VIII LEGISLATURA
3^ Seduta
Martedì 17 maggio 2005

Deliberazione n. 4 (Estratto del processo verbale)

OGGETTO: Approvazione del programma di governo presentato dal Presidente della Giunta regionale (artt. 16, comma 2, lettera a) e 33, comma 4 dello Statuto).

Presidente: Giuseppe Bova
Segretario-Questore: Antonio Borrello
Segretario Generale: Giuseppe Cannizzaro

Consiglieri assegnati 50
Consiglieri presenti  35, assenti 15

…omissis…

Il Presidente, quindi, dopo le dichiarazioni programmatiche rese dall’On. Loiero Presidente della Giunta regionale, gli interventi dei Consiglieri Nucera, Fedele, Senatore, Magarò, Chiarella, Talarico, Abramo, Morelli, Pacenza, De Gaetano, Feraudo, Racco, Occhiuto, Chieffallo e le conclusioni ancora dell’On. Loiero, pone in votazione palese per alzata di mano l’allegato programma di governo e, deciso l’esito - presenti e votanti 35, a favore 27, contrari 7, astenuti 1 - ne proclama il risultato:

"Il Consiglio approva"
…omissis…

IL PRESIDENTE   f.to: Bova
IL SEGRETARIO-QUESTORE   f.to: Borrello
IL SEGRETARIO GENERALE   f.to: Cannizzaro

E' conforme all'originale.
Reggio Calabria, 18 maggio 2005

                                                                                            IL DIRIGENTE
                                                                                DEL SETTORE SEGRETERIA
                                                                                              (G. Multari)


                                                                                           
Allegato alla deliberazione
                                                                                            n. 4 del 17 maggio 2005

 

 

 

UN PROGETTO PER CRESCERE INSIEME

Programma del Presidente della
Giunta Regionale della Calabria
Agazio Loiero

 

 

 

1.      LE RAGIONI POLITICHE DE L'UNIONE

1.1     Fiducia e speranza nel cambiamento
I calabresi hanno diritto ad una Regione migliore.
La Calabria deve ritrovare fiducia nelle proprie capaci di sviluppo, interrompere  il declino  socio-economico  e  istituzionale,  alimentare  speranza  e  voglia  di  futuroI calabresi meritano un avvenire più prospero, più sereno, più ricco di opportunità per tutti.
La  rinascita  regionale  presuppone  l’unità  dei  calabresi,   la  concertazione  e   il partnerariato   istituzionale,   la   coesione   sociale,   la   condivisione   delle   scelte programmatiche,   la  trasparenza   gestionale,   la   sicurezza   dei   cittadini   e   degli Amministratori pubblici.
La Calabria è una regione con grandi potenzialità.  E' ricca di risorse umane, soprattutto di giovani scolarizzati, competenti, professionali; è densamente costellata di patrimoni storici e  archeologici; grandi  ed uniche  sono le sue risorse naturali sia costiere che interne;  importanti  e  prestigiosi  sono  il  sistema  universitario  e  i  presidi  culturali: strategica è la sua posizione  geopolitica; diffuse sono le virtù solidali del popolo. L’ingegno che i calabresi mostrano in tantissime occasioni è una leva fondamentale per rivendicare  una  funzione  nazionale  della  regione,  per  farla  riemergere  dalla  crisi attraverso una nuova stagione  di unità delle forze sociali e istituzionali e un metodo di governo fondato sul confronto e il dialogo.
In Calabria nulla può continuare come prima. La marginalità geografica, gli storici ritardi strutturali e infrastrutturali, la persistenza di fenomeni criminali, che hanno raggiunto livelli  di  pericolosi insostenibili,  la  stessa  fragilità  fisica  del  territoriosono  stati aggravati negli ultimi anni da uninerzia di governo mai sperimentata nel passato.
Le giunte di centrodestra consegnano una Regione allo sfascio: sono stati frustrati tutti i tentativi di crescita economica; le risorse finanziarie, in particolare quelle connesse alle politiche di sviluppo dell'Unione Europea, sono state sotto e male utilizzate; la sanità pubblica ha raggiunto un punto limite di inefficienza e di cattiva amministrazione; l'area della  povertà  sociale  si  è  estesa;  il  territorio  e  l’ambiente  si  sono  degradati;  la reputazione della Regione si è affievolita. Ma soprattutto si è notevolmente ridotto lo spirito pubblico collettivo, il senso delle istituzioni, la qualità della classe dirigente, che ha  implicato  un'erosione  della  credibilità  della  Calabria  nei  confronti  dello  Stato  e dell’Europa.
Il centrodestra ha alimentato la divisione e la competizione tra Province e territori, ha perseguito la rottura con le parti sociali, si è esercitato in pratiche di governo chiuse e corporative.
Oggi  la Calabria è più marginale  ed isolata rispetto ai circuiti economici e produttivi nazionali ed internazionali. E’ questo il risultato congiunto della disastrosa politica economica e sociale del governo Berlusconi e dell’attività delle giunte regionali che si sono succedute in questa legislatura.

1.2     L’autonomia e l’identità della Calabria
L'UNIONE  si  candida  a  governare  la  Calabria  con  un  progetto  di  cambiamento istituzionale e sociale in grado di offrire risposte adeguate ai problemi dei calabresi, di restituire  voglia  d intrapresa  agl investitoridi  recuperare  tensione  moral e programmatica.
E’ un obiettivo realizzabile. L'UNIONE ha seguito in questi mesi un percorso originale ed innovativo di confronto democratico tra i partiti della coalizione, con i movimenti e le forse sociali; ha svolto un’approfondita analisi della real regionale pervenendo ad idee di programma condivise: ciò costituisce  la fondamentale premessa per avviare un periodo di stabilità istituzionale e di efficienza nel governo della Regione. Stabili ed efficienza   costituiscono   ingredienti   indispensabili   per   garantire   cambiamento istituzionale, sviluppo economico, coesione sociale.
L'UNIONE calabrese ha mostrato  una grande autonomia di  elaborazione e di  scelta politica e programmatica, al contrario del centrodestra che ha continuato a  subire consolidate pratiche centralistiche, antiche subalternie imposizioni autoritarie.
L'UNIONE assume l’impegno etico di sottoporre a verifica sistematica i vincoli valoriali e le  scelte  prioritarie  del  suo  programma;  a  porre  al  centro  dell’azione  politica  ed amministrativa  la  persona  umana;  a  pensare  e  costruire  una  Calabria  europea  e mediterranea  basata   su  un  modello  di   sviluppo  autopropulsivo;  a  praticare  e promuovere legalità sostanziale; ad ispirare la propria azione e quella dei suoi eletti al codice etico europeo; a garantire l’universalidi fondamentali diritti di cittadinanza. A tal fine, L’UNIONE si impegna ad affermare una netta discontinuità con i metodi e le pratiche di governo del centrodestra.
L'UNIONE vuole dare voce ad una Calabria protagonista del proprio futuro. Una Calabria “inclusiva”, che abbia consapevolezza di sé, che solleciti l’orgoglio dei calabresi, che promuova identità positive come valore  intorno al quale costruire un nuovo senso civico, una nuova rappresentazione collettiva. Una Calabria che, in sintonia con la Carta Costituzionale, ripudi la guerra e sviluppi azioni politiche di cooperazione e di pace con i Paesi  della  sponda  Sud  del  Mediterraneo.  Una  Calabria  con  una  classe  dirigente competente,  affidabile  e  legittimata,  capace  di  costruire  un  progetto  di  crescita economica e civile sostenibile, di esprimere un profilo etico credibile, di promuovere e interpretare la crescente domanda di rappresentanza di genere.
In questo nuovo orizzonte politico, la ricchezza potenziale del contributo di genere può diventare un approccio culturale che attraversa tutti i settori, suscitando,  nella vita pubblica  e  privata,  accresciute  sensibilità  e  responsabilità  verso  l'inderogabile superamento delle differenze di opportuni tra i sessi, tra i ceti, tra le generazioni.
La Calabria ha bisogno di una classe dirigente che faccia della “calabresità” un fattore d’identità positiva e di autentica modernità.

1.3     La Calabria cerniera tra Europa e Mediterraneo
In un mondo sempre di più dominato dalla globalizzazione dei mercati, la Calabria deve diventare una risorsa per l’Europa ed esercitare una funzione di cerniera con i Paesi del Mediterraneo.
L'intensificazione  dei  processi  dmobili umana  e,  iparticolaredei  flussi  di immigrazionelungi  dallessere  visti  come  un  pericolo,  devono  essere  sempre  più accompagnati da politiche mirate di trasferimento di tecnologie,  risorse finanziarie, imprenditoriali  e  organizzative  nei  Paesi  in  via  di  sviluppo  che  si  affacciano  sul Mediterraneo. In questo quadro, la Calabria può acquistare una straordinaria funzione strategica e divenire  un ponte  naturale - una cerniera - tra Europa e Paesi del Mediterraneo.
Un nuovo “patto” tra la Calabria e l’Europa significa favorire la fuoriuscita, entro il 2013, della nostra Regione dal novero delle aree  in ritardo di sviluppo dell’Unione Europea (Obiettivo 1); portare tendenzialmente il tasso di occupazione verso la media nazionale, tenuto  conto  che  il  vertice  di  Lisbona  ha  indicato  nel  tasso  del  70l’indice  di occupazione  per  tutte  le  regioni  europee;  elevare  il  livello  della  sicurezza  e  della modernizzazione del contesto ambientale a standard europei.
In questa  prospettiva, la Calabria non rappresenta tanto un problema da risolvere, quanto  piuttosto  un’opportunità  per  l’Italie  per  l’Europa  nella  nuova  divisione internazionale  del  lavoro  delineata  dai  processi  di  globalizzazione.  L’appuntamento ormai  prossimo  del  2010,  che  dilata  enormemente  l’area  di  libero  scambio  nel Mediterraneo, deve essere visto come un traguardo a cui la Calabria deve prepararsi in modo attivo e da protagonista.
Le politiche di governo regionali dovranno promuovere e valorizzare le risorse territoriali a fini produttivi, non solo per intercettare la domanda interna, ma anche la domanda crescente  indotta  dalle  nuove  relazioni  tra  Oriente  ed  Occidente  e  che  vedono  il Mediterraneo come grande area di sviluppo della nuova Europa. E’ questa la strada per una Calabria che aspira ad aumentare le esportazioni e che non vuole continuare ad importare oltre i due terzi di ciò che consuma.
La Calabria deve essere protagonista di un processo di riordino dello Stato nel segno di un  nuovo  regionalismo  capace  di  contrastare  l'euroscetticismo  e  di  sostenere  un processo di rafforzamento dei caratteri dello Stato  nazionale come Stato  unitario e solidale. Il problema non è il federalismo in quanto tale, ma una sua formulazione che impedisca il prevalere  di egoismi  e di tendenze all'isolamento delle aree più forti del Paese.
Per far questo la Calabria deve trovare una sua credibili in Europa e nel  Paese, consapevoli che ancora oggi  il cambiamento regionale è fortemente influenzato dai trasferimenti di risorse finanziarie pubbliche sia nazionali che europee e dalle modalità del loro utilizzo. La Calabria, soprattutto per questo, deve essere una Regione che deve saper “chiedere”, ma anche saper “dare”, al sistema nazionale ed europeo. La regione deve sviluppare una rete di relazioni cooperative con altre regioni d’Europa e di altri Paesi.

1.4     Una Regione da riformare
L’attuale Regione va destrutturata e profondamente riformata. Dalla società calabrese emerge una domanda di programmi di sviluppo sostenibili, ma anche una domanda di strutture amministrative efficienti e qualificate, di classi dirigenti  credibili, di nuove regole di governo.
Il  neocentralismo  regionale  deve  lasciar il  posto  ad  un  autentico  processo  di decentramento.  Il nuovo governo regionale  deve al più presto rendere compiuto il trasferimento dei poteri e delle funzioni attribuite al sistema delle Autonomie locali.
L'UNIONE si propone di promuovere una nuova articolazione del sistema istituzionale regionale.   L’esperienza   storica   regionalista   è   stata   segnata   dal   limite   della frammentariee del  campanilismo localistico. Cooperazione istituzionale, verticale e orizzontale, e concertazione con i sistemi territoriali sono  le condizioni per affermare un’identi unitaria regionalista.
La rinascita economica e  istituzionale della  Calabria passa attraverso l’affermazione piena del diritto alla sicurezza e dell’elevamento del tasso di legalità e di trasparenza amministrativa. In Calabria viene meno lo stato di diritto se gli amministratori pubblici sono  sistematicamente  minacciati,  se  gli  imprenditori  e  i  commercianti  vengono taglieggiati, se i cittadini sono preda di  un  clima di paura. Lo Stato nazionale deve garantire la convivenza civile e lo svolgimento democratico delle funzioni pubbliche; la Regione deve essere promotrice di ogni iniziativa affinché questo avvenga e sostenere tutte le vittime della violenza mafiosa.
Il Governo nazionale e la Regione debbono divenire riferimenti credibili per promuovere e affermare nel nostro Paese e in Calabria un nuovo spirito pubblico, una nuova etica dell'azione  collettiva. La qualificazione della  spesa pubblica regionale e l'adozione di regole trasparenti improntate alla certezza del diritto debbono essere i capisaldi di un’azione  amministrativa  non  permeabil ai  condizionamenti  e  ai  tentativi  di infiltrazione  di  interessi  illeciti  e  mafiosi.  La  quali e  lattuazione  coerente  della programmazione economica  e  l’esercizio delle funzioni di controllo, sono prerequisiti indispensabili per recuperare alla legalità e allo sviluppo i territori insidiati dalla mafia e dalle   organizzazioni   malavitose.   Occorre   coniugare   il   sostegno   all azioni   di prevenzione, di repressione e di tutela della  sicurezza con la promozione di politiche sociali e di garanzia dei diritti primari.  In questo quadro, l’impegno è di approvare celermente in Consiglio regionale un  “codice eticoe di istituire una “Autorità per la trasparenza” degli atti della Giunta e del Consiglio.
L'UNIONE, in coerenza con tali intenti, decide di fare sottoscrivere ad ogni candidato dei partiti e dei movimenti che si riconoscono in essa, al momento della presentazione delle liste elettorali per il rinnovo del Consiglio regionale, una dichiarazione pubblica di rifiuto del voto proveniente da aree elettorali sospette di contaminazioni mafiose.
L’UNIONE al governo della Regione intende promuovere il principio della responsabilità soggettiva e dell'autogoverno. Affinché ciò si realizzi si dovrà innanzitutto impostare e programmare  una  politica  economica  e  finanziaria  regionale  tesa,  da  un  lato,  ad impedire  la deriva del dissesto finanziario provocato dal  malgoverno di centrodestra, dall’altro, a favorire  la realizzazione di nuovi investimenti pubblici  e privati rivolti ad ampliare e diversificare la struttura produttiva e ad allargare la base occupazionale. Occorre una sana politica di bilancio regionale, che sappia programmare con rigore entrate e spesa.  I calabresi, oggi, pagano le tasse più alte d’Italia in cambio della più bassa quantità e qualità dei servizi. L’ambizione è di innescare un circuito virtuoso fatto di meno imposte aggiuntive, più equità fiscale, meno sprechi e maggiori investimenti finalizzati ad obiettivi di modernizzazione, coesione sociale e crescita dell’occupazione.
La  nuova  Regione  dovrà  essere  fondata  su  una  radicale  riforma  della  struttura burocratico-amministrativa:  è  urgente  organizzare  le  competenze  e  le  funzioni amministrative per Dipartimenti, in modo da garantire il  coordinamento istituzionale intersettoriale la  semplificazione  procedurale,  rendere  trasparente  ed  efficace  i procedimenti amministrativi  e passare da una programmazione per adempimenti ad una programmazione per risultati. A tal fine, si dovrà promuovere un effettivo processo di rinnovamento e riqualificazione professionale della dirigenza  regionale e utilizzare listituto della consulenza esterna strettamente finalizzato alla realizzazione di specifici progetti-obiettivi.
La Regione deve rivedere integralmente il sistema degli Enti strumentali e delle Società partecipate attraverso una  pluralità di iniziative a più livelli: eliminazione degli enti inutili, razionalizzazione delle attivisovrapposte, revisione sostanziale delle funzioni e delle missioni dei singoli enti o società. In questi enti il ruolo della Regione deve essere ricondotto ad una funzione esclusiva di  programmazione e controllo, mentre deve essere resa del tutto autonoma la loro gestione.

1.5     Innovazione, lavoro, reti infrastrutturali
La creazione di un ambiente funzionale allo sviluppo produttivo e  alla crescita delle occasioni di lavoro per i disoccupati e per le nuove generazioni è un obiettivo centrale del programma de L’UNIONE. La qualità dei processi formativi,  la crescita  di nuove professionalità, la costruzione di un’efficace sistema di  regolazione del mercato del lavoro, un  moderno sistema infrastrutturale a  rete sono prerequisiti essenziali dello sviluppo.
Il  recupero  della  filosofia  originaria  e  la  rimodulazione    del  Programma  Operativo Regionale di  Agenda 2000,  varato dal centrosinistra nel 1999 e  riconosciuto dalla Commissione  Europea  come  il  più  avanzato  tra  quelli  presentati,  rappresentano condizioni  primarie  per  rilanciare  il  metodo  della  concertazione,  del  partnerariato sociale,  della  solidarietà  istituzionale.  La  riforma  dello  stato  sociale,  lo  sviluppo economico, la promozione dei prodotti locali, la modernizzazione infrastrutturale e dei servizi necessitano di cooperazione e di reti tra gli attori sociali e istituzionali regionali. La Calabria deve unire le forze per contare di più nelle politiche economiche nazionali, ma anche per avviare e portare a compimento le riforme interne nel campo dei servizi sociali e delle esternalità di sistema.
Nella  sfera  strettamente  economicasimpone  una  rivalutazione  del  ruolo  e  delle funzioni dellintervento pubblico regionale affinché non prevalgano logiche meramente mercantili e prassi di intermediazione puramente politico - lobbistiche. Gli aiuti ai settori produttivi devono tendere a superare gradualmente la vecchia politica degli incentivi a fondo perduto e ricorrere maggiormente ai fondi di garanzia e agli incentivi in conto interesse,   privilegiare    la   qualità   progettuale   e   gli    impatti   occupazionali,    il consolidamento  imprenditoriale  sui  mercati  esteri,  lqualificazione  professionale manageriale del capitale umano delle  imprese, la crescita dei beni pubblici per la competitività territoriale.
Le  Università,  il  Porto  di  Gioia  Tauro  e  i  Centr dinnovazione  imprenditoriale, rappresentano importanti punti di forza da  cui partire  per invertire la tendenza al declino e per accelerare la ripresa economica della Calabria.
Il sistema universitario, con l'ampia varietà dell'offerta formativa e l’elevato numero di giovani in formazione, deve rappresentare sempre più una leva strategica dello sviluppo regionale. Per sfruttare appieno le potenzialità delle università, è indispensabile saldare maggiormente la formazione avanzata con la ricerca applicata e con i fabbisogni che emergono dal mercato del lavoro. Più in generale, lintero sistema della formazione e dell’istruzione dovrà essere strettamente raccordato con le dinamiche territoriali e con i processi di sviluppo potenziali.
Paradossalmente, la condizione di “arretratezza relativa” della Calabria può rivelarsi una opportunità   per   favorire   il   radicamento   in   regione   di   attività   economiche   e imprenditoriali  avanzate  e  ad  alto  valore  aggiunto  attraverso  l’applicazione  delle innovazioni tecnologiche e della ricerca accademica e non. La Calabria può candidarsi ad essere  una  “terra  di  servizi  avanzati”,  a  partire  dalla  valorizzazione  dei  segmenti innovativi già presenti nellapparato industriale, nellagroalimentare e nel campo delle tecnologie  informatiche. A questo fine, la Regione dovrà costituire e implementare strutture  organizzative  finalizzate  a  promuovere  le  opportuni localizzative  della Calabria e ad attrarre investimenti e capitale umano eccellente. Strettamente collegata alla politica di marketing territoriale è la necessità di una maggiore qualificazione del sistema dell’informazione regionale rivolta ad accrescere la sua capacità di lettura della complessità della struttura territoriale, a suscitare nella società regionale un rinnovato senso di consapevolezza e di responsabilità e a promuovere immagini non stereotipate della nostra regione.
L'UNIONE  mette al centro del suo programma la questione del lavoro. Aumentare l’occupazione è il primo e più importante obiettivo.  A  fronte di  una disoccupazione scandalosamente elevata e di un’economia nera e irregolare che coinvolge larghe fasce di lavoratori e di imprese, è indispensabile affermare non solo il diritto al lavoro ma anche il diritto alla qualità del  lavoro. All’obiettivo della buona occupazione vanno indirizzate le politiche di formazione professionale e di sostegno al reddito, dei singoli e delle famiglie, per prosciugare gradualmente le aree della precarietà occupazionale  e dell’esclusione sociale.
Una nuova dinamica imprenditoriale, una politica di attrazione degli investimenti, una crescita dell’occupazione di qualirichiedono esternaliambientali importanti: città vivibili, servizi efficienti, banche orientate allo sviluppo locale, pubbliche amministrazioni efficienti, capitale sociale per lo sviluppo, vivaciculturale, strumenti di informazione e di comunicazione moderni, reti tecnologiche (acqua, smaltimento dei rifiuti, energia) efficienti e di qualità.
La Regione deve indirizzare, coordinare e monitorare le politiche di assetto del territorio attraverso un Piano regionale e una Legge urbanistica revisionati e correttamente gestitideve  garantire  lintegrazione  territoriale  e  produttiva;   deve  favorir la modernizzazione delle città e dare prospettiva di sviluppo sociale ed economico ai centri minori.
La Calabria deve diventare una regione bella e attrattiva per i propri abitanti e per chi intende visitarla o realizzarvi progetti di vita, di lavoro, di impresa.

