso, avvezzo all’altruismo, temprato all’ospitalità e all’accoglienza umana. La solidarietà è un valore-faro delle nostre azioni politiche e sempre più dovrà esserlo in futuro. La solidarietà non è incompatibile con lo sviluppo; al contrario non c’è sviluppo sostenibile senza solidarietà, senza legami umani, senza relazioni con l’altro. Negli ultimi anni i neoconservatori e i liberisti hanno contrapposto la solidarietà all’efficienza, l’equità alla produttività. Accecati dall’ossessione della difesa della massimizzazione del profitto privato, i liberisti hanno trascurato che la crescita economica fine a sé stessa implica rotture sociali, divaricazioni territoriali, distruzione di capitale sociale, allargamento delle fasce di disagio e di povertà. La non-solidarietà comporta elevatissimi costi sociali. La nostra idea è che solidarietà ed efficienza debbano intimamente convivere, rafforzarsi reciprocamente, fertilizzarsi in modo incrociato. Per noi lo sviluppo non è uguale a crescita indifferenziata della ricchezza monetaria. Lo sviluppo a cui noi puntiamo è diffusione del benessere sociale, incremento dei redditi ma anche riduzione delle disparità sociali, maggiore efficienza economica e aziendale ma anche ampliamento della base occupazionale, livelli più alti di produttività ma anche aumento dei diritti universali di cittadinanza e rafforzamento della democrazia. In Calabria, più che altrove, le politiche pubbliche per lo sviluppo dovranno essere rigorosamente indirizzate a coniugare crescita economica e solidarietà sociale, crescita imprenditoriale e rafforzamento dei legami sociali tra ceti, generazioni, territori.
Sostenibilità. La Calabria non ha solo bisogno di più sviluppo ma anche di sviluppo di qualità. Non serve alla nostra regione lo "sviluppismo", la semplice crescita del prodotto e dell'espansione meramente quantitativa. Al contrario, necessita di sviluppo sostenibile. Di uno sviluppo innanzitutto compatibile con il rispetto e la protezione delle risorse ambientali e il complesso del patrimonio naturale e culturale regionale. Non uno sviluppo che consuma e distrugge natura bensì uno sviluppo che valorizzi al massimo le risorse ambientali e minimizzi le rotture. Uno sviluppo sostenibile inoltre con i fabbisogni sociali diffusi, con le culture e le vocazioni locali più autentiche, che incoraggia e favorisce processi di inclusione e di partecipazione sociale. Ancora, uno sviluppo sostenibile nel tempo, di lungo periodo, non effimero, basato cioè su fattori, attori e settori dinamici, innovativi, aperti. Sostenibile perché trasferisce alle generazioni future più opportunità di realizzazione individuale e collettiva e ambienti naturali e antropizzati non compromessi. Infine, uno sviluppo sostenibile sotto il profilo finanziario, della capacità cioè di mobilitare e attrarre risorse monetarie congrue con gli obiettivi della valorizzazione piena dei potenziali di sviluppo regionali.
Stabilità. La stabilità istituzionale è un bene pubblico prezioso per lo sviluppo economico e la coesione sociale. La stabilità nel tempo degli assetti normativi, delle strutture organizzative, delle architetture istituzionali e degli apparati amministrativi contribuisce a creare fiducia e a ridurre l'incertezza. Gli imprenditori basano i loro calcoli e le loro decisioni d'investimento sulle certezze istituzionali e procedurali. L'incertezza scoraggia gli investimenti e l'iniziativa imprenditoriale perché aggrava l'aleatorietà dei ritorni economici, aumenta il rischio di insuccesso. La stabilità è dunque un fattore immateriale importante dello sviluppo economico. Decisiva, in particolare, è la continuità degli interlocutori istituzionali e delle regole, in quanto consente una maggiore trasparenza informativa, una riduzione dei costi di informazione, una crescita della fiducia interpersonale, una maggiore attenzione alla qualità dei progetti e dei programmi proposti. La certezza delle regole, degli iter, degli interlocutori è un obbligo basilare per una regione come la Calabria dove regnano l'improvvisazione, il pressappochismo, gli approcci discrezionali, il cambio repentino delle procedure, l'instabilità sistematica.
Sussidiarietà. La Calabria ha bisogno di sussidiarietà. Ha bisogno cioè di avvicinare il più possibile le decisioni pubbliche ai bisogni da soddisfare, agli utilizzatori finali. Abbassare le decisioni ai livelli istituzionali più vicini possibili alle comunità locali consente infatti sia di evitare le distorsioni tipiche e il fallimento dei processi decisionali imposti dall'altro, sia un coinvolgimento attivo e una maggiore responsabilizzazione dei soggetti istituzionali di coda e, conseguentemente, un loro più convinto rispetto di regole e standard connessi alle decisioni. Senza trascurare che così facendo è possibile allargare la base degli attori istituzionali e sociali coinvolti nella filiera decisionale e gestionale, soprattutto con riferimento ad alcuni servizi di welfare per la collettività, con la possibilità di perseguire abbattimento dei costi e recuperi di efficienza. La Regione, attraverso l'applicazione estesa del principio di sussidiarietà orizzontale e verticale, deve puntare a creare nuovi mercati, a far emergere nuovi soggetti imprenditoriali, a mettere al lavoro società ed economia locali, ad incoraggiare competizione e cooperazione tra soggetti pubblici e privati, tra Enti locali e imprese del privato sociale. Le politiche pubbliche regionali devono favorire un maggiore protagonismo dei soggetti privati nella vita civile, sociale ed economica, seppure entro un quadro di equità sociale e di efficienza economica e di presidio pubblico irrinunciabile nella sfera dei servizi fondamentali come la salute, l'assistenza, l’istruzione, la cultura, l'ambiente.3. LE AZIONI PRIORITARIE DI GOVERNO
Un Programma per sistemi
Un programma di governo è una costruzione socio-politica. Un esito di un processo fatto di "ascolti" di organizzazioni collettive, di opzioni culturali e progettuali dei partiti e dei movimenti, di idee e valori. Questo Programma risente di tutto ciò. E' debitore in primo luogo delle sensibilità e degli apporti dei partiti de L'UNIONE, delle idee programmatiche dei movimenti che si identificano nella nostra coalizione politica, dei suggerimenti, dei consigli e delle proposte che abbiamo raccolto nei tanti incontri fatti con Associazioni culturali e professionali, con Organizzazioni di rappresentanza degli interessi collettivi, con singoli cittadini. Questo Programma è, naturalmente, altresì permeato dal plesso dei valori ideali che ispirano la nostra azione politica e dalle nostre preferenze in tema di scelte e politiche pubbliche. Questo è dunque un Programma di orientamento all'azione, di ancoraggio ideale, culturale e programmatico delle politiche regionali che noi ci proponiamo di realizzare.
Non è un Programma onnicomprensivo è indifferenziato. Non servono infatti programmi sotto forma di una lunga e amorfa lista di desiderata, di interventi, di azioni, di strumenti. Al contrario, questo Programma sceglie deliberatamente la strada difficile delle priorità, dell'individuazione dei "chiodi" progettuali che devono reggere l'intera impalcatura programmatica. Abbiamo costruito un Programma di priorità rilevanti anche perché pensiamo che i programmi non debbano essere documenti rigidi, definitivi, bensì strumenti in divenire, in continuo aggiornamento e adattamento alle congiunture istituzionali e socio-economiche. Abbiamo costruito un Programma attraverso l'"ascolto" e intendiamo riconfigurarlo e implementarlo continuando ad ascoltare gli altri attori, ricercando il loro consenso. Per questo abbiamo intenzione di stipulare un vero e proprio "Patto per lo sviluppo della Calabria" con tutti i protagonisti sociali e istituzionali regionali. Un Patto che assuma l'obiettivo strategico di realizzare e riaggiornare sistematicamente il Programma, che valorizzi gli apporti ideativi, progettuali e regolativi di tutti i firmatari, che stabilizzi l'interazione e la concertazione tra Regione, Enti Locali, Autonomie funzionali, Associazioni sindacali e imprenditoriali.
La priorità delle priorità della Calabria è quella di fare sistema. La nostra regione è troppo sfrangiata, dispersa, polverizzata in mille rivoli. Non riesce a fare massa critica, ad imboccare la via dell'azione collettiva, a riaggregarsi. I poteri pubblici sono parcellizzati in un'infinità di centri; le imprese e le attività economiche sono disperse e isolate; la popolazione è frantumata in centinaia di micro-comunità per lo più le une non comunicanti con le altre; le infrastrutture sono sconnesse tra loro. Fare sistema è dunque un imperativo. Mettere a valore le preesistenze collegandole, integrandole, interconnettendole è il compito principale per chi, come noi, vuole una Calabria sviluppata, autonoma, moderna.
Il nostro Programma è costruito su due grandi obiettivi trasversali: lavoro e sostenibilità. Espandere la buona occupazione e perseguire modelli di sviluppo socio- economico sostenibili sono i bersagli, diretti e indiretti, dell'insieme delle nostre azioni prioritarie di governo. La Calabria è assai distante dagli obiettivi quantitativi e qualitativi fissati dal Consiglio Europeo di Lisbona (23 e 24 marzo 2000) e da quello di Göteborg (15 e 16 giugno 2001). Il tasso di occupazione regionale è molto basso e, per di più, ancora modesta è la qualità dei lavori offerti dal sistema produttivo e istituzionale ed esile è tuttora il peso delle attività nel segmento dell'economia della conoscenza; dall'altro, stentano ad affermarsi in Calabria processi di sviluppo sostenibili in relazione alla loro durata nel tempo e alla compatibilità con modelli sociali inclusivi. Buona occupazione e sostenibilità possono tuttavia essere conseguiti soltanto attraverso azioni e politiche pubbliche integrate, intersettoriali, pervasive. Presuppongono cioè coerenza e convergenza dell'insieme delle politiche settoriali e funzionali.3.1 Sistema produttivo
Un apparato produttivo debole
L'apparato produttivo calabrese è alle prese con un intenso e strutturale deficit quantitativo e qualitativo. Ancora oggi nella scena socio-economica della nostra regione dominano i tratti del sottosviluppo e della dipendenza. Il reddito pro-capite dei calabresi è poco più della metà di quello medio dei residenti del Centro-nord; il tasso di attività regionale non arriva al 45% contro il 52% del Centro-nord; il tasso di disoccupazione si attesta in Calabria sul livello record del 23,4% a fronte del 4,6% del Centro-nord; il tasso di disoccupazione giovanile è pari al 56,7% in Calabria e al 14,4% nel Centro- nord. Nell'insieme la Calabria esporta poco più di 300 milioni di euro all'anno, ossia appena lo 0,1% dell'export nazionale, di contro la regione continua ad assorbire ingenti trasferimenti di risorse finanziarie centrali: circa 8 miliardi di euro all'anno, pari al 28% del Pil regionale a fronte del 16% del Mezzogiorno.
Nonostante decenni di politiche pubbliche comunitarie, nazionali e regionali, la Calabria non è dunque riuscita a ridurre il divario di sviluppo rispetto alle regioni più avanzate né nei confronti delle altre regioni meridionali. In Calabria si producono pochi beni e pochi servizi per il mercato, sia per il mercato regionale che per quello esterno. I servizi pubblici e le attività terziarie legate alla distribuzione assorbono i tre quarti del reddito regionale e i due terzi dell'occupazione totale. Fortemente sottodimensionata è al contrario la presenza del settore industriale, in particolare delle attività manifatturiere che coprono soltanto un decimo del reddito ed appena l'8% dell'occupazione regionale, a fronte rispettivamente del 25 e del 24% nel Centro-nord. Il settore agricolo calabrese mostra, invece, relativamente alle economie regionali più avanzate, un accentuato sovradimensionamento, soprattutto in termini occupazionali, che nasconde tuttavia una permanenza forzata di quote significative di lavoratori nelle campagne a bassissima produttività in assenza di un'insufficiente domanda di lavoro da parte dei settori extra- agricoli.
La penuria quantitativa dell'apparato produttivo regionale si associa sistematicamente con modesti livelli qualitativi delle produzioni e delle strutture imprenditoriali. Prevalgono innanzitutto le attività a basso valore aggiunto e relativamente protette dalla concorrenza esterna: ciclo dell'edilizia e prime trasformazioni di prodotti agricoli sono infatti i blocchi produttivi dominanti nell'industria, mentre i servizi tradizionali alla persona dominano nel settore terziario. Di contro, scarsamente consistente è la densità imprenditoriale nei segmenti più innovativi, dinamici e aperti alla competizione extraregionale. Prevalgono nettamente dunque le imprese locali a domanda locale, cioè le attività economiche che esauriscono le loro relazioni di mercato entro il ristretto perimetro regionale, se non provinciale. Il panorama imprenditoriale regionale è inoltre dominato in forma estrema da imprese piccolissime. Oltre i due terzi delle aziende agricole ha meno di 2 ettari di superficie, ossia una dimensione del tutto incompatibile con una gestione economica sostenibile; 9 imprese extra-agricole su 10 non superano i 2 addetti. In Calabria, unica regione in Italia, non esiste neppure un'impresa industriale che supera i 500 addetti fissi. La polverizzazione delle strutture imprenditoriali è tanto più pesante se si considera che la quasi totalità delle imprese regionali sono imprese isolate le une dalle altre, cioè senza legami funzionali. Non a caso, in Calabria, a differenza di molte altre regioni italiane, non sono attecchite forme organizzative della produzione del tipo distretti produttivi specializzati o filiere di produzioni complete, dense, localizzate. Nanismo dimensionale e isolamento rappresentano una doppia penalizzazione per le imprese regionali e allo stesso tempo cause inibenti delle loro prospettive di crescita. Dimensioni così piccole infatti impediscono di conseguire economie di scala, mentre l'isolamento non consente alle imprese calabresi di catturare economie di agglomerazione e di specializzazione, tipiche dei distretti e dei sistemi produttivi integrati.
Nonostante il quadro strutturale non esaltante, la Calabria non è però del tutto priva di esperienze imprenditoriali di successo. Sparsi sul territorio regionale infatti sono rinvenibili casi eccellenti di imprese dinamiche, competitive, aperti ai mercati internazionali. L'esperienza più importante è senza dubbio quella del porto di transhipment di Gioia Tauro: una infrastruttura logistica straordinaria, la più importante del Mediterraneo e tra le prime del mondo, che ha rimesso la Calabria al centro dei megatrend di flussi mercantili tra estremo Oriente ed estremo Occidente. Importanti sono anche i casi dell'incipiente processo di distrettualizzazione del sistema agroindustriale della Piana di Sibari, dei sistemi turistici locali di Tropea-Capo Vaticano e di Isola Capo Rizzuto e delle diverse microaree di specializzazione agricola e artigianale diffuse nel territorio (vini e liquori, cipolle, torroni e pasticceria, gelateria, abbigliamento e pelletteria, sedie, ecc.). Inoltre, molto importante è la nascita in questi ultimi anni di prime imprese innovative connesse ai risultati delle ricerche realizzate nelle università regionali, perché fa sperare nella possibilità di una progressiva immissione nel sistema economico regionale di unità produttive avanzate, di frontiera. Tuttavia, il problema delle eccellenze e del successo imprenditoriale regionale è che non fanno rete, non dialogano e dunque non riescono a conseguire massa critica. Di conseguenza, il loro impatto economico è alquanto limitato, per lo più circoscritto in perimetri territoriali esigui.Politiche per la competitività territoriale
La Calabria ha bisogno di un sistema produttivo robusto e di qualità. E' illusorio pensare che la qualità sociale sia conseguibile senza un congruo apparato produttivo regionale. E' velleitario immaginare una Calabria più autonoma e forte senza un tessuto economico diffuso, integrato, dinamico. La Calabria non può rinunciare ad un modello di sviluppo auto-propulsivo, basato cioè sulla valorizzazione delle proprie risorse fisiche, umane e immateriali. L'economia regionale deve progressivamente ridurre la sua dipendenza dai trasferimenti esterni. Non si tratta di un compito facile, ma non esistono scorciatoie. La qualità e la sostenibilità nel tempo del benessere dei calabresi, la stessa qualità della convivenza civile e degli assetti democratici, dipendono in larga parte dalla capacità delle politiche pubbliche di sostenere processi sviluppo autonomi. Si tratta di un obiettivo di medio-lungo termine. Lo sviluppo auto-propulsivo ha bisogno di tempo. Non è questo il punto. Il punto è che bisogna iniziare: è necessario imboccare subito la strada stretta del potenziamento e dell'allargamento della base produttiva regionale. Un potenziamento incentrato sulla valorizzazione piena del patrimonio di risorse regionali e su interventi esterni finanziari, imprenditoriali e organizzativi strettamente coerenti con le vocazioni locali e con le esigenze, da un lato, di minimizzare le rotture con i contesti ambientali naturali e, dall'altro, della massima valorizzazione dei potenziali di sviluppo endogeno.
Lo sviluppo autonomo della Calabria implica un ripensamento radicale delle politiche pubbliche di sostegno. Non è sufficiente infatti reiterare all'infinito le politiche e gli strumenti di incentivazione delle singole imprese per avviare processi di sviluppo auto- propulsivo duraturi. L'esperienza storica degli ultimi decenni insegna che per alimentare processi di sviluppo produttivo non bastano i sostegni finanziari alle singole imprese, nuove o preesistenti. Gli incentivi alle singole iniziative sono importanti se sono ben finalizzati e selezionati a sostenere le imprese che più di tutte necessitano di aiuti pubblici per fare un salto produttivo, di mercato, occupazionale. Viceversa, incentivi indiscriminati rischiano il più delle volte di determinare effetti distorsivi o di selezione avversa, cioè di aiutare imprese strutturalmente marginali o imprese che avrebbero comunque realizzato gli investimenti a prescindere dagli incentivi.
Bisogna allora cambiare le politiche. In particolare, è necessario superare la concezione delle politiche pubbliche di sostegno alle imprese come una politica meramente compensativa, rivolta cioè a monetizzare gli svantaggi della localizzazione regionale: viste le penalità del fare impresa in Calabria rispetto ad altre regioni, per la minore efficienza dei servizi pubblici e della rete infrastrutturale, per i maggiori vincoli del sistema bancario, per la presenza di criminalità, si tenta di compensare questi svantaggi localizzativi con l'erogazione di incentivi monetari. La politica compensativa però finisce per riprodurre nel tempo gli svantaggi localizzativi, il che comporta la perpetuazione all'infinito dell'erogazione degli incentivi.
I più recenti orientamenti delle politiche regionali comunitarie e di quelle nazionali connesse alla programmazione negoziata, suggeriscono invece politiche pubbliche orientate a migliorare i contesti attraverso la diffusione di esternalità positive e di beni pubblici. Secondo questa nuova generazione di politiche piuttosto che monetizzare gli svantaggi si dovrebbe puntare a ridurre permanentemente gli svantaggi localizzativi. In altri termini, gli interventi pubblici per lo sviluppo produttivo andrebbero prioritariamente rivolti a migliorare i contesti insediativi, ossia a risolvere le strozzature infrastrutturali, ad aumentare la sicurezza sociale, a ridurre costi e razionamenti del sistema bancario, a snellire e velocizzare gli iter burocratici e così via. Contesti socio- istituzionali più efficienti e ricchi di esternalità positive affrancherebbero le politiche pubbliche dal sostenere i costosi e spesso inefficienti strumenti di incentivazione finanziaria alle singole imprese.
L’obiettivo prioritario è perseguire con decisione politiche pubbliche per la competitività territoriale. Siamo convinti infatti che l'ostacolo più duro per lo sviluppo produttivo calabrese sia rappresentato dalle diseconomie dei contesti ambientali, ovvero dalla bassa dotazione di beni pubblici per la produzione e per le imprese. La Calabria ha bisogno soprattutto di una politica dell'offerta, cioè di servizi pubblici efficienti e trasparenti, di azioni di sistema piuttosto che di aiuti alle singole iniziative. Le politiche pubbliche per la produzione che vogliamo attivare aspirano prioritariamente a creare e a potenziare azioni collettive, reti di imprese, sistemi produttivi locali, filiere e distretti di produzione. Il futuro produttivo della Calabria presuppone infatti il superamento dell'atomismo aziendale e della crescita puntiforme; esige viceversa aggregazione delle esperienze, creazione di tessuti imprenditoriali integrati, consolidamento ed ulteriore diffusione di esperienze organizzate sotto forma di cooperative, ispessimento localizzato di trame produttive, sviluppo di servizi comuni, creazione di centri di servizi collettivi, densità di relazioni tra mondo delle imprese e istituzioni pubbliche, partnership tra imprese regionali e imprese esterne. Bisogna mettere in rete la Calabria produttiva: per darle maggiore forza di mercato e per renderla più attrattiva e permeabile a nuovi investimenti, regionali e non. D'altro canto, non è pensabile di riuscire ad essere competitivi sui mercati globali con imprese così sottodimensionate e fragili, con imprese de-specializzate, con sistemi produttivi locali poco coesi e integrati. Non ce la fanno le singole imprese agricole, turistiche, manifatturiere e di servizi. E' necessario allora integrarle, metterle in rete, favorire la cooperazione. E' necessario collegarle alle fonti della ricerca scientifica e tecnologica delle nostre università, accompagnarle nell'interazione con i centri dell'innovazione. Allo stesso tempo bisogna migliorare i contesti territoriali, ridurre le diseconomie, abbattere gli ostacoli e le strozzature materiali e immateriali.Concertazione e cooperazione istituzionale e sociale.
Una pre-condizione strategica per lo sviluppo dell'apparato produttivo regionale è un nuovo clima di coesione sociale e istituzionale, un serio rilancio della concertazione e del parternariato pubblico-privato. L'opposto cioè del clima istituzionale creato dai governi regionali di centrodestra, che hanno lavorato con determinazione e in modo sistematico a dividere le forze, a lacerare e delegittimare gli interlocutori sociali ed economici, ad azzerare la concertazione. Per effetto di queste condotte dissennate, la Calabria è oggi molto più povera di risorse istituzionali per lo sviluppo, è molto più incerta, è più divisa e dunque più debole. Il centrodestra ha lavorato contro lo sviluppo.
E’ tempo di ricomporre le divisioni, di riavviare il confronto e la cooperazione, rilanciare la concertazione. Solo in un nuovo quadro cooperativo e di interazione istituzionale le imprese, locali e non, possono essere invogliate a fare investimenti, ad occupare nuovi lavoratori, a praticare nuovi mercati, a sperimentare nuovi prodotti e nuovi processi. Gli investimenti necessitano sempre più di risorse intangibili, di stabilità e certezza istituzionale, di interlocutori coesi ed affidabili. Solo in un quadro di cooperazione istituzionale, il sindacato e gli altri corpi intermedi troveranno convenienze alla collaborazione, al coinvolgimento e alla moderazione conflittuale. La coesione socio- istituzionale è un ingrediente irrinunciabile e un formidabile facilitatore dello sviluppo produttivo. Per tali motivi, lavoreremo da subito, insieme al parternariato istituzionale e socio-economico, alla costruzione di un vero e proprio "Patto per lo sviluppo regionale". Un Patto condiviso tra tutti gli attori dello sviluppo. Un Patto stabile di lungo periodo. Un Patto con le linee essenziali per il rilancio dell'apparato produttivo calabrese. Un Patto con impegni vincolanti per tutti i sottoscrittori. L’UNIONE e la Calabria vogliono e devono fare insieme.3.2 Il sistema infrastrutturale e della mobilità
Un sistema puntiforme
La Calabria presenta rilevanti elementi di debolezza del sistema dei trasporti: la modesta qualità delle infrastrutture primarie (autostrada, strade di grande comunicazione, in particolare la SS 106 ionica, ferrovie); la incompletezza delle reti minori in termini di rami e di dotazioni: le due linee ferroviarie trasversali Ionio-Tirreno; la viabilità trasversale Ionio-Tirreno (Paola – Crotone, la SS 280 Lamezia Terme– Catanzaro, la SS 281 Marina di Gioiosa–Rosarno) con criticità localizzate e segni di degrado; la mancanza di integrazione e coordinamento fra i diversi modi di trasporto; la debolezza strutturale del trasporto merci e del trasporto pubblico (frantumazione, mancanza di politiche cooperative, debolezze gestionali, eccessiva burocrazia, limitatezza delle risorse, ecc.); la mancanza di autoporti o di semplici strutture di interscambio alle periferie delle città e di una gerarchizzazione dei servizi merci; la insufficiente dotazione di autobus nelle città; la scarsa valorizzazione delle potenzialità dei porti (si pensi alla nautica da diporto) e dei servizi di navigazione in generale; la scarsa valorizzazione del sistema degli aeroporti e dei servizi aeronautici; l’insufficiente organizzazione delle istituzioni e il ritardo nel recepire ed attuare le direttive legislative nazionali (dalle norme sul Trasporto pubblico locale, ai Piani di Tutela Ambientale, ai Piani Urbani del Traffico, alla portualità); la mancanza di connessione con il sistema produttivo; l’insufficiente diffusione delle ITC, che giocano un ruolo sempre più significativo nel comparto degli scambi merci e delle comunicazioni, dell’efficienza di gestione e dei servizi ausiliari.
Esistono alcuni elementi di forza e potenzialità di sviluppo scarsamente utilizzate nel corso degli anni: presenza di investimenti significativi già attivati (autostrada Sa-Rc, Gioia Tauro) e sui quali si accumulano ritardi e disorganizzazione; posizione leader del porto di Gioia Tauro nel Mediterraneo; presenza di nodi di rete con grandi potenzialità non sfruttate (porti, aeroporti, aree turistiche); centralità mediterranea della Calabria; esistenza di un’area metropolitana dello Stretto; presenza di industria ferrotranviaria leader; dinamicità di molti operatori del settore; potenzialità legate alle vie del mare; struttura a maglie della rete ferroviaria; centri operanti nel settore della ricerca scientifica e della formazione superiore e professionale nel comparto dei trasporti; rapporti internazionali dei centri di ricerca e delle università; novità legislative importanti, nel comparto del trasporto aereo, merci, pubblico locale.
Alcune interessanti opportunità possono essere colte per una strategia di sviluppo nel settore:
� espansione in atto del trasporto marittimo delle merci, che vede nel Mediterraneo un bacino privilegiato;
� rinnovata attenzione alle sponde Sud ed Est del Mediterraneo (rapporti sociali ed economici);
� tendenza crescente a inoltrare merci attraverso Gioia Tauro da parte delle regioni del Centro Sud (Lazio, Campania, Puglia, Sicilia);
� potenziamento in atto dell’itinerario autostradale Nord-Sud;
� nuova generazione di naviglio veloce da parte dell’industria nautica;
� fenomeni di congestione degli aeroporti siciliani soprattutto in periodi di alta stagione turistica e assenza di scali aeroportuali in Basilicata.Le priorità di intervento
Il miglioramento dei livelli e della qualità dei servizi di trasporto per le persone e le merci in Calabria rappresenta un fattore importante per ridurre il differenziale rispetto alle altre regioni d’Italia e favorire lo sviluppo economico e territoriale.
La strategia di intervento deve puntare prioritariamente all’aumento del grado di accessibilità della regione rispetto al cuore dell’Europa e rispetto al Mediterraneo e ciò è possibile attraverso la strutturazione di infrastrutture stradali e ferroviarie a rete, attraverso lo sviluppo dei servizi di cabotaggio marittimo e di trasporto aereo, puntando in primo luogo all’efficace integrazione tra reti locali e sistema nazionale dei trasporti. La strategia di sviluppo per il sistema dei trasporti calabrese può essere articolata su quattro ambiti tematici:
1. sistema delle infrastrutture;
2. trasporto merci e logistica;
3. trasporto pubblico locale (Tpl);
4. ricerca, innovazione e formazione.Sistema delle infrastrutture
L'individuazione degli interventi a supporto del sistema infrastrutturale deve rispondere ad una logica di pianificazione, in particolare attraverso l’analisi delle reali esigenze della comunità regionale, l'identificazione di soluzioni fattibili in rapporto alle risorse disponibili, la valutazione degli impatti con il supporto di indicatori oggettivi. L’approccio selettivo deve inoltre sostanziarsi attraverso una scala di priorità. La logica della Legge Obiettivo, che si auto-referenziava come legge di rapida attuazione contrapposta nella sostanza a quella di Piano, pur ricalcando in buona misura molti degli interventi già individuati nel PGTL, si sta rivelando fallimentare.
L’orientamento del Governo nazionale in materia di trasporti è stato fortemente concentrato sul tema delle “grandi opere”, intese principalmente, come volano per lo sviluppo. Questa scelta è stata attuata da un lato smantellando il sistema di regolazione degli appalti e delle tutele ambientali e, dall’altro, svuotando, nei fatti, lo strumento di programmazione della politica dei trasporti (il PGTL), varato pochi mesi prima. Basti pensare che la ripartizione degli investimenti proposta dal PGTL indica il 56% per il trasporto ferroviario ed il 28 % per la viabilità, mentre nel Piano delle Grandi Opere, invece, il 42% è destinato alla viabilità, il 35% alle ferrovie, l’11% ai sistemi urbani, il 4% ai sistemi portuali ed aeroportuali. Il piano decennale delle Grandi Opere si è dimostrato un’illusione e un errore strategico. Sono stati previsti investimenti per 125 miliardi di euro, ma la tabella di marcia delle realizzazioni è lungi dall’essere rispettata sia nella tempistica che nella spesa reale.
Per la Calabria è necessario procedere ad una riprogrammazione della spesa, assumendo delle priorità e privilegiando nel breve-medio termine le seguenti tipologie di opere
- opere in avanzato stadio di realizzazione;
- opere già finanziate e la cui progettazione risulta definitiva o esecutiva;
- opere dichiarate invarianti;
- opere volte alla chiusura di maglie infrastrutturali strategiche;
- opere di raccordo tra nodi strategici e reti primarie;
- opere finalizzate all’integrazione di rete.
Specifiche risorse vanno destinate alla gestione e manutenzione delle infrastrutture per garantirne la sicurezza, la praticabilità, la minore vulnerabilità possibile. Interventi primari devono essere operati per la valorizzazione e lo sviluppo delle infrastrutture di trasporto ferroviario (linea ionica, trasversale Lamezia-Catanzaro Lido, linea Silana Cosenza-Catanzaro) e per l’efficiente allaccio ad esse dei nodi strategici, in modo da realizzare un vero sistema a maglie integrate. Per le reti terrestri dovrà essere perseguita primariamente la messa in sicurezza dei percorsi attraverso interventi mirati e pianificati. Per la statale ionica, nell’ambito delle attività in atto, è indispensabile realizzare strade tangenziali in corrispondenza degli abitati e la riqualificazione funzionale di alcune tratte secondo i parametri di norma.
Sul Ponte sullo Stretto il giudizio è negativo. Il Ponte non può costituire una priorità regionale. Le vere priorità di programma sono una rete ferroviaria ad Alta Capacità per il Mezzogiorno con una velocizzazione dei treni, una minore vulnerabilità del trasporto, un più concreto e rapido conseguimento dell’efficacia del trasporto merci e passeggeri.
Una attenzione specifica va rivolta al trasporto aereo, sia per coprire le lunghe distanze tra il Mezzogiorno e il Centro-Nord Europa, tra il Mezzogiorno e i Paesi del Mediterraneo, sia per favorire la crescita dell'economia turistica.Trasporto merci e logistica
Le azioni per lo sviluppo del sistema di trasporto merci e della logistica possono essere classificate in tre gruppi:
a) interventi infrastrutturali e potenziamento dei servizi;
b) misure volte a razionalizzare l’organizzazione di settore ed ottimizzarne la gestione;
c) creazione/aggiornamento di adeguati strumenti amministrativi e normativi.
Nel primo gruppo rientrano interventi per il potenziamento dei nodi di interscambio (porti, interporto di Gioia Tauro, autoporti, piattaforme logistiche, ecc.) e per l’efficiente raccordo degli stessi nodi alle reti nazionali. Si tratta di rilanciare l’intermodalità, favorendo in particolare lo sviluppo del trasporto merci su rotaia in rapporto alla nuova geografia produttiva, ai nuovi traffici marittimi e alla mobilità delle merci pericolose. Relativamente ai nodi di interscambio, è auspicabile l’avvio concreto dell’interporto di Gioia Tauro, l'individuazione e la realizzazione di infrastrutture intermodali minori, la dotazione di adeguate banchine per il trasporto Ro-Ro nei nodi portuali strategici, la dotazione di adeguate infrastrutture per attività cargo in ambiti aeroportuali.
Specifica attenzione va indirizzata ai servizi di trasporto, migliorando le prestazioni di quelli esistenti e promuovendo lo sviluppo di nuovi servizi, quali quelli di trasporto marittimo cabotiero (autostrade del mare), servizi di treno blocco coordinati, servizi di assistenza, di informazione e di collaborazione agli imprenditori della produzione e del trasporto orientati all’integrazione, servizi di monitoraggio, di controllo e di sicurezza per il trasporto delle merci, con particolare riguardo per quelle pericolose, servizi di supporto per lo sviluppo di figure di Operatori di trasporto multimodale (MTO).
Le misure organizzative e gestionali nel comparto del trasporto merci e della logistica appaiono determinanti per attivare forme di sviluppo non più procrastinabili; occorre agire attraverso un "Piano Regionale Integrato del Trasporto Merci e della Logistica"; attraverso azioni di coordinamento a scala regionale in modo anche da distribuire razionalmente funzioni e risorse in un’ottica di complementarietà e sinergia; attraverso il potenziamento delle reti di comunicazione immateriali (nodi e flussi informativi); attraverso l’integrazione dei servizi per filiere logistiche piuttosto che per modalità di trasporto; attraverso l'eliminazione di ostacoli burocratici, tecnici e organizzativi; attraverso lo snellimento delle procedure operative connesse al transito delle merci nei nodi; attraverso l’attivazione di strumenti di promozione della logistica sul versante della domanda, come “Agenzie di promozione della logistica” o “Supervisori logistici”.
Tra le misure di natura giuridico-amministrative sono necessarie: l’armonizzazione integrale delle norme regionali con quelle europee; misure per la riorganizzazione del sistema delle imprese; l'eventuale creazione di un’"Agenzia Regionale per la promozione della logistica"; una politica volta a supportare, anche attraverso sgravi fiscali sul carburante, il trasporto con origine in Calabria.Trasporto pubblico locale
Le iniziative a favore del trasporto pubblico locale dovranno essere fondate su tre assunti di fondo:
a) il trasporto pubblico locale rappresenta un fattore essenziale di coesione sociale e il diritto di tutti i cittadini alla mobilità va garantito su standard qualitativi e quantitativi dignitosi;
b) il trasporto collettivo di persone deve essere fattore determinante di riduzione dei fenomeni di congestione e d’inquinamento ambientale, in particolare nelle aree urbane;
c) la liberalizzazione del mercato deve avvenire salvaguardando i diritti dei lavoratori.
Occorre tenere presente che il quadro normativo ed istituzionale di riferimento è fortemente segnato dall’impostazione federalista che ha affidato, sulla materia, la competenza esclusiva alle regioni. In questo senso assume centralità il tema delle risorse finanziarie; esso deve essere strettamente connesso a quello dei nuovi investimenti in mezzi ecologici, materiale rotabile a basso o nullo impatto ambientale ed in infrastrutture (trasporto rapido di massa, sistemi avanzati di trasporto a fune, sistemi a forte automazione), nonché all’attivazione di politiche strutturali di riduzione dell’utilizzo del mezzo privato. In secondo luogo, il governo regionale dovrà incoraggiare, incalzare, accompagnare l’azione di pianificazione e programmazione degli Enti locali. Un serio ed aggiornato "Piano Regionale dei Trasporti", la definizione dei servizi minimi e dei "Piani Triennali dei Servizi", i "Piani Urbani del Traffico e della Mobilità", rappresentano concreti terreni di azione, di iniziativa e mobilitazione, attraverso cui perseguire la coesione sociale e la sostenibilità ambientale.
Tra gli obiettivi primari nel comparto del trasporto pubblico locale sono da richiamare ancora:
a) la distinzione dei ruoli di programmazione, gestione e controllo dei servizi;
b) il miglioramento della qualità dei servizi;
c) il potenziamento del parco veicolare delle città (tutte sotto standard nazionale);
d) la promozione e l’estensione dell’integrazione vettoriale e tariffaria a scala regionale;
e) l’accessibilità del trasporto ai diversamente abili;
f) il mantenimento e lo sviluppo dei livelli occupazionali.Ricerca, innovazione e formazione
Sono più che mai necessari programmi di finanziamento pubblico della ricerca nel campo dei trasporti. Sono necessari altresì figure professionali coerenti con l’evoluzione del sistema dei trasporti e del mercato. Negli ultimi anni la situazione si è andata aggravando ancora di più; basta osservare come in nessun ambiente accademico si siano affermati strumenti di ricerca e percorsi formativi quali quelli delineati nel PGTL. Del tutto irrilevante sono poi le risorse destinate alla ricerca di settore e all’innovazione tecnologica, nonostante la forte e crescente domanda del mercato.
In questo settore la Calabria può giocare un ruolo significativo, aperto alle istanze nazionali, europee e mediterranee. Occorre affermare l’esigenza di:
a) promuovere e sostenere un "Centro di Ricerca Regionale di Eccellenza sui Trasporti";
b) un sostegno finanziario della ricerca di settore sui metodi e strumenti per la pianificazione strategica dei sistemi di trasporto, analisi dei mercati, analisi del trasporto merci e della logistica, tecnologie per il trasporto, monitoraggio di traffici e osservatori specializzati, sicurezza del trasporto, organizzazione e gestione di servizi di trasporto pubblico;
c) un sostegno all’applicazione e allo sviluppo di tecnologie innovative nel campo dei trasporti (ITC-Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione, Telematica, ITS-Intelligent Transportation Systems, ATS-Advanced Transportation Systems, Sistemi di gestione del trasporto merci pericolose via terra; Sistemi di monitoraggio e controllo del trasporto via mare come i VTS); alcune di queste componenti possono produrre rilevanti ricadute sul sistema economico regionale;
d) l’approntamento di strumenti stabili per la formazione, l’aggiornamento e la riqualificazione di esperti di settore.3.3 Il sistema territoriale
Una regione mediterranea a rischio
Il territorio della Calabria è esteso e fragile, denso di piccole comunità sullo sfondo di uno spazio di vasti orizzonti e grandi ambiti dominati dalla natura, con una straordinaria variabilità, unica nel Mezzogiorno e forse in Italia, di situazioni geografiche, paesaggistiche, orografiche, climatiche, ma anche culturali, insediative, etnografiche, tra i paesaggi luminosi dei litorali, le foreste e i boschi della montagna, le valli e le rare pianure. La Calabria è questa: una straordinaria regione mediterranea in cui si alternano, spesso concentrate in pochi chilometri, situazioni diversissime e in cui convivono schegge di modernità e testimonianze di una storia millenaria. Un grande potenziale di sviluppo è racchiuso nei suoi cromosomi territoriali e nell’identità paesaggistica, culturale, storica.