1.6     Sicurezza sociale e diritti
Esistono diritti universali e  inalienabili che  non possono essere messi in  discussione. Salute,  istruzione,  casa,  assistenza  socio-economica  sono  diritti  elementari   di cittadinanza che devono essere garantiti a  tutti. L’intervento pubblico regionale deve essere orientato prioritariamente a soddisfare questi diritti di base secondo principi di equità e di pari opportunità per tutti i ceti sociali, garantendo prioritariamente l’accesso alle fasce di popolazione in condizione di maggiore disagio.
Le politiche sociali regionali vanno ripensate alla luce dei recenti mutamenti intervenuti negli  scenari  socio-economici  nazionali  e  internazionali.  Antiche  e  nuove  povertà, processi  di  immigrazione  e  di  nuova  emigrazione,  senso   d’insicurezza  sociale, ampliamento dell'area della precarietà, a cominciare da quella lavorativa, impongono la ridefinizione di un nuovo sistema di garanzie sociali come prerequisito per avviare  e sostenere politiche strutturali di sviluppo e coesione.
L'UNIONE assume la garanzia dei diritti primari come un dovere morale coerente con i valori di riferimento della coalizione, con lo spirito di solidariesociale che l'alimenta, con l’etica della responsabilità soggettiva, e si impegna a sperimentare e attuare forme di reddito minimo ai cittadini e alle famiglie in condizione di povertà, anche attraverso strumenti di ridistribuzione del reddito regionale e di interventi di natura fiscale. In Calabria sono attive numerose    associazioni, strutture  e organizzazioni cooperative, nuclei  significativi  di  volontariato  cattolico  e  laicoimprese  del  terzo  settore  che configurano una importante trama regionale di impegno civile nel campo dell'offerta di servizi collettivi, che spesso sono sostitutivi di servizi pubblici inefficaci se non del tutto assenti. Questa rete va sostenuta, incoraggiata, rafforzata. La Regione deve stabilire con l'arcipelago del privato sociale, spesso animato generosamente da giovani ricchi di idealità e di passioni civili, rapporti istituzionali stabili, coerenti, di lungo periodo.
La  formazione  scolastica  è  un  diritto.  La  recente  riforma  nazionale  della  scuola secondaria   ha   prodotto   un   depauperamento   del   sistema   scolastico   calabrese, testimoniato dal fatto che la Calabria è la regione dove si è registrato il più alto numero di soppressione di classi e di cattedre. È divenuta di assoluta emergenza la condizione strutturale   del   patrimonio   edilizio   scolastico,   esposto   ormai   ad   elevati   rischi d’insicurezza e di decadimento edilizio. Sulla Regione pesa il compito di farsi carico di una mirata politica tendente a garantire il diritto allo studio e contrastare laccentuarsi della dispersione e della de-qualificazione dell’istruzione.

1.7     Il territorio come risorsa
La tutela e la valorizzazione dellambiente naturale sono condizioni per garantire e salvaguardare il futuro delle nuove generazioni. La difesa dellambiente è un’esigenza etica e contestualmente una risorsa produttiva.
La politica de L'UNIONE assume l’ecologia e i beni ambientali come “valori” strategici per la qualità della vita dei calabresi, per  la qualità dei processi di sviluppo,  per la qualità  della  convivenza  civile.  La  valorizzazione  dei  valori  ambientali  necessita  di organiche politiche e  strumenti di incentivazione incentrate su specifiche misure di fiscaliambientale, sulla realizzazione di moderne infrastrutture eco-compatibili, su norme legislative di contrasto dellabusivismo e di rifiuto della cultura del condono, su azioni  di  cura,  recupero,  manutenzione  e  valorizzazione  del  territorio,  dei  beni ambientali e culturali, anche al fine di elevare la qualità dellofferta e dellattrazione turistica regionale.
La politica di infrastrutturazione territoriale rivolta a migliorare  l'accessibilità fisica e immateriale e a facilitare le comunicazioni infra e inter-regionale, in modo da superare il limite della perifericità geografica, deve essere strettamente correlata alla concezione dell'ambiente come valore e risorsa prioritaria.
Il giudizio negativo sul Ponte sullo Stretto di Messina è in questo senso tutt’altro che una chiusura allinnovazione. La prioriassoluta  è la riqualificazione del sistema infrastrutturale esistente e della sua integrazione funzionale. Il Ponte sullo Stretto non può costituire  il rischio di  uno sconvolgimento ambientale.  La Calabria ha bisogno di infrastrutture  utilicongrue  con  il  contesto  territorialesostenibili  sotto  iprofilo dell'impatto ambientale e finanziario.
Valorizzazione  ambientale  e  qualità  sociale  impongono,  inoltre,  alcune  scelte  che incidono sul livello della qualità della vita.
Lo smaltimento dei rifiuti è materia complessa che richiede elevata competenza e condivisione istituzionale, a partire dai Sindaci che hanno già un ruolo significativo con la  partecipazione  delle  Amministrazioni  comunali  allSocie miste.  Con  loroed insieme  ai  cittadini,  va  pensata  una  soluzione  moderna,  efficiente  ed  efficace  ai problemi dello smaltimento,  partendo dall’assunto che i rifiuti vanno smaltiti laddove vengono prodotti.
Il  Piano  energetico  regionale  va  profondamente  modificato  e  la  ricerca  sulle  fonti energetiche  deve  essere  orientata  alla  valorizzazione  di  quelle  rinnovabili  e  non inquinanti. Se si vuole che la Calabria aumenti la propria produzione di energia, ciò può avvenire solo attraverso il ricorso alle fonti rinnovabili.
La  valorizzazione  dell’ambiente  passa  anche  attraverso  la  messa  in  sicurezza  dei territori, la riqualificazione delle città e del loro patrimonio immobiliare, ad iniziare dai centri storici, il ripensamento in termini ambientali del sistema dei trasporti, soprattutto dellefficienza e della qualità del trasporto pubblico locale. Questi sono punti cardini di un progetto ecologista inteso come fattore di sviluppo, di modernizzazione e di civiltà.

2.    I VALORI DI RIFERIMENTO

2.1     Per una politica di qualità
I valori contano. La politica e le politiche pubbliche contano. Valori e politica sono per noi due facce della stessa medaglia. Senza politica i valori restano confinati nella sfera privata e delle testimonianze dei singoli; daltro canto, senza valori la politica si riduce a mera gestione del potere, a pragmatismo asfittico, al più ad efficienza ma senza efficacia. I valori servono per dare anima alla politica, per conferirgli senso e legame sociale, per dargli futuro. La politica è lo strumento per implementare azioni e scelte pubbliche  finalizzate  a  rafforzare  ed  estendere  il  patrimonio   dei  beni   pubblici fondamentali: dalla tutela universalistica della salute alla preservazione e valorizzazione delle   risorse   ambientali,   dalla   diffusione   della   conoscenza   al   potenziamento dell’occupabilità dei  lavoratori e dei giovani, dalla difesa di un sistema pensionistico equo allinclusione sociale.
Le politiche neoliberiste e conservatrici degli ultimi anni hanno fatto smarrire alla politica l'importanza dell'ancoraggio ai valori. E' prevalsa una politica di breve periodo, intrisa di particolarismi e di  interessi privati; una  politica finalizzata al controllo del potere economico e dell'informazione, dei favori e delle concessioni a gruppi  sociali ristretti, quando non a singoli potentati economici e finanziari. Catturati dall’attenzione della salvaguardia di interessi corporativi e individuali, i governi del centrodestra hanno cancellato  del  tutto  dallorizzonte  politico  e  culturale  i  valori  della  solidarietà  e dell’equità sociale, del riequilibrio territoriale.
Per noi i valori contano. Non basta essere efficienti. Bisogna essere efficienti ed efficaci. Non basta semplicemente conseguire un risultato. E’ altrettanto importante come quel risultato  viene  conseguito.  E’  importante  cioè  lpartecipazionela  concertazione istituzionale e sociale, il consenso e l’esercizio pieno della democrazia. E’ importante aumentare l’occupazione, ma ancora più importante è aumentare la buona occupazione, cioè i posti di lavoro stabili, tutelati, regolamentati. Eimportante fare una strada, ma ancora più importante è fare una strada utile, capace di ridurre i tempi di percorrenza ed accrescere la sicurezza sociale, di aumentare efficienza ed  efficacia del  sistema logistico locale. E’ importante garantire i diritti di proprietà, ma ancora più importante è garantire la proprietà con i suoi legami sociali. Una politica di qualità presuppone valori, ispirazioni e tensioni ideali, radicamento sociale.
La Calabria ha bisogno urgente di politica di qualità. Per troppi anni la regione ha subito una politica di centrodestra di corto respiro, improvvisata, senza  strategia, che ha implicato  arretramento  socio-economico,  lacerazioni  sociali,  perdita  di  fiducia  e  di reputazione istituzionale. Per arrestare il declino dobbiamo reagire. L'UNIONE deve governare. Abbiamo il dovere di avviare una nuova stagione politica, di mettere in campo  nuove  competenze,  di  suscitare  nuove  profezie  credibili,  nuove  speranze. Abbiamo innanzitutto il dovere di rimettere al centro della politica i valori, le aspirazioni ideali.
In politica i valori contano. Per questo è importante identificare una carta dei valori di riferimento  delle  coalizioni  politicheQuellche  seguono  sono  il  nucleo  dei  valori irrinunciabili a cui  intendiamo agganciare sia  le nostre azioni politiche sia  le nostre azioni programmatiche e di governo. Vogliamo governare la Calabria ispirati da valori. Vogliamo offrire allintera collettiviregionale  la nostra tavola dei valori  ideali. Per essere valutati. Per essere spronati ad essere coerenti con essa, quotidianamente.