La Calabria non è solo questo. Il territorio regionale ha una netta caratterizzazione montuosa e collinare: rispettivamente, il 41% e il 49% della superficie regionale, corrispondenti al 6% e il 5,9% del totale nazionale. Circa due terzi degli abitanti risiedono negli insediamenti collinari, un quinto circa negli insediamenti di montagna, meno di un sesto in pianura. L’esodo della popolazione dalle montagne verso le pianure, soprattutto costiere, è stato imponente: più di 120.000 persone negli ultimi quarant’anni si sono trasferite verso le colline e le pianure. Circostanza, che, se sommata al ridimensionamento delle attività agricole e rurali tradizionali, ha comportato un grave deficit di cura e manutenzione del territorio montano. Il dissesto geomorfologico e la pericolosità idraulica legata ad esondazioni e alluvioni si sommano a diffusi e gravi fenomeni di incendi boschivi, cementificazione e attività estrattive indiscriminate. Criticità sul piano dei rischi che si sommano alla minaccia, sempre presente ma non sempre adeguatamente valutata, dell’elevata sismicità del territorio calabrese. Problematica anche la situazione ambientale, in particolare riguardo ai siti contaminati: le discariche dotate delle opere necessarie a prevenire l'inquinamento sono un’esigua minoranza, mentre la gran parte di esse è ubicata nelle vicinanze di corsi d'acqua e l'elevato numero di siti utilizzati per lo smaltimento dei rifiuti è causa di problemi di tutela ambientale sull’intero territorio regionale. La carenza di infrastrutture e un sistema di smaltimento basato su discariche caratterizzano il sistema di gestione dei rifiuti nella regione: il raggiungimento degli obiettivi sanciti dall’attuale normativa in materia resta lontano. Riguardo alle questioni urbanistiche e territoriali, la Calabria resta una delle regioni con il più alto tasso di abusivismo, con effetti devastanti sul paesaggio, sulla qualità degli insediamenti e sulla tenuta stessa dell’organizzazione territoriale. Effetti che si sommano alle perverse dinamiche di espansione indiscriminata degli abitati innescati, di norma, dalle previsioni gonfiate degli strumenti urbanistici comunali, con il risultato che ormai molti ambiti, soprattutto costieri ma non solo, sono fortemente compromessi per ogni ipotesi di sviluppo vero e duraturo. Inoltre, queste dinamiche rendono i costi di manutenzione e gestione del territorio del tutto insostenibili per le finanze dei Comuni, delle Province, della Regione.
Negli ultimi quaranta anni la popolazione calabrese è aumentata di sole 60.000 persone. La superficie urbanizzata, nello stesso periodo, è invece aumentata di circa cinque volte: anche il territorio calabrese è stato investito da quelle dinamiche di crescita insediativa a bassa densità che hanno caratterizzato il tumultuoso sviluppo dell’urbanizzazione moderna in alcuni contesti nazionali (in particolare nelle regioni padane e, in modo particolare, nel Nord-Est). Il punto è che questa crescita della superficie urbanizzata è avvenuta nella regione più arretrata d’Italia, a fronte di dinamiche economiche e produttive assai flebili. Insomma: espansione edilizia senza motore economico auto-propulsivo, crescita quantitativa senza sviluppo.
Abusivismo, cementificazione dissennata, bassa qualità edilizia, degrado urbanistico, insufficienza dei servizi sono macigni che pesano e peseranno sul futuro della Calabria per decenni. Non c’è altra possibilità: occorre rimuoverli, per sgombrare il sentiero dello sviluppo e della crescita. Finora si è fatto poco o nulla. Molte delle difficoltà che la regione sta incontrando nella realizzazione del POR 2000-2006 derivano dal corto circuito tra istanze di sviluppo (urgenti), motori finanziari comunitari (potenti) e politiche territoriali e di sviluppo locale (inadeguate). Anche l’approvazione recente della Legge urbanistica della Calabria ha prodotto finora assai poco, pur avendo avuto, nonostante non sia esente da difetti e incongruenze, il merito di sbloccare una situazione normativa diventata imbarazzante per l’immagine stessa della regione. Resta il fatto che la Calabria è l’ultima regione d’Italia anche riguardo alle politiche del territorio. La Calabria è infatti l’unica regione a non avere nemmeno un piano territoriale vigente: né il Piano paesistico o il Piano territoriale regionale, né un Piano territoriale provinciale, né un Piano di un parco o di un’area protetta. Una situazione negativa e sconfortante. Solo l’approvazione del Piano d’assetto idrogeologico, nel 2001, ha costituito una novità in questo panorama. A livello comunale, la situazione non appare migliore, essendo la strumentazione urbanistica generalmente obsoleta e sovradimensionata.
Occorre fare di più, molto di più, a tutti i livelli, presto e con efficacia. Sullo sfondo, il rischio del corto circuito: le risorse finanziarie disponibili non riescono ad alimentare circuiti virtuosi di crescita economica e civile, non cresce la domanda sociale di sviluppo e di territorio come bene pubblico e, quindi, la domanda di politiche pubbliche, le risorse si perdono nei mille rivoli dei progetti puntuali senza impatti significativi sulle variabili di rottura di tipo economico-sociale o addirittura, se di provenienza comunitaria, ritornano nel circuito della finanza a disposizione delle altre regioni europee. È per queste motivazioni che la "questione territorio" è decisiva: strategie di sviluppo locale e politiche territoriali costituiscono le basi della crescita e della qualificazione civile e sociale e devono saldarsi in un progetto di società e di territorio.Sviluppo e crescita come progetto di territorio
E’ indispensabile portare a corretta sintesi, con un progetto adeguato, il quadro regionale esistente sul versante delle politiche territoriali:
i) un territorio e una società con problematiche e punti di crisi assai complessi, difficili da risolvere, ma anche dotati di potenzialità e punti di forza, soprattutto per ciò che riguarda i paesaggi insediativi, identitari, naturali;
ii) una cospicua disponibilità di risorse finanziarie (in primis dell’Unione Europea), tecniche, progettuali finalizzate ad innescare processi di sviluppo endogeno;
iii) un sistema amministrativo, istituzionale, legislativo e della pianificazione non utilizzabili come riferimento per le politiche, perché incompleto, insufficiente, inadeguato.
Saldare una politica di trasformazione controllata del territorio con la costruzione di nuove politiche di sviluppo è il modo giusto di intervenire sul territorio calabrese.
Tutelare e valorizzare l’integrità fisica e l’identità culturale del territorio. Le risorse territoriali e ambientali sono decisive per il futuro della Calabria: qualsiasi ipotesi di sviluppo passa attraverso la loro messa in valore. Occorre perciò una svolta storica nelle politiche e nella gestione del territorio, che metta al centro la tutela e la valorizzazione delle grandi risorse della Calabria e ne attivi le potenzialità finora inespresse come fattori dello sviluppo.
Costruire il sistema della pianificazione territoriale e del paesaggio. In Calabria va costruito pressoché da zero il sistema della pianificazione e la relativa filiera verticale dei rapporti tra piani e livelli amministrativi di governo territoriale. Pur necessitando di qualche revisione, la Legge urbanistica regionale del 2002 e le linee guida appena approvate (gennaio 2004) devono aprire una stagione nuova per le politiche territoriali, fondata sulla pianificazione del territorio attraverso la messa a punto e l’attivazione di tutti gli strumenti disponibili: il Quadro Territoriale Regionale, i Piani provinciali, i Piani delle aree protette e dei parchi, i Piani urbanistici comunali.
Governare il rischio idraulico e geologico, rilanciando la pianificazione dei bacini idrografici. Sviluppare una politica delle acque e dei bacini fluviali per far fronte al rischio idraulico e al dissesto idrogeologico capovolgendo l’approccio al problema: passare rapidamente ad una visione in cui la gestione dell’emergenza (che va garantita migliorando i servizi di protezione civile) è integrata in una grande strategia di prevenzione del rischio e mitigazione degli impatti, articolata e diffusa su tutta la regione, ma con priorità nelle aree a rischio.
Rivitalizzare i parchi e le aree protette. Nel rispetto delle funzioni che spettano ai diversi soggetti coinvolti nella gestione dei parchi, occorre potenziare e qualificare le politiche regionali di protezione della natura attraverso la costruzione della rete ecologica regionale e della rete dei parchi e delle aree protette.
Investire sulla prevenzione del rischio sismico. Vanno destinate più risorse per progetti significativi e qualificati nella prevenzione e nella mitigazione del rischio sismico, in particolare nelle aree più critiche e nei contesti in cui il rischio sismico si somma ai rischi geologico e idraulico.
Eliminare l’abusivismo. Rafforzare l’intervento pubblico volto a scoraggiare e reprimere le nuove manifestazioni di abusivismo edilizio, ad estinguere l’abusivismo già esistente, a tutelare con severità il territorio e, in particolare, le aree protette, le zone archeologiche, gli ambiti storici e il demanio.
Mettere in campo una strategia per la montagna. Definire e avviare una organica politica regionale per la montagna, per evitarne la desertificazione sociale, rivitalizzarne l’economia, sostenere le produzioni agricole e l’economia rurale, tutelare e valorizzare il patrimonio naturale e storico-culturale, salvaguardare la ricchezza costituita dalle forme più originali di socialità, produzione e cultura del mondo della montagna calabrese.
Dichiarare e realizzare una politica per le coste. Mettere in campo una strategia regionale di intervento contro l’erosione delle coste, di recupero ambientale dei litorali compromessi dalla cementificazione, di contenimento alle escavazioni senza regole, di tutela e ripristino delle dune costiere, di protezione degli ecosistemi e dei paesaggi litoranei più preziosi o fragili.
Valorizzare il patrimonio boschivo e forestale. Adottare, riconvertendo ed utilizzando in modo produttivo le risorse umane del settore, criteri rigorosi per la riforestazione e la gestione del bosco calabrese, imperniati sugli elementi caratteristici e di clima del paesaggio e dell’ecosistema boschivo e forestale, tutelando, in particolare, le foreste residue e i popolamenti più preziosi sotto il profilo naturalistico.Una organica politica regionale del territorio
La legislazione regionale e nazionale e gli strumenti dell’Unione Europea offrono un’ampia gamma di soluzioni, strumenti, risorse tecniche e finanziarie che, sono per avviare in Calabria una organica politica regionale del territorio, orientata a perseguire gli obiettivi strategici prima identificati. Soprattutto occorre adottare una visione integrata e complessiva delle problematiche territoriali calabresi. Le politiche regionali devono mettere in campo risorse, strumenti tecnici e normativi, capacità cooperative istituzionali, attivando tutti gli strumenti disponibili e, in particolare, finalizzando le azioni a:
1. qualificare il ruolo di governo, indirizzo e controllo della Regione nel campo delle politiche territoriali, attraverso il lancio delle prima politica integrata del territorio ispirata alla sostenibilità e alla sussidiarietà, e perciò sostenuta da un processo di devoluzione tra i diversi livelli di governo e dal sistema delle regole codificate dalla Regione attraverso i suoi strumenti di intervento diretto (piani regionali e norme in materia);
2. attuare la legge urbanistica regionale per organizzare il primo sistema integrato e compiuto della pianificazione territoriale, costruendo e approvando rapidamente il Quadro Territoriale Regionale, sostenendo e promuovendo la pianificazione provinciale, nonché sostenendo la pianificazione urbanistica comunale, indirizzandola verso la sostenibilità attraverso una profonda e generale revisione e adeguamento degli strumenti urbanistici (Piani Strutturali Comunali), le cui previsioni vanno calibrate sulle reali potenzialità di sviluppo e sulle prioritarie esigenze di tutela dell’integrità fisica e dell’identità culturale del territorio, alimentando nel contempo la filiera del mercato del recupero edilizio e della riqualificazione urbanistica e ambientale;
3. rilanciare la pianificazione di bacino nelle forme previste dalla legislazione in vigore, a partire dagli orientamenti e dagli indirizzi del Piano di Assetto Idrogeologico;
4. indirizzare il ruolo della Regione verso la costruzione di una strategia di lungo termine per le aree interne e per le aree costiere, attraverso la condivisione con gli altri Enti e le altre istituzioni coinvolte (Province, Soprintendenze, Comunità montane, Enti parco, Autorità di bacino, Comuni, ecc.) di uno statuto di norme, indirizzi, orientamenti che informino tutte le azioni pubbliche sui territori in oggetto e gli strumenti di pianificazione e governo delle trasformazioni;
5. dare operatività alla legislazione regionale in tema di parchi e aree protette e rilanciare il dialogo istituzionale con gli Enti-parco e con le istituzioni centrali;
6. mettere in campo una strategia di controllo e riduzione dell’abusivismo, anche con il ricorso a forma innovative di disincentivo e a strumenti più severi di controllo nel quadro di una nuova collaborazione con i comuni;
7. realizzare, come esperienza unica in Italia, il catalogo del Patrimonio Intangibile della Calabria che, ispirandosi ai principi dell’Unesco e del World Heritage, censisca e tuteli quei luoghi, tra santuari naturali, paesaggi antropizzati, centri storici, aree archeologiche, complessi monumentali, identificabili come patrimonio comune dei calabresi e dei cittadini d’Italia e d’Europa in quanto luoghi della storia, dell’identità e della memoria.3.4 Il sistema delle città
Una regione senza centri gravitazionali
La Calabria è povera di città. Le immagini ricorrenti sono quelle di un territorio poco infrastrutturato, a struttura insediativa pulviscolare. La dimensione media dei comuni calabresi (4.918 abitanti), è inferiore alla media delle regioni italiane comprese nell’Obiettivo 1 dell’Unione Europea. Assai evidente, in termini comparativi rispetto agli altri contesti regionali del Paese, è la debolezza strutturale delle agglomerazioni urbane calabresi, così come rilevanti appaiono gli effetti del sottosviluppo urbano sul deficit complessivo di sviluppo della regione. Il problema, però, non è il peso demografico delle città: infatti, un calabrese su quattro risiede in comuni con popolazione superiore a 50.000 abitanti, mentre la media europea è uno su cinque. La prima questione è di ordine strutturale: se si eccettua Reggio, i capoluoghi di provincia calabresi sono assai più piccoli rispetto alla media delle regioni italiane dell’Obiettivo 1: 88.514 abitanti contro 158.621. Insieme alla Basilicata, la Calabria è l’unica a non avere una concentrazione urbana che, per dimensione, localizzazione geografica, evidenza, complessità insediativa e funzionale possa assumere il ruolo di centro gravitazionale nell’economia e nell’organizzazione territoriale.
La seconda problematica è di tipo qualitativo. Come annualmente segnalano tutte le indagini nazionali sulla qualità della vita, dei servizi e dell’ambiente urbano, le città calabresi, con rare e occasionali eccezioni in voci specifiche e limitate del bilancio qualitativo, fanno registrare mediamente performance negative in ogni settore: servizi, qualità edilizia e urbanistica, qualità dell’ambiente, dotazione e qualità delle attrezzature e degli spazi per la collettività, mobilità e trasporto pubblico locale, vivibilità, dinamismo sociale, vivacità economica. Com’è ovvio, questa problematica va iscritta nel quadro delle più generali questioni che riguardano le criticità dell’economia, della società e dell’assetto territoriale della regione, di cui il sottosviluppo urbano è allo stesso tempo, e parzialmente, causa ed effetto. Tuttavia, bisogna riconoscere che la questione urbana ha una sua specificità ed una sua propria ragion d’essere, che la fanno emergere come problematica ben riconoscibile e, in qualche misura, delimitabile nelle condizioni al contorno e nei contenuti.
La più generale frammentazione della trama insediativa, la gracilità dell’economia e della base produttiva, la debolezza dell’architettura istituzionale e dell’organizzazione amministrativa fanno si che, comunque, le città calabresi costituiscano l’unica componente del sistema insediativo in grado di guidare il processo di riorganizzazione e riequilibrio del territorio. Esse svolgono un ruolo centrale nell’economia regionale, dato che coincidono con i nodi primari delle reti di trasporto e comunicazione, concentrano le condizioni (capitale umano, know how, servizi avanzati) per la riconversione delle produzioni verso attività a maggiore redditività e impatto sociale, costituiscono i centri delle attività di formazione di base e superiore, gli incubatori delle attività economiche più innovative e i punti di addensamento delle funzioni di servizio ai sistemi produttivi locali. Inoltre, le città costituiscono i centri di offerta dei servizi qualificati alle persone, fattore decisivo per la coesione sociale e per l’attrattività dell’area. Infine, le città rappresentano componenti centrali dell'identità culturale regionale e svolgono un ruolo- guida nell’individuazione delle strategie di sviluppo locale, in quanto nodi di connessione alle reti globali e luoghi di formazione del capitale sociale. Per questo è indispensabile sviluppare una visione regionalista dello sviluppo urbano.Colmare il deficit di strategia
Negli ultimi due decenni l'economia globalizzata ha profondamente cambiato il ruolo e il destino della città, rimettendola al centro degli interessi e delle dinamiche economiche. Le città rappresentano, sempre di più, il cuore e il cervello delle società umane. Nessun Paese, nessuna economia nazionale può sperare di vincere la sfida della competizione senza un sistema di città ben collocato nella rete delle relazioni globali. Non a caso, l’Unione Europea sta investendo risorse crescenti nelle politiche per le città e le reti urbane. A maggior ragione, una regione in ritardo di sviluppo come la Calabria non ha alcuna possibilità di crescita se non si dota di un sistema urbano efficiente e competitivo, se non potenzia il motore economico delle proprie città, se non ne migliora la qualità insediativa e di vita, se non ne rafforza la coesione sociale. Il punto è proprio questo: occorre una visione integrata e coerente a livello regionale delle problematiche connesse al ruolo, allo sviluppo e alla qualità delle città e, di conseguenza, una strategia condivisa tra tutti gli attori istituzionali, basata sulla cooperazione e la sussidiarietà e su un’idea forte del ruolo delle città nella crescita e nel posizionamento competitivo della Calabria nella rete dei flussi di scala nazionale, euro-mediterranea, globale.
Creare il sistema urbano calabrese
Le città calabresi non “fanno sistema”, mentre, al contrario, dovrebbero costituire la rete dei nodi dello sviluppo economico regionale. Le città calabresi si sono sviluppate nell’isolamento e il policentrismo urbano è l’effetto di dinamiche di separazione e di disaggregazione, piuttosto che di integrazione e di complementarità. É un pesante fattore di debolezza della Calabria rispetto ad altri contesti regionali. Per questo, l’ispessimento delle relazioni tra le città e, in prospettiva, la creazione di una "Rete regionale di città specializzate", resta una delle sfide strategiche delle politiche pubbliche. Ogni città calabrese possiede proprie potenzialità e vocazioni ed ognuna può sviluppare una funzione originale e caratterizzante nel contesto regionale: su questa base, ognuna di esse può ambire a inserirsi, competere e cooperare nell’ambito della rete delle città euro-mediterranee. Per la Calabria, le città possono costituire la porta d’accesso al mondo e la leva per lo sviluppo e la crescita dell’economia e della società.
In un mondo dove la competizione non è più solo tra imprese ma tra territori, attrarre investimenti e di innescare cicli virtuosi di sviluppo dipende dalle qualità competitive dei sistemi locali. Le città sono o dovrebbero essere i luoghi in cui si concentrano le quote maggiori di risorse finanziarie, patrimonio storico, capitale umano e sociale, servizi, funzioni di eccellenza. Pertanto, costruire vere aree urbane, integrate e policentriche, ricche di relazioni con il proprio contesto locale e di servizi per le imprese, le persone e la comunità è una scommessa decisiva per la riorganizzazione del territorio e lo sviluppo economico della regione.Riqualificare, riabitare, rinnovare le città
L’inefficienza e la scarsa dotazione di servizi, la debolezza delle funzioni complesse di livello superiore tipiche dei contesti urbani, la de-qualificazione degli spazi pubblici, la mancanza di identità e la diffusa bassa qualità edilizia e urbanistica della città contemporanea, l’assenza di una organica politica per l’abitazione, la concentrazione di degrado fisico e disagio sociale in porzioni significative delle città (in particolare centri storici e zone periferiche) e la cattiva qualità dell’ambiente urbano costituiscono alcune delle componenti più rilevanti del sottosviluppo urbano regionale. Anche se le esperienze realizzate hanno creato una varietà ed articolazione locale, esistono tratti comuni in tutte le agglomerazioni urbane calabresi. L’azione regionale dovrebbe pertanto concretizzarsi nel sostenere politiche urbane secondo il modello dell’azione integrata, che è quello più applicato e di successo in Europa, in cui si mettono in campo programmi coordinati e integrati per intervenire sia sulla dimensione fisica della de- qualificazione urbana (riqualificazione, recupero, riconversione, miglioramento della qualità degli spazi pubblici e delle infrastrutture urbane, ecc.) sia sulla componente sociale ed economica (miglioramento dei servizi sociali urbani, promozione di politiche di pari opportunità e inclusione sociale, sostegno alla creazione d’impresa nei centri storici e nelle periferie, ecc.). In tale direzione l’attuazione della misura del POR relativa alle città e la redazione dei piani di sviluppo urbano non sono state un'occasione per una radicale inversione di tendenza ai processi in atto.