2.2     Valori valori valori
Competenze. La Calabria è oggi una regione ricca di competenze e di saperi scientifici, concreti, contestuali. Ciò nonostante, queste risorse fondamentali per lo sviluppo socio- economico sono state finora largamente sotto utilizzate se non colpevolmente ignorate dalle giunte di centrodestra. Paradossalmente, negli ultimi anni  le giunte regionali hanno accentuato il fenomeno dell'importazione di competenze dall'esterno, anche di figure professionali e accademiche largamente presenti nel panorama calabrese. Noi intendiamo rovesciare questa logica di svalorizzazione sistematica delle competenze e dei saperi regionali. Diversamente dal centrodestra, vogliamo mettere al lavoro il più diffusamente possibile le competenze accumulate in regione, sia per valorizzare e incoraggiare l'apprendimento locale, sia per utilizzare pienamente i vantaggi insiti nel radicamento locale dei saperi e  delle professionalità. Naturalmente, non intendiamo praticare nessuna forma di autocontenimento regionale delle competenze, al contrario pensiamo ad un modello di valorizzazione dei saperi e delle professionalità locali che presuppone  l'apertura  cooperativa  e  l'integrazione  con  competenze  specialistiche esterne.
Concertazione.  La  Calabria  ha  bisogno  di  concertazione  istituzionale,  sociale  ed economica. La regione deve serrare le fila, riaggregarsi, mettersi insieme. La Calabria ha bisogno di cooperazione, di  reti, di alleanze istituzionali. Le  giunte regionali di centrodestra hanno in questi anni azzerato la concertazione, hanno chiuso le porte all'interazione, hanno abbandonato il terreno del confronto e della coesione socio- istituzionale.  Le  giunte  di   centrodestra  hanno  tradit lspirito  concertativo  e partnerariale alimentato dal centrosinistra nella fase di costruzione del POR Calabria. Il centrodestra ha  tradito il POR; ha tradito  soprattutto il metodo del lavorare e del progettare insieme. Noi vogliamo ripartire da quello spirito, dal quel disegno strategico incentrato sul partnerariato, sulla condivisione, sul consenso. Vogliamo cioè ritornare ad essere  una  regione  europea,  cioè  una  regione  che  fa  tesoro  delle  lezioni  e  dei suggerimenti della ComuniEuropea. Lo sviluppo economico e sociale non  è l'esito miracoloso dell'azione di una persona o di un gruppo ristretto di soggetti istituzionali, bensì il risultato dell'impegno tenace e di lungo periodo delle migliori intelligenze, delle tante esperienze e competenze  presenti in regione. Lo sviluppo è un processo di mobilitazione sociale che presuppone concertazione tra una pluralità composita di attori pubblici e  privati. Dunque, al  modello decisionale gerarchico e dall'alto, funzionale ai privilegi dei pochi che decidono e dei loro ceti sociali di riferimento, contrapporremo un modello  di  governo  basato  sul  confronto  aperto  e  trasparente  tra  tutti  i  soggetti portatori di  interessi, nella consapevolezza che soltanto l'ascolto e la partecipazione di tutti  consente di trovare e perseguire le  strade più  consone per la rinascita della regione. Nella nostra concezione, concertare vuol dire  infatti alimentare un tavolo di confronto collettivo per individuare insieme obiettivi, strumenti e azioni operative per raggiungere il bene comune, all'interno di regole chiare e condivise che consentano ad ogni portatore di interesse  di giocare il proprio ruolo. Concertazione, dunque, come metodo di  governo per una Regione che intende promuovere e sostenere le energie vitali diffuse nei territori, nelle istituzioni, nelle organizzazioni.
Decentramento. La Calabria ha bisogno di una Regione più snella e più articolata. La Regione non può continuare ad essere un'istituzione pesante, gonfia di competenze amministrative,  gestionali  e  finanziarie.  La  Regione  deve  decentrare  competenze, poteri,  risorse  finanziarie,  gestioni.  La  Calabria  ha  bisogno  di  nuove  architetture istituzionali,  di  nuova  governance.  Ha  bisogno  di  disegni  istituzionali  più  moderni, policentrici. Ha bisogno di nuove complementarità istituzionali tra Regione, Province, Comuni Comunità  Montane,  Autonomifunzionali.   La  Regione  deve  diventare un'istituzione    focalizzata    sulla    programmazione    e    controllo    delle    risorse, sull'elaborazione di macroprogetti e programmi di sviluppo, la cui realizzazione deve vedere protagonisti a pieno titolo, in una prospettiva di sussidiarietà, gli Enti Locali e territoriali e, laddove possibile, i soggetti privati e del no-profit. Nella nostra concezione il  decentramento  è   soprattutto  architettura  istituzionale   integrata  e  criteri  di organizzazione e funzionamento: la Regione programma, controlla e valuta, anche attraverso un sistema organico e limitato di leggi, mentre la gestione e la realizzazione dei progetti e le relative risorse finanziarie dovranno essere attribuite soprattutto ai soggetti pubblici sub-regionali  e  ai privati coinvolti. Peraltro, solo in questo modo i cittadini  calabresi  potranno  verificare  in  modo  più  ravvicinato  gleffetti  tangibili dell'azione politico-amministrativa e controllare che le risorse finanziarie non finiscano nei meandri delle spese non utilizzate.
Efficienza.  I calabresi  convivono con ampie  fasce  di  inefficienza pubblica e privata. Allocazioni non ottimali di risorse finanziarie e umane implicano sprechi, costi aggiuntivi, distorsioni,   qualunquismo   e   sfiducia   nel   cambiamento.   E’    possibile   ridurre significativamente  il  peso  delle  inefficienze  attraverso  azioni  di  razionalizzazione  e ammodernamento delle burocrazie pubbliche, di sfoltimento della selva degli enti inutili, di  integrazione  delle  missioni  e  delle  competenze  di  strutture  pubbliche  centrali, regionali   e   locali,   di   riconfigurazione   delle   società   miste   pubblico-private,   di monitoraggio sistematico dei processi e degli esiti ultimi delle politiche pubbliche. Ma la cosa  più  importante  per  conseguire  efficienza  è  dare  una  missione  alle  strutture pubbliche;  una  missione  chiara,  esplicita,  condivisa.  L'efficienza  degli   apparati amministrativi è un mezzo per conseguire, più rapidamente e con minor costi finanziari e sociali, finalipubbliche, traguardi collettivi, beni comuni. Lo sviluppo economico e il benessere  sociale  necessitano  di  contesti  organizzativi  reattivi,  rapidi,  trasparenti, automatici,    efficienti.    E’    indispensabile    costruire    e    implementare    strutture amministrative regionali dal volto umano, amichevoli con cittadini e imprese.
Identità. La Calabria ha bisogno di nuove identità, di nuove rappresentazioni simboliche. La Calabria e i calabresi sono funestati dalle rappresentazioni negative e stereotipate, in Italia e all'estero. La costruzione di identipositive è un tassello importante del rilancio e dello    sviluppo della nostra regione. Non abbiamo bisogno di un'identità chiusa bensì di un'identi aperta al confronto con gli altri, con altre identità. Un'identità che sappia mostrare al mondo le  specifici e le diversità regionali  ma senza auto-referenzialità, senza  chiusure  localistiche.  Abbiamo  bisogno  di  un'identità  fondata  sull'enorme patrimonio di bellezze naturali, di storia, di beni culturali, di saperi, di tradizioni e di valori umani della Calabria.  Abbiamo bisogno di saper  comunicare questo patrimonio eccellente  ai  calabresi  e  al  mondo  intero:  nell'era  della  globalizzazione  le  regioni attrattive sono quelle che riescono ad offrire beni unici, diversificati. La nuova identità calabrese  dovrà  essere  fatta  soprattutto  di  valori  condivisi,  di  coesione  sociale  e territoriale, di capitale sociale per lo sviluppo, di beni pubblici. Un'identità incentrata sulle reti tra i piccoli comuni interni, tra le città, tra le comunilocali, tra le province, tra pubblico e privato. Un'identità positiva  che alimenti  fiducia tra i calabresi e sui calabresi.
Innovazione. La  Calabria deve innovare. Lo  deve fare l'Italia e ancor più la nostra regione  se  vogliaminvertire  ideclino.  Non  bastano  piccoli  aggiustamenti  per rimettersi in sesto. La Calabria deve accettare e affrontare la sfida dell'innovazione di sistema se vuole diventare una regione autonoma, forte, importante. La Calabria deve forzare l'inerzia intrinseca al sottosviluppo. Deve tentare nuove vie, sperimentare nuovi approcci, nuovi modelli d'azione. Deve in primo luogo innovare nel profondo la propria classe dirigente. Il risanamento e lo sviluppo necessitano di una classe dirigente capace di guardare oltre i circuiti  delle proprie appartenenze, oltre la congiuntura e il ciclo elettorale.  E'  indispensabile  altresì  un  nuovo  rapporto  colo  Stato  e  le  politiche pubbliche centrali, un rapporto non subalterno ma animato da reciprocità, integrazione, complementarità, cooperazione. Va innovato  radicalmente il rapporto tra Regione ed Enti locali, trasferendo, secondo il principio della sussidiarietà e le norme della nuova Costituzione, deleghe, risorse finanziarie, poteri di progettazione e di realizzazione alle istituzioni   sub-regionaliVa  rinnovato  nel  profondo  anche  imodell gestione dell'apparato amministrativo regionale, non solo in termini di incremento dell'efficienza, ma soprattutto in termini di assunzione di prassi organizzative orientate all'esito, ai risultati finali.
Legalità. La Calabria ha bisogno di legalità. La nostra regione non ha futuro senza un deciso  incremento  dei  livelli  di  legalità,  di  legittimazione  diffusa  delle  norme,  di riconoscimento pieno dei diritti di proprietà, dei diritti alla vita. La legalità non è solo un valore, è la pre-condizione  perché possa darsi una vita in comune. Per la Calabria legalità  significa  anzitutto  contrasto  chiaro,  aperto  e  incessante  alla  criminalità organizzata, creando regole e meccanismi amministrativi in grado di impedire ogni incidenza mafiosa nell'assegnazione degli appalti e nell'erogazione dei flussi finanziari pubblici. Ma legalisignifica anche contrastare in modo severo tutti i comportamenti di disattenzione nei confronti delle norme, grandi e piccole, che regolano la convivenza civile, nonché gli atteggiamenti di tolleranza o di accettazione passiva dei soprusi quotidiani che finiscono per produrre alla  lunga effetti sociali perversi, assuefazione, rassegnazione.  L'affermazione  e  la  diffusione  della  legalità  nel  corpo  dellsocietà regionale  presuppone  però  azioni  politiche  e  prassi  di  governo  coerenti  con  il riconoscimento pieno delle istituzioni democratiche come soggetti garanti dei diritti di ciascuno  e  di  tutti.  C  significa  investimenti  massicci  volti  al  potenziamentoal coordinamento  e  all'innovazione  strategica  degli  apparati  pubblici  di  contrasto  alle organizzazioni criminali, ma anche investimenti importanti nel campo della scuola e della  formazione,  dellistituzioni  culturali,  dei  presidi  civili  e  dell'associazionismo. L'impegno per la legalità e la sicurezza sociale è una leva decisiva per ridare speranza ai calabresi, per accrescere l'attrattività della nostra regione, per dare futuro alle ragazze e ai ragazzi che vogliono costruire la loro vita in Calabria.
Premialità. La Calabria ha bisogno di utilizzare più intensamente del passato il criterio comunitaridella  premialità,  dellincentivazione  cioè  delle  esperienze  e  dei  circuiti eccellenti. Dare più risorse - finanziarie, reputazionali, simboliche - alle Amministrazioni Comunali  che  combattono  labusivismo  e  l’illegalità,  alle  istituzioni  intermedie  che perseguono equilibrio finanziario e sviluppo,  alle coalizioni istituzionali che riducono i tempi  delle  procedure  burocratiche  e  autorizzative,  agli  enti  che  spendono  più velocemente e meglio le risorse finanziarie pubbliche, è contemporaneamente un modo per  incoraggiare  comportamenti  e  prassi  virtuosi  e  dall’altro   per  disincentivare comportamenti e prassi viziosi. Intendiamo utilizzare in forme più diffuse lo strumento della premialità per  segnalare alla comunità regionale  da che parte stiamo: con le istituzioni efficaci ed efficienti, con le imprese dinamiche, con i territori che lavorano per lo sviluppo economico e per la coesione sociale, con il volontariato e l'associazionismo civile e religioso, con i cittadini attivi e impegnati.
Qualità. La Calabria ha bisogno di qualità. Di qualità sociale, di qualità istituzionale, di qualità  economica.  La  nostra  regione  è  ancora  distante  da  standard  di  qualità accettabili, compatibili con la sua appartenenza ad una società nazionale di rilievo nel panorama europeo. La qualità sarà sempre  più la cifra che caratterizzerà le regioni dinamiche, avanzate,  moderne. E' necessario dunque spostare l'asse dell'attenzione dalla  quantità  alla  qualitàdall'hardware  asoftwareAlla  Calabria  non  servono genericamente più scuole, più infrastrutture, più teatri, più occupati. Servono ancor più scuole eccellenti, un sistema infrastrutturale integrato e sicuro, stagioni teatrali di alto profilo culturale, buona occupazione. Le politiche pubbliche sono molto importanti per la diffusione della qualità  sia in termini di fissazione di  standard di  riferimento, sia di allestimento di sistemi di incentivazione e premialiper gli investimenti e le iniziative di elevata qualità. Il perseguimento della qualità costringe inoltre ad elevare i profili delle progettazioni,  a  curare  meglio  la  realizzazione  delle  iniziative,  a  innovare  prassi gestionali ed organizzative, in altri termini a migliorarsi, a cambiare, a conseguire livelli di benessere più pieni.
Responsabilità. La Calabria ha bisogno di una nuova primavera ideale. Ha bisogno di nuovi slanci, di un nuovo vocabolario, nuove parole, nuove idee. La Calabria ha un bisogno  forte  di  responsabilità.  Responsabilità  nel  senso  che  ognuno  di  noi  deve diventare e sentirsi responsabile  delle proprie azioni, sapendo che  ogni nostro gesto avrà conseguenze su altri. Responsabilità vuol dire che ognuno deve sentirsi parte di un mondo più grande, un mondo interdipendente nel quale tutti dipendiamo da tutti e che dunque ogni nostra azione implica impatti sulla vita di altre persone e viceversa. Responsabilità vuol dire inoltre condividere il rigore etico di chi vive e pratica l'impegno politico e sociale come un servizio alla collettiva per il conseguimento del bene comune e non come uno strumento per  realizzare  i propri  interessi particolari. Responsabilità dunque come impegno politico e culturale  per costruire una società con benessere diffuso,  più  equa,  più  democratica,  più  solidale,  più  ospitale.  Responsabilità  come necessità  della  co-responsabilità,  dell'azione  collettiva,  della  condivisione  dei  fini, dell'impegno e della generosità di una classe dirigente rivolta ad allargare il patrimonio dei beni pubblici regionali e a perseguire obiettivi universalistici.
Rete. La Calabria deve avviare e implementare reti. Reti infra e  inter-regionali, tra istituzioni e tra queste e i privati. La Calabria ha più bisogno di  altre regioni  di reti perché è molto piccola e per di più frantumata, divisa, parcellizzata. Ha bisogno di reti di relazioni per unire le forze, per fare sistema, per conseguire massa critica e potere contrattuale. In questo quinquennio il centrodestra calabrese ha lavorato contro, ha prodotto lacerazioni, ha diviso i soggetti istituzionali  e sociali, ha spezzato tessuti relazionali. Anche per questo la Calabria è andata indietro. Tocca a noi ricostruire trame spezzate, ricomporre le coalizioni, incentivare l'aggregazione. Bisogna favorire in primo luogo le reti orizzontali, i legami territoriali. E' necessario che i Comuni dialoghino molto di più tra loro, che facciano sistema locale progettando e gestendo servizi comuni, che insieme abbiano rapporti sistematici con il sistema produttivo e con gli altri  soggetti locali. Bisogna però favorire anche nuove reti verticali, tra la Regione e gli Enti locali, tra la Regione e lo Stato centrale, tra la Regione e l'Unione Europea. La rinascita della Calabria è  possibile solo entro un quadro di politiche pubbliche europee, nazionali e regionali coerenti tra loro e finalizzate allo sviluppo.
Solidarietà. La Calabria è storicamente una regione di grandi solidarietà. I calabresi sono un popolo generoso, avvezzo all’altruismo, temprato all’ospitalità e all’accoglienza umana. La solidarietà è un valore-faro delle nostre azioni politiche e sempre più dovrà esserlo in futuro. La solidarietà non è incompatibile con lo sviluppo; al contrario non cè sviluppo sostenibile senza solidarietà, senza legami umani, senza relazioni con l’altro. Negli  ultimi  anni  i  neoconservatori  e  i  liberisti  hanno  contrappostla  solidarietà allefficienza,  lequità  alla  produttività.   Accecati  dall’ossessione  della  difesa  della massimizzazione  del  profitto  privato,  i  liberisti  hanno  trascurato  che  la  crescita economica fine a sé stessa implica rotture sociali, divaricazioni territoriali, distruzione di capitale sociale, allargamento delle fasce di disagio e di povertà. La non-solidarietà comporta  elevatissimi  costi  sociali.  La  nostra  idea  è  che  solidarietà  ed  efficienza debbano  intimamente  convivererafforzarsi  reciprocamente,  fertilizzars imodo incrociato. Per noi lo  sviluppo non è uguale a crescita indifferenziata della ricchezza monetaria.  Lo  sviluppo  a  cui  noi  puntiamo  è  diffusione  del   benessere  sociale, incremento dei redditi ma anche riduzione delle disparità sociali, maggiore  efficienza economica e aziendale ma anche ampliamento della base occupazionale, livelli più alti di produttività ma anche aumento  dei diritti  universali di cittadinanza e rafforzamento della democrazia. In Calabria, più che altrove, le politiche pubbliche per lo sviluppo dovranno essere rigorosamente indirizzate a coniugare crescita economica e solidarietà sociale, crescita imprenditoriale e rafforzamento dei legami sociali tra ceti, generazioni, territori.
Sostenibili. La Calabria non ha solo bisogno di più sviluppo ma anche di sviluppo di qualità. Non serve alla nostra regione lo "sviluppismo", la semplice crescita del prodotto e   dell'espansione   meramente   quantitativa.   Al   contrario,   necessita   di   sviluppo sostenibile. Di uno sviluppo innanzitutto compatibile con il rispetto e la protezione delle risorse ambientali e il complesso del patrimonio naturale e culturale regionale. Non uno sviluppo che consuma e distrugge natura bensì uno sviluppo che valorizzi al massimo le risorse  ambientali  e  minimizzi  le  rottureUno  sviluppo  sostenibile  inoltre  coi fabbisogni  sociali  diffusi,  con  le  culture  e  le  vocazioni  locali  più  autentiche,  che incoraggia e favorisce processi  di inclusione e di partecipazione sociale. Ancora, uno sviluppo sostenibile nel tempo, di lungo periodo, non effimero, basato cioè su fattori, attori  e  settori  dinamici innovativi,  aperti.  Sostenibile  perché  trasferisce  alle generazioni future più  opportunità di realizzazione individuale e collettiva e  ambienti naturali e antropizzati non compromessi. Infine, uno sviluppo sostenibile sotto il profilo finanziario, della capacità cioè di mobilitare e attrarre risorse monetarie congrue con gli obiettivi della valorizzazione piena dei potenziali di sviluppo regionali.
Stabilità
. La stabilità istituzionale è un bene pubblico prezioso per lo sviluppo economico e la coesione sociale. La stabilità nel tempo degli assetti normativi, delle strutture organizzative, delle architetture istituzionali e degli apparati amministrativi contribuisce a creare fiducia e a ridurre l'incertezza. Gli imprenditori basano i loro calcoli e le loro decisioni d'investimento sulle certezze istituzionali e procedurali. L'incertezza scoraggia gli  investimenti e l'iniziativa imprenditoriale  perché aggrava l'aleatorietà dei ritorni economici, aumenta il rischio di insuccesso. La stabilità è dunque un fattore immateriale importante dello sviluppo economico. Decisiva, in particolare, è la continuità degli interlocutori istituzionali e delle regole, in quanto consente una maggiore trasparenza informativa,  una  riduzione  dei  costi  di  informazione,  una  crescita  della  fiducia interpersonale, una maggiore attenzione alla qualidei progetti e dei programmi proposti. La certezza delle regole, degli iter, degli interlocutori è un obbligo basilare per una regione come la Calabria dove regnano l'improvvisazione, il pressappochismo, gli approcci discrezionali, il cambio repentino delle procedure, l'instabilità sistematica.
Sussidiarietà. La Calabria ha bisogno di sussidiarietà. Ha bisogno cioè di avvicinare il più possibile le decisioni pubbliche ai bisogni da soddisfare, agli utilizzatori finali. Abbassare le decisioni ai livelli istituzionali più vicini possibili alle comunilocali consente infatti sia  di  evitare  le  distorsioni  tipiche  e  il  fallimento  dei  processi  decisionali  imposti dall'altro, sia un coinvolgimento attivo e una maggiore responsabilizzazione dei soggetti istituzionali di coda e, conseguentemente, un loro più convinto rispetto di regole  e standard connessi alle decisioni. Senza trascurare che così facendo è possibile allargare la base degli attori istituzionali e sociali coinvolti nella filiera decisionale e gestionale, soprattutto  con  riferimento  ad  alcuni  servizi  di  welfare  per  la  collettività,  cola possibilità  di perseguire abbattimento dei costi e recuperi di efficienza.  La Regione, attraverso l'applicazione estesa del principio di sussidiarietà orizzontale e verticale, deve puntare a creare nuovi mercati, a far emergere nuovi soggetti imprenditoriali, a mettere al lavoro società ed economia locali, ad incoraggiare competizione e cooperazione tra soggetti pubblici e privati, tra  Enti locali e imprese del privato sociale. Le politiche pubbliche regionali devono favorire un maggiore protagonismo dei soggetti privati nella vita  civile,  sociale  ed  economica,  seppure  entro  un  quadro  di  equità  sociale  e  di efficienza  economica  e  di  presidio  pubblico  irrinunciabile  nella  sfera  dei  servizi fondamentali come la salute, l'assistenza, listruzione, la cultura, l'ambiente.

3.     LE AZIONI PRIORITARIE DI GOVERNO

Un Programma per sistemi

Un programma di governo è una costruzione socio-politica. Un esito di un processo fatto di "ascolti" di organizzazioni collettive, di opzioni culturali e progettuali dei partiti e dei movimenti, di idee e valori. Questo Programma risente di tutto ciò. E' debitore in primo luogo delle sensibili e degli apporti dei partiti de L'UNIONE, delle idee programmatiche dei movimenti che si identificano nella nostra coalizione politica, dei suggerimenti, dei consigli e delle proposte che abbiamo raccolto nei tanti incontri fatti con Associazioni culturali e professionali, con Organizzazioni di rappresentanza degli interessi collettivi, con singoli  cittadini. Questo Programma è, naturalmente, altresì permeato dal plesso dei valori ideali che ispirano la nostra azione politica e dalle nostre preferenze in tema di  scelte  e  politiche  pubbliche.  Questo  è  dunque  un  Programma  di  orientamento all'azione, di ancoraggio ideale, culturale e programmatico delle politiche regionali che noi ci proponiamo di realizzare.
Non è un Programma onnicomprensivo è indifferenziato. Non servono infatti programmi sotto forma di una lunga e amorfa lista di  desiderata, di  interventi, di azioni, di strumenti.  Al contrario, questo  Programma  sceglie deliberatamente  la strada difficile delle priorità, dell'individuazione dei "chiodi" progettuali che devono reggere l'intera impalcatura programmatica. Abbiamo costruito un Programma di priorità rilevanti anche perché pensiamo che i programmi non debbano essere documenti rigidi, definitivi, bensì strumenti  in  divenire,  in  continuo  aggiornamento  e  adattamento  alle  congiunture istituzionali e socio-economiche. Abbiamo costruito un Programma attraverso l'"ascolto" e intendiamo riconfigurarlo e implementarlo continuando ad ascoltare gli altri attori, ricercando il  loro consenso.  Per  questo abbiamo intenzione di stipulare un  vero e proprio "Patto per lo sviluppo della Calabria" con tutti i protagonisti sociali e istituzionali regionali.  Un  Patto  che  assuma  l'obiettivo  strategico  di  realizzare  e  riaggiornare sistematicamente il Programma, che valorizzi gli apporti ideativi, progettuali e regolativi di tutti i firmatari, che stabilizzi l'interazione e la concertazione tra Regione, Enti Locali, Autonomie funzionali, Associazioni sindacali e imprenditoriali.
La priorità  delle priorità della Calabria è quella di fare sistema. La nostra regione è troppo sfrangiata, dispersa, polverizzata in mille rivoli. Non riesce a fare massa critica, ad  imboccare  la  via  dell'azione  collettiva,  a  riaggregarsi.  I  poteri  pubblici  sono parcellizzati in un'infinidi centri; le imprese e le attivieconomiche sono disperse e isolate; la popolazione è frantumata in centinaia di micro-comuniper lo più le une non comunicanti con le altre; le infrastrutture sono sconnesse tra loro. Fare sistema è dunque un imperativo. Mettere a valore  le  preesistenze collegandole,  integrandole, interconnettendole  è  il  compito  principale  per  chicome  noivuole  una  Calabria sviluppata, autonoma, moderna.
Il  nostro  Programma  è  costruito  su  due   grandi  obiettivi  trasversali lavor e sostenibilità. Espandere la buona occupazione e perseguire modelli di sviluppo socio- economico sostenibili sono i bersagli, diretti e indiretti, dell'insieme delle nostre azioni prioritarie di governo. La Calabria è assai distante dagli obiettivi quantitativi e qualitativi fissati dal Consiglio Europeo di Lisbona (23 e 24 marzo 2000) e da quello di Göteborg (15 e 16 giugno 2001). Il tasso di occupazione regionale è molto basso e, per di più, ancora modesta è la qualità dei lavori offerti dal sistema produttivo e istituzionale ed esile  è tuttora  il peso delle attività nel segmento dell'economia della conoscenza; dall'altro, stentano ad affermarsi in Calabria processi di sviluppo sostenibili in relazione alla loro durata nel tempo e alla compatibilità con modelli sociali inclusivi. Buona occupazione e sostenibilità possono tuttavia essere conseguiti soltanto attraverso azioni e politiche pubbliche integrate, intersettoriali, pervasive. Presuppongono cioè coerenza e convergenza dell'insieme delle politiche settoriali e funzionali.

3.1     Sistema produttivo

Un apparato produttivo debole

L'apparato  produttivo  calabrese  è  alle  prese  con  un  intenso  e  strutturale  deficit quantitativo e qualitativo. Ancora oggi nella scena socio-economica della nostra regione dominano i tratti del sottosviluppo e della dipendenza. Il reddito pro-capite dei calabresi è poco più della metà di quello medio dei residenti del Centro-nord; il tasso di attività regionale non arriva al 45% contro il 52% del Centro-nord; il tasso di disoccupazione si attesta in Calabria sul livello record del 23,4% a fronte del 4,6% del Centro-nord; il tasso di disoccupazione giovanile è pari al 56,7% in Calabria e al 14,4% nel Centro- nord. Nell'insieme  la  Calabria  esporta poco  più di 300  milioni di euro all'anno, ossia appena lo 0,1% dell'export nazionale, di contro la regione continua ad assorbire ingenti trasferimenti di risorse finanziarie centrali: circa 8 miliardi di euro all'anno, pari al 28% del Pil regionale a fronte del 16% del Mezzogiorno.
Nonostante decenni di politiche pubbliche comunitarie, nazionali e regionali, la Calabria non è dunque riuscita a ridurre il divario di sviluppo rispetto alle regioni più avanzate né nei confronti delle altre regioni meridionali. In Calabria si producono pochi beni e pochi servizi per  il mercato, sia per  il  mercato  regionale che per quello esterno. I servizi pubblici e le attività terziarie legate alla distribuzione assorbono i tre quarti del reddito regionale  e  i  due  terzi  dell'occupazione  totale.  Fortemente  sottodimensionata  è  al contrario la presenza del settore industriale, in particolare delle attività manifatturiere che coprono soltanto un decimo del reddito ed appena l'8% dell'occupazione regionale, a fronte rispettivamente del 25 e del 24% nel Centro-nord. Il settore agricolo calabrese mostra, invece, relativamente alle economie regionali  più avanzate, un accentuato sovradimensionamento, soprattutto in termini occupazionali, che nasconde tuttavia una permanenza forzata di quote  significative di lavoratori  nelle campagne a bassissima produttiviin assenza di un'insufficiente domanda di lavoro da parte dei settori extra- agricoli.
La penuria quantitativa dell'apparato produttivo regionale si associa sistematicamente comodesti  livelli  qualitativi  delle  produzioni  e  delle  strutture  imprenditoriali. Prevalgono innanzitutto le attività a basso  valore aggiunto e relativamente protette dalla concorrenza esterna: ciclo dell'edilizia e prime trasformazioni di prodotti agricoli sono infatti i blocchi produttivi dominanti nell'industria, mentre i servizi tradizionali alla persona dominano nel settore terziario. Di contro, scarsamente consistente è la densità imprenditoriale  nei  segmenti   più  innovativi,  dinamici   e  aperti  alla  competizione extraregionale. Prevalgono nettamente dunque le imprese locali a domanda locale, cioè le attivi economiche che esauriscono le  loro relazioni di mercato entro il ristretto perimetro regionale, se non provinciale. Il panorama imprenditoriale regionale è inoltre dominato in forma estrema da imprese piccolissime.  Oltre  i due terzi delle aziende agricole ha meno di 2 ettari di superficie, ossia una dimensione del tutto incompatibile con una gestione economica sostenibile; 9 imprese extra-agricole su 10 non superano i 2 addetti. In Calabria, unica regione in Italia, non esiste neppure un'impresa industriale che supera i 500 addetti fissi. La polverizzazione delle strutture imprenditoriali è tanto più pesante se si considera che la quasi totalità delle imprese regionali sono imprese isolate le une dalle  altre, cioè senza legami funzionali. Non a caso, in Calabria, a differenza di molte altre regioni italiane, non sono attecchite forme organizzative della produzione del tipo distretti produttivi specializzati o filiere di produzioni complete, dense,  localizzate.  Nanismo  dimensionale  e  isolamento  rappresentano  una  doppia penalizzazione per le imprese regionali e allo stesso tempo cause inibenti delle loro prospettive  di  crescita.  Dimensioni  così  piccole  infatti  impediscono  di  conseguire economie di scala, mentre l'isolamento non consente alle imprese calabresi di catturare economie di agglomerazione e di specializzazione, tipiche dei distretti e dei  sistemi produttivi integrati.
Nonostante il quadro strutturale non esaltante, la Calabria non è però del tutto priva di esperienze  imprenditoriali  di  successo.  Sparsi  sul  territorio  regionale  infatti  sono rinvenibil casi  eccellenti  di  imprese  dinamiche,  competitive,   aperti  ai   mercati internazionali.  L'esperienza  più  importante  è  senza  dubbio  quella  de porto  di transhipment di Gioia Tauro: una infrastruttura logistica straordinaria, la più importante del Mediterraneo e tra le prime del mondo, che ha rimesso la Calabria al centro dei megatrend di flussi mercantili tra estremo  Oriente ed estremo Occidente. Importanti sono   anche   i   casi   dell'incipiente   processo   di   distrettualizzazione   del   sistema agroindustriale della Piana di Sibari, dei sistemi turistici locali di Tropea-Capo Vaticano e di Isola Capo Rizzuto e delle diverse microaree di specializzazione agricola e artigianale diffuse nel territorio (vini e liquori, cipolle, torroni e pasticceria, gelateria, abbigliamento e pelletteria, sedie, ecc.). Inoltre, molto importante è la nascita in questi ultimi anni di prime imprese innovative connesse ai risultati delle ricerche realizzate nelle università regionali, perché fa sperare nella possibilità di una progressiva immissione nel sistema economico  regionale di unità  produttive avanzate, di frontiera. Tuttavia, il problema delle eccellenze e del successo imprenditoriale regionale è che non fanno rete, non dialogano e dunque non riescono  a conseguire massa critica. Di conseguenza, il  loro impatto economico è  alquanto limitato, per lo più circoscritto in perimetri territoriali esigui.

Politiche per la competitività territoriale

La Calabria ha bisogno di un sistema produttivo robusto e di qualità. E' illusorio pensare che la qualità sociale sia conseguibile senza un congruo apparato produttivo regionale. E'  velleitario  immaginare  una  Calabria  più  autonoma  e  forte  senza  un  tessuto economico diffuso, integrato, dinamico. La Calabria non può rinunciare ad un modello di sviluppo auto-propulsivo, basato cioè sulla valorizzazione delle proprie risorse fisiche, umane  e  immateriali.  L'economia  regionale  deve  progressivamente  ridurre  la  sua dipendenza dai trasferimenti esterni. Non si tratta di un compito facile, ma non esistono scorciatoie. La qualità e la sostenibilità nel tempo del benessere dei calabresi, la stessa qualità della convivenza civile e degli assetti democratici, dipendono in larga parte dalla capacità delle politiche pubbliche di sostenere processi sviluppo autonomi. Si tratta di un obiettivo di medio-lungo termine. Lo sviluppo auto-propulsivo ha bisogno di tempo. Non è questo il punto. Il punto è che bisogna iniziare: è necessario imboccare subito la strada stretta del potenziamento e dell'allargamento della base produttiva regionale. Un potenziamento incentrato sulla valorizzazione piena del patrimonio di risorse regionali e su interventi esterni finanziari, imprenditoriali e organizzativi strettamente coerenti con le vocazioni locali e con le esigenze, da un lato, di minimizzare le rotture con i contesti ambientali naturali e, dall'altro, della massima valorizzazione dei potenziali di sviluppo endogeno.
Lo sviluppo autonomo della Calabria  implica un ripensamento radicale delle politiche pubbliche di sostegno. Non è sufficiente infatti reiterare all'infinito  le politiche e gli strumenti di incentivazione delle singole imprese per avviare processi di sviluppo auto- propulsivo duraturi. L'esperienza storica degli ultimi decenni insegna che per alimentare processi di  sviluppo produttivo non bastano i sostegni finanziari alle singole  imprese, nuove o preesistenti.  Gli  incentivi alle singole iniziative  sono importanti se sono ben finalizzati e selezionati a sostenere le  imprese che p di tutte  necessitano di aiuti pubblici per fare un salto produttivo, di mercato, occupazionale. Viceversa, incentivi indiscriminati rischiano il più delle volte di determinare effetti distorsivi o di selezione avversa, cioè di aiutare  imprese strutturalmente marginali o imprese che  avrebbero comunque realizzato gli investimenti a prescindere dagli incentivi.
Bisogna allora cambiare le politiche. In particolare, è necessario superare la concezione delle  politiche  pubbliche  di  sostegno  alle  imprese  come  una  politica  meramente compensativa, rivolta cioè a  monetizzare gli svantaggi della  localizzazione regionale: viste le penalità del fare impresa in Calabria rispetto  ad altre regioni, per  la minore efficienza dei servizi pubblici e della rete infrastrutturale, per i maggiori vincoli del
sistema bancario, per la presenza di criminalità, si tenta di compensare questi svantaggi localizzativi con l'erogazione di incentivi monetari. La politica compensativa però finisce per riprodurre nel tempo gli svantaggi localizzativi, il che comporta la perpetuazione all'infinito dell'erogazione degli incentivi.
I più recenti orientamenti delle  politiche regionali comunitarie e  di quelle nazionali connesse  alla  programmazione  negoziata,  suggeriscono  invece  politiche  pubbliche orientate a migliorare i contesti attraverso la diffusione di esternalità positive e di beni pubblici. Secondo questa nuova generazione di politiche piuttosto che monetizzare gli svantaggi si dovrebbe puntare a ridurre permanentemente gli svantaggi localizzativi. In altri   termini,   gli    interventi   pubblici   per   lo   sviluppo   produttivo   andrebbero prioritariamente rivolti a migliorare i contesti insediativi, ossia a risolvere le strozzature infrastrutturali, ad aumentare la sicurezza  sociale, a ridurre costi e  razionamenti del sistema bancario, a snellire e velocizzare gli iter burocratici e così via. Contesti socio- istituzionali più efficienti e ricchi di esternalità positive affrancherebbero le  politiche pubbliche  dal  sostenere  i  costosi  e  spessinefficienti  strumenti  di  incentivazione finanziaria alle singole imprese.
L’obiettivo prioritario è perseguire con decisione politiche pubbliche per la competitività territoriale. Siamo convinti infatti che l'ostacolo più duro per lo sviluppo produttivo calabrese sia rappresentato dalle diseconomie dei contesti ambientali, ovvero dalla bassa dotazione di beni pubblici  per la produzione e per  le  imprese. La Calabria ha bisogno  soprattutto  di  una  politica  dell'offertacioè  di  servizi  pubblici  efficienti  e trasparenti, di azioni di sistema piuttosto che di aiuti alle singole iniziative. Le politiche pubbliche per la produzione che vogliamo attivare aspirano prioritariamente a creare e a potenziare azioni collettive, reti di imprese, sistemi produttivi locali, filiere e distretti di produzione.  Il  futuro  produttivo  della  Calabria  presuppone  infatti  il  superamento dell'atomismo aziendale e della crescita puntiforme; esige viceversa aggregazione delle esperienze, creazione  di tessuti  imprenditoriali  integrati, consolidamento ed  ulteriore diffusione di esperienze organizzate sotto forma di cooperative, ispessimento localizzato di trame produttive, sviluppo di servizi comuni, creazione di centri di servizi collettivi, densità di relazioni tra mondo delle  imprese e istituzioni pubbliche, partnership tra imprese regionali e imprese esterne. Bisogna mettere in rete la Calabria produttiva: per darle maggiore forza di mercato e per  renderla più attrattiva e permeabile a nuovi investimenti, regionali e non.  D'altro canto, non è pensabile di  riuscire ad essere competitivi sui mercati globali con imprese così sottodimensionate e fragili, con imprese de-specializzate, con sistemi produttivi locali poco coesi e integrati. Non ce la fanno le singole imprese agricole, turistiche, manifatturiere e di servizi. E' necessario allora integrarle, metterle in rete, favorire la cooperazione. E' necessario collegarle alle fonti della   ricerca   scientifica   e   tecnologica   delle   nostre   università,   accompagnarle nell'interazione con i centri dell'innovazione. Allo stesso tempo bisogna migliorare  i contesti  territoriali,  ridurre  le  diseconomie,  abbattere  gli  ostacoli  e  le  strozzature materiali e immateriali.

Concertazione e cooperazione istituzionale e sociale.

Una pre-condizione strategica  per lo sviluppo dell'apparato produttivo regionale è un nuovo clima di coesione sociale e istituzionale, un serio rilancio della concertazione e del parternariato pubblico-privato. L'opposto cioè del clima istituzionale creato dai governi regionali di centrodestra, che hanno lavorato con determinazione e in modo sistematico a dividere le forze, a lacerare e delegittimare gli interlocutori sociali ed economici, ad azzerare la concertazione. Per effetto di queste condotte dissennate, la Calabria è oggi molto più povera di risorse istituzionali per lo sviluppo, è molto più incerta, è più divisa e dunque più debole. Il centrodestra ha lavorato contro lo sviluppo.
E’ tempo di ricomporre le divisioni, di riavviare il confronto e la cooperazione, rilanciare la concertazione. Solo in un nuovo quadro cooperativo e di interazione istituzionale le imprese, locali e non, possono essere invogliate a fare investimenti, ad occupare nuovi lavoratori, a praticare nuovi mercati, a sperimentare nuovi prodotti e nuovi processi. Gli investimenti  necessitano  semprpiù  di  risorse  intangibilidstabili e  certezza istituzionale, di interlocutori coesi ed affidabili. Solo  in un quadro di cooperazione istituzionale,  il  sindacato  e  gli  altri  corpi  intermedi  troveranno  convenienze  alla collaborazione, al coinvolgimento e alla moderazione conflittuale. La coesione socio- istituzionale è un ingrediente irrinunciabile e  un formidabile facilitatore dello sviluppo produttivo. Per tali motivi, lavoreremo da subito, insieme al parternariato istituzionale e socio-economico, alla costruzione di un vero e proprio "Patto per lo sviluppo regionale". Un Patto condiviso tra tutti gli attori dello sviluppo. Un Patto stabile di lungo periodo. Un Patto con le linee essenziali per il rilancio dell'apparato produttivo calabrese. Un Patto con impegni vincolanti per tutti  i sottoscrittori. L’UNIONE e la Calabria vogliono e devono fare insieme.

3.2     Il sistema infrastrutturale e della mobilità

Un sistema puntiforme

La  Calabripresenta  rilevanti  elementi  di  debolezza  del  sistema  dei  trasporti:  la modesta   qualità   delle    infrastrutture   primarie   (autostrada,   strade   di   grande comunicazione, in particolare  la  SS 106 ionica, ferrovie); la  incompletezza delle  reti minori in termini di rami e di dotazioni: le due linee ferroviarie trasversali Ionio-Tirreno; la viabilità trasversale Ionio-Tirreno (Paola – Crotone, la SS 280 Lamezia  Terme– Catanzaro, la SS 281  Marina di  Gioiosa–Rosarno) con criticità  localizzate e segni di degrado; la mancanza di integrazione e coordinamento fra i diversi modi di trasporto; la debolezza  strutturale  del  trasporto  merci  e  del  trasporto  pubblico  (frantumazione, mancanza   di   politiche   cooperative,   debolezze   gestionali,   eccessiva   burocrazia, limitatezza delle risorse, ecc.); la mancanza di autoporti o di semplici strutture di interscambio alle periferie delle città e di una gerarchizzazione dei servizi merci; la insufficiente dotazione di autobus nelle città; la scarsa valorizzazione delle potenzialità dei porti (si pensi alla nautica da diporto) e dei servizi di navigazione in generalela scarsa valorizzazione del sistema degli aeroporti e dei servizi aeronautici; linsufficiente organizzazione delle istituzioni e il ritardo nel recepire ed attuare le direttive legislative nazionali (dalle norme  sul Trasporto pubblico locale, ai  Piani di Tutela Ambientale, ai Piani Urbani del Traffico, alla portualità); la  mancanza  di connessione con il  sistema produttivo;    linsufficiente  diffusione  delle  ITC,  che  giocano  un  ruolo  sempre  più significativo nel comparto degli scambi merci e delle comunicazioni, dellefficienza di gestione e dei servizi ausiliari.
Esistono alcuni elementi di forza  e potenzialità di sviluppo scarsamente utilizzate nel corso degli anni:  presenza di  investimenti significativi già attivati (autostrada  Sa-Rc, Gioia Tauro) e sui quali si accumulano ritardi e disorganizzazione; posizione leader del porto di Gioia Tauro nel Mediterraneo; presenza di nodi di rete con grandi potenzialità non sfruttate (porti, aeroporti, aree turistiche); centralità mediterranea della Calabria; esistenza di un’area metropolitana dello Stretto; presenza di  industria ferrotranviaria leader; dinamicità di molti operatori del settore; potenziali legate alle vie del mare; struttura  a  maglie  della  rete  ferroviaria;  centri  operanti  nel  settore  della  ricerca scientifica  e della formazione superiore e professionale nel comparto dei trasporti; rapporti   internazionali  dei  centri  di  ricerca  e  dell università;  novità  legislative importanti, nel comparto del trasporto aereo, merci, pubblico locale.
Alcune interessanti opportunità possono essere colte per una strategia di sviluppo nel settore:
     espansione in atto del trasporto marittimo delle merci, che vede nel Mediterraneo un bacino privilegiato;
     rinnovata attenzione alle sponde  Sud ed  Est del Mediterraneo (rapporti sociali ed economici);
     tendenza crescente a inoltrare merci attraverso Gioia Tauro da parte delle regioni del Centro Sud (Lazio, Campania, Puglia, Sicilia);
     potenziamento in atto dellitinerario autostradale Nord-Sud;
     nuova generazione di naviglio veloce da parte dell’industria nautica;
     fenomeni  di  congestione  degli  aeroporti  siciliani  soprattutto  in  periodi  di  alta stagione turistica e assenza di scali aeroportuali in Basilicata.

Le priorità di intervento

Il miglioramento dei livelli e della qualità dei servizi di trasporto per le persone e le merci in Calabria rappresenta un fattore importante per ridurre il differenziale rispetto alle altre regioni dItalia e favorire lo sviluppo economico e territoriale.
La  strategia  di  intervento  deve  puntare  prioritariamente  all’aumento  del  grado  di accessibilità della regione rispetto al cuore dell’Europa e rispetto al Mediterraneo e ciò è possibile  attraverso  la  strutturazione  di  infrastrutture  stradali  e  ferroviarie  a  rete, attraverso lo sviluppo dei servizi di cabotaggio marittimo e di trasporto aereo, puntando in primo luogo all’efficace integrazione tra reti locali e sistema nazionale dei trasporti. La strategia di sviluppo per il sistema dei trasporti calabrese può essere articolata su quattro ambiti tematici:
1. sistema delle infrastrutture;
2. trasporto merci e logistica;
3. trasporto pubblico locale (Tpl);
4. ricerca, innovazione e formazione.

Sistema delle infrastrutture

L'individuazione degli interventi a supporto del sistema infrastrutturale deve rispondere ad una logica di pianificazione, in particolare attraverso lanalisi delle reali esigenze della comuniregionale,  l'identificazione di  soluzioni fattibili  in rapporto alle risorse disponibili, la valutazione degli impatti con il supporto di indicatori oggettivi. L’approccio selettivo deve inoltre sostanziarsi attraverso una scala di priorità. La logica della Legge Obiettivo, che si auto-referenziava come legge di rapida attuazione contrapposta nella sostanza a  quella di Piano, pur ricalcando in buona misura molti degli interventi già individuati nel PGTL, si sta rivelando fallimentare.
L’orientamento  del  Governo  nazionale  in  materia  di  trasporti  è  stato  fortemente concentrato sul tema delle “grandi opere”, intese principalmente, come volano per lo sviluppo. Questa scelta è stata attuata da un lato smantellando il sistema di regolazione degli appalti e delle tutele ambientali e, dall’altro, svuotando, nei fatti, lo strumento di programmazione della  politica dei trasporti (il PGTL), varato pochi  mesi prima. Basti pensare che la ripartizione degli investimenti proposta dal PGTL  indica il 56% per il trasporto ferroviario ed il 28 % per la viabilità, mentre nel Piano delle Grandi Opere, invece, il 42% è destinato alla viabilità, il 35% alle ferrovie, l11% ai sistemi urbani, il 4% ai sistemi portuali ed aeroportuali. Il  piano decennale delle Grandi Opere si è dimostrato un’illusione e un errore strategico. Sono stati previsti investimenti per 125 miliardi di euro, ma la tabella di marcia delle realizzazioni è lungi dall’essere rispettata sia nella tempistica che nella spesa reale.
Per  la  Calabria  è  necessario   procedere  ad  una  riprogrammazione  della  spesa, assumendo delle priorità e privilegiando nel breve-medio termine le seguenti tipologie di opere
-           opere in avanzato stadio di realizzazione;
-           opere già finanziate e la cui progettazione risulta definitiva o esecutiva;
-           opere dichiarate invarianti;
-           opere volte alla chiusura di maglie infrastrutturali strategiche;
-           opere di raccordo tra nodi strategici e reti primarie;
-           
opere finalizzate allintegrazione di rete.
Specifiche risorse vanno destinate alla gestione e manutenzione delle infrastrutture per garantirne la sicurezza, la praticabilità, la  minore vulnerabilità possibile. Interventi primari devono essere operati per la valorizzazione e lo sviluppo delle infrastrutture di trasporto  ferroviario  (linea  ionica,  trasversale  Lamezia-Catanzaro  Lido,  linea  Silana Cosenza-Catanzaro) e per lefficiente allaccio ad esse dei nodi strategici,  in modo da realizzare  un  vero  sistema  a  maglie  integrate.  Per  le  reti  terrestri  dovrà  essere perseguita primariamente la messa in sicurezza dei percorsi attraverso interventi mirati e pianificati. Per la statale ionica, nellambito delle attiviin atto, è indispensabile realizzar strade  tangenzial icorrispondenza  degli  abitati   la  riqualificazione funzionale di alcune tratte secondo i parametri di norma.
Sul Ponte sullo Stretto il giudizio è negativo. Il Ponte non può costituire una priorità regionale. Le vere priorità di programma sono una rete ferroviaria ad Alta Capacità per il Mezzogiorno con una velocizzazione dei treni,  una minore vulnerabilidel trasporto, un più concreto e rapido conseguimento dell’efficacia del trasporto merci e passeggeri.
Una attenzione specifica va rivolta al trasporto aereo, sia per coprire le lunghe distanze tra  il  Mezzogiorno  e  il  Centro-Nord  Europa,    tra  il  Mezzogiorno  e  i  Paesi  del Mediterraneo, sia per  favorire la crescita dell'economia turistica.