Risorse e strumenti di una nuova politica regionale per le città
Un strategia regionale per le città calabresi è un passaggio ineludibile e cruciale nella sfida per lo sviluppo. Tuttavia, è un’azione politica di grande complessità. La dimensione ridotta delle città, le gravi e diffuse criticità dell’organizzazione urbana, le distanze, le difficoltà di collegamento compongono un quadro complicato, sul quale occorre intervenire con strategie di intervento articolate e diversificate, orientate a rafforzare e qualificare le funzioni, i servizi, l’assetto urbanistico delle città e a potenziarne relazioni reciproche.
Occorre uno sforzo finanziario di grande portata, che coinvolga tutti gli attori istituzionali regionali e attinga a tutte le fonti di finanziamento disponibili (Fondi Strutturali, spesa nazionale e regionale, Banca Europea degli Investimenti, risorse private, ecc.). Le risorse devono finalizzate a promuovere lo sviluppo integrato delle aree urbane, il potenziamento delle funzioni urbane strategiche e di eccellenza, l’innovazione tecnologica nella gestione dei servizi, lo sviluppo dell’economia della conoscenza, la ricerca e l’alta formazione, la creazione di iniziative imprenditoriali avanzate nel settore dei servizi, il miglioramento dell’accessibilità e della mobilità in un’ottica di sistema (agendo sul potenziamento dell’offerta e sulla regolazione della domanda), l’adozione di sistemi e politiche settoriali ispirate ai principi della sostenibilità ambientale, il potenziamento dei servizi, la tutela ambientale, la prevenzione dei rischi, la riqualificazione urbana, il recupero edilizio, la mitigazione del disagio sociale, il miglioramento della qualità urbana (in particolare nei quartieri periferici, nelle aree dismesse, nei centri storici), il rafforzamento del capitale sociale (concentrando prioritariamente gli interventi nelle aree ad alto tasso di povertà, disoccupazione, criminalità, disgregazione sociale e carenza di strutture e servizi).
In una visione integrata e complessiva delle problematiche urbane calabresi, le politiche regionali devono mettere in campo risorse, strumenti tecnici e normativi, capacità cooperative istituzionali finalizzate a:
- rafforzare e sostenere il ruolo di indirizzo strategico della Regione, attraverso una nuova programmazione territoriale rivolta all’elaborazione di politiche, strategie, priorità ed indirizzi operativi per la creazione di reti e sistemi competitivi di città a livello regionale, sostenuta da un processo di concertazione tra i diversi livelli di governo e centrata sulle capacità progettuali dei comuni e del partnerariato economico-sociale;
- dare corso ad un politica regionale per le città coerente con gli indirizzi, i principi e le azioni dell’Unione Europea: il Quadro Comunitario di Sostegno, il Quadro d’Azione per lo Sviluppo Urbano Sostenibile, gli orientamenti dei Consigli Europei di Lisbona e Goteborg, gli indirizzi del Terzo Rapporto sulla Coesione. In particolare, nella prossima programmazione 2007-2013 andranno rafforzati, seguendo le indicazioni del Quadro Comunitario di Sostegno e i più recenti orientamenti europei, gli investimenti dei Fondi Strutturali per lo sviluppo urbano, con un consistente incremento percentuale rispetto alle risorse attualmente destinate a questo obiettivo dall’Asse Città del POR;
- mettere in campo, in questo quadro strategico, un grande "Programma Regionale di Sviluppo Sostenibile e Riqualificazione delle Città", da realizzare attraverso una rete di accordi partnerariali con i Comuni, l’attivazione di tutte le forme di finanziamento regionali, nazionali e comunitarie e del partnerariato pubblico/privato, in cui i singoli programmi di sviluppo urbano siano costruiti, concertati e gestiti all’interno di un quadro coerente con l’obiettivo di creare la rete regionale di città specializzate e il sostegno finanziario sia prioritariamente indirizzato agli interventi di maggiore qualità in termini di rilevanza strategica, valore aggiunto e innovazione. L’obiettivo è quello di realizzare un insieme di progetti integrati per le città della Calabria, basati sulle specifiche vocazioni e risorse utilizzabili nelle singole città, per lo sviluppo sostenibile e il potenziamento di funzioni strategiche, la riqualificazione urbana, la rigenerazione socio-economica.
- sostenere l’adeguamento della strumentazione urbanistica comunale delle città in un’ottica di sviluppo sostenibile e promuovere la pianificazione strategica nelle città e nelle aree urbane, come nelle migliori e più avanzate esperienze in corso in Europa e nel nostro Paese.3.5 Il sistema dei paesi
Luoghi di trasformazione
Per secoli la vita della Calabria si è organizzata e svolta all’interno, lungo quelle fasce collinari, tra montagna e marine, tra terra e mare, che si distendevano, guardandosi, ad un altitudine tra i 400 e i 600 metri. Da tempo ormai il tradizionale sistema dei paesi che ha segnato una peculiare organizzazione dello spazio, mentalità, culture – il sistema spaziale – culturale -mentale dei “paesi-presepi” – è scomparso per sempre. La stessa geografia regionale dei paesi è cambiata profondamente con una dispersione di comunità, tradizioni, pratiche culturali, valori, modelli, legami, spazialità.
Un progetto di intervento efficace sul sistema dei paesi deve partire dall’acquisizione di questo dato, dal riconoscimento di processi già definiti per potere ricreare una credibile prospettiva. Spesso è necessario tenere conto non soltanto di quello che è avvenuto ieri (discesa lungo le marine, emigrazione, spopolamento delle zone interne ecc.) ma di quello che avviene oggi.
La discesa lungo le marine ha provocato la nascita di "paesi doppi", di tanti deserti e non luoghi, di agglomerati che sono alla continua ricerca di un modo di essere e di una nuova identità. In molti casi non è nata un’economia legata al mare o alla pesca. Lo spazio vissuto non è più spazio produttivo e spesso nemmeno di legami sociali, comunitari. L’idea di paese affiora soltanto come nostalgia di un mondo perduto, e i valori veri vengono sempre ricercati all’interno o altrove. Al di là delle valutazioni che si possono dare sui centri costieri, il dato significativo è che i "doppi", o i nuovi centri lungo le coste, non comunicano più con l’interno. Se prima la Calabria era un’isola senza mare, oggi rischia di diventare una marina senza interno. Questo nuovo “squilibrio” ha enormi conseguenze dal punto di vista economico e culturale, rischia di inibire qualsiasi rinascita legata al turismo e alle risorse dell’identità. Se l’interno è una zona vuota, morta, c’è poco da mostrare ai visitatori e ai potenziali turisti.
Dalla fine dell’Ottocento agli anni ottanta del Novecento la vita e la cultura dei paesi interni, in crisi, soggetti a costante spopolamento, si sono comunque ridefinite e riorganizzate a partire dall’esperienza emigratoria. Da allora è nata un’identità che si è basata su scambi, doppiezze, partenze, nostalgie, ritorni, ricostruzione. Si può dire che oggi viviamo una situazione di "post-emigrazione", nel senso che il rapporto tra le due comunità si è affievolito, i due paesi non comunicano, non costituiscono più l’uno l’"ombra" dell’altro. Post - emigrazione non vuol dire infatti che dalla Calabria non si parte più. Al contrario: si parte per lavoro e oggi, come negli anni cinquanta - sessanta del secolo scorso, sono numerosi i giovani dei paesi e delle campagne che, diplomatosi nelle scuole calabresi, partono in massa per continuare a studiare fuori. Ugualmente consistente è il numero dei giovani laureati nelle Università calabresi e che esportano le loro capacità e il loro sapere altrove, con una perdita notevole dispendio di risorse economiche ed umane. Questo vuol dire che l’emigrazione ha cessato di essere ormai anche una risorsa o un elemento di trasformazione positiva della realtà: la Calabria non importa più saperi, semmai li trasferisce altrove. Il tipo di emigrazione intellettuale, frammentario, diversa dalla logica delle catene emigratorie, comporta anche che non nascono più quei "doppi" che avevano arricchito e modificato il paese di origine. La fuga nel passato aveva comportato oltre a lutti e a dispersioni, a fenomeni di degrado, elementi di trasformazione, d'innovazione, di apertura.
Oggi la fuga e la mancata utilizzazione dei giovani costituisce un impoverimento in assoluto della regione. Pertanto sia l’emigrazione del passato, quella che ha prodotto una Calabria fuori della Calabria, sia quella di oggi non hanno la possibilità di "arricchire" la regione. La post-emigrazione, il rapporto con le comunità fondate dai nostri emigrati, potranno diventare una nuova risorsa se ad essa si guarda con fantasia e capacità inventiva. Offrire la possibilità del ritorno anche nei mesi estivi ai tanti discendenti di emigrati, stabilire collegamenti con i centri culturali esterni, esportare i nostri prodotti, favorire gli investimenti richiede uno sforzo diverso da quello che abbiamo finora conosciuto: non più viaggi folcloristici di politici regionali nei luoghi di emigrazione, ma capacità progettuale per diventare credibili agli occhi dei tanti abitanti della Calabria deterritorializzata, che appartiene ormai alla nostra storia, ma anche al nostro presente.
Oggi, anche i paesi più isolati, debbono fare i conti con l’immigrazione. I paesi di Calabria sempre più vuoti, sempre meno frequentati da emigrati che ritornano, fanno l’esperienza inedita e inimmaginabile fino a pochi anni addietro dell’arrivo di immigrati, uomini e donne, che trovano impiego nell’agricoltura, nell’edilizia, nelle attività commerciali, come badanti nelle famiglie. Spesso i paesi "resistono" anche grazie a queste nuove presenze. In poco più di un secolo e mezzo, pertanto, l’identità calabrese si è profondamente modificata a seguito delle partenze, dei ritorni, e adesso anche degli arrivi di altri.
In questo contesto di mutamenti bisogna ricordare come la 'ndrangheta alla fine risulti, purtroppo, in maniere devastante, l’organizzazione capace di intercettare mutamenti e richieste, capace di ridisegnare, a proprio vantaggio, il territorio. Non a caso sono in tanti a vedere anche nella criminalità organizzata una possibilità di lavoro. La 'ndrangheta costituisce il vero elemento di ostacolo alla possibilità di disegnare in maniera nuova il sistema dei paesi.Rimettere in rete i paesi
Bisogna mettere, di nuovo, in rete i paesi. Soprattutto, è necessario collegare, fare dialogare marine e zone interne, paesi lungo le coste e paesi collinari. Questo significa che la montagna e le zone interne debbono ritrovare centralità nell'agenda politica e culturale. Significa che il territorio calabrese va pensato come un insieme, non a pezzetti, per isole discontinue, frammentate. La frammentazione, in forme nuove, condiziona ancora oggi la vita delle persone, la stessa impostazione politica regionale. Bisogna uscire dalle trappole delle distinzioni arbitrarie, magari inventate, da nuove tentazioni campanilistiche. La Calabria è regione di terra e di mare: questa verità geografica deve diventare l’elemento progettuale di fondo per un governo unitario del territorio. E’ soltanto all’interno di questa impostazione che potranno trovare risposta problemi come quello delle infrastrutture, dei collegamenti, delle strade, della salvaguardia e della valorizzazione delle risorse naturali, dell’ambiente. E’ soltanto, all’interno di questa visione che la regione potrà affermare davvero un destino, un ruolo di cerniera, nel Mediterraneo.
Il legame tra Nord e Sud, tra Europa e Mediterraneo, presuppone un legame originario: quello tra le sue diverse aree. I luoghi potranno essere recuperati alla memoria (anche con itinerari turistico - culturali, ambientali, religiosi); quelli non del tutto abbandonati, ancora con un tessuto comunitario, con forti capacità attrattive, centri di mezza costa, collinari, devono essere opportunamente "ri-guardati" e rivitalizzati, per diventare cerniera tra marine e montagne.
In questi centri bisogna procedere a un’attenta ricognizione e valorizzazione delle risorse: paesaggistiche, abitative, artistiche, culturali ed umane. La storia della regione ci ha consegnato paesi uguali e diversi. Bisogna valorizzare le diversità, le differenti vocazioni, puntare sul tratto distintivo, identificativo di ognuna delle comunità. Le risorse umane vanno impiegate, formate, utilizzate in base alla richiesta, alle sollecitazioni, alle indicazioni che ci arrivano delle “anime dei luoghi”, dalla loro storia religiosa, dalle loro tradizioni, dall’esperienza emigratoria. Nei paesi tante istituzioni culturali “stabili” con la capacità di raccontare e di scrivere un territorio, con la capacità di creare collegamenti interni, e all’esterno, possono attrarre, a vario titolo, visitatori, operatori turistici, imprenditori, figli di emigrati.Un progetto di recupero ed integrazione
Attorno al sistema dei paesi occorre mobilitate forze sociali ed istituzioni. Le risorse per il sistema dei paesi, per le zone interne, per i centri collinari di eccellenza, per i collegamenti tra paesi dell’interno, e tra marine, colline e montagna, debbono diventare parte del bilancio regionale, con una capacità di intercettare i fondi comunitari. Esistono, ad esempio, tanti fondi non richiesti e non utilizzati per la valorizzazione e il recupero dei paesi delle aree interne, di immobili e di beni immateriali. Un progetto sui “sistemi paesi” incrocia tutti gli altri “sistemi”, in particolare quelli sulla produzione, sulla città, sulla mobilità, sulla legalità, sull’identità. Altre risorse potrebbero essere recuperate, utilizzando fondi destinati ad opere inutili, ad iniziative effimere, a manifestazioni meramente clientelari. Le sagre e le manifestazioni folcloristiche avranno una loro nobiltà soltanto se riusciranno a mantenersi, a sostenersi da soli. I calabresi, in passato e anche oggi, hanno mostrato che i riti, le feste, la convivialità, i banchetti comportano impegno e fantasia, cordialità ed ospitalità, organizzazione e partecipazione, ma non necessitano di capitoli di bilancio. Troppo spesso nascono e crescono iniziative estemporanee che non servono alla soggettività e all’identità plurale della nostra regione. La stessa valorizzazione dei prodotti tipici deve avvenire in maniera mirata e più produttiva. Regione, Province, Comunità montane e Comuni, Università devono coordinare gli interventi evitando che ogni assessorato dello stesso Ente organizzi esposizione-promozione di prodotti con inutili passerelle ed occasioni clientelari da cui nulla la Calabria può ricavare. Mille manifestazioni hanno senso, e sono auspicabili, soltanto se hanno la capacità di creare mille legami, mille aperture, reali e costanti aggregazioni, vere e non presunte occasioni per avviare processi produttivi, commerciali, culturali. L’autocompiacimento solitario e sterile non si traduce mai in risorsa collettiva.
Le risorse alimentari e gastronomiche della regione, la valorizzazione della sua agricoltura, dei suoi prodotti necessitano di politiche pubbliche e interventi privati coordinate, mirate. Altrimenti le risorse vengono sciupate, il locale e le culture locali diventano localismo.
Cospicui fondi destinati a manifestazioni inutili e deteriori, a valorizzazione di tradizione mai esistite, a riscoperte di fatti mai accaduti, che “folclorizzano” la Calabria, potrebbero essere destinati a Musei, biblioteche, centri stabili, alla formazione dei giovani in professioni utili, adeguati ai modelli di sviluppo possibili, sostenibili. Tante inutili opere di cementificazione - opere pubbliche, inutili, incompiute, sempre rifatte, in rovina ancora prima di essere avviate potrebbero essere trasformate in investimenti per favorire culture ed economie legate alla valorizzazione delle risorse ambientali, paesaggistiche, artistiche, monumentali, culturali.3.6 Il sistema della formazione, innovazione e ricerca
Un ritardo strutturale
Lo sviluppo del sistema della ricerca e della formazione superiore rappresenta, per la Calabria, uno dei progressi più significativi degli ultimi decenni. Sono ormai quasi 1.500 i ricercatori che, impegnati a tempo pieno nei tre Atenei e nei centri di ricerca pubblici, rappresentano un collegamento effettivo alle reti nazionali e internazionali della ricerca e dell’innovazione. Intorno a questo polo pubblico della R&S si stanno inoltre sviluppando interessanti iniziative imprenditoriali, nate come “spin-off” della ricerca o attratte dalla disponibilità di know-how e di risorse umane qualificate. Questa vivacità trova anche degli importanti collegamenti fra università e territorio con significative esperienze territoriali come il segnale lanciato dalle Amministrazioni comunali delle Serre Cosentine che hanno scelto di investire proprio su questi temi una parte consistente – circa 10 milioni di euro - dei fondi destinati all’area da uno degli strumenti del POR Calabria (PIT Serre Cosentine).
Ciò nonostante la Calabria soffre di tutti i ritardi che caratterizzano il Paese e, purtroppo, in modo molto più acuto. La spesa calabrese per la ricerca contribuisce per meno dell’1% (0,8% nel 2002) alla spesa nazionale in R&S che pure supera di poco l’1% del PIL (1,16 nel 2002) ed è ben lontana dall’obiettivo del 3% fissato per il 2010 dalla Strategia di Lisbona per un’economia europea basata sulla conoscenza, più competitiva e più dinamica. Anche i dati sulle richieste di brevetti (solo 7,1 per milione di abitanti nel triennio 1999-2001) e in particolare quelli sulla spesa privata in ricerca – solo 0,1% della spesa totale nazionale di R&S privata– collocano di fatto la Calabria come ultima regione italiana e testimoniano di un ritardo nella diffusione dell’innovazione nei settori produttivi che risulta particolarmente sensibile anche nel confronto con le altre regioni meridionali.
Le risorse messe a disposizione dai fondi strutturali per il sistema dell’innovazione (45 milioni di euro per il periodo 2000-2006) sono significative ma sono state finora impiegate con rara inefficienza (un anno e mezzo per concludere la valutazione di un bando di ricerca industriale) e, sempre, senza un confronto reale con le parti sociali e gli operatori del sistema dell’innovazione.
Un esempio, in negativo, per tutti. La revisione del Piano Regionale per l’Innovazione e la definizione di interventi strategici (quali la costituzione di Poli Tecnologici a Crotone e Gioia Tauro su beni culturali e logistica, utilizzando l’Accordo di Programma Quadro per la Ricerca fra Regione e MIUR) sono state realizzate senza alcun confronto con le parti interessate. Certamente questo approccio non garantisce la “continuità” di intervento e non favorisce l’utilizzo pieno delle risorse disponibili nella regione.Un programma di attività
Esiste, in primo luogo, un compito da assegnare alla politica che deve ascoltare in modo aperto e trasparente la domanda degli attori del sistema dell’innovazione (imprese, associazioni di categoria, sistema della ricerca e della formazione superiore, agenzie di sviluppo e di trasferimento tecnologico) e operare per trovare una “mediazione” di alto profilo che impegni gli stessi operatori a garantire un livello di qualità crescente. Deve tramontare il tempo di accordi separati e subalterni fra politica e singoli operatori su singoli interventi. Il secondo elemento è quello dell’attivazione di un "forum regionale" per la ricerca e l’innovazione nei settori produttivi, con l’obiettivo generale di riattivare un processo di confronto che pure si era sviluppato nelle fasi preparatorie di Agenda 2000 per la Calabria.
L’obiettivo specifico di tale operazione è la costruzione di una "Rete regionale per la ricerca e l’innovazione" che, come dimostrano tanti esempi in Italia e in Europa, costruisca un sistema integrato e dotato delle necessarie specializzazioni, nel quale tutti gli operatori trovino conveniente concordare le priorità di intervento, le modalità, la qualità e i risultati attesi in un quadro di certezze nonché di premialità per i più virtuosi. Si tratta di avviare una rete “leggera”, senza nuove infrastrutture, che promuove un processo di valorizzazione e miglioramento delle competenze attualmente disponibili. E’ importante che il sistema permetta di valutare i risultati, per intervenire con gli opportuni correttivi e che, al contempo, garantisca una forte efficienza complessiva nelle procedure amministrative (bandi, valutazione dei progetti, erogazione dei contributi, monitoraggio, ecc.). Il problema dell’efficienza della “macchina” amministrativa richiede di intervenire in modo complesso ma anche, nel breve periodo, con soluzioni leggere e qualificate.