Trasporto merci e logistica

Le azioni per lo sviluppo del sistema di trasporto merci e della logistica possono essere classificate in tre gruppi:
a)       interventi infrastrutturali e potenziamento dei servizi;
b)       misure  volte  a  razionalizzare  l’organizzazione  di  settore  ed  ottimizzarne  la gestione;
c)       creazione/aggiornamento di adeguati strumenti amministrativi e normativi.
Nel primo  gruppo rientrano interventi per il potenziamento dei nodi di interscambio (porti, interporto di Gioia Tauro, autoporti, piattaforme logistiche, ecc.) e per l’efficiente raccordo  degli  stessi  nodi  alle  reti  nazionali.  Si  tratta  di  rilanciare  l’intermodalità, favorendo in particolare lo sviluppo del trasporto merci su rotaia in rapporto alla nuova geografia produttiva, ai nuovi traffici marittimi e alla  mobilità delle merci pericolose. Relativamente ai nodi di interscambio, è auspicabile l’avvio concreto dellinterporto di Gioia Tauro, l'individuazione e  la  realizzazione di  infrastrutture intermodali minori, la dotazione di adeguate banchine per il trasporto Ro-Ro  nei nodi portuali strategici, la dotazione di adeguate infrastrutture per attività cargo in ambiti aeroportuali.
Specifica attenzione va indirizzata ai servizi di trasporto, migliorando le prestazioni di quelli esistenti e promuovendo  lo sviluppo di nuovi servizi, quali quelli di trasporto marittimo cabotiero (autostrade del mare), servizi di treno blocco coordinati, servizi di assistenza, di informazione e di collaborazione agli imprenditori della produzione e del trasporto orientati all’integrazione, servizi di  monitoraggio, di controllo e di sicurezza per il trasporto delle  merci, con  particolare  riguardo per quelle pericolose, servizi di supporto per lo sviluppo di figure di Operatori di trasporto multimodale (MTO).
Le misure organizzative e gestionali nel comparto del trasporto merci e della logistica appaiono determinanti per attivare forme di sviluppo non più procrastinabili; occorre agire attraverso un "Piano Regionale Integrato del Trasporto Merci e della Logistica"; attraverso  azioni di coordinamento a scala regionale in modo  anche da  distribuire razionalmente funzioni e risorse in un’ottica di complementariee sinergia; attraverso il potenziamento delle reti di comunicazione immateriali (nodi e flussi  informativi); attraverso l’integrazione dei servizi per filiere logistiche  piuttosto che per modalità di trasporto;  attraverso  l'eliminazione  di  ostacoli  burocratici,  tecnici  e  organizzativi; attraverso lo snellimento delle procedure operative connesse al transito delle merci nei nodi; attraverso lattivazione di strumenti di promozione della  logistica sul versante della domanda, come “Agenzie di promozione della logistica” o “Supervisori logistici.
Tra  le  misure  di  natura  giuridico-amministrative  sono  necessarie:  l’armonizzazione integrale delle norme regionali con quelle europee; misure per la riorganizzazione del sistema delle imprese; l'eventuale creazione di un’"Agenzia Regionale per la promozione della  logistica"; una politica volta a supportare, anche attraverso sgravi fiscali sul carburante, il trasporto con origine in Calabria.

Trasporto pubblico locale

Le iniziative a favore del trasporto pubblico locale dovranno essere fondate su tre assunti di fondo:
a)     il trasporto pubblico locale rappresenta un fattore essenziale di coesione sociale e il diritto di tutti i cittadini alla  mobilità va garantito  su standard qualitativi  e quantitativi dignitosi;
b)     il trasporto collettivo di persone deve essere fattore determinante di riduzione dei fenomeni di congestione e  dinquinamento ambientale,  in particolare nelle aree urbane;
c)     l liberalizzazione  del  mercato  deve  avvenire  salvaguardando  i  diritti   dei lavoratori.
Occorre  tenere  presente  che  il  quadro  normativo  ed  istituzionale  di  riferimento  è fortemente  segnato  dall’impostazione  federalista  che  ha  affidato,  sulla  materia,  la competenza esclusiva alle regioni. In questo senso assume centrali il tema delle risorse  finanziarie;  esso  deve  essere  strettamente  connesso  a  quello  dei  nuovi investimenti in mezzi ecologici, materiale rotabile a basso o nullo impatto ambientale ed in infrastrutture (trasporto rapido di massa, sistemi avanzati di trasporto a fune, sistemi a  forte  automazione),  nonché  all’attivazione  di  politiche  strutturali  di  riduzione dell’utilizzo  del  mezzo  privato.  In  secondo  luogo,  il  governo  regionale  dovrà incoraggiare, incalzare, accompagnare lazione di pianificazione e programmazione degli Enti locali. Un serio ed aggiornato "Piano  Regionale dei Trasporti", la definizione dei servizi minimi e dei "Piani Triennali dei Servizi", i "Piani Urbani del Traffico e della Mobilità",  rappresentano  concreti  terreni  di  azionedi  iniziativa  e  mobilitazione, attraverso cui  perseguire la coesione sociale e la sostenibilità ambientale.
Tra gli obiettivi primari nel comparto del trasporto pubblico locale sono da richiamare ancora:
a)       la distinzione dei ruoli di programmazione, gestione e controllo dei servizi;
b)       il miglioramento della qualità dei servizi;
c)       il potenziamento del parco veicolare delle città (tutte sotto standard nazionale);
d)       la  promozione  e  l’estensione  dellintegrazione  vettoriale  e  tariffaria  a  scala regionale;
e)       l’accessibilità del trasporto ai diversamente abili;
f)        il mantenimento e lo sviluppo dei  livelli occupazionali.

Ricerca, innovazione e formazione

Sono più che mai necessari programmi di  finanziamento pubblico della ricerca nel campo dei trasporti. Sono necessari altresì figure professionali coerenti con l’evoluzione del sistema dei trasporti e del mercato. Negli ultimi anni la situazione si è andata aggravando ancora di  più; basta osservare come  in nessun ambiente accademico si siano affermati strumenti di ricerca e percorsi formativi quali quelli delineati nel PGTL. Del tutto irrilevante sono poi le risorse destinate alla ricerca di settore e allinnovazione tecnologica, nonostante la forte e crescente domanda del mercato.
In questo  settore la  Calabria può giocare  un ruolo significativo, aperto alle istanze nazionali, europee e mediterranee. Occorre affermare l’esigenza di:
a)       promuovere  e  sostenere  un  "Centro  di  Ricerca  Regionale  di  Eccellenza  sui Trasporti";
b)       un sostegno finanziario della ricerca di  settore sui   metodi e strumenti per  la pianificazione strategica dei sistemi di trasporto, analisi dei mercati, analisi del trasporto merci e della logistica, tecnologie per il trasporto, monitoraggio di traffici  e  osservatori  specializzati,  sicurezza  del  trasporto,  organizzazione  e gestione di servizi di trasporto pubblico;
c)       un sostegno all’applicazione e allo sviluppo di tecnologie innovative nel campo dei   trasporti   (ITC-Tecnologie    dell’Informazione   e   della   Comunicazione, Telematica,      ITS-Intelligent      Transportation      Systems,      ATS-Advanced Transportation Systems, Sistemi di gestione del trasporto merci pericolose via terra; Sistemi  di monitoraggio e controllo del trasporto via mare come i VTS); alcune di queste componenti possono produrre rilevanti ricadute sul sistema economico regionale;
d)       lapprontamento di strumenti stabili per la  formazione, laggiornamento e la riqualificazione di esperti di settore.

3.3     Il sistema territoriale

Una regione mediterranea a rischio

Il territorio della Calabria è esteso e fragile, denso di piccole comunità sullo sfondo di uno spazio di vasti orizzonti e grandi ambiti dominati dalla natura, con una straordinaria variabilità,  unica  nel  Mezzogiorno  e  forse   in  Italia,  di  situazioni  geografiche, paesaggistiche, orografiche, climatiche, ma anche culturali, insediative, etnografiche, tra i paesaggi luminosi dei litorali, le foreste e i boschi della montagna, le valli e le rare pianure.  La  Calabria  è  questa:  una  straordinaria  regione  mediterranea  in  cui  si alternano,  spesso  concentrate  ipochi  chilometrisituazioni  diversissime  e  icui convivono schegge di  modernità  e testimonianze di una storia millenaria. Un grande potenziale  di  sviluppo  è  racchiuso  nei  suoi  cromosomi  territoriali  e  nell’identità paesaggistica, culturale, storica.
La Calabria non è solo questo. Il territorio  regionale ha una  netta caratterizzazione montuosa  e collinare: rispettivamente, il 41% e il 49% della superficie regionale, corrispondenti al 6% e il 5,9%  del totale  nazionale. Circa due terzi degli  abitanti risiedono negli insediamenti collinari, un quinto circa negli insediamenti di montagna, meno di un sesto in pianura. L’esodo della popolazione dalle montagne verso le pianure, soprattutto  costiere,  è  stato  imponente:  più  di  120.000  persone  negli  ultimi quarant’anni  si  sono  trasferite  verso  le  colline  e  le  pianure.  Circostanza,  che,  se sommata al ridimensionamento delle attività agricole e rurali tradizionali, ha comportato un   grave  deficit  di  cura    manutenzione  del  territorio  montano.  Il  dissesto geomorfologico e la pericolosità idraulica legata ad esondazioni e alluvioni si sommano a diffusi  e  gravi  fenomeni  di  incendi  boschivicementificazione  e  attività  estrattive
indiscriminate. Criticisul piano dei rischi che si sommano alla minaccia, sempre presente ma non sempre adeguatamente valutata, dellelevata sismicità del territorio calabrese. Problematica anche la  situazione ambientale, in particolare riguardo ai siti contaminati: le discariche dotate delle opere necessarie a prevenire l'inquinamento sono un’esigua  minoranza, mentre la gran parte  di esse è  ubicata nelle vicinanze di corsi d'acqua e l'elevato numero di siti utilizzati  per lo smaltimento dei rifiuti  è causa di problemi di tutela ambientale sull’intero territorio regionale. La carenza di infrastrutture e un sistema di smaltimento basato su discariche caratterizzano il sistema di gestione dei rifiuti nella regione: il raggiungimento degli obiettivi sanciti dall’attuale normativa in materia  resta lontano. Riguardo  alle questioni urbanistiche e territoriali, la Calabria resta una delle regioni con il più alto tasso di abusivismo, con effetti devastanti sul paesaggio, sulla qualità degli insediamenti  e sulla tenuta stessa  dell’organizzazione territoriale. Effetti che si sommano alle perverse dinamiche di espansione indiscriminata degli abitati innescati, di norma, dalle previsioni gonfiate degli strumenti urbanistici comunali, con il risultato che ormai molti ambiti, soprattutto costieri ma non solo, sono fortemente compromessi per ogni ipotesi di sviluppo vero e duraturo. Inoltre, queste dinamiche rendono i costi di manutenzione e gestione del territorio del tutto insostenibili per le finanze dei Comuni, delle Province, della Regione.
Negli ultimi quaranta anni la popolazione calabrese è aumentata di sole 60.000 persone. La superficie urbanizzata, nello stesso periodo, è invece aumentata di circa cinque volte: anche il territorio calabrese è stato  investito da quelle dinamiche di  crescita insediativa   a   bassa   densità   che   hanno   caratterizzato   il   tumultuoso   sviluppo dell’urbanizzazione moderna in alcuni contesti nazionali (in particolare nelle  regioni padane e,  in modo particolare, nel Nord-Est). Il punto è che questa crescita della superficie  urbanizzata  è  avvenuta  nella  regione  più  arretrata  d’Italia,  a  fronte  di dinamiche  economiche e produttive assai flebili. Insomma: espansione edilizia senza motore economico auto-propulsivo, crescita quantitativa senza sviluppo.
Abusivismo, cementificazione dissennata, bassa qualità edilizia, degrado urbanistico, insufficienza dei servizi sono macigni che pesano e peseranno sul futuro della Calabria per decenni. Non c’è altra possibilità: occorre rimuoverli, per sgombrare il sentiero dello sviluppo e  della crescita. Finora si è fatto  poco o nulla. Molte delle difficol che la regione  sta  incontrando  nella  realizzazione  del  POR  2000-2006  derivano  dal  corto circuito  tra  istanze  di  sviluppo  (urgenti),  motori  finanziari  comunitari  (potenti)  e politiche territoriali e di sviluppo locale (inadeguate). Anche lapprovazione recente della Legge urbanistica della Calabria  ha prodotto finora assai poco, pur avendo  avuto, nonostante  non  sia  esente  da  difetti  e  incongruenze,  il  merito  di  sbloccare  una situazione normativa diventata imbarazzante per l’immagine stessa della regione. Resta il fatto che la Calabria è l’ultima regione  dItalia anche riguardo alle politiche del territorio.  La  Calabria  è  infatti  l’unica  regione  a  non  avere  nemmeno  un  piano territoriale vigente: né il Piano paesistico o il Piano territoriale regionale, né un Piano territoriale provinciale, né un Piano di un parco o di un’area protetta. Una situazione negativa  e  sconfortante.  Solo  l’approvazione  del  Piano  d’assetto  idrogeologico,  nel 2001, ha costituito una novità in questo panorama. A livello comunale, la situazione non appare  migliore,  essendo  la  strumentazione  urbanistica  generalmente  obsoleta  e sovradimensionata.

Occorre
fare di più, molto di più, a tutti i livelli, presto e con efficacia. Sullo sfondo, il rischio del  corto circuito: le  risorse finanziarie disponibili  non riescono ad alimentare circuiti virtuosi di crescita economica e civile, non cresce la domanda sociale di sviluppo e di territorio come bene pubblico e, quindi, la domanda di politiche pubbliche, le risorse si perdono nei mille rivoli dei progetti puntuali senza impatti significativi sulle variabili di rottura di tipo economico-sociale o addirittura, se di provenienza comunitaria, ritornano nel  circuito  della  finanza  a  disposizione  delle  altre  regioni  europee.  È  per  queste motivazioni  che  la  "questione  territorio"  è  decisiva:  strategie  di  sviluppo  locale  e politiche territoriali costituiscono  le basi della crescita e della qualificazione civile e sociale e devono saldarsi in un progetto di società e di territorio.

Sviluppo e crescita come progetto di territorio

E’  indispensabile  portare  a  corretta  sintesi,  con  un  progetto  adeguato,  il  quadro regionale  esistente sul versante delle politiche territoriali:
i)        un  territorio e una società con problematiche e punti di crisi assai complessi, difficili da risolvere, ma anche dotati di potenzialità e punti di forza, soprattutto per ciò che riguarda i paesaggi insediativi, identitari, naturali;
ii)       una cospicua disponibilità di risorse finanziarie (in primis dell’Unione Europea), tecniche, progettuali finalizzate ad innescare processi di sviluppo endogeno;
iii)      un sistema amministrativo, istituzionale,  legislativo e della pianificazione non utilizzabili come riferimento per  le politiche, perché incompleto,  insufficiente, inadeguato.
Saldare una politica di trasformazione controllata del territorio con la costruzione di nuove politiche di sviluppo è il modo giusto di intervenire sul territorio calabrese.
Tutelare e valorizzare l’integrità fisica e l’identità culturale del territorio.  Le risorse territoriali e ambientali sono decisive per il futuro della Calabria: qualsiasi  ipotesi di sviluppo passa attraverso la loro messa in valore. Occorre perciò una svolta storica nelle politiche e nella gestione del territorio, che metta al centro la tutela e la valorizzazione delle grandi risorse della Calabria e ne attivi  le potenzialità finora inespresse come fattori dello sviluppo.
Costruire il sistema della pianificazione territoriale e del paesaggio.  
In Calabria va costruito pressoché da zero il sistema della pianificazione e la relativa filiera verticale dei rapporti tra piani e livelli amministrativi di governo territoriale. Pur necessitando di qualche revisione,  la Legge  urbanistica regionale del 2002 e le  linee guida appena approvate (gennaio 2004) devono aprire una stagione nuova per le politiche territoriali, fondata sulla pianificazione del territorio attraverso la messa a punto e l’attivazione di tutti gli strumenti disponibili: il Quadro Territoriale Regionale, i Piani provinciali, i Piani delle aree protette e dei parchi, i Piani urbanistici comunali.
Governare  il  rischio  idraulico  e  geologico,  rilanciando  la  pianificazione  dei  bacini idrografici. Sviluppare  una politica delle acque e dei bacini fluviali per far fronte al rischio  idraulico  e  al  dissesto  idrogeologico  capovolgendo  l’approccio  al  problema: passare rapidamente ad una visione in cui la gestione dell’emergenza (che va garantita migliorando  i  servizi  di  protezione  civile)  è  integrata  in  una  grande  strategia  di prevenzione del rischio e mitigazione degli  impatti, articolata e diffusa su  tutta la regione, ma con priorità nelle aree a rischio.
Rivitalizzare i parchi e le aree protette. Nel rispetto delle funzioni che spettano ai diversi soggetti coinvolti nella gestione dei parchi, occorre potenziare e qualificare le politiche regionali  di  protezione  della  natura  attraverso  la  costruzione  della  rete  ecologica regionale e della rete dei parchi e delle aree protette.
Investire sulla prevenzione del rischio sismico. Vanno destinate più risorse per progetti significativi e qualificati nella prevenzione e nella mitigazione del  rischio sismico, in particolare nelle aree più critiche e nei contesti in cui il rischio sismico si somma ai rischi geologico e idraulico.
Eliminare l’abusivismo. Rafforzare l’intervento pubblico volto a scoraggiare e reprimere le nuove manifestazioni di abusivismo edilizio, ad estinguere labusivismo già esistente, a  tutelare  con  severità  il  territorio  e,  in  particolare,  le  aree  protette,  le  zone archeologiche, gli ambiti storici e il demanio.
Mettere  in campo una  strategia  per la montagna. Definire e avviare una organica politica regionale per la montagna, per evitarne la desertificazione sociale, rivitalizzarne leconomia, sostenere le produzioni agricole e leconomia rurale, tutelare e valorizzare il patrimonio naturale e storico-culturale, salvaguardare la ricchezza costituita dalle forme più originali di socialità, produzione e cultura del mondo della montagna calabrese.
Dichiarare  e  realizzare  una  politica  per  le  coste.  Mettere  in  campo  una  strategia regionale di intervento contro lerosione delle coste, di recupero ambientale dei litorali compromessi dalla cementificazione, di contenimento alle escavazioni senza regole, di tutela e ripristino delle dune costiere, di  protezione  degli ecosistemi e  dei  paesaggi litoranei più preziosi o fragili.
Valorizzare il patrimonio boschivo e forestale. Adottare, riconvertendo ed utilizzando in modo produttivo le risorse umane del settore, criteri rigorosi per la riforestazione e la gestione del bosco calabrese, imperniati sugli  elementi caratteristici  e di clima del paesaggio  e dell’ecosistema boschivo e forestale, tutelando, in particolare,  le foreste residue e i popolamenti più preziosi sotto il profilo naturalistico.

Una organica politica regionale del territorio

La  legislazione  regionale  e  nazionale  e  gli  strumenti  dellUnione  Europea  offrono un’ampia gamma di soluzioni, strumenti, risorse tecniche e finanziarie che, sono per avviare in Calabria una organica politica regionale del territorio, orientata a perseguire gli  obiettivi  strategici  prima  identificati.  Soprattutto  occorre  adottare  una  visione integrata e complessiva delle problematiche territoriali calabresi. Le politiche regionali devono mettere in campo risorse, strumenti tecnici e normativi, capacicooperative istituzionali, attivando  tutti gli strumenti disponibili e,  in particolare, finalizzando le azioni a:
1.   qualificare il ruolo di governo, indirizzo e controllo della Regione nel campo delle politiche territoriali, attraverso il lancio delle prima politica integrata del territorio ispirata alla sostenibilità e alla sussidiarietà, e perciò sostenuta da un processo di devoluzione tra i diversi livelli di governo e dal sistema delle regole codificate dalla Regione attraverso i suoi strumenti di intervento diretto (piani regionali e norme in materia);
2.   attuare la legge urbanistica regionale per organizzare il primo sistema integrato e compiuto della pianificazione territoriale, costruendo e approvando rapidamente il Quadro  Territoriale  Regionale,  sostenendo  e  promuovendo  la  pianificazione provinciale,    nonché    sostenendo    la    pianificazione    urbanistica    comunale, indirizzandola verso la sostenibiliattraverso una profonda e generale revisione e adeguamento  degli  strumenti  urbanistici  (Piani  Strutturali  Comunali),  l cui previsioni  vanno  calibrate  sulle  reali  potenzialità  di  sviluppo  e  sulle  prioritarie esigenze  di  tutela  dell’integrità  fisica  e  dell’identità  culturale  del  territorio, alimentando  nel  contempo  la  filiera  del  mercato  del  recupero  edilizio  e  della riqualificazione urbanistica e ambientale;
3.   rilanciare la pianificazione di bacino nelle forme previste dalla legislazione in vigore, a partire dagli orientamenti e dagli indirizzi del Piano di Assetto Idrogeologico;
4.   indirizzare il ruolo della Regione  verso la costruzione di una strategia di lungo termine per le aree interne e per le aree costiere, attraverso la condivisione con gli altri  Enti  e  le  altre  istituzioni  coinvolte  (Province,  Soprintendenze,  Comunità montane, Enti parco,  Autorità di bacino, Comuni, ecc.) di uno  statuto  di norme, indirizzi, orientamenti che informino tutte le azioni pubbliche sui territori in oggetto e gli strumenti di pianificazione e governo delle trasformazioni;
5.   dare operatività alla legislazione regionale  in tema di parchi e aree protette e rilanciare il dialogo istituzionale con gli Enti-parco e con le istituzioni centrali;
6.   mettere in campo una strategia di controllo e riduzione dell’abusivismo, anche con il ricorso a forma innovative di disincentivo e a strumenti più severi di controllo nel quadro di una nuova collaborazione con i comuni;
7.   realizzare,  come esperienza unica in Italia,  il catalogo del Patrimonio Intangibile della Calabria che, ispirandosi ai principi dell’Unesco e del World Heritage, censisca e tuteli quei luoghi, tra santuari naturali, paesaggi antropizzati, centri storici, aree archeologiche, complessi monumentali,  identificabili come patrimonio comune dei calabresi e dei cittadini dItalia e d’Europa in quanto luoghi della storia, dellidentità e della memoria.

3.4     Il sistema delle città

Una regione senza centri gravitazionali

La Calabria è povera di città.  Le immagini ricorrenti sono quelle di un territorio poco infrastrutturato, a struttura insediativa pulviscolare. La dimensione  media dei  comuni calabresi  (4.918  abitanti),  è  inferiore  alla  media  delle  regioni  italiane  comprese nellObiettivo 1 dellUnione Europea. Assai evidente, in termini comparativi rispetto agli altri contesti regionali del Paese, è la debolezza strutturale delle agglomerazioni urbane calabresi, così come rilevanti appaiono gli effetti del sottosviluppo  urbano sul deficit complessivo di sviluppo della regione. Il problema, però, non è il peso demografico delle città: infatti, un calabrese su quattro risiede in comuni con popolazione superiore a 50.000 abitanti, mentre la media europea è  uno su cinque. La prima questione è di ordine strutturale: se si eccettua Reggio, i capoluoghi di provincia calabresi sono assai più piccoli  rispetto alla media delle regioni italiane dell’Obiettivo 1:  88.514  abitanti contro  158.621.  Insieme  alla  Basilicata,  la  Calabria  è  l’unica  a  noavere  una concentrazione  urbana  che,  per  dimensione,  localizzazione  geografica,  evidenza, complessità insediativa e funzionale possa assumere il ruolo di centro gravitazionale nelleconomia e nell’organizzazione territoriale.
La seconda problematica è di tipo qualitativo. Come annualmente segnalano tutte le indagini nazionali sulla qualità della vita, dei servizi e dell’ambiente urbano, le città calabresi, con rare e occasionali eccezioni in voci specifiche e limitate del bilancio qualitativo, fanno registrare mediamente performance negative in ogni settore: servizi, qualità edilizia e urbanistica, qualità dell’ambiente, dotazione e qualità delle attrezzature e degli spazi per la collettività, mobilità e trasporto pubblico locale, vivibilità, dinamismo sociale, vivacità economica. Comè ovvio, questa problematica va iscritta nel quadro delle più generali questioni che riguardano le criticità dell’economia, della società e dell’assetto territoriale della regione, di cui il sottosviluppo urbano è allo stesso tempo, e parzialmente, causa ed effetto. Tuttavia, bisogna riconoscere che la questione urbana ha una sua specificità ed una sua propria ragion d’essere, che la fanno emergere come problematica ben riconoscibile  e, in qualche misura, delimitabile  nelle condizioni al contorno e nei contenuti.
La più generale frammentazione della trama insediativa,  la gracilità dell’economia  e della base produttiva,  la debolezza dell’architettura istituzionale e dell’organizzazione amministrativa  fanno  si  che,   comunque,   le  città   calabresi  costituiscano  l’unica componente del sistema insediativo in grado di guidare il processo di riorganizzazione e riequilibrio del territorio. Esse svolgono un ruolo centrale nell’economia regionale, dato che coincidono con i nodi primari delle reti di trasporto e comunicazione, concentrano le condizioni (capitale umano, know how, servizi avanzati) per  la riconversione delle produzioni verso attività a maggiore redditività e impatto sociale, costituiscono i centri delle attività di formazione di base e superiore, gli incubatori delle attività economiche più innovative e i punti di addensamento delle funzioni di servizio ai sistemi produttivi locali. Inoltre, le città costituiscono i centri di offerta dei servizi qualificati alle persone, fattore decisivo per  la coesione  sociale e per l’attrattività dellarea. Infine, le città rappresentano componenti centrali dell'identità culturale regionale e svolgono un ruolo- guida nellindividuazione delle strategie di sviluppo locale, in quanto nodi di connessione alle reti globali e luoghi di formazione del capitale sociale.  Per questo è indispensabile sviluppare una visione regionalista dello sviluppo urbano.

Colmare il deficit di strategia

Negli ultimi due decenni l'economia globalizzata ha profondamente cambiato il ruolo e il destino della città, rimettendola al centro degli interessi e delle dinamiche economiche. Le città rappresentano, sempre di più, il cuore e il cervello delle società umane. Nessun Paese, nessuna economia nazionale può sperare di vincere la sfida della competizione senza un sistema di città ben collocato nella rete delle  relazioni globali. Non a caso, lUnione Europea sta investendo risorse crescenti nelle  politiche per le città e le reti urbane. A maggior ragione, una regione in ritardo di sviluppo come la Calabria non ha alcuna  possibilità  di  crescita  se  non  si  dota  di  un  sistema  urbano  efficiente  e competitivo, se non potenzia il motore economico delle proprie città, se non ne migliora la quali insediativa e di vita, se non ne rafforza la coesione sociale. Il punto è proprio questo: occorre una visione integrata e coerente a livello regionale delle problematiche connesse al ruolo, allo sviluppo e alla qualità delle città e, di conseguenza, una strategia condivisa tra tutti gli attori istituzionali, basata sulla cooperazione e la sussidiarietà e su un’idea forte del ruolo delle città nella crescita e nel posizionamento competitivo della Calabria nella rete dei flussi di scala nazionale, euro-mediterranea, globale.

Creare il sistema urbano calabrese

Le città calabresi non “fanno  sistema”, mentre, al  contrario, dovrebbero costituire la rete dei nodi dello sviluppo economico regionale. Le città calabresi si sono sviluppate nellisolamento e il policentrismo  urbano è l’effetto di dinamiche di separazione e di disaggregazione, piuttosto che di integrazione e di complementarità. É un  pesante fattore  di  debolezza  della  Calabria  rispetto  ad  altri  contesti  regionali.  Per  questo, lispessimento delle relazioni tra le città e, in prospettiva, la creazione di una "Rete regionale  di  città  specializzate",  resta  una  delle  sfide  strategiche  delle  politiche pubbliche. Ogni città calabrese possiede proprie potenzialie vocazioni ed ognuna può sviluppare una funzione originale  e caratterizzante  nel contesto regionale: su questa base, ognuna di esse può ambire a inserirsi, competere e cooperare nell’ambito della rete delle città euro-mediterranee. Per la Calabria, le città possono costituire la porta d’accesso al mondo e la leva per lo sviluppo e la crescita dell’economia e della società.
In un mondo dove la competizione non è più solo tra imprese ma tra territori, attrarre investimenti e di innescare cicli virtuosi di sviluppo dipende dalle qualità competitive dei sistemi locali. Le città sono o dovrebbero essere i luoghi in cui si concentrano le quote maggiori di risorse finanziarie, patrimonio storico, capitale umano e sociale, servizi, funzioni di eccellenza. Pertanto, costruire vere aree urbane, integrate e policentriche, ricche di relazioni con il proprio contesto locale e di servizi per le imprese, le persone e la comunità è una scommessa decisiva per la riorganizzazione del territorio e lo sviluppo economico della regione.

Riqualificare, riabitare, rinnovare le città

L’inefficienza e la scarsa dotazione di servizi, la debolezza delle funzioni complesse di livello superiore tipiche dei contesti urbani, la de-qualificazione degli spazi pubblici, la mancanza  di  identità  e  la  diffusa  bassa  qualità  edilizia  e  urbanistica  della  città contemporanea, lassenza di una organica politica per labitazione, la concentrazione di degrado fisico e disagio sociale in porzioni significative delle città (in particolare centri storici e zone periferiche) e la cattiva quali dell’ambiente urbano costituiscono alcune delle  componenti  più  rilevanti   del  sottosviluppo  urbano  regionaleAnche  se  le esperienze  realizzate hanno creato una varietà ed articolazione  locale, esistono tratti comuni  in  tutte  le  agglomerazioni  urbane  calabresi.  L’azione  regionale  dovrebbe pertanto concretizzarsi nel sostenere politiche urbane secondo il  modello dell’azione integrata, che è quello più applicato e di successo in Europa, in cui si mettono in campo programmi  coordinati e integrati per intervenire sia sulla dimensione fisica della de- qualificazione  urbana  (riqualificazione,  recupero,  riconversione,  miglioramento  della qualità degli spazi pubblici e delle infrastrutture urbane, ecc.) sia sulla componente sociale ed economica (miglioramento dei servizi sociali urbani, promozione di politiche di pari opportunità e inclusione sociale, sostegno alla creazione d’impresa nei centri storici e nelle periferie, ecc.). In tale direzione lattuazione della misura del POR relativa alle città e la redazione dei piani di sviluppo urbano non sono state un'occasione per una radicale inversione di tendenza ai processi in atto.

Risorse e strumenti di una nuova politica regionale per le cit

Un strategia regionale per le città calabresi è un passaggio ineludibile e cruciale nella sfida per lo sviluppo. Tuttavia, è unazione politica di grande complessità. La dimensione ridotta delle città, le gravi e diffuse critici dell’organizzazione urbana, le distanze, le difficoltà  di  collegamento  compongono  un  quadro  complicato,  sul  quale  occorre intervenire con strategie di intervento articolate e diversificate, orientate a rafforzare e qualificare le funzioni, i servizi, lassetto urbanistico delle città e a potenziarne relazioni reciproche.
Occorre  uno  sforzo   finanziario  di  grande   portata,  che  coinvolga  tutti  gli  attori istituzionali  regionali  e  attinga  a  tutte  le  fonti  di  finanziamento  disponibili  (Fondi Strutturali,  spesa  nazionale  e  regionale,  Banca  Europea  degli  Investimenti,  risorse private, ecc.).  Le risorse devono  finalizzate a promuovere lo sviluppo integrato delle aree  urbane,  il  potenziamento  delle  funzioni  urbane  strategiche  e  di  eccellenza, l’innovazione  tecnologica  nella  gestione  dei  servizi,  lo  sviluppo  delleconomia  della conoscenza,  la  ricerce  lalta  formazionela  creazione  di  iniziative  imprenditoriali avanzate  nel settore  dei servizi, il miglioramento dellaccessibilie della mobili in un’ottica di sistema (agendo sul potenziamento dell’offerta e sulla regolazione della domanda), ladozione di sistemi e politiche settoriali ispirate ai principi della sostenibilità ambientale, il potenziamento dei servizi, la tutela ambientale, la prevenzione dei rischi, la riqualificazione urbana, il recupero edilizio, la mitigazione del disagio sociale, il miglioramento della qualità urbana (in  particolare nei  quartieri periferici, nelle aree dismesse,  nei  centri  storici),  il  rafforzamento  del  capitale  sociale  (concentrando prioritariamente  gli  interventi  nelle  aree  ad  alto  tasso  di  povertà,  disoccupazione, criminalità, disgregazione sociale e carenza di strutture e servizi).
In una visione integrata e complessiva delle problematiche urbane calabresi, le politiche regionali devono mettere in campo risorse, strumenti tecnici e normativi, capacità cooperative istituzionali finalizzate a:
-     rafforzare e sostenere il ruolo di indirizzo strategico della Regione, attraverso una nuova programmazione territoriale rivolta all’elaborazione di politiche, strategie, prioried indirizzi operativi per la creazione di reti e sistemi competitivi di città a livello regionale, sostenuta da un processo di concertazione tra i diversi livelli di governo e centrata sulle capacità progettuali dei comuni e del partnerariato economico-sociale;
-     dare corso ad un politica regionale per le città coerente con gli indirizzi, i principi e le azioni dell’Unione Europea: il Quadro Comunitario di Sostegno, il Quadro dAzione per lo Sviluppo  Urbano  Sostenibilegli  orientamenti  dei  Consigli  Europei  di  Lisbona  e Goteborg, gli indirizzi del Terzo Rapporto sulla Coesione. In particolare, nella prossima programmazione 2007-2013 andranno rafforzati, seguendo le  indicazioni del  Quadro Comunitario di Sostegno e i più recenti orientamenti europei, gli investimenti dei Fondi Strutturali per lo sviluppo urbano, con un consistente incremento percentuale rispetto alle risorse attualmente destinate a questo obiettivo dall’Asse Città del POR;
-     mettere in campo, in  questo quadro strategico, un grande "Programma Regionale di Sviluppo Sostenibile e Riqualificazione delle Città", da realizzare attraverso una rete di accordi partnerariali con i Comuni, lattivazione di tutte le forme di finanziamento regionali, nazionali e comunitarie  e del partnerariato pubblico/privato, in cui i  singoli programmi di sviluppo urbano siano costruiti, concertati e gestiti allinterno di un quadro coerente con l’obiettivo di creare la  rete regionale di città specializzate e  il sostegno finanziario sia prioritariamente indirizzato agli interventi di maggiore quali in termini di rilevanza strategica, valore aggiunto e innovazione.  L’obiettivo è quello di realizzare  un  insiemdi  progetti  integrati  per  le  città  della  Calabria,  basati  sulle specifiche vocazioni e risorse utilizzabili nelle singole città, per lo sviluppo sostenibile e il potenziamento di funzioni strategiche, la riqualificazione urbana, la rigenerazione socio-economica.
-     sostenere  ladeguamento  della  strumentazione  urbanistica  comunale  delle  città  in un’ottica di sviluppo sostenibile e promuovere la pianificazione strategica nelle città e nelle aree urbane, come nelle migliori e più avanzate esperienze in corso in Europa e nel nostro Paese.