Se questo sarà il quadro di riferimento generale delle politiche per la ricerca e innovazione in Calabria (trasparenza, efficienza, premialità) le linee di intervento si sviluppano su un duplice binario. Da un lato si deve puntare alla valorizzazione del know-how del sistema della ricerca e al rafforzamento della sua apertura verso il territorio. Questa tendenza va accompagnata e rafforzata coerentemente con il quadro delle politiche europee per l’innovazione. Dall’altro lato è necessario stimolare l’attenzione per l’innovazione nelle imprese. Questo processo deve essere favorito da un impiego degli strumenti di incentivazione che sia integrato e favorisca la cooperazione. Per lanciare un nuovo prodotto o innovare un processo produttivo un’impresa ha bisogno di investire in impianti, formazione del personale ma soprattutto deve garantirsi un vantaggio competitivo adottando innovazioni tecnologiche, organizzative o di mercato. La cooperazione può essere una chiave anche per diffondere l’innovazione in imprese molto piccole per le quali è necessario aumentare la convenienza ad aggregarsi, ad esempio per finanziare congiuntamente una ricerca o un intervento formativo. Il ruolo delle associazioni di categoria dell’industria e dell’artigianato può, in questo senso, essere determinante.
Le Università, infine, sono la fucina delle professionalità più qualificate di cui la Calabria ha bisogno per entrare pienamente nella società della conoscenza. In questo periodo, le Università stanno anche attraversando un delicato momento di riorganizzazione della didattica che richiede risorse supplementari (e non tagli) per evitare che la qualità complessiva del sistema formativo pubblico ne risenta. In particolare, deve essere sostenuto il processo di sperimentazione e di innovazione dei processi didattici e, inoltre, deve essere rafforzata la capacità di analisi della domanda (regionale e nazionale) di formazione superiore.Gli strumenti d’intervento
La prima cosa da fare è semplice e consiste nell’attivare tutti gli strumenti già disponibili e finora malamente utilizzati.
La "Consulta Regionale per la Ricerca e l’Innovazione" istituita dal POR Calabria per definire e manutenere il Piano Regionale di Ricerca, Sviluppo Tecnologico e Innovazione (RSTI) va dunque attivata pienamente, utilizzando le risorse disponibili anche per realizzare gruppi di lavoro, studi e progetti pilota, ecc. La Consulta può contribuire alla definizione della "Legge Regionale per la RSTI", strumento normativo che sarà indispensabile per gestire adeguatamente e in un quadro di certezze le risorse finanziarie che saranno disponibili a livello regionale nel prossimo periodo di programmazione dei fondi comunitari 2007-2013. La Legge sarebbe anche lo strumento normativo adeguato per definire le caratteristiche della Rete Regionale della RSTI.
Sul fronte delle imprese, è necessario procedere rapidamente all’attivazione dei "Pacchetti Integrati di Agevolazione" a livello regionale (già previsti dal POR) e sperimentare nuove modalità di incentivazione quali, ad esempio i "voucher" di ricerca per le PMI e i progetti di Ricerca Collettiva che possono essere mutuati su scala regionale dalla positiva esperienza del 6° Programma Quadro europeo di ricerca.
L’Amministrazione regionale deve inoltre impegnarsi per garantire un iter di valutazione e selezione delle iniziative che sia indipendente e altamente qualificato, impegnandosi per garantire tempi certi e rapidi: nel settore della ricerca e innovazione, dal bando alla firma del contratto non possono passare più di 6-8 mesi. Dunque, è necessario adoperarsi perché tutti i progetti che attualmente prevedono una forte integrazione fra università e territorio abbiano una sorta di “canale preferenziale” per garantirne l’attuazione.3.7 Il sistema delle politiche per il lavoro
Una disoccupazione estrema
La Calabria è da tempo la regione con il più alto tasso di disoccupazione e il più basso tasso di occupazione. La cronica carenza di domanda di lavoro è la malattia sociale più grave della regione; il fenomeno che più di tutti condiziona redditi individuali e aspettative di vita, benessere collettivo e qualità della convivenza civile. Il sistema economico regionale è incapace di creare occasioni di sbocco lavorativo per l'insieme delle forze di lavoro regionali. I giovani, in particolare le ragazze, sono i soggetti che più di tutti pagano questa strutturale carenza di opportunità lavorative, sperimentando lunghi periodi di inattività, frustrazioni personali, perdita di fiducia, depauperamento di competenze e saperi scolastici, allungamento patologico dei tempi di socializzazione al lavoro e di autonomia finanziaria e familiare. Cosicché, la principale e più preziosa risorsa per lo sviluppo viene in Calabria sistematicamente penalizzata, sprecata, dispersa.
La disoccupazione, oltre che un preoccupante fenomeno sociale, rappresenta anche una perdita secca di ricchezza regionale, di mancata produzione di reddito, di crescita lenta dei consumi, di penalizzante sottoutilizzazione dei fattori di produzione. Per tali motivi, la crescita di “buona occupazione”, cioè di posti di lavoro regolari, di qualità, stabili, costituisce il principale indicatore di competitività di ogni sistema produttivo che abbia a cuore non soltanto l’incremento dei profitti ma anche la qualità dello sviluppo e la sua sostenibilità.
Le giunte regionali di centrodestra hanno mostrato, nei fatti, assoluta disattenzione e indifferenza per i problemi delle politiche del lavoro, abbandonando i disoccupati più che alla "mano invisibile" del mercato a quella "visibile dei mercanti" di posti, di promesse, di clientele. In questi anni il tasso di occupazione regionale ha continuato a rimanere su livelli incredibilmente contenuti, nonostante le ingenti risorse finanziarie disponibili con il POR e gli altri programmi di sviluppo nazionali e comunitari.
Il carattere estremo della disoccupazione calabrese è ulteriormente appesantito da svariati elementi di natura qualitativa, il primo dei quali è l’esistenza in Calabria di ampie quote di lavoro sommerso, che continua a perdurare e ad ampliarsi nonostante le massicce risorse monetarie dirottate dalla Regione al finanziamento di organi ed organismi, commissari e commissioni di vario genere e natura sull’emersione. In realtà, è proprio la politica del centrodestra, tanto a livello nazionale quanto a livello regionale, che appare non idonea a comprendere ed affrontare il problema del lavoro sommerso nel Mezzogiorno e in Calabria: lo dimostra l’abbandono dell’esperienza della contrattazione di riallineamento – invenzione del sindacato pugliese negli anni ’80, poi regolata per legge dai governi dell’Ulivo degli anni ’90 – a favore della dichiarazione, anche anonima, di emersione introdotta dalla più recente Legge n. 383 (dichiarazione da presentare al Sindaco, anziché da concordare con le organizzazioni sindacali). Prassi, quest’ultima, oltremodo fallimentare, tanto da indurre gli stessi organismi deputati a promuovere l’emersione del lavoro sommerso a cambiare orientamento. Prima, hanno aspramente criticato, anche in Calabria, la contrattazione di riallineamento, in quanto attributiva (a loro giudizio) di fin troppo ampio potere alle organizzazioni sindacali; poi, per converso, hanno fortemente esaltato la dichiarazione unilaterale di emersione; ora, infine, sollecitano addirittura la stipulazione di avvisi comuni sull’emersione ad opera delle parti sociali: avvisi che però appaiono la copia sfuocata dei contratti di riallineamento, non avendo di questi né la cogenza negoziale né il valore legale ai fini della determinazione del costo del lavoro dei lavoratori emersi.
Un secondo elemento aggravante è dato dall’incremento del numero di donne che abbandonano la ricerca di un lavoro o rinunciano a rientrare nel mercato del lavoro dopo la nascita di un figlio, il che dimostra da un lato una particolare disattenzione regionale verso le sollecitazioni dell’Unione Europea a beneficio dell’introduzione di una valutazione di genere nell’adozione delle politiche del lavoro, e dall'altro la permanenza di un sistema di inadeguati servizi sociali e alla famiglia. Anche su questo, il governo regionale di centrodestra ha confermato assoluta disattenzione, trascurando, ad esempio, di considerare la possibilità stessa di dare attuazione alla Legge n. 53 del 2000, nella parte relativa alla pianificazione territoriale dei tempi, al fine di consentire una più agevole conciliazione tra tempi di vita e tempi di lavoro.
Un terzo elemento da considerare è dato dal disallineamento tra domanda e offerta di lavoro, nel senso che alla crescita dei disoccupati corrisponde, quasi ovunque, la difficoltà delle imprese nel reperire manodopera adeguatamente formata. La circostanza appare non priva di paradossi, se si considera, per un verso, il bacino di saperi e di conoscenza disponibili nel sistema universitario regionale e se si considerano, per altro verso, le enormi risorse finanziarie destinate annualmente al settore della formazione professionale per la realizzazione di corsi di formazione, pensati e realizzati più a beneficio dei formatori che di coloro che vengono formati.
Un quarto elemento da considerare è rappresentato dal problema del lavoro di utilità collettiva, ovvero dalla necessità di affrontare e risolvere gli effetti negativi derivanti dall’uso distorto che di esso ha fatto il governo regionale di centrodestra. E’ noto, infatti, che gli assessori al lavoro pro-tempore – incuranti delle osservazioni provenienti dalle opposizioni consiliari - hanno proposto nel tempo due leggi che, lungi dal risolvere il problema dello svuotamento dei bacini di manodopera, ne hanno aggravato la condizione di disagio sociale e professionale, non diversamente in ciò da quanto hanno potuto sperimentare i lavoratori impegnati nella forestazione, la cui vicenda esprime la scarsa legittimazione politica e culturale del governo regionale anche nei confronti del governo “amico” nazionale. E’ indubbio, invece, che il lavoro sociale, nelle sue varie forme, costituisca una risorsa per la regione, se e nella misura in cui si sia capaci di assicurarne il valore produttivo, tanto nell’ambito di logiche di impresa, quanto nell’ambito delle più tradizionali attività amministrative, là dove appare quanto mai necessario assicurare un sistema in grado di rispondere in modo efficace ed efficiente, ma anche competente e attento, ai bisogni dei cittadini ed alla qualità della loro vita. Questa è, infatti, la vocazione costituzionale del servizio pubblico e la ragione stessa del suo stesso esistere e persistere contro ogni tentazione di affidamento a soggetti privati, portatori di interessi privati, della cura degli interessi generali.Una politica mite
Lo sviluppo economico regionale e il benessere sociale presuppongono l'attivazione di idonee politiche, strumenti e interventi sul mercato del lavoro e sul sistema di welfare. In particolare, in una prospettiva tipicamente sussidiaria e solidale, alla Regione compete l’onere di promuovere l’incontro, il dialogo trasparente e l’accordo impegnativo tra le parti sociali per favorire la fluidificazione del mercato del lavoro, garantire stabilità e certezza agli accordi sottoscritti, incoraggiare la crescita occupazionale e l'inclusione sociale. La Calabria ha bisogno di modelli "miti" di politiche del lavoro, che consentano ai rappresentanti dei gruppi sociali e delle comunità locali di ricomporre i propri contrapposti interessi nel quadro delle politiche di sviluppo e dell’occupazione definite a livello nazionale nonché, sempre più spesso, in sede comunitaria. Proprio per questo motivo, la concertazione dei provvedimenti in materia di politiche del lavoro con le stesse parti sociali, e il costante monitoraggio congiunto sullo stato di attuazione, costituisce non solo la forma ordinaria di governance ma anche la veridicità di un valore fondativo del nuovo governo regionale.
Le politiche regionali in materia di qualità, tutela e sicurezza del lavoro, nell’ambito dei principi e degli obiettivi dell’Unione Europea per la piena occupazione, lo sviluppo, la competitività e la coesione sociale, nonché dei principi fondamentali della legislazione nazionale, devono essere rivolte a promuovere la piena occupazione, una migliore qualità del lavoro, la regolarità e la sicurezza del lavoro, assicurando a tal fine sostegno alle imprese, nella misura utile per sopportare i costi della legislazione in materia di sicurezza e per affrontare in modo concreto le questioni e le difficoltà connesse all’accesso al credito. Tuttavia, mentre il governo nazionale, attraverso la definizione di un Testo unico in materia di sicurezza, tenta di abbassare i livelli di tutela della salute in azienda - sostituendo al principio della massima sicurezza tecnologicamente fattibile, quello della massima sicurezza concretamente raggiungibile – occorre rivendicare con forza la centralità dell’uomo che lavora e il valore della persona, della sua vita e della sua sicurezza, che ben giustificano il sostegno alle imprese che introducono adeguati incrementi ai livelli di sicurezza.
E’ altresì necessario favorire l'acquisizione di condizioni lavorative stabili, valorizzando in modo efficiente il lavoro sociale e prevedendo adeguati strumenti premiali per le imprese che assicurano la transizione da esperienze di formazione ad attività di lavoro; in modo corrispondente, occorre favorire lo sviluppo occupazionale e l'imprenditorialità, in termini quantitativi e qualitativi, creando condizioni ottimali per gli insediamenti produttivi e favorendo la penetrazione delle imprese locali nei mercati nazionali ed esteri.
E’ compito essenziale della Regione rafforzare la coesione e l'integrazione sociale, anche mediante strumenti in grado di intervenire efficacemente in situazioni critiche di transizione da un rapporto di lavoro ad un altro. Sebbene il lavoro non è più configurabile come il posto fisso per tutta la vita, non è però certo pensabile, come unica alternativa, una somma indefinita di lavori precari ed indecenti, bensì e piuttosto la costruzione di una carriera lavorativa composta da più lavori legati tra di loro da momenti di formazione e riqualificazione, sostenuti anche attraverso forme e figure di sostegno al reddito, venendo così incontro all’esigenza di qualificare le competenze professionali, al fine di favorire la crescita, la competitività, la capacità di innovazione delle imprese e del sistema economico-produttivo e territoriale. In un mondo in cui tutto è mobile, l’unica possibilità per frenare la de-localizzazione produttiva o per attrarre nuove iniziative economiche, è assicurare, in un contesto efficiente ed efficace (dalla pubblica amministrazione al sistema stradale e di comunicazione), la disponibilità di forza lavoro qualificata, competente, affidabile.
La Regione deve promuovere l’inserimento e la permanenza nel lavoro delle persone a rischio di esclusione, valorizzando in particolare gli strumenti consensuali e concertativi per la definizione di percorsi mirati di accesso al lavoro. La Regione deve inoltre operare attivamente per superare le discriminazioni fra uomini e donne nell’accesso al lavoro nonché nello sviluppo professionale e di carriera, incentivando la costituzione e l’attività degli organismi di parità, curando particolarmente la formazione e l’informazione sui temi e gli strumenti delle pari opportunità e delle azioni positive, favorendo la conciliazione tra tempi di lavoro, di vita e di cura (anche promulgando la legge regionale sulle politiche territoriali degli orari, così come previsto dalla Legge 53 del 2000).Un Piano regionale per le politiche attive del lavoro
Per realizzare una strategia d'intervento efficace nel mercato del lavoro, l’azione regionale deve operare mediante un atto di programmazione, indirizzo e pianificazione generale che può essere utilmente definito, non diversamente in ciò da quanto stabilito da altre regioni, sotto la forma di “Piano regionale per le politiche attive del lavoro”. Il Piano dovrebbe essere deputato ad assicurare in particolare: l’integrazione fra gli interventi di politica del lavoro e quelli in materia di istruzione, formazione professionale ed orientamento; il coordinamento fra gli interventi di politica del lavoro e le politiche regionali sociali, sanitarie e per lo sviluppo economico e territoriale; la collaborazione istituzionale con gli Enti locali, gli Enti pubblici nazionali, lo Stato e le sue articolazioni decentrate presenti nel territorio regionale; il metodo concertativo, quale strumento per il governo delle materie afferenti al mercato del lavoro, in particolare con le parti sociali comparativamente più rappresentative a livello territoriale, nel rispetto del principio di pariteticità; la partecipazione dei soggetti interessati alle politiche attive del lavoro, anche con riferimento alle organizzazioni del terzo settore.
L’azione regionale dovrà pertanto essere basata sui seguenti tre obiettivi fondamentali:
a) riorganizzazione del sistema pubblico di servizi all’impiego, assicurando l’effettività degli organismi conoscitivi e di governo del mercato del lavoro, promuovendo una reale integrazione degli organismi operanti e delle attività condotte a livello sub- regionale, anche mediante un "Piano generale di formazione e qualificazione professionale" dei soggetti operanti nei servizi per l’impiego (siano essi Centri per l’impiego, in senso stretto, ovvero servizi di orientamento, di osservazione e studio del mercato del lavoro);
b) riordino del sistema di formazione professionale, in funzione di un sistema integrato istruzione-formazione-lavoro (anche per quanto riguarda gli organi di indirizzo politico e non soltanto per ciò che attiene alla struttura burocratica), rovesciando radicalmente i criteri che sinora l’hanno governato e potenziando la formazione continua, fattore indispensabile per garantire la continuità lavorativa in un ambiente produttivo sempre più soggetto a mutamenti tecnologici ed organizzativi;
c) riforma del sistema delle politiche attive e passive del lavoro, anche mediante l’introduzione di sistemi di reddito minimo erogato in relazione allo svolgimento di attività di lavoro e/o di reddito di cittadinanza collegato a forme di formazione- lavoro sociale. Tale riforma dovrà poggiare sulla consapevolezza dell’esistenza di un mercato del lavoro ampio ed articolato, all’interno del quale diverse categorie di soggetti (in relazione all’età, al sesso, alla localizzazione geografica, alla qualificazione posseduta) presentano caratteristiche differenziate e richiedono interventi appropriati ed altrettanto differenziati. Non una politica, quindi, ma politiche del lavoro (e forse, più esattamente, dei lavori), separando concettualmente ed operativamente, anche mediante la redazione innovativa di un "Testo unico regionale sul lavoro", gli strumenti di tipo attivo (utilizzando soprattutto quelli che in ambito europeo ed italiano hanno sinora prodotto migliori risultati, diversificando per tipologia e favorendo sia il lavoro autonomo, sia quello dipendente sia le forme di inserimento anche non lavorativo in grado di migliorare il bagaglio formativo generale di quanti intendono entrare o rientrare nel mercato del lavoro), dalle politiche di tipo assistenziale, che dovranno farsi carico delle esigenze di quanti sono privi di un lavoro e garantire le risorse indispensabili per il sostentamento, privilegiando quelle che favoriscono una concreta esperienza lavorativa, anche temporanea, nell’ambito della realizzazione di servizi utili.3.8 Il sistema del welfare
Un sistema di protezione inadeguato
La Calabria è dotata di un sistema di protezione sociale debole e disarticolato, largamente inadeguato a rispondere alla crescente domanda di servizi e di pratiche di inclusione proveniente dal territorio. Per di più, in un contesto socio-economico caratterizzato da una diffusa percezione di precarietà e di insicurezza, alti tassi di disoccupazione, strutturale debolezza del ciclo formativo, inadeguatezza dei servizi pubblici di assistenza, si allarga sempre di più la forbice tra ceti sociali che possono beneficiare di elevati livelli di benessere e nuove fasce di popolazione che vengono spinti verso aree di esclusione e di marginalità. Le più recenti rilevazioni statistiche ci consegnano dati allarmanti. Sono stimati in circa 230 mila i nuovi soggetti a rischio di povertà, che sommati al numero di poveri calcolati dall'indagine Istat quantificano in poco meno di 850 mila il complesso dei calabresi inclusi nella fascia di povertà. Il mancato rifinanziamento del Reddito minimo di inserimento rischia di aggravare ulteriormente la situazione esasperando drammaticamente la tensione e il conflitto sociale.
Questo quadro strutturale è aggravato dall'inadeguatezza dei governi nazionale e regionale nel proporre una strategia unitaria di politiche per il welfare e l’inclusione che, sommata agli effetti negativi prodotti dalla drastica politica di tagli ai trasferimenti da parte dello Stato centrale, ha causato in questi anni ingenti restrizioni alla spesa sociale con una progressiva riduzione dei livelli di benessere e di qualità della vita nelle nostre città.
La Regione Calabria detiene numerosi primati negativi per i ritardi e le inadempienze accumulate in tema di recepimento della legislazione relativa alle politiche sociali: la Legge 328 del 2000, "Legge quadro per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali", recepita soltanto nel 2003, risulta ad oggi inapplicata in mancanza dei regolamenti attuativi; la Legge 383 del 2000, in materia di associazioni di promozione sociale, non è stata ancora recepita, mentre si attende da anni l’approvazione di un Piano sulle politiche sociali e di una Legge sulla cooperazione internazionale. Senza trascurare la grave anomalia rappresentata dal fatto che giunta calabrese è una delle poche in Italia a non avere istituito l’Assessorato alle politiche sociali.