3.5     Il sistema dei paesi

Luoghi di trasformazione

Per secoli la vita della Calabria si è organizzata e svolta allinterno, lungo quelle fasce collinari, tra montagna e marine, tra terra e mare, che si distendevano, guardandosi, ad un altitudine tra i 400 e i 600 metri. Da tempo ormai il tradizionale sistema dei paesi che ha segnato  una  peculiare organizzazione dello spazio, mentalità, culture   il sistema spaziale – culturale -mentale dei “paesi-presepi” –  è scomparso per sempre. La stessa geografia regionale dei paesi è cambiata profondamente con una dispersione di comunità, tradizioni, pratiche culturali, valori, modelli, legami, spaziali.
Un progetto di intervento efficace  sul sistema dei paesi deve partire dall’acquisizione di questo dato, dal riconoscimento di processi già definiti per potere ricreare una credibile prospettiva. Spesso è necessario tenere conto non soltanto di quello che è avvenuto ieri (discesa lungo le marine, emigrazione, spopolamento delle zone interne ecc.) ma di quello che avviene oggi.
La discesa lungo le marine ha provocato la nascita di "paesi doppi", di tanti deserti e non luoghi, di agglomerati che sono alla continua ricerca di un modo di essere e di una nuova identità. In molti casi non è nata un’economia legata al mare o alla pesca. Lo spazio  vissuto  non  è  più  spazio  produttivo  e  spesso  nemmeno  di  legami  sociali, comunitari. L’idea di paese affiora soltanto come nostalgia di un  mondo perduto, e i valori veri vengono sempre ricercati allinterno o altrove. Al di delle valutazioni che si possono dare sui centri costieri,  il dato significativo è che i "doppi", o i nuovi  centri lungo le coste, non comunicano più con linterno. Se prima  la Calabria era un’isola senza  mare,  oggi  rischia  di  diventare  una  marina  senza  interno.  Questo  nuovo “squilibrio” ha enormi conseguenze dal punto di vista economico e culturale, rischia di inibire qualsiasi rinascita legata al turismo e alle risorse dellidentità. Se linterno è una zona vuota, morta, c’è poco da mostrare ai visitatori e ai potenziali turisti.
Dalla fine dellOttocento agli anni ottanta del Novecento la vita e la cultura dei paesi interniicrisisoggetti  a  costante  spopolamento,  si  sono  comunque  ridefinite  e riorganizzate a partire dall’esperienza emigratoria. Da allora è nata un’identi che si è basata su scambi, doppiezze, partenze, nostalgie, ritorni, ricostruzione. Si può dire che oggi viviamo una situazione di "post-emigrazione", nel senso che il rapporto tra le due comunità si è affievolito, i due paesi non comunicano, non costituiscono p l’uno l’"ombra" dell’altro. Post - emigrazione non vuol dire infatti che dalla Calabria non si parte più. Al contrario: si parte per lavoro e oggi, come negli anni cinquanta - sessanta del secolo scorso, sono numerosi i giovani dei paesi e delle campagne che, diplomatosi nelle scuole calabresi,  partono in  massa per  continuare a studiare fuori. Ugualmente consistente è il numero dei giovani laureati nelle Università calabresi e che esportano le loro capacità e  il  loro  sapere altrove, con una perdita  notevole  dispendio di  risorse economiche ed umane. Questo vuol dire che l’emigrazione ha cessato di essere ormai anche una risorsa o un elemento di trasformazione positiva della realtà: la Calabria non importa più saperi, semmai  li trasferisce altrove. Il tipo di emigrazione intellettuale, frammentario, diversa  dalla  logica delle catene emigratorie, comporta anche che non nascono più quei "doppi" che avevano arricchito e modificato il paese di origine. La fuga nel passato aveva comportato oltre a lutti  e a dispersioni, a fenomeni di degrado, elementi di trasformazione, d'innovazione, di apertura.
Oggi  la fuga e  la mancata utilizzazione dei  giovani costituisce un impoverimento in assoluto della regione. Pertanto sia l’emigrazione del passato, quella che ha prodotto una  Calabria  fuori  della  Calabria,  sia  quella  di  oggi  non  hanno  la  possibilità  di "arricchire" la regione. La post-emigrazione, il rapporto con le comunità fondate dai nostri emigrati, potranno diventare una nuova risorsa se ad essa si guarda con fantasia e capaci inventiva.  Offrire la possibilidel ritorno anche nei mesi estivi ai tanti discendenti di emigrati, stabilire collegamenti con i centri culturali esterni, esportare i nostri  prodotti,  favorire  gli  investimenti  richiede  uno  sforzo  diverso  da  quello  che abbiamo finora conosciuto: non più viaggi folcloristici di politici regionali nei luoghi di emigrazione, ma capacità progettuale per diventare credibili agli occhi dei tanti abitanti della Calabria deterritorializzata, che appartiene ormai alla nostra storia, ma anche al nostro presente.
Oggi, anche i paesi più isolati, debbono fare i conti con limmigrazione. I paesi di Calabria sempre più vuoti, sempre meno frequentati da emigrati che ritornano, fanno lesperienza inedita e inimmaginabile fino a pochi anni addietro dell’arrivo di immigrati, uomini  e  donne,   che  trovano  impiego  nellagricoltura,  nelledilizia,  nelle  attività commerciali, come badanti nelle famiglie. Spesso i paesi "resistono" anche grazie a queste nuove presenze. In poco più di un secolo e mezzo, pertanto, l’identità calabrese si è profondamente modificata a seguito delle partenze, dei ritorni, e adesso anche degli arrivi di altri.
In questo contesto di mutamenti bisogna ricordare come la 'ndrangheta alla fine risulti, purtroppo, in maniere devastante, l’organizzazione capace di intercettare mutamenti e richieste, capace di ridisegnare, a proprio vantaggio, il territorio. Non a caso sono in tanti  a  vedere  anche  nella  criminalità  organizzata  una  possibilità  di  lavoro.  La 'ndrangheta costituisce il vero elemento di  ostacolo alla  possibilità di disegnare in maniera nuova il sistema dei paesi.

Rimettere in rete i paesi

Bisogna mettere, di nuovo, in rete i paesi.  Soprattutto, è necessario collegare, fare dialogare marine e zone interne, paesi lungo le coste e paesi collinari. Questo significa che la montagna e le zone interne debbono ritrovare centralità nell'agenda politica e culturale. Significa che il territorio calabrese va pensato come un insieme,  non a pezzettipeisole  discontinue,  frammentate.  La  frammentazione,  in  forme  nuove, condiziona ancora oggi la vita delle persone, la stessa impostazione politica regionale. Bisogna uscire dalle trappole  delle distinzioni arbitrarie, magari inventate, da nuove tentazioni campanilistiche. La  Calabria è regione di terra e di mare: questa verità geografica deve diventare l’elemento progettuale di fondo per un governo unitario del territorio. E’ soltanto allinterno di questa impostazione che potranno trovare risposta problemi  come  quello  dell infrastrutture,  dei  collegamenti,  delle  strade,  della salvaguardia e della valorizzazione delle risorse naturali, dellambiente.  E’ soltanto, allinterno di questa visione che la regione potrà affermare davvero un destino, un ruolo di cerniera, nel Mediterraneo.
Il legame tra Nord e Sud, tra Europa e Mediterraneo, presuppone un legame originario: quello tra le sue diverse aree. I luoghi potranno essere recuperati alla memoria (anche con itinerari turistico - culturali, ambientali, religiosi); quelli non del tutto abbandonati, ancora con un tessuto comunitario, con forti capacità attrattive, centri di mezza costa, collinaridevono  essere  opportunamente  "ri-guardati"  e  rivitalizzati,  per  diventare cerniera tra marine e montagne.
In  questi  centri  bisogna  procedere  a  un’attenta  ricognizione  e  valorizzazione  delle risorse: paesaggistiche, abitative, artistiche, culturali ed umane. La storia della regione ci ha consegnato paesi uguali e diversi.  Bisogna valorizzare le diversità, le differenti vocazioni, puntare sul tratto distintivo, identificativo di ognuna delle comunità. Le risorse  umane  vanno  impiegate,  formate,  utilizzate  ibas alla  richiestaalle sollecitazioni, alle indicazioni che ci arrivano delle “anime dei luoghi”, dalla loro storia religiosa, dalle  loro tradizioni, dall’esperienza emigratoria. Nei paesi tante istituzioni culturali “stabili” con la capacità di raccontare e di scrivere un territorio, con la capacità di creare collegamenti interni, e all’esterno, possono attrarre, a vario titolo, visitatori, operatori turistici, imprenditori, figli di emigrati.

Un progetto di recupero ed integrazione

Attorno al sistema dei paesi occorre mobilitate forze sociali ed istituzioni. Le risorse per il sistema  dei paesi, per le zone interne, per i centri collinari di eccellenza, per i collegamenti tra paesi dell’interno, e tra marine, colline e montagna, debbono diventare parte  del  bilancio  regionale,  con  una  capacità  di  intercettare  i  fondi  comunitari. Esistono, ad esempio, tanti fondi non richiesti e non utilizzati per la valorizzazione e il recupero dei paesi delle aree interne, di immobili e di beni immateriali. Un progetto sui “sistemi paesi incrocia tutti gli  altri “sistemi”, in particolare quelli sulla produzione, sulla città, sulla mobilità, sulla  legalità, sull’identità.  Altre risorse  potrebbero essere recuperate,  utilizzando  fondi  destinati  ad  opere  inutiliad  iniziative  effimerea manifestazioni meramente clientelari. Le sagre e le manifestazioni folcloristiche avranno una loro nobiltà soltanto se riusciranno a mantenersi, a sostenersi da soli. I calabresi, in passato e anche oggi, hanno mostrato che i riti,  le feste, la convivialità, i banchetti comportano   impegno   e   fantasia,   cordialità   ed   ospitalità,   organizzazione   e partecipazione,  ma non necessitano  di  capitoli di bilancio. Troppo spesso  nascono e crescono iniziative estemporanee che non servono alla soggettività e allidenti plurale della  nostra  regione.  La  stessa  valorizzazione  dei  prodotti  tipici  deve  avvenire  in maniera mirata e più produttiva. Regione, Province, Comunità montane e  Comuni, Università  devono coordinare gli interventi evitando che ogni assessorato dello stesso Ente organizzi esposizione-promozione di prodotti con inutili passerelle  ed occasioni clientelari da cui nulla la Calabria può ricavare. Mille manifestazioni hanno senso, e sono auspicabili, soltanto se hanno la capacità di creare mille legami, mille aperture, reali e costanti aggregazioni,  vere e non presunte  occasioni per avviare  processi produttivi, commerciali, culturali.  L’autocompiacimento solitario e sterile non  si traduce  mai  in risorsa collettiva.
Le  risorse  alimentari  e  gastronomiche  della  regione,  la  valorizzazione  della  sua agricoltura, dei suoi  prodotti necessitano di politiche  pubbliche e interventi privati coordinate, mirate. Altrimenti  le risorse vengono sciupate, il  locale  e le culture locali diventano localismo.
Cospicui fondi destinati a manifestazioni inutili e deteriori, a valorizzazione di tradizione mai esistite, a riscoperte di fatti mai accaduti, che “folclorizzano” la Calabria, potrebbero essere  destinati  a  Museibibliotechecentri  stabilialla  formazione  dei  giovani  in professioni utili, adeguati ai modelli di sviluppo possibili, sostenibili. Tante inutili opere di cementificazione -  opere pubbliche,  inutili, incompiute, sempre  rifatte, in rovina ancora  prima  di  essere  avviate  potrebbero  essere  trasformate  iinvestimenti  per favorire  culture  ed  economie  legate  all valorizzazione  delle  risorse  ambientali, paesaggistiche, artistiche, monumentali, culturali.

3.6     Il sistema della formazione, innovazione e ricerca

Un ritardo strutturale

Lo sviluppo del sistema della ricerca e della formazione superiore rappresenta, per la Calabria, uno dei progressi più significativi degli ultimi decenni. Sono ormai quasi 1.500 i ricercatori che, impegnati a tempo pieno nei tre Atenei e nei centri di ricerca pubblici, rappresentano un collegamento effettivo alle reti nazionali e internazionali della ricerca e  dell’innovazione.  Intorno  a  questo  polo  pubblico  della  R&S  si  stanno  inoltre sviluppando interessanti iniziative imprenditoriali, nate come “spin-off” della ricerca o attratte dalla disponibilità di know-how e di risorse umane qualificate. Questa vivacità trova anche degli importanti  collegamenti fra università e territorio con significative esperienze  territoriali  come il segnale lanciato dalle Amministrazioni comunali delle Serre  Cosentine  che  hanno  scelto  di  investire  proprio  su  questi  temi  una  parte consistente – circa 10 milioni di euro - dei fondi destinati all’area da uno degli strumenti del POR Calabria (PIT Serre Cosentine).
C  nonostante  la  Calabria  soffre  di  tutti  i  ritardi  che  caratterizzano  il  Paese  e, purtroppo, in modo molto più acuto. La spesa calabrese per la ricerca contribuisce per meno dell’1% (0,8% nel 2002) alla spesa nazionale  in R&S che pure supera di poco l’1% del PIL (1,16 nel 2002) ed è ben lontana dall’obiettivo del 3% fissato per il 2010 dalla  Strategia  di  Lisbona  per  un’economia  europea  basata  sulla  conoscenza,  più competitiva e più dinamica. Anche i dati sulle richieste di brevetti (solo 7,1 per milione di abitanti nel triennio 1999-2001) e in particolare quelli sulla spesa privata in ricerca – solo 0,1%  della spesa totale nazionale di R&S privata– collocano di fatto la Calabria come   ultima   regione   italiana   e   testimoniano   di   un   ritardo   nella   diffusione dellinnovazione nei settori produttivi che  risulta particolarmente sensibile anche nel confronto con le altre regioni meridionali.
Le risorse messe a disposizione dai fondi strutturali per il sistema dellinnovazione (45 milioni  di  euro  per  il  periodo  2000-2006)  sono  significative  ma  sono  state  finora impiegate con rara inefficienza (un anno e mezzo per concludere la valutazione di un bando di ricerca industriale) e, sempre, senza un confronto reale con le parti sociali e gli operatori del sistema dellinnovazione.
Un esempio, in  negativo, per tutti. La revisione del Piano Regionale per l’Innovazione e la definizione di interventi strategici (quali la costituzione di Poli Tecnologici a Crotone e Gioia Tauro su beni culturali e logistica, utilizzando l’Accordo di Programma Quadro per la Ricerca fra Regione e MIUR) sono state realizzate senza alcun confronto con le parti interessate. Certamente questo approccio non garantisce la “continuità” di intervento e non favorisce l’utilizzo pieno delle risorse disponibili nella regione.

Un programma di attività

Esiste, in primo luogo, un compito da assegnare alla politica che deve ascoltare in modo aperto e trasparente la domanda degli attori del sistema dellinnovazione (imprese, associazioni di categoria, sistema della ricerca e della formazione superiore, agenzie di sviluppo e di trasferimento tecnologico) e operare per trovare una “mediazione” di alto profilo che impegni gli stessi operatori a garantire un livello di qualità crescente. Deve tramontare il tempo di accordi separati e subalterni fra politica e singoli operatori su singoli interventi. Il secondo elemento è quello dell’attivazione di un "forum regionale" per la ricerca e linnovazione nei settori produttivi, con l’obiettivo generale di riattivare un processo di confronto che pure si era sviluppato nelle fasi preparatorie di Agenda 2000 per la Calabria.
L’obiettivo specifico di tale operazione è la costruzione di una "Rete regionale per la ricerca  e  l’innovazione"  che,  come  dimostrano  tanti  esempi  iItalia  e  in  Europa, costruisca un sistema integrato e dotato delle necessarie specializzazioni, nel quale tutti gli operatori trovino conveniente concordare le prioridi intervento, le modalità, la qualità e i risultati attesi in un quadro di certezze nonché di premiali per i più virtuosi. Si tratta di avviare una rete “leggera”, senza nuove infrastrutture, che promuove un processo di valorizzazione e miglioramento delle competenze attualmente disponibili. E’ importante  che  il  sistema  permetta  di  valutare  i  risultatiper  intervenircogli opportuni correttivi e  che, al contempo, garantisca una forte efficienza complessiva nelle  procedure  amministrative  (bandi,  valutazione  dei  progettierogazione  dei contributi,   monitoraggio,   ecc.).   Il   problema   dell’efficienza   della   “macchina” amministrativa richiede di intervenire in modo complesso ma anche, nel breve periodo, con soluzioni leggere e qualificate.
Se  questo  sarà  il  quadro  di  riferimento  generale  delle  politiche  per  la  ricerca  e innovazione in Calabria (trasparenza, efficienza, premialità) le  linee di  intervento si sviluppano su un duplice binario.  Da un lato si deve puntare alla valorizzazione del know-how  del sistema della ricerca e al rafforzamento della sua apertura  verso il territorio. Questa tendenza va accompagnata e rafforzata coerentemente con il quadro delle  politiche  europee  per   l’innovazione.  Dallaltro  lato  è  necessario  stimolare l’attenzione per linnovazione nelle imprese. Questo processo deve essere favorito da un impiego degli strumenti di incentivazione che sia integrato e favorisca la cooperazione. Per  lanciare  un  nuovo  prodotto  o  innovare  un  processo  produttivo  un’impresa  ha bisogno  di  investire  iimpianti,  formazione  del  personale  ma  soprattutto    deve garantirsi un vantaggio competitivo adottando innovazioni  tecnologiche, organizzative o di mercato. La cooperazione può essere una chiave anche per diffondere linnovazione iimpresmolto  piccole  per  lquali  è  necessario  aumentare  la  convenienza  ad aggregarsi, ad esempio per finanziare congiuntamente  una ricerca o un intervento formativo. Il ruolo delle associazioni di categoria dellindustria e dell’artigianato può, in questo senso, essere determinante.
Le Università, infine, sono la fucina delle professionalità pqualificate di cui la Calabria ha bisogno per entrare pienamente nella società della conoscenza. In questo periodo, le Università stanno anche attraversando un  delicato momento di riorganizzazione della didattica che richiede  risorse supplementari  (e non tagli) per evitare che la qualità complessiva del sistema formativo pubblico ne risenta. In  particolare, deve essere sostenuto il processo  di sperimentazione e di  innovazione dei processi didattici e, inoltre,  deve  essere  rafforzata  la  capacità  di  analisi  della  domanda  (regionale  e nazionale) di formazione superiore.

Gli strumenti dintervento

La prima cosa da fare è semplice e consiste nell’attivare tutti gli strumenti già disponibili e finora malamente utilizzati.
La "Consulta Regionale per la Ricerca e lInnovazione" istituita dal POR Calabria per definire e manutenere il Piano Regionale di Ricerca, Sviluppo Tecnologico e Innovazione (RSTI) va  dunque attivata pienamente, utilizzando le risorse disponibili  anche per realizzare gruppi di lavoro, studi e progetti pilota, ecc. La Consulta può contribuire alla definizione  della  "Legge  Regionale  per  la  RSTI",  strumento  normativo  che  sarà indispensabile  per  gestire  adeguatamente  e  in  un  quadro  di  certezze  le  risorse finanziarie  che  saranno  disponibili  a   livello  regionale  nel  prossimo  periodo  di programmazione dei fondi comunitari 2007-2013. La Legge sarebbe anche lo strumento normativo adeguato per definire le caratteristiche della Rete Regionale della RSTI.
Sul  fronte  delle  imprese,  è  necessario  procedere  rapidamente  all’attivazione  dei "Pacchetti  Integrati  dAgevolazionea  livello  regionale  (già  previsti  dal  POR)  e sperimentare nuove modalità di incentivazione quali, ad esempio i "voucher" di ricerca per le PMI e  i progetti di Ricerca Collettiva che possono essere mutuati su scala regionale dalla positiva esperienza del 6° Programma Quadro europeo di ricerca.
L’Amministrazione regionale deve inoltre impegnarsi per garantire un iter di valutazione e selezione delle iniziative che sia indipendente e altamente qualificato, impegnandosi per garantire tempi certi e rapidi: nel settore della ricerca e innovazione, dal bando alla firma  del  contratto  non  possono  passare  più  di  6-8  mesi.  Dunque,  è  necessario adoperarsi perché tutti i progetti che attualmente prevedono una forte integrazione fra università  e  territorio  abbiano  una  sorta  di  “canale  preferenziale”  per  garantirne lattuazione.