Ulteriori dinamiche di implosione e di conflitto sono mitigate grazie al sostegno del tradizionale sistema di protezione basato su vincoli di natura familiare e paternalistica, associato alla presenza di una consistente gamma di servizi e prestazioni erogate direttamente da un tessuto solidaristico e volontaristico regionale molto presente e sviluppato.I principi del nuovo welfare regionale
La Regione deve maturare un nuovo modo di intendere le politiche di promozione del welfare, radicalmente alternativo alla impostazione culturale e alle pratiche di intervento messe in campo dal centrodestra a livello nazionale e regionale. Va definitivamente respinta una impostazione che ha relegato i servizi sociali ad un ruolo di “welfare residuale”, a vocazione risarcitoria o riparatoria, trovando nella politica dei “bonus” la massima espressione di quella che può essere considerata la “monetizzazione” della sofferenza. L'UNIONE deve promuovere un modello di welfare comunitario e partecipato che sostituisca il concetto del “costo” con quello del “servizio”, mettendo al centro la produzione di azioni positive e la promozione delle buone pratiche per l’inclusione sociale. Un welfare solidale, condiviso dal basso con gli attori locali, le organizzazioni erogatrici dei servizi di assistenza, le esperienze di auto- organizzazione dei cittadini. Un nuovo modello che segni il necessario passaggio da un sistema di “protezione” a un sistema di effettiva “promozione positiva” dell’individuo e dei sui diritti di cittadinanza. Va affermata con coraggio una moderna visione del welfare locale, che punti sulla capacità di creare un sistema plurale di produzione dei servizi, mettendo in stretto collegamento la rete della protezione sociale: dalle istituzioni pubbliche al privato sociale, passando per il volontariato del privato sociale e della cittadinanza attiva.La revisione del Titolo V della Costituzione affida alle regioni ruoli e competenze legislative sempre maggiori nell'organizzazione delle politiche sociali, nuove competenze legislative in materia socio-assistenziale, offrendo rilevanza costituzionale al principio di sussidiarietà orizzontale, nel quadro della determinazione statale dei livelli essenziali delle prestazioni sociali. La sussidiarietà deve essere intesa come un principio di collaborazione tra le competenze del sistema pubblico e quelle del sistema del privato sociale, al fine di qualificare e rafforzare il sistema integrato delle prestazioni in un quadro di regole e di parametri di qualità e di efficienza universalmente condivisi. Il criterio regolatore di questo rapporto si pone l’obiettivo di rendere la gestione della spesa più efficiente, più vicina ai bisogni reali e alle esigenze dei cittadini, contrastando alla radice il rischio di individuare nel rapporto con il mondo del volontariato uno strumento per creare una esternalizzazione dei servizi pubblici caratterizzata da minori costi, insufficienti tutele contrattuali e bassa professionalità.
Il terzo settore porta in dote a questo processo un consistente fattore di accrescimento del capitale sociale ed umano che, attraverso la leva dell’impegno civile e della motivazione consapevole, mette in moto processi che moltiplicano le risorse e promuovono nuove relazioni solidali. Il volontariato calabrese deve giocare un ruolo determinante nello sviluppo di tale processo. Negli ultimi quindici anni si è registrata una sua intensa e territorialmente estesa fase di crescita, sebbene mostri una maggiore incidenza nelle aree urbane. Attualmente il terzo settore regionale mobilita oltre 136 mila persone, di cui oltre 24 mila volontari impegnati in organizzazioni, di livello prevalentemente locale, con un sostanziale equilibrio tra le esperienze provenienti dal mondo cattolico e quelle di natura laica.Un nuovo modello di governance sociale
Il Vertice di Lisbona ha attribuito alla "coesione sociale" una valenza di pari grado rispetto allo sviluppo economico e alla crescita dell'occupazione. E' dunque necessario uno sforzo straordinario per dotare la Calabria di un "Piano di intervento integrato di politiche attive per lo sviluppo e di coesione sociale", attraverso il quale rafforzare l'integrazione tra politica sociale, politiche economiche e del lavoro, in un quadro di sviluppo economico e sociale bilanciato e sostenibile.
Le politiche sociali non possono essere confinate in ambito settoriale, ma come già avviene per le politiche macroeconomiche vanno concepite secondo schemi coordinati in grado di produrre soluzioni per problematiche di tipo multi-dimensionale., nel quadro di una strategia globale.
L’investimento in nuove politiche di welfare in ambito locale e regionale si pone due fondamentali obiettivi tra loro complementari: da un lato, l’innalzamento dei livelli di qualità della vita, attraverso l'erogazione di servizi alla persona, azioni per la tutela dell’ambiente e del territorio, politiche di integrazione multi-culturale e di prevenzione del disagio, e, dall’altro, la promozione di una occupazione di qualità, attraverso la produzione di nuovo capitale sociale, la diffusione della conoscenza, nuovi investimenti nella conservazione dei luoghi, nella animazione e gestione del tempo libero.
La nuova Regione dovrà mettere in campo un moderno sistema di “governance sociale” che nasca da un nuovo modello delle relazioni fra gli attori operanti nel campo della promozione e realizzazione dei servizi sociali, impegnati nella scelta di nuovi strumenti e nuove pratiche orientate a:
a) promuovere sussidiarietà orizzontale riconoscendo ed incentivando il ruolo dei soggetti del terzo settore, del volontariato e dell’economia sociale negli ambiti della programmazione, organizzazione, gestione del sistema integrato dei servizi a sostegno delle fasce deboli della popolazione (handicap, tossicodipendenze, popolazione carceraria, disagio psichico);
b) introdurre politiche di coesione sociale rivolte agli individui e alle famiglie incentrate sulla solidarietà intergenerazionale e su azioni rivolte a favorire l’inclusione di soggetti e gruppi a rischio di esclusione sociale (minori, giovani, anziani, lavoratori espulsi dal circuito produttivo);
c) favorire l’integrazione multi-culturale dei cittadini immigrati, attraverso pratiche di inserimento professionale, scolastico e educativo per i migranti di seconda generazione;
d) destinare ad un uso sociale e di pubblica utilità le risorse e gli immobili sequestrati alla criminalità organizzata;
e) caratterizzare le politiche culturali e di animazione territoriale come uno strumento operativo di innalzamento di qualità della vita per i cittadini residenti;
f) promuovere un turismo sociale per la terza età;
g) coordinare e valorizzare la diffusa “rete del sociale” con l’obiettivo di implementare le relazioni e mettere a sistema l’offerta complessiva di servizi e azioni in campo sociale e solidaristico;
h) definire nuovi criteri pubblici e trasparenti per l’accreditamento del privato sociale nella erogazione di servizi con finalità pubbliche;
i) prefigurare architetture istituzionali e gestionali regionali congrue con le finalità di coordinamento e messa a sistema delle politiche di inclusione sociale nel quadro dello sviluppo complessivo della Calabria.
La Regione deve assegnare a questo modello di governance una importanza strategica, nella consapevolezza che lo sviluppo economico non può prescindere da un qualificato sistema integrato di welfare locale. La presenza di una forte comunità solidale, associata a un sistema caratterizzato da debole conflittualità sociale ed elevati livelli di benessere e di qualità della vita, diventa un fattore determinante per rendere competitivo il contesto territoriale ed attrarre maggiori investimenti di capitale umano e imprenditoriale.3.9 Il sistema della salute
Un Patto per la salute
Il sistema sanitario della Calabria rappresenta una grave emergenza sia dal punto di vista della salute, della prevenzione e della cura dei cittadini sia da quello delle politiche gestionali e di bilancio. Sul piano sociale le conseguenze sono gravissime: l’emigrazione sanitaria e la fuga verso i presidi sanitari di altre regioni, l’esistenza di una bassa qualità dei servizi per coloro che usufruiscono del sistema sanitario regionale, la spesa pubblica crescente che contribuisce ad appesantire e irrigidire le politiche di bilancio, una politica di sprechi accompagnati da episodi di clientelismo e, in alcuni casi, di malgoverno. Questa situazione mortifica le professionalità esistenti nelle strutture e nel territorio, non consente alcuna attività di ricerca e, in particolare, riduce ulteriormente il rapporto di credibilità e fiducia dei cittadini nei confronti del sistema sanitario regionale.
La riforme istituzionali, imperniate sulla cosiddetta devolution, con i contenuti imposti dalla Lega Nord, porterà ad una riduzione di strumenti e risorse finanziarie per il mantenimento anche degli attuali livelli di servizio e la Calabria, nel settore sanitario, potrà diventare un bacino di utenza per altre regioni.
La salute e il benessere dei cittadini sono elementi costitutivi irrinunciabili di una società moderna, giusta ed efficiente. La Calabria, per affrontare l’emergenza, ha bisogno di un “Patto per la salute” fondato sui principi della universalità dei diritti, dell’equità sociale, della solidarietà nei confronti dei ceti più deboli ed emarginati; un Patto che coinvolga i dirigenti, gli operatori sanitari, le varie professionalità esistenti nel settore, il volontariato, i cittadini e le organizzazioni che ne rappresentano e promuovono i bisogni; un Patto che abbia come prospettiva l’avvicinamento del servizio sanitario ai cittadini; un Patto che persegua politiche di bilancio sostenibili e la necessaria riduzione degli sprechi, senza intaccare il livello delle prestazioni sanitarie sia a livello di prevenzione che della cura. Promuovere un rapporto stabile tra il sistema sanitario regionale con le associazione dei malati e le organizzazione di volontariato, migliorare l’informazione e l’educazione alla salute nella scuola e nei luoghi di lavoro, promuovere l’adozione di comportamenti sani e coinvolgere i cittadini in forum sostenuti dalle istituzioni regionali sono aspetti costitutivi del “Patto per la salute”.
Un efficiente servizio sanitario regionale è anche un fattore che favorisce la creazione di un ambiente idoneo allo sviluppo economico. Il miglioramento dello stato di salute dei cittadini, la capacità di soddisfare bene e tempestivamente i loro bisogni, l’efficienza e l’equilibrio finanziario del sistema sono obiettivi e fattori che rendono migliore e più competitivo il territorio. Una corretta politica per la salute investe settori e comparti come le politiche ambientali ed energetiche, la scuola e la formazione, l’agricoltura ed il sistema produttivo. Questi principi sono stati sanciti dal Programma di Azione Comunitario della sanità pubblica 2003-2008 e devono essere a base del processo di revisione dell’attuale piano regionale per la salute 2004-2006.Riorganizzare le strutture del Servizio sanitario regionale
Il Sistema sanitario regionale deve garantire una distinzione tra compiti di programmazione e funzioni gestionali, con l’attribuzione alla Regione dei compiti di programmazione, allocazione delle risorse, controllo del sistema e introduzione di criteri di autonomia, efficienza e produttività nelle gestioni aziendali. In questa ottica, è indispensabile coordinare tutta la produzione legislativa in materia sanitaria; mantenere e potenziare un governo unitario del sistema, dalla rete ospedaliera al territorio, al fine di consentire un’offerta sanitaria articolata ed integrata e di ridurre il ricorso al ricovero ospedaliero. Vanno altresì perseguiti rapporti di collaborazione con le Università, il CNR ed altri enti di ricerca; va riorganizzato il Dipartimento sia con la possibile strutturazione di un’Agenzia regionale per i servizi sanitari e la realizzazione di un moderno sistema di comunicazione digitale.
Il Sistema sanitario regionale deve garantire i livelli essenziali di assistenza per tutti i cittadini. Perché ciò avvenga è indispensabile acquisire le risorse finanziarie e manageriali necessarie, organizzare in modo efficiente l'intera filiera settoriale (dalle attività di prevenzione alle cure primarie, all’integrazione dei servizi, all’attività dei centri di eccellenza), ripensare gli attuali livelli di contribuzione e di ticket a carico dei cittadini. In tale direzione occorre articolare le attività di assistenza e cura attraverso un processo di integrazione operativa e funzionale tra Distretto sanitario, la Rete ospedaliera e i Centri di eccellenza. In particolare, è necessario:
a) potenziare il ruolo del Distretto sanitario come fulcro dell’intero sistema. Il Distretto è il primo luogo d’incontro tra il cittadino e la sanità, la struttura abilitata, anche in rapporto agli operatori privati, a fornire le prestazioni che non richiedono la cura ospedaliera. In particolare, adotta i percorsi diagnostici e terapeutici e, quindi, può diventare determinante nella definizione della cura e nella riduzione degli sprechi;
b) che il Distretto diventi il canale di collegamento per il ricovero ospedaliero. Per questo la rete regionale deve garantire una adeguata diffusione territoriale, un numero di posti letto conforme agli standard nazionali e un processo di revisione che non preveda chiusure dei piccoli ospedali senza un’ipotesi di riconversione o di nuove strutture alternative in grado di garantire i servizi;
c) che le Aziende ospedaliere dovranno affrontare le emergenze, le alte specialità e le eccellenze. In tal senso vanno combattuti processi di decadenza in alcune strutture e comparti e consolidare ed estendere esperienze avanzate in atto nelle aziende ospedaliere regionali.
All’interno di tale processo di riorganizzazione e di specificazione delle funzioni si colloca una politica di equilibrati rapporti tra gli operatori pubblici e privati accreditati. L’obiettivo congiunto deve essere quello di cooperare per ottenere, nel prossimo quinquennio, una sensibile riduzione del tasso di migrazione sanitaria attraverso scelte differenziate in grado di coinvolgere il complesso del sistema sanitario regionale.
Le attività sanitarie si devono svolgere in edifici adeguati e funzionali, dotati di opportune tecnologie e strumentazione tecnica. La Calabria è la regione italiana con i maggiori ritardi nel rinnovamento del patrimonio immobiliare e delle apparecchiature, nonché la regione che utilizza poco e male le risorse finanziarie esistenti come, ad esempio, quelle derivanti dal Piano straordinario per l’edilizia sanitaria. Una sanità di qualità non può prescindere da un miglioramento sostanziale dell’edilizia sanitaria, delle tecnologie e delle attrezzature con l’obiettivo di ottimizzare il ruolo delle professionalità esistenti e potenziali.Politiche di bilancio oculate
Accanto all’obiettivo strategico di curare i calabresi in Calabria, con conseguente risparmio di costi sociali ed anche finanziari, il servizio sanitario regionale ha bisogno di misure per la razionalizzazione ed il controllo della spesa.
In tale direzione non sono più rinviabili scelte di eliminazione di sprechi e di più puntuale finalizzazione delle risorse: il prezziario unico per l’acquisizione di beni e servizi, il prontuario farmaceutico da costruire con adeguate competenze scientifiche e in rapporto agli operatori, misure per la unificazione delle procedure di acquisto in particolare per alcuni beni e servizi rilevanti, forme di incentivazione in grado di aumentare le prestazioni ed abbattere i costi di gestione.3.10 Il sistema della qualità
La qualità come strada obbligata per la competitività
Il sistema produttivo regionale appare caratterizzato da una altissima presenza di imprese di dimensioni molto contenute e dal loro operare in maniera isolata, al di fuori cioè di logiche di cooperazione e di rete. Tale specificità dell’assetto strutturale della stragrande maggioranza delle imprese, in tutti i settori, costituisce una patologia grave del sistema produttivo regionale, poiché è tale da precludere loro la possibilità di competere sui mercati dei beni relativamente indifferenziati, dove il prezzo, e quindi la competitività dei costi di produzione, costituisce la determinante di gran lunga più rilevante nella capacità di acquisire e mantenere quote di mercato. Non solo, ma mentre altrove i processi di aggiustamento strutturale hanno fatto sì che nel tempo le dimensioni medie delle imprese siano cresciute rapidamente, in Calabria tale crescita è stata di gran lunga minore o, come nel caso dell’agricoltura negli anni più recenti, si è addirittura assistito ad una riduzione delle già assai contenute dimensioni medie aziendali.
Le imprese di dimensioni medio-grandi definiscono le loro strategie competitive potendo scegliere se puntare a privilegiare la riduzione dei costi unitari di produzione - caratterizzando quindi agli occhi dei consumatori la propria produzione per la sua convenienza rispetto a quella di prodotti sostanzialmente simili tra loro - o se, invece, puntare a privilegiare la qualità del prodotto - caratterizzandolo agli occhi dei consumatori per il suo essere significativamente diverso e migliore rispetto agli altri disponibili in grado di soddisfare la stessa domanda.
In un sistema produttivo come quello calabrese, quindi, per la stragrande maggioranza delle imprese la scelta di puntare su produzioni di qualità, non costituisce una scelta tra opzioni diverse, ma la strada obbligata su cui incamminarsi per identificare strategie di sopravvivenza e di crescita.
Puntare sulla qualità come "la" variabile competitiva strategica vuol dire migliorare la capacità di ciascuna impresa di soddisfare a costi adeguati la domanda espressa da un segmento specifico di consumatori interessati ad una particolare caratterizzazione qualitativa, appunto, del prodotto o del servizio. Non di una qualità generica, quindi, si tratta, ma di qualità specifiche, che, in generale, possono essere diverse da impresa ad impresa, definite a partire da due elementi cruciali: le qualità che i diversi segmenti di mercato chiedono e le qualità che, data la sua struttura e la sua dotazione di risorse, la singola impresa è in grado di produrre a costi tali da rendere il prodotto o il servizio potenzialmente “appetibile” per i consumatori di quel segmento di mercato specifico.
Un sistema della qualità in Calabria non è un obiettivo troppo ambizioso. Fare qualità ed essere innovativi in Calabria è possibile, lo testimoniano le imprese leader agricole, artigianali, agro-industriali e dei servizi il cui successo è basato su strategie che, guardando al mercato, hanno coerentemente puntato nel tempo sulla qualità dei prodotti e sull’investimento in innovazione.Gli elementi di una strategia a sostegno del sistema della qualità
Aiutare il consolidarsi di un sistema della qualità vuol dire aiutare le imprese, o aggregazioni di imprese, a produrre prodotti e servizi quanto più vicini possibile allo specifico target di qualità prescelto, ed a farlo a costi contenuti. Nel concreto, ciò vuol dire aiutare le imprese agricole ed agro-industriali calabresi a produrre meglio, a produrre in maggiori quantità ed a collocare in maniera efficace sui mercati prodotti fortemente differenziati sulla base della tipicità tradizionale legata al territorio, prodotti dell’agricoltura biologica, e prodotti a denominazione di origine ed ad indicazione geografica protetta; ma, accanto a questi, anche prodotti, meno differenziati, ma che siano in grado di soddisfare i sempre più stringenti e selettivi standard minimi di qualità imposti alle imprese produttrici dalla grande distribuzione organizzata, in termini, non solo di caratteristiche del prodotto in sé, ma anche dei servizi da fornire assieme a questo.
La centralità dell'innovazione
E’ necessario puntare sulla qualità non come valore in sé, ma come variabile competitiva tanto delle singole imprese che dei sistemi produttivi della regione (di quelli locali come di quelli settoriali) e, quindi, puntare sulla produzione di beni che il consumatore possa identificare come diversi e migliori dagli altri tra i quali potrà scegliere, vuol dire porre l’innovazione al centro. Produrre beni e servizi di qualità migliore rispetto ad altri vuol dire produrre beni e servizi che abbiano almeno una caratteristica che gli altri prodotti non hanno, vuol dire produrre beni e servizi innovativi. E’ necessario realizzare azioni che facciano aumentare in maniera consistente l’offerta di innovazioni calibrate rispetto alle esigenze delle imprese e, facilitando il dialogo tra queste ed il mondo della ricerca, rendano possibile la definizione da parte del sistema delle imprese calabresi di strategie centrate sull’adozione di innovazioni, relative tanto ai processi che ai beni e servizi prodotti.