3.7     Il sistema delle politiche per il lavoro

Una disoccupazione estrema

La Calabria è da tempo la regione con il più alto tasso di disoccupazione e il più basso tasso di occupazione. La cronica carenza di domanda di lavoro è la malattia sociale più grave  della  regione;  il  fenomeno  che  più  di  tutti  condiziona  redditi  individuali  e aspettative di vita, benessere  collettivo e  qualità della convivenza civile. Il sistema economico regionale è incapace di creare occasioni di sbocco lavorativo per l'insieme delle forze di lavoro regionali. I giovani, in particolare le ragazze, sono i soggetti che più di tutti pagano questa strutturale carenza di opportunità lavorative, sperimentando lunghi periodi di inattività, frustrazioni personali, perdita di fiducia, depauperamento di competenze e saperi scolastici, allungamento patologico dei tempi di socializzazione al lavoro  e di autonomia finanziaria e familiare. Cosicché, la principale e più preziosa risorsa  per  lo  sviluppo  viene  in  Calabria  sistematicamente  penalizzata,  sprecata, dispersa.
La disoccupazione, oltre che un preoccupante fenomeno sociale, rappresenta anche una perdita secca di ricchezza regionale, di mancata produzione di reddito, di crescita lenta dei consumi, di penalizzante sottoutilizzazione dei fattori di produzione. Per tali motivi, la crescita  di “buona occupazione”, cioè di posti di lavoro regolari, di qualità, stabili, costituisce il principale indicatore di competitività di ogni sistema produttivo che abbia a cuore non soltanto lincremento dei profitti ma anche la qualità dello sviluppo e la sua sostenibili.
Le giunte regionali di centrodestra hanno mostrato, nei fatti, assoluta disattenzione e indifferenza per i problemi delle politiche del lavoro, abbandonando i disoccupati più che alla "mano invisibile" del mercato a quella "visibile dei mercanti" di posti, di promesse, di clientele. In questi anni il tasso di occupazione regionale ha continuato a rimanere su livelli incredibilmente contenuti, nonostante le ingenti risorse finanziarie disponibili con il POR e gli altri programmi di sviluppo nazionali e comunitari.
Il carattere estremo della  disoccupazione calabrese è ulteriormente appesantito da svariati elementi di natura qualitativa, il primo dei quali è  lesistenza in Calabria di ampie quote di lavoro sommerso, che continua a perdurare e ad ampliarsi nonostante le massicce  risorse  monetarie  dirottate  dalla  Regione  al  finanziamento  di  organi  ed organismi, commissari e commissioni di vario genere e natura sull’emersione. In realtà, è proprio la politica del centrodestra, tanto a livello nazionale quanto a livello regionale, che appare non idonea a comprendere ed affrontare il problema del lavoro sommerso nel   Mezzogiorno   e   in   Calabria:   lo   dimostra   labbandono   dell’esperienza   della contrattazione di riallineamento – invenzione del sindacato pugliese negli anni ’80, poi regolata per legge dai governi dell’Ulivo degli anni ’90 a favore della dichiarazione, anche anonima, di emersione introdotta dalla più recente Legge n. 383 (dichiarazione da presentare al Sindaco, anziché da concordare con le organizzazioni sindacali). Prassi, questultima, oltremodo fallimentare, tanto  da indurre gli stessi organismi deputati a promuovere lemersione del lavoro sommerso a cambiare orientamento. Prima, hanno aspramente criticato, anche in Calabria, la contrattazione di riallineamento, in quanto attributiva (a loro giudizio) di fin troppo ampio potere alle organizzazioni sindacali; poi, per converso, hanno fortemente esaltato la dichiarazione unilaterale di emersione; ora,
infine, sollecitano addirittura la stipulazione di avvisi comuni sull’emersione ad opera delle  parti  sociali:  avvisi  che  però  appaiono  la  copia  sfuocata  dei  contratti  di riallineamento, non avendo di questila cogenza negoziale né il valore legale ai fini della determinazione del costo del lavoro dei lavoratori emersi.
Un secondo elemento aggravante è dato  dall’incremento del numero di donne che abbandonano la ricerca di un lavoro o rinunciano a rientrare nel mercato del lavoro dopo la nascita di un figlio, il che dimostra da un lato una  particolare disattenzione regionale verso le sollecitazioni dell’Unione Europea a beneficio dell’introduzione di una valutazione di genere nell’adozione delle politiche del lavoro, e dall'altro la permanenza di un sistema di inadeguati servizi sociali e alla famiglia. Anche su questo, il governo regionale  di  centrodestra  ha  confermato  assoluta  disattenzione,  trascurando,  ad esempio, di considerare la possibilità stessa di dare attuazione alla Legge n. 53 del 2000, nella parte relativa alla pianificazione territoriale dei tempi, al fine di consentire una più agevole conciliazione tra tempi di vita e tempi di lavoro.
Un terzo elemento da considerare è dato dal disallineamento tra domanda e offerta di lavoro,  nel  senso  che  alla  crescita  dei  disoccupati  corrisponde,  quasi  ovunque,  la difficoltà delle imprese nel reperire manodopera adeguatamente formata. La circostanza appare non priva di paradossi, se si considera, per un verso, il bacino di saperi e di conoscenza disponibili nel sistema universitario regionale e se si considerano, per altro verso, le enormi risorse finanziarie destinate annualmente al settore della formazione professionale per  la realizzazione di corsi di formazione, pensati e realizzati più a beneficio dei formatori che di coloro che vengono formati.
Un quarto elemento da considerare è rappresentato dal problema del lavoro di utilità collettiva, ovvero dalla necessi di affrontare e risolvere gli effetti negativi derivanti dall’uso distorto che  di esso ha fatto il governo regionale di centrodestra. E’ noto, infatti, che gli assessori al lavoro pro-tempore incuranti delle osservazioni provenienti dalle opposizioni consiliari - hanno proposto nel tempo due leggi che, lungi dal risolvere il  problema  dello  svuotamento  dei  bacini  di  manodopera,  ne  hanno  aggravato  la condizione di disagio sociale e professionale, non diversamente in ciò da quanto hanno potuto sperimentare i lavoratori impegnati nella forestazione, la cui vicenda esprime la scarsa legittimazione politica e culturale del governo regionale anche nei confronti del governo “amico” nazionale. E’  indubbio, invece, che il  lavoro sociale, nelle sue varie forme, costituisca una risorsa per la regione, se e nella misura in cui si sia capaci di assicurarne  il  valore  produttivo,  tanto  nell’ambito  di  logiche  di  impresa,  quanto nell’ambito delle più tradizionali attivi amministrative, là dove appare quanto mai necessario assicurare un sistema in grado di rispondere in modo efficace ed efficiente, ma anche competente e attento, ai bisogni dei cittadini ed alla qualità della loro vita. Questa è, infatti, la vocazione costituzionale del servizio pubblico e la ragione stessa del suo stesso esistere e persistere contro ogni tentazione di affidamento a soggetti privati, portatori di interessi privati, della cura degli interessi generali.

Una politica mite

Lo sviluppo economico regionale e il benessere sociale presuppongono l'attivazione di idonee politiche, strumenti e interventi sul mercato del lavoro e sul sistema di welfare. In  particolare,  in  una  prospettiva  tipicamente  sussidiaria  e  solidale,  alla  Regione compete lonere di promuovere l’incontro, il dialogo trasparente e laccordo impegnativo tra le parti sociali per favorire la fluidificazione del mercato del lavoro, garantire stabilità e certezza agli accordi sottoscritti, incoraggiare la crescita occupazionale e l'inclusione sociale. La Calabria ha bisogno di modelli "miti" di politiche del lavoro, che consentano ai  rappresentanti  dei  gruppi  sociali  e  delle  comunità  locali  di  ricomporre  i  propri contrapposti interessi nel quadro delle politiche di sviluppo e dell’occupazione definite a livello nazionale nonc, sempre  più spesso, in sede comunitaria. Proprio per questo motivo, la concertazione dei provvedimenti in materia di politiche del lavoro con le stesse parti sociali,  e il costante monitoraggio congiunto sullo stato di attuazione, costituisce non solo la forma ordinaria di governance ma anche la veridicità di un valore fondativo del nuovo governo regionale.
Le politiche regionali in materia di qualità, tutela e sicurezza del lavoro, nellambito dei principi  e degli obiettivi dell’Unione Europea per la piena occupazione, lo sviluppo, la competitività e la coesione sociale, nonché dei principi fondamentali della legislazione nazionale, devono essere rivolte  a promuovere la piena occupazione, una  migliore qualità del lavoro, la regolarie la sicurezza del lavoro, assicurando a tal fine sostegno alle  imprese, nella misura utile per sopportare  i costi della  legislazione  in materia di sicurezza  e  per  affrontare  in  modo  concreto  le  questioni  e  le  difficoltà  connesse all’accesso al credito. Tuttavia, mentre il governo nazionale, attraverso la definizione di un Testo unico in materia di sicurezza, tenta di abbassare i livelli di tutela della salute in azienda - sostituendo  al principio della massima sicurezza tecnologicamente fattibile, quello della massima sicurezza concretamente raggiungibile – occorre rivendicare con forza la centralità dell’uomo che lavora e il valore della persona, della sua vita e della sua sicurezza, che ben giustificano il sostegno alle imprese che introducono adeguati incrementi ai livelli di sicurezza.
E’ altresì necessario favorire l'acquisizione di condizioni lavorative stabili, valorizzando in modo  efficiente  il  lavoro  sociale  e  prevedendo  adeguati  strumenti  premiali  per  le imprese che assicurano la transizione da esperienze di formazione ad attività di lavoro; in modo corrispondente, occorre favorire lo sviluppo occupazionale e l'imprenditorialità, in termini  quantitativi e qualitativi, creando condizioni ottimali per gli  insediamenti produttivi e favorendo la penetrazione delle imprese locali nei  mercati nazionali  ed esteri.
E’ compito essenziale della Regione rafforzare la coesione e l'integrazione sociale, anche mediante  strumenti  igrado  di  intervenirefficacemente  isituazioni  critiche  di transizione  da  un  rapporto  di  lavoro  ad  un  altro.  Sebbene  il  lavoro  non  è  più configurabile come il posto fisso per tutta  la  vita, non è però certo pensabile, come unica alternativa, una somma indefinita di lavori precari ed indecenti, bensì e piuttosto la costruzione di una carriera  lavorativa composta da più lavori  legati tra di loro da momenti di formazione e riqualificazione, sostenuti anche attraverso forme e figure di sostegno al reddito, venendo così incontro  allesigenza di qualificare le competenze professionali, al fine di favorire la crescita, la competitività, la capacidi innovazione delle imprese e del sistema economico-produttivo e territoriale. In un mondo in cui tutto è mobile, l’unica possibilità per frenare la  de-localizzazione produttiva o per attrarre nuove iniziative economiche, è assicurare, in  un contesto efficiente ed efficace (dalla pubblica amministrazione al sistema stradale  e di comunicazione), la disponibilità di forza lavoro qualificata, competente, affidabile.
La Regione deve promuovere l’inserimento e la permanenza nel lavoro delle persone a rischio di esclusione, valorizzando in particolare gli strumenti consensuali e concertativi per la definizione di percorsi mirati di accesso al lavoro. La Regione deve inoltre operare attivamente per superare le  discriminazioni fra uomini e donne nell’accesso al lavoro nonché nello sviluppo professionale e di carriera, incentivando la costituzione e l’attività degli organismi di parità, curando  particolarmente la formazione e linformazione sui temi  e  gli  strumenti  delle  pari  opportunità  e  delle  azioni  positive,  favorendo  la conciliazione tra tempi di lavoro, di vita e di cura (anche promulgando la legge regionale sulle politiche territoriali degli orari, così come previsto dalla Legge 53 del 2000).

Un Piano regionale per le politiche attive del lavoro

Per  realizzare  una  strategia  d'intervento  efficace  nel  mercato  del  lavoro,  lazione regionale deve operare mediante un atto di programmazione, indirizzo e pianificazione generale che può essere utilmente definito, non diversamente in ciò da quanto stabilito da altre regioni, sotto la forma di “Piano regionale per le politiche attive del lavoro”. Il Piano  dovrebbe  essere  deputato  ad  assicurare  in  particolare:  l’integrazione  fra  gli interventi di politica del lavoro e quelli in materia di istruzione, formazione professionale ed orientamento; il coordinamento fra gli interventi di politica del lavoro e le politiche regionali sociali, sanitarie e per lo sviluppo economico e territoriale; la collaborazione istituzionale con gli Enti locali, gli Enti  pubblici nazionali, lo Stato e le sue articolazioni decentrate presenti nel territorio regionale; il metodo concertativo, quale strumento per il governo delle materie afferenti al mercato del lavoro, in particolare con le parti sociali comparativamente  più rappresentative a livello territoriale, nel rispetto del principio di pariteticità; la partecipazione dei soggetti interessati alle  politiche attive del  lavoro, anche con  riferimento alle organizzazioni del terzo settore.
L’azione regionale dovrà pertanto essere basata sui seguenti tre obiettivi fondamentali:
a)  riorganizzazione del sistema pubblico di servizi allimpiego, assicurando leffettività degli organismi conoscitivi e di governo del mercato del lavoro, promuovendo una reale integrazione degli organismi operanti e delle attività condotte a livello sub- regionale,  anche  mediante  un  "Piano  generale  di  formazione  e  qualificazione professionale" dei soggetti operanti nei servizi per limpiego (siano essi Centri per limpiego, in senso stretto, ovvero servizi di orientamento, di osservazione e studio del mercato del lavoro);
b)  riordino del sistema di formazione professionale, in funzione di un sistema integrato istruzione-formazione-lavoro  (anche  per  quanto  riguarda  gli  organi  di  indirizzo politico e non soltanto per ciò che attiene alla struttura burocratica), rovesciando radicalmente i criteri  che sinora l’hanno governato e potenziando la formazione continua, fattore indispensabile per garantire la continuilavorativa in un ambiente produttivo sempre più soggetto a mutamenti tecnologici ed organizzativi;
c)  riforma del sistema delle politiche attive e  passive del lavoro, anche mediante lintroduzione di sistemi di reddito minimo erogato in relazione allo svolgimento di attività di  lavoro e/o di  reddito di  cittadinanza collegato a forme di formazione- lavoro sociale. Tale riforma dovrà poggiare sulla consapevolezza dell’esistenza di un mercato del  lavoro ampio ed articolato, allinterno del quale diverse categorie di soggetti   (in   relazione   all’età,   al   sesso,   alla   localizzazione   geografica,   alla qualificazione  posseduta)  presentano  caratteristiche  differenziate  e  richiedono interventi  appropriati  ed  altrettanto  differenziati.  Non  una  politicaquindima politiche   del    lavoro   (e   forse,   più   esattamente,   dei   lavori),   separando concettualmente ed operativamente, anche mediante la redazione innovativa di un "Testo   unico  regionale  sul  lavoro",  gli  strumenti  di  tipo  attivo  (utilizzando soprattutto quelli che in ambito europeo ed italiano hanno sinora prodotto migliori risultati, diversificando per tipologia e favorendo sia il lavoro autonomo, sia quello dipendente sia le forme di inserimento anche non lavorativo in grado di migliorare il bagaglio formativo generale di quanti intendono entrare o rientrare nel mercato del lavoro), dalle politiche di tipo assistenziale, che dovranno farsi carico delle esigenze di  quanti  sono  privi  di  un  lavoro  e  garantire  le  risorse  indispensabili  per  il sostentamento privilegiando  quelle  che  favoriscono  una  concreta  esperienza lavorativa, anche temporanea, nell’ambito della realizzazione di servizi utili.

3.8     Il sistema del welfare

Un sistema di protezione inadeguato

La  Calabria  è  dotata  di  un  sistema  di  protezione  sociale  debole  e  disarticolato, largamente inadeguato a rispondere alla crescente domanda di servizi e di pratiche di inclusione  proveniente  dal  territorio.  Per  di  più,  in  un  contesto  socio-economico caratterizzato da una  diffusa percezione  di precarietà e  di insicurezza, alti tassi di disoccupazione, strutturale  debolezza del ciclo formativo, inadeguatezza dei servizi pubblici di  assistenza, si allarga sempre di più la forbice tra ceti sociali che possono beneficiare  di elevati  livelli di benessere e nuove fasce di popolazione che vengono spinti verso aree di esclusione e di marginalità. Le più recenti rilevazioni statistiche ci consegnano dati allarmanti. Sono stimati in circa 230 mila i nuovi soggetti a rischio di povertà, che sommati al numero di poveri calcolati dall'indagine Istat quantificano in poco meno di 850 mila  il complesso dei calabresi  inclusi nella fascia di povertà. Il mancato  rifinanziamento  del  Reddito  minimo  di  inserimento  rischia  di  aggravare ulteriormente la situazione esasperando drammaticamente la tensione e il conflitto sociale.
Questo  quadro  strutturale  è  aggravato  dall'inadeguatezza  dei  governi  nazionale  e regionale nel proporre una strategia unitaria di politiche per il welfare e linclusione che, sommata agli effetti negativi prodotti dalla drastica politica di tagli ai trasferimenti da parte dello Stato centrale, ha causato in questi anni ingenti restrizioni alla spesa sociale con una progressiva riduzione dei livelli di benessere e di qualità della vita nelle nostre città.
La Regione Calabria detiene numerosi primati negativi per i ritardi e le inadempienze accumulate in tema di recepimento della  legislazione relativa alle  politiche sociali:  la Legge  328  del  2000,  "Legge  quadro  per  la  realizzazione  del  sistema  integrato  di interventi e servizi sociali", recepita soltanto nel 2003,  risulta ad  oggi inapplicata  in mancanza dei regolamenti attuativi; la Legge 383 del 2000, in materia di associazioni di promozione  sociale,   non  è  stata  ancora   recepita,  mentre  si  attende   da  anni lapprovazione di  u Piano sulle politiche sociali e di una Legge sulla cooperazione internazionale. Senza trascurare la grave anomalia rappresentata dal fatto che giunta calabrese è una delle  poche in Italia a non avere istituito l’Assessorato alle politiche sociali.
Ulteriori dinamiche di  implosione  e di conflitto sono mitigate grazie al sostegno del tradizionale sistema di protezione basato su vincoli di natura familiare e paternalistica, associato alla presenza di una consistente  gamma di servizi e prestazioni erogate direttamente da un  tessuto solidaristico e volontaristico regionale molto presente e sviluppato.

I principi del nuovo welfare regionale

La Regione deve maturare un nuovo modo di intendere le politiche di promozione del welfareradicalmente  alternativo  all impostazione  culturale  e  alle  pratiche  di intervento    messe  in  campo  dal  centrodestra  a  livello  nazionale  e  regionale.  Va definitivamente respinta una impostazione che ha relegato i servizi sociali ad un ruolo di “welfare residuale”, a  vocazione risarcitoria o riparatoria,  trovando nella politica dei “bonus”   la   massima   espressione   di   quella   che   può   essere   considerata   la “monetizzazione” della  sofferenza. L'UNIONE deve  promuovere un modello di welfare comunitario  e  partecipato  che  sostituisca  il  concetto  del  “costo”  coquello  del “servizio”, mettendo al centro  la  produzione  di azioni positive e  la promozione delle buone pratiche per l’inclusione sociale. Un welfare solidale, condiviso dal basso con gli attori locali, le organizzazioni erogatrici dei servizi di assistenza, le esperienze di auto- organizzazione dei cittadini. Un nuovo modello che segni il necessario passaggio da un sistema di “protezione” a un sistema di effettiva “promozione positiva” dell’individuo e dei sui diritti di cittadinanza. Va affermata con coraggio una moderna visione del welfare locale, che punti sulla capacidi creare un sistema plurale di produzione dei servizimettendo  in  stretto  collegamento  la  rete  della  protezione  socialedalle istituzioni pubbliche al privato sociale, passando per il volontariato del privato sociale e della cittadinanza attiva.La  revisione  del  Titolo  V  della  Costituzione  affida  alle  regioni  ruoli  e  competenze legislative sempre maggiori nell'organizzazione delle politiche sociali, nuove competenze legislative in materia socio-assistenziale, offrendo rilevanza costituzionale al principio di sussidiarie orizzontale, nel quadro della determinazione statale dei  livelli essenziali delle  prestazioni  sociali.  La  sussidiarietà  deve  essere  intesa  come  un  principio  di collaborazione tra le competenze del sistema pubblico e quelle del sistema del privato sociale, al fine di qualificare e rafforzare il sistema integrato delle prestazioni in un quadro di regole  e di  parametri di qualità  e di efficienza universalmente condivisi. Il criterio regolatore di questo rapporto si pone lobiettivo di rendere la gestione della spesa più efficiente, più vicina ai bisogni reali e alle esigenze dei cittadini, contrastando alla radice  il rischio di individuare nel  rapporto con il mondo del volontariato uno strumento per creare una esternalizzazione  dei servizi pubblici caratterizzata da minori costi, insufficienti tutele contrattuali e bassa professionalità.
Il terzo settore porta in dote a questo processo un consistente fattore di accrescimento del  capitale  sociale  ed  umano  che,  attraverso  la  leva  dellimpegno  civile  e  della motivazione  consapevole,  mette  in  moto  processi  che  moltiplicano  le  risorse  e promuovono nuove relazioni solidali. Il volontariato calabrese deve