Quando piccolo non è bello
Le ridotte dimensioni della stragrande maggioranza delle imprese calabresi costituiscono un vincolo insormontabile per il perseguimento di strategie competitive prevalentemente basate sul contenimento dei costi di produzione. Peraltro, le ridotte dimensioni aziendali costituiscono un ostacolo anche per l’efficace perseguimento di strategie basate sulla qualità dei prodotti: produrre (e saper vendere) qualità presuppone una dotazione di fattori e capacità manageriali ed imprenditoriali che non sono proprie delle microimprese. Puntare sulla qualità dei prodotti implica, quindi, anche sostenere con forza le strategie di espansione delle dimensioni delle imprese, tanto di quelle in grado, crescendo, di posizionarsi in maniera competitiva sul proprio segmento di mercato di riferimento, tanto di quelle che nel panorama regionale appaiono già medio-grandi, consentendo loro di mantenere ed espandere i margini competitivi di cui godono. Lo sforzo di aiutare le imprese a raggiungere rendimenti di scala adeguati nell’ambito di strategie che puntano prioritariamente alla caratterizzazione qualitativa dei prodotti e dei servizi, va perseguito anche attraverso azioni efficaci che incentivino fortemente la creazione di iniziative di cooperazione e di reti tra le imprese, consentendo a queste ultime, per questa via, di recuperare almeno parte dei margini competitivi propri dell’operare ad un livello di scala più ampio che, individualmente, non sono in grado di raggiungere.
Qualità del prodotto, qualità dell’ambiente, qualità della vita
Una fetta significativa della produzione regionale è legata alle produzioni agricole ed agro-industriali. In questo ultimo comparto, che pure nelle sue componenti più dinamiche è stato interessato da processi rilevanti di trasformazione e modernizzazione guidati da strategie basate sulla qualità, esistono consistenti margini per una crescita della produzione, dell’occupazione e dei redditi. Tra le qualità richieste da quote sempre più consistenti di consumatori ve ne sono due particolarmente rilevanti per le opportunità che aprono per il comparto agro-alimentare calabrese: le qualità legate alla domanda di sicurezza sulla salubrità degli alimenti e le qualità legate alla differenziazione dei prodotti legata alla loro origine, al loro legame con un territorio specifico. In un quadro caratterizzato da un forte calo della fiducia dei consumatori nella salubrità degli alimenti e dall’emergere in altre aree di gravi problemi di inquinamento delle risorse naturali come risultato dell’abnorme intensificazione delle pratiche produttive agricole, una scelta strategica a sostegno delle strategie di consolidamento e sviluppo delle produzioni agro-alimentari calabresi come produzioni di qualità è quella per “un’agricoltura amica dell’ambiente e dell’uomo”. Non si tratta soltanto di una scelta dettata dalla volontà di garantire alle generazioni future risorse naturali adeguate, in qualità e quantità, ma anche di una scelta dettata dalle convenienze. Tale scelta, infatti, costituisce una scelta cruciale per sostenere in maniera efficace le strategie delle imprese centrate sull’espansione di produzioni “di qualità” in grado di differenziarsi agli occhi dei consumatori perchè legate a processi di produzione “tradizionali”, “sane” e a più basso rischio per la salute rispetto a quelle di altre zone. Una scelta che deve tradursi non solo nell’adozione di estese azioni a sostegno della diffusione di pratiche rispettose dell’ambiente - quali quelle proprie dell’agricoltura biologica e dell’agricoltura che pratica la “lotta integrata” - ma anche nella conferma senza ambiguità della scelta di mettere al bando sull’intero territorio regionale la produzione di beni agricoli contenenti organismi modificati geneticamente.
Evidenti sono le implicazioni positive di una scelta decisa per un’agricoltura che si caratterizza per essere “amica dell’ambiente e dell’uomo” con quelle che puntano al miglioramento della qualità della nostra vita attraverso il miglioramento dell’ambiente in cui viviamo e le fortissime sinergie con le strategie che puntano ad una più piena valorizzazione turistica delle risorse della Calabria.Qualità dei prodotti, qualità dei territori
La consapevolezza delle convenienze economiche che derivano dalla costruzione e dalla valorizzazione dei legami funzionali tra prodotti, reti di imprese ed i territori specifici cui i primi e le seconde sono legati è ormai diffusa. Un prodotto di successo (agro- alimentare o artigianale) la cui qualità appare legata ad un territorio specifico contribuisce a creare un’immagine positiva di quel territorio al di fuori di esso; l’esistenza di un gruppo di imprese di successo legate alla produzione di un prodotto o servizio specifico contribuisce ad elevare la reputazione dell’ambiente produttivo locale nel suo insieme, una reputazione che costituisce un capitale di cui beneficeranno tutte le imprese di quel territorio. Le azioni pubbliche a sostegno delle strategie imprenditoriali che puntano sulla qualità dei prodotti legate al territorio dovranno concretizzarsi in interventi settoriali specifici coerenti con le strategie più ampie di sviluppo locale, puntando anche alla costruzione ed al rafforzamento di un’identità locale attorno a quel prodotto di qualità che possa essa stessa essere leva per la valorizzazione economica di altri prodotti come delle risorse naturali, archeologiche, artistiche, e culturali dell’area.
L’esempio dell’agro-alimentare
La strategia per sostenere i processi di rafforzamento di un sistema della qualità si concretizza necessariamente in azioni di natura trasversale ed in azioni specifiche settoriali. Le azioni di natura trasversale sono relative al sostegno della crescita di offerta di innovazioni adeguate ed alla creazione di meccanismi efficaci di confronto e scambio di informazioni tra chi produce innovazioni e le imprese. Vengono individuate cinque azioni settoriali prioritarie, in cui potrebbe concretizzarsi la strategia per il rafforzamento del sistema della qualità in un comparto regionale specifico, quello agro- alimentare (l’agricoltura e le imprese agro-industriali).
La prima azione è quella a sostegno della produzione dell’innovazione e della diffusione dell’informazione sulle innovazioni tra le imprese. L’innovazione è la variabile competitiva strategica delle imprese agricole ed agro-industriali; lo sanno bene le imprese leader regionali, che hanno costruito nel tempo, e difendono oggi, la loro capacità competitiva proprio puntando sull’innovazione. L’innovazione deve interessare tutti i nodi delle filiere dei prodotti: dalla produzione in azienda alle fasi di concentrazione, manipolazione e confezionamento, alla vendita diretta, alla distribuzione commerciale, alle fasi della trasformazione industriale, al marketing. Per quanto riguarda le azioni specifiche necessarie alla diffusione di innovazione tecnologica nelle aziende agricole, che costituisce l’anello della filiera più difficile da aggredire in una strategia di diffusione di innovazione, è necessario ridisegnare l’insieme delle attività legate alla ricerca, alla sperimentazione ed al trasferimento delle innovazioni alle imprese, “mettendo a sistema” e, ove possibile, integrando funzionalmente, queste tre aree di attività, coinvolgendo di più le imprese nella definizione delle priorità e nella realizzazione delle attività di sperimentazione e divulgazione, e innovando l’assetto istituzionale ed organizzativo delle attività di divulgazione. In questo contesto non appare più eludibile la trasformazione dell’ARSSA, con il trasferimento di strutture, competenze e personale di questa, a seconda dei casi, ad Agenzie più snelle, alla Regione, ad altri Enti pubblici o ad imprese e consorzi di imprese interessate a rilevare alcune delle sue attività.
Una seconda azione è quella a sostegno degli interventi delle imprese per il miglioramento della qualità dei loro prodotti, nell’accezione indicata sopra, intesa cioè come la capacità delle imprese di soddisfare a costi adeguati la domanda espressa da un segmento specifico di acquirenti interessati ad una particolare caratterizzazione qualitativa, appunto, del prodotto. Questa azione, peraltro, dovrà incentivare investimenti nelle singole aziende, ma essere basata esclusivamente sulla progettazione e realizzazione di interventi di natura integrata, che intervengano, nell’ambito di un unico disegno e di un’azione concertata tra i diversi soggetti coinvolti, sui punti critici nelle diverse imprese attive lungo l’intera filiera del prodotto.
La terza azione è quella a sostegno di una più efficace valorizzazione commerciale delle produzioni agro-alimentari regionali. Si tratta in questo caso di aiutare ed incentivare la concentrazione dell’offerta, centrata su iniziative cooperative o associative; di incentivare le reti di cooperazione tra le imprese volte alla riduzione dei costi o all’aumento dell’efficacia delle azioni realizzate; di perseguire un’espansione ed un ispessimento delle attività di trasformazione industriale delle produzioni agricole, in grado di aumentare significativamente la valorizzazione all’interno della regione delle sue produzioni agricole (basti pensare alle prospettive aperte dalla recente riforma delle politiche comunitarie per una efficace valorizzazione commerciale dell’olio d’oliva calabrese di qualità); di sostenere la creazione, la gestione e l’efficace valorizzazione commerciale di marchi collettivi di qualità; di incentivare strategie di promozione commerciale innovative (comprese modalità nuove di vendita diretta per le imprese di dimensioni medio-piccole, incluso l’e-commerce), sia collettive che da parte di imprese e di aggregazioni di imprese.
Le dimensioni fisiche della stragrande maggioranza delle aziende agricole calabresi è tale da tagliarle fuori da qualsiasi ipotesi di trasformazione aziendale in grado di garantire costi di produzione compatibili con i prezzi di mercato, associati al miglioramento tanto della qualità delle produzioni che della capacità delle imprese di commercializzarle adeguatamente. Una quarta area di azione prioritaria delle politiche regionali è quindi quella relativa ad un deciso intervento sui meccanismi che regolano il mercato fondiario con l’introduzione di incentivi finanziari innovativi ed efficaci, tali da consentire una forte crescita del numero delle imprese agricole calabresi di dimensioni adeguate, in grado di garantire piena occupazione ed un reddito dignitoso ad almeno un membro della famiglia.
L’apparato amministrativo regionale legato alle politiche per l’agricoltura e lo sviluppo rurale appare oggi assolutamente inadeguato a svolgere i compiti che gli sono affidati. Nelle condizioni in cui versa oggi l’amministrazione regionale delle politiche agricole e per lo sviluppo rurale non è possibile pensare di poter progettare e realizzare politiche in maniera efficace. Ciò costituisce uno svantaggio competitivo rilevante per il sistema delle imprese agricole ed agro-alimentari regionali rispetto a quelle situate in contesti in cui l’amministrazione pubblica funziona. La quinta azione ha quindi come obiettivo il deciso miglioramento della qualità della macchina amministrativa regionale in agricoltura, in modo da metterla in condizione, in un arco di tempo ragionevole, non solo di implementare politiche in maniera efficiente, ma anche di svolgere con efficacia il ruolo che sempre più le è attribuito di progettare politiche adeguate alle specifiche domande regionali e sub-regionali, senza più demandare a competenze esterne ruoli strategici che le sono propri. Si tratta di realizzare uno studio organizzativo sull’assetto attuale e quello auspicato dell’amministrazione regionale in agricoltura e procedere poi speditamente ad una sua riorganizzazione funzionale, che la restituisca istituzionalmente rinnovata e adeguatamente rinforzata in competenze e mezzi.3.11 Il sistema amministrativo
Recuperare efficienza e funzionalità
Il sistema amministrativo calabrese è tra i più inefficienti e meno innovativi del Paese. Le amministrazioni calabresi mostrano ritardi evidenti su tutti i temi relativi all’innovazione del sistema pubblico: sintonia culturale con le trasformazioni socio- economiche in corso, percezione del nuovo ruolo delle amministrazioni pubbliche a sostegno dello sviluppo economico territoriale, miglioramento dell’efficienza e della qualità dei servizi, adozione di pratiche innovative di gestione e organizzazione degli uffici, orientamento dei processi amministrativi all’Information Communication Technology, valorizzazione del personale pubblico, processi partecipativi nella costruzione delle politiche regionali, politiche di comunicazione e dialogo con i cittadini. A ciò si aggiungono atteggiamenti culturali, diffusi e generalizzati, di sfiducia verso le istituzioni e di insufficiente percezione della centralità dell’etica pubblica nel governo delle istituzioni. In tale contesto, il sistema pubblico calabrese rischia di essere uno degli ostacoli strutturali allo sviluppo, proprio mentre, al contrario, il suo ruolo è unanimemente considerato centrale nella costruzione e nell’implementazione delle politiche di crescita. E’ chiaro, quindi, che qualsiasi opzione sullo sviluppo regionale non può che misurarsi anche con il sistema delle amministrazioni pubbliche e con le sue criticità.
Riorganizzare la macchina organizzativa della Regione
E’ necessaria una radicale messa a punto del sistema amministrativo dell’Ente regionale attraverso la riorganizzazione delle strutture e delle procedure amministrative secondo almeno tre linee di azione:
a) funzionalità: ovvero rendere la macchina amministrativa coerente con i suoi obiettivi:innovazione del sistema organizzativo, ridefinizione delle missioni degli uffici, introduzione di sistemi ICT, attivazione di competenze nuove, gestione secondo logiche "new public", riorganizzazione dei processi amministrativi e decisionali;
b) efficienza: politiche di spesa, politiche del personale, utilizzazione virtuosa delle risorse, gestione efficace delle competenze, attivazione di funzioni performance oriented, logiche incentivazione ai risultati;
c) responsabilità: separazione delle funzioni politica/amministrazione, ruolo del "new public management", "accountability", un più articolato sistema dei controlli, trasparenza, comunicazione;
Inoltre, occorre rendere più sintonico il sistema amministrativo regionale con il fabbisogno organizzativo della programmazione e della gestione dei programmi di sviluppo. In applicazione dei principi di sussidiarietà e di adeguatezza sanciti dalla Carta Costituzionale, dovrà emergere, come esito di un processo di ridimensionamento delle sue funzioni di amministrazione attiva, diretta e indiretta, il ruolo della Regione quale ente di programmazione, di indirizzo e di controllo. Sarà insomma necessaria la riorganizzazione dell’intera amministrazione a più livelli, attraverso un nuovo modello organizzativo calibrato in funzione della realizzazione dei programmi e degli obiettivi.
Conseguentemente, si dovrà riformare l’intero sistema degli apparati strumentali regionali secondo regole e principi di economicità e di efficacia e dovrà essere immediatamente avviata la riforma degli Enti regionali partecipati, tramite accorpamento, soppressione o modifica degli stessi. Tutto il sistema dovrà essere orientato a ricondurre l’apparato regionale ad una reale coerenza organizzativa con le funzioni di programmazione, indirizzo e controllo.Coinvolgere i cittadini nella definizione delle politiche regionali
La regione sconta una generalizzata sfiducia dei cittadini verso le istituzioni. Bisogna aumentare il livello di condivisione delle politiche regionali, elevare il livello di riconoscimento del ruolo delle istituzioni in modo da aumentare la fiducia dei cittadini nelle politiche pubbliche. E’ necessario promuovere azioni finalizzate ad una maggiore trasparenza amministrativa, semplificare e favorire l’accesso alle informazioni sulle politiche regionali e, infine, attivare un piano di comunicazione di legislatura orientato ad avvicinare i cittadini e le imprese alle istituzioni regionali. Occorre far percepire la Regione non come entità astratta ma come soggetto aperto e dialogante. Bisogna migliorare la comunicazione orizzontale (verso la società) e verticale (tra i diversi livelli istituzionali).
Un Piano per la governance regionale
Occorre costruire e attivare, in una scala di priorità calibrata sulle esigenze di innovazione e di efficacia dell’azione pubblica, un sistema integrato di interventi a sostegno all’innovazione organizzativa e gestionale delle Amministrazioni locali.
Le azioni di primo livello devono essere indirizzate alle innovazioni nei contesti considerati più utili ai processi di crescita economica e quindi essere graduati sulla base di priorità strategiche regionali, evitando così distribuzioni a pioggia. Le innovazioni devono essere finalizzate al soddisfacimento dei bisogni degli attori portatori degli interessi collettivi più rilevanti: le pubbliche amministrazioni e il sistema pubblico regionale, il cittadino-utente, le imprese. Bisognerà sostenere, secondo modelli premiali, i processi innovativi degli Enti locali finalizzati al miglioramento della qualità ed efficacia dei servizi esistenti, all’introduzione di sistemi ICT, all’outsourcing nei servizi, alla flessibilità organizzativa, all’eliminazione di attività inutili o a scarso valore aggiunto, all’integrazione orizzontale e verticale all'interno delle singole amministrazioni e tra esse, all’introduzione di sostanziali economie e ottimizzazioni nell'uso delle risorse, alla riqualificazione del personale e al suo riorientamento verso attività a maggiore valore aggiunto.
Le azioni di secondo livello dovrebbero avere invece vocazione generalista, in modo da consentire a tutte le amministrazioni un “vocabolario minimo” sull’innovazione del sistema pubblico, sugli scenari regionali, perseguendo una vera e diffusa neo- alfabetizzazione dei contesti pubblici locali rivolta a:
a) sostenere l’adozione di modelli di cooperazione inter-istituzionale. Incentivare, in particolare nei Comuni più piccoli, forme e pratiche associative, di gestione in forma associata settori, uffici, servizi, acquisizione di culture della cooperazione secondo modelli reticolari, rispondendo così al bisogno di mantenere economie di scala e quindi costi accettabili per i servizi senza però perdere la specificità locale;
b) sostenere e incentivare le buone pratiche e la valorizzazione delle componenti più dinamiche e innovatrici, facendo acquisire alla competitività tra sistemi territoriali una valenza positiva. Sostenere il benchmarking e il riuso delle esperienze, costruire una "Banca regionale delle buone prassi" con compiti di diffusione sul territorio delle migliori esperienze regionali e nazionali. Facilitare in dialogo con amministrazioni virtuose di altre regioni, lo scambio di esperienze;
c) sviluppare la creazione di reti informative territoriali che interfaccino tra di loro le Amministrazioni locali facilitando ed accrescendo la capacità di fare sistema e di trasferimento di conoscenza. Creare reti informative verticali che interfaccino le Amministrazioni locali con le reti globali e accrescano la capacità dei sistemi locali di costruire relazioni non gerarchiche con realtà territoriali e amministrative esterne;
d) Aumentare la semplificazione procedurale e lo snellimento del rapporto tra imprese e Pubblica amministrazione. La riduzione degli oneri per le imprese è una della priorità nella strategia regionale per lo sviluppo delle attività produttive. Occorre promuovere, come politica regionale di grande impatto, la semplificazione delle procedure autorizzatorie per la creazione di imprese, ridurre i livelli di intermediazione burocratica, sviluppare canali informativi dedicati, concentrare le attività procedurali, ridurre i soggetti del procedimento amministrativo, imputare le responsabilità procedimentali. Parimenti, occorre rilanciare la rete degli sportelli unici regionali, sviluppare reti dialoganti con le camere di commercio, il sistema produttivo, le amministrazioni pubbliche, gli attori sociali e, infine, migliorare la qualità della regolazione regionale e sub-regionale;
e) sviluppare un’azione di delegificazione e di coordinamento legislativo. Si tratta di eliminare leggi inutili o sovrapposte, di organizzazione testi unici in alcuni comparti omogenei (territorio, sanità, trasporti, …) ed una revisione dei regolamenti per la definizione di un corretto ed efficace rapporto tra Giunta e Consiglio regionale;
f) realizzare un "Piano per la legalità e la sicurezza". Bisogna collocare al centro dell'azione di governo regionale i temi dell’etica pubblica nel governo delle istituzioni. Rilanciare il tema della legalità dell’azione amministrativa e nel contempo promuovere a tutti i livelli un piano regionale per la sicurezza dei cittadini e delle imprese. Promuovere nelle scuole, nei luoghi di lavoro, nelle istituzioni, nella società civile un sistema di azioni positive a favore della legalità e della sicurezza come opzioni strategiche per il rilancio economico della regione.3.12 Il sistema delle identità
Lo stato dei fatti: identità come chiusura
La percezione di sé che hanno i calabresi è profondamente condizionata da uno stereotipo identitario costruito nel corso di un lunghissimo periodo, che tende complessivamente a resistere, pur nel quadro dei cambiamenti radicali che la modernizzazione ha indotto nei costumi e nei modi di vita. Secondo questo stereotipo, il calabrese è portatore di una “identità chiusa”, arroccata su se stessa, determinata da fattori di isolamento geografico fortissimi, che hanno finito con il tramutarsi in elementi del “carattere”. L’isolamento e la distanza sono diventate così le parole chiave di una separatezza dal resto del mondo che, proclamata e sostenuta da larga parte del giudizio comune che sulla Calabria si è addensata dall’esterno, ha finito con il trasformarsi in una orgogliosa rivendicazione da parte degli stessi calabresi.
I tratti caratteristici dell’identità del calabrese, così come ci sono tramandati da una lunga tradizione, sono facilmente riassumibili: carattere chiuso e taciturno, familiarismo, difesa dei valori tradizionali, senso dell’onore, scarsa propensione alla socialità e ai contatti con i mondi esterni. Si tratta di elementi che sono tutti direttamente desunti dal nucleo essenziale di una particolare asperità del territorio, di una sua impenetrabilità fisica, che diventa anche una sorta di insuperabile separatezza, una estraneità al resto del mondo. Poco importa se alcuni di questi tratti sono in diretta e assoluta contraddizione con la storia concreta (antica e recente) delle popolazioni della nostra regione: poco importa se – specie in età contemporanea – la storia della Calabria è stata caratterizzata da una fortissima propensione alla mobilità sociale e territoriale, da una continua contaminazione coi mondi esterni (basti pensare all’intensità dei fenomeni migratori), o da un impatto con l’innovazione che è stato radicale – e per certi versi violento – quanto e forse più che in altri contesti. Se tutto il Mezzogiorno d’Italia continua ad essere percepito come una realtà ancora in qualche modo separata e negativa rispetto al resto del Paese, la Calabria è di certo il Mezzogiorno più Mezzogiorno di tutti, la realtà percepita come più ferma e distante, il luogo deputato dell’arretratezza e della difficoltà dello sviluppo.
La tentazione dei calabresi, accarezzata da una lunga storia delle classi dirigenti locali, è di fare di questo stereotipo un’arma per poter rivendicare tutto un insieme di provvidenze e aiuti, in un circolo vizioso in cui lo stereotipo tende ad accrescersi ad ogni passaggio.
Ogni identità tende a definire i tratti caratteristici, proponendoli come differenze diffuse e riconoscibili. Ma l’identità del calabrese, così come oggi si presenta, finisce per essere qualcosa di più forte e pericolosamente negativo: un vincolo di alterità che giustifica e legittima una specie di “eccezione”. Quello che vale per gli altri, in questo pregiudizio, non varrebbe per i calabresi, che sarebbero dunque irrimediabilmente “diversi”.La prospettiva: una identità aperta
Naturalmente esistono elementi che legittimano una percezione così negativa. Ma quello che conta è che essi sono oggi amplificati e irrigiditi da un sistema identitario che li difende e li propugna. Si tratta di invertire esattamente questo sistema. Innanzitutto mostrandone l’erroneità, e facendo emergere al contrario tutti quegli elementi di propensione alla innovazione, alla mobilità, all’apertura al mondo che sono tratti altrettanto presenti nella storia e nelle vocazioni della nostra regione. La prima idea da contrastare è quella dell’"arroccamento". Paesi e città chiusi, nascosti alla vista, irraggiungibili e dunque inespugnabili. Luoghi che "si difendono", sembrerebbe di poter dire, indipendentemente dalla natura e dalle caratteristiche dei presunti “attaccanti”. La seconda è quella del mare ostile, che condannerebbe una regione praticamente quasi del tutto circondata da acque ad un invincibile isolamento. La terza è quella di una "società tradizionale", chiusa ad ogni innovazione, innanzitutto nei modelli stessi di relazione sociale, e in primo luogo nel nucleo originario, rappresentato dalla famiglia.
L’idea di forza da contrapporre, che è il contrario dell’identità chiusa, deve basarsi sulla sottolineatura della "mobilità", come fattore storico, come vocazione, e come potenzialità. La Calabria è stata in molti periodi della sua storia e – quel che più conta – può e deve tornare ad essere, al centro di forti flussi di mobilità, sia interni che esterni.
La sua stessa posizione geografica legittima e giustifica questa riconquista della mobilità: una mobilità che in tutta la storia dei calabresi si è innanzitutto instaurata nella testa delle persone, è diventata modo di essere e di concepirsi. E’ come se i calabresi sapessero che per tenere il bandolo della propria identità, per fare funzionare la loro stessa appartenenza, bisogna continuamente metterla alla prova, mandarla “in trasferta” farla interloquire con il resto del mondo.Alcuni punti di forza possibili per costruire la nuova identità
Questa mobilità mentale può essere un enorme vantaggio in un’epoca che conosce il grande salto tecnologico della virtualizzazione. Gli scenari della rete si prestano in particolar modo a una regione come la nostra, che non dispone di una statica definizione di gerarchie territoriali prefissate. Naturalmente, la mobilità virtuale deve accompagnare una nuova propensione alla mobilità materiale di persone e di cose. Gioia Tauro, in questo senso, è una realtà materiale e simbolica di cui si tratta di accrescere ulteriormente il peso.
L’altro carattere strettamente connesso all’idea della mobilità è quello di una regione “giovane”, di sicuro anagraficamente più giovane di tante altre aree del paese. Anche questo elemento può contribuire alla definizione di una percezione identitaria positiva, giacché pone in evidenza un elemento in controtendenza rispetto ad altre aree del paese.
Infine, un’altra grande “riserva identitaria” è rappresentata dalle donne calabresi. Le donne sono il più grande potenziale di una regione ad altissimo potenziale come la Calabria. Sotto l’azione positiva di opportune politiche, questo potenziale si può sbloccare e rendere disponibile una straordinaria forza d’urto innovativa di una identità regionale costruita non sulle quote, non su garanzie precostituite, ma sulla effettiva messa in circuito di intelligenze, di energie e risorse declinabili al femminile. Non si tratta soltanto di apprestare le opportune politiche per l’occupazione femminile, che pure sono essenziali. Né solo di dotare la Calabria di quegli indispensabili servizi a sostegno della famiglia che tradizionalmente le mancano. Si tratta di riconoscere alla metà femminile della Calabria il fatto di essere, già oggi, il collante più forte di questa nuova, possibile identità aperta. Così come dell’identità chiusa e negativa è parte integrante la mortificazione subalterna delle donne, allo stesso modo è parte centrale dell’identità aperta l’idea di una particolare qualità femminile. La centralità delle donne, la loro fluida affermazione in un contesto di rilancio dell’intera regione, è parte integrante della nuova identità aperta di cui la Calabria ha bisogno.4. IL QUADRO DELLE OPPORTUNITÀ ISTITUZIONALI E FINANZIARIE
4.1 Intrecciare quantità e qualità
Il disegno di sviluppo economico e sociale tratteggiato in questo Programma implica un utilizzo pieno e finalizzato del complesso delle opportunità istituzionali e finanziarie disponibili per la Calabria su base regionale, nazionale e comunitaria. Le giunte di centrodestra hanno sprecato in questi anni innumerevoli occasioni per la nostra regione. La Calabria non può più consentirsi questo lusso. Al contrario, è necessario che la Regione sappia intercettare e selezionare l'insieme delle occasioni utili per lo sviluppo economico, la modernizzazione civile e il benessere pubblico.
Non si tratta banalmente soltanto di intercettare nuove risorse finanziarie, di perseguire una strategia di mero drenaggio di flussi finanziari nazionali e comunitari. La Calabria ha certamente bisogno di nuove e consistenti risorse finanziare pubbliche. Non è questo il problema. La questione vera è disporre delle risorse giuste, è la qualità dei trasferimenti, la loro destinazione funzionale. L'esperienza storica insegna che non basta la semplice disponibilità di risorse finanziarie, anche ingenti, per avviare lo sviluppo economico e perseguire qualità sociale. La Calabria, al pari delle altre regioni in ritardo di sviluppo italiane ed europee, ha beneficiato in questi anni di consistenti finanziamenti pubblici, ciò nonostante la regione non ha migliorato le sue performance di crescita economica e di benessere collettivo, tantomeno è riuscita a ridurre il divario nei confronti delle aree più avanzate. Le risorse finanziarie, se utilizzate male, possono addirittura aggravare la condizione di ritardo e di dipendenza economica, riproducendo equilibri di bassa crescita e di sottosviluppo. I trasferimenti esterni infatti se indirizzati prioritariamente a sostenere i redditi dei residenti e non la crescita autonoma delle imprese regionali e dei beni pubblici, finiscono fatalmente per aumentare le importazioni di beni e prodotti extraregionali e contemporaneamente deprimere le potenzialità di sviluppo locale. Ai fini dello sviluppo conta soprattutto la qualità delle risorse finanziarie, il loro uso, la loro direzione di utilizzo. Nell'ottica comunitaria, gli aiuti finanziari pubblici devono essere indirizzati a migliorare i contesti territoriali e ad incentivare la crescita imprenditoriale, ossia ad avviare processi di sviluppo autopropulsivo, che rappresenta l'unica strada per ridurre progressivamente la dipendenza dall'esterno e avviare la crescita autonoma regionale.
La Calabria ha dunque bisogno di “buoni” aiuti esterni. E' del tutto fisiologico che la nostra regione continui ad essere sostenuta con politiche e strumenti nazionali e comunitari. Senza aiuti la Calabria, così come le altre regioni in ritardo di sviluppo, si allontanerebbe ancor più dalle aree dinamiche del nostro continente, con costi sociali e istituzionali elevati per l'intera comunità nazionale ed europea. Gli aiuti tuttavia non possono essere intesi come aiuti per sempre, eterni. Al contrario, una politica di aiuti efficace è una politica che gradualmente elimina le cause strutturali della sua stessa esistenza. Gli aiuti oggi, in altri termini, servono per eliminare gli aiuti domani, per incentivare cioè lo sviluppo autonomo delle regioni beneficiarie in modo tale che esse si emancipino, in un arco di tempo definito, dalla necessità degli aiuti esterni.
La Calabria non ha bisogno soltanto di aiuti esterni di carattere finanziario. Questi ultimi sono naturalmente molto importanti, ma non sono di per sé sufficienti a rompere definitivamente l'inerzia del sottosviluppo. Altrettanto importanti sono gli aiuti non finanziari. La Calabria ha bisogno di buoni magistrati, di preparate, efficienti ed efficaci forze dell'ordine, di ottimi insegnati elementari, di eccellenti dirigenti pubblici. La Calabria ha bisogno di buone prassi realizzate altrove, di insegnamenti e suggerimenti esterni, di cooperazione inter-regionale, di scambi culturali, di cooperazione verticale. La Calabria ha bisogno di politiche macroeconomiche e di istituzioni nazionali e comunitarie rivolte allo sviluppo, di standard di riferimento, di un sistema di welfare nazionale ispirato a principi di equità e inclusione sociale. Insomma, non bastano i trasferimenti monetari. Non è sufficiente l'ammontare dei finanziamenti esterni. E' necessario intrecciare quantità e qualità, poste finanziarie e destinazioni funzionali. Non basta un rapporto esclusivamente ragionieristico con lo Stato e la Comunità Europea. E' necessario un'interazione sistemica, a tutto campo: lo sviluppo regionale non necessita di meno Stato e meno Europa, semmai di uno Stato e un'Europa diversi, più attenti alla cooperazione istituzionale e a nuove governance cooperative. La Calabria, d'altro canto, non può continuare a giocare il ruolo della vittima, della cenerentola in cerca sempre e soltanto di aiuti finanziari. La Regione deve alzare la vista, deve considerare il complesso delle opportunità istituzionali, deve diventare un co-attore credibile, affidabile, responsabile.4.2 Ripartire dal POR 2000-2006
Le giunte regionali di centrodestra hanno sciupato la formidabile occasione del POR 2000-2006. Hanno depauperato un prezioso patrimonio di capitale sociale, di ipotesi progettuali, di metodi e criteri di attuazione, di architetture istituzionali, di strutture operative che il centrosinistra aveva messo in piedi in sintonia e con il coinvolgimento attivo del sistema delle rappresentanze democratiche, istituzionali e sociali regionali. Il POR Calabria, giudicato eccellente dalle istituzioni nazionali e comunitarie, è stato miseramente azzerato dal centrodestra regionale.
In questi anni è stata tradita innanzitutto la filosofia e la prassi concertativa della fase di progettazione del Programma operativo. La costruzione del POR ha rappresentato una fase esaltante per la Calabria in termini di dialogo sociale e istituzionale, di progettazione collettiva, di discussione e confronto pubblico sul futuro economico e sociale della nostra regione. Quel clima collaborativo e concertativo è stato rapidamente cancellato dalle giunte di centrodestra e sostituito con l'indifferenza e l'arroganza istituzionale della Regione, con la sua chiusa autoreferenzialità, con il ripristino di relazioni istituzionali gerarchiche. Il centrodestra ha lavorato con sistematicità a delegittimare gli attori sociali ed economici regionali, a negare manifestamente l'importanza della cooperazione e del consenso istituzionale.
Il centrodestra ha tradito anche il disegno organizzativo sotteso al POR. Programmi complessi, come per l'appunto il POR, hanno bisogno di strutture di regolazione e di implementazione robuste, dedicate e articolate. Programmi complessi affidati in gestione a strutture amministrative poco innovative rischiano di depotenziarsi, di essere assorbiti in routine burocratiche e procedurali tradizionali più attenti alla forme attuative che ai risultati attesi in termini di cambiamento istituzionale e di sviluppo economico. Nel POR era prevista la nascita di nuove strutture operative di gestione e di implementazione dedicate (Nucleo di valutazione, Struttura operativa di gestione), in affiancamento alle strutture amministrative preesistenti, con l'obiettivo di dare slancio innovativo all'intera "macchina" burocratico-amministrativa regionale. Le giunte di centrodestra hanno disatteso del tutto il disegno organizzativo originario, disperdendo le nuove figure professionali nei gangli tradizionali dell'amministrazione regionale, non determinando così alcun impatto né sull'efficienza amministrativa né sull'apprendimento istituzionale.
Il centrodestra ha inoltre tradito la natura stessa del POR come programma integrato, sia in termini settoriali che territoriali. Nel primo quinquennio di attuazione il POR infatti ha finanziato prevalentemente interventi ordinari e frammentati, poco coordinati tra loro e caratterizzati dalla micro-dimensione (incentivi sotto i 100.000 euro, incentivi automatici previsti a livello nazionale, corsi di formazione, progetti infrastrutturali di modesta entità). Il centrodestra ha di fatto usato il POR come un'occasione per praticare la vecchia e inefficace politica di redistribuzione a pioggia delle risorse, per foraggiare clientele e interessi di parte, per alimentare municipalismo e localismo. Nonostante i vincoli imposti dall’Unione Europea, dal Ministero del Tesoro e dal POR stesso, le giunte di centrodestra sono riuscite a sminuzzare la spesa pubblica in mille rivoli, diluendo così la sua portata di potenziale strumento per avviare processi di sviluppo regionale duraturi nel tempo. Per di più, larga parte dei progetti finanziati (il 45% circa della spesa complessiva) fa riferimento ai cosiddetti “interventi compatibili”, cioè a progetti avviati con altri programmi di spesa, che seppure risultano rendicontabili sotto il profilo formale tuttavia non si connotano come appartenenti ad una progettualità d’insieme né come spesa pubblica per lo sviluppo.
Il POR si presenta a due anni della sua scadenza come un autentico fallimento. Avrebbe dovuto aiutare la Calabria ad uscire dall’Obiettivo 1 ed invece ancora oggi la regione è tra le ultime in termini di reddito pro capite in Europa. Avrebbe dovuto contribuire a migliorare le performance della pubblica amministrazione regionale ed invece la Calabria risulta la regione che ha meno riformato le proprie strutture amministrative, come i dati sulla premialità dimostrano con evidenza. Avrebbe dovuto avviare e rafforzare le coalizioni socio-istituzionali per lo sviluppo ed invece il centrodestra ha sfasciato ogni forma di collaborazione istituzionale e sociale. Avrebbe dovuto avviare azioni di sistema e interventi di integrazione a livello settoriale e territoriale ed invece le giunte di centrodestra hanno finito per finanziare singole imprese, singoli interventi infrastrutturali. I servizi e i progetti integrati (PIT, PIS, PIAR, PIF), che nella concezione originaria del POR dovevano rappresentare la testa d’ariete per incentivare la predisposizione e l’implementazione di programmi sviluppo integrati e la modernizzazione amministrativa, sono ancora fermi al palo mentre in altre regioni meridionali sono nella fase di completamento finale. La programmazione strategica settoriale (Trasporti, Società dell’Informazione, Ricerca&Sviluppo, ecc.) è stata avviata senza un adeguato disegno programmatico, senza delineare a monte scelte prioritarie e senza concertazione. Dai bandi emanati emerge un evidente deficit di criteri di selezione dei progetti e l’assenza di concentrazione della spesa su specifiche priorità (aree, settori, ambiti, filiere produttive).
La Calabria non deve rassegnarsi a tutto ciò. Non può perdere l’occasione POR. La nuova Regione deve recuperare il tempo perduto, deve raddrizzare, riprogrammare, rimodulare il POR. Bisogna in primo luogo ricostruire lo spirito di fondo del POR, ovvero ripartire dalla concertazione, dalle priorità per lo sviluppo e dalla integrazione degli interventi. La Regione deve giocare con convinzione e autorevolezza un ruolo di indirizzo e programmazione, deve favorire e rafforzare il partenariato pubblico-privato, deve accompagnare lo sviluppo locale, deve valorizzare e potenziare le capacità progettuali degli Enti locali. E’ altresì necessario che la nuova giunta regionale sostenga un grosso sforzo in termini di accelerazione della spesa, dal momento che, al netto dei “progetti compatibili”, la spesa effettiva è pari all’incirca al 20% della spesa totale.
La riprogrammazione del POR deve puntare su grandi progetti strategici nel settore dell’innovazione e della ricerca, avviare interventi per il rafforzamento e il sostegno delle filiere e dei sistemi produttivi locali, rifocalizzare l’attenzione sulle azioni di sistema, supportare l’avvio dei progetti integrati, rimuovere le criticità gestionali e procedurali. Per centrare questi obiettivi è però necessario ridefinire i ruoli delle strutture di gestione e assistenza del POR: il Settore Programmazione Economica, il Nucleo di Valutazione, la SOG, il sistema di monitoraggio e controllo, i Responsabili di Misura sono i nodi centrali del processo. In questo senso, è necessario potenziare le capacità professionali e tecniche degli apparati amministrativi preposti al presidio delle filiere procedurali connesse alla gestione dei fondi comunitari.
La filosofia di intervento dei fondi strutturali europei deve essere estesa all’insieme dei programmi di spesa, a partire dal Bilancio regionale annuale e pluriennale, dagli Accordi di programma quadro e dagli strumenti di Programmazione negoziata, primo fra tutti dei Patti territoriali “regionalizzati”.
La riprogrammazione del POR dovrà essere intersecata con l’avvio della nuova programmazione comunitaria 2007-2013. Tra poco più di un anno e mezzo partirà una nuova stagione di programmazione che si annuncia altrettanto interessante dell’attuale. Le altre Regioni meridionali hanno già cominciato il confronto interno, hanno organizzato seminari di approfondimento, si stanno preparando agli eventi. La Regione Calabria anche in questo caso è ad oggi del tutto assente, indifferente, sempre in ritardo. La Commissione Europea, dopo la pubblicazione del Terzo Rapporto di Coesione della scorsa primavera, ha già pubblicato alcune proposte di Regolamenti, mentre in Italia il “Gruppo di contatto Stato Regioni sulla politica di coesione” ha redatto una prima nota tecnica, approvata il 3 febbraio scorso dalla Conferenza unificata, per la redazione del Quadro strategico nazionale. Bisogna dunque accelerare il passo, preparasi in tempo.
Nel prossimo triennio la Calabria potrà fare riferimento ad una massa considerevole di spesa pubblica per lo sviluppo: circa 1000 milioni di euro all’anno, a cui bisognerà aggiungere le risorse della nuova fase di programmazione 2007-2013. Una massa monetaria di tutto rispetto, che se ben finalizzata può invertire l’attuale trend regionale di declino produttivo e occupazionale. Il centrodestra ha fallito. C’è bisogno di nuove classi dirigenti, di una nuova politica pubblica, di una giunta regionale più competente, più generosa verso lo sviluppo regionale e i beni comuni. Sono prioritariamente queste le cifre pubbliche che i calabresi meritano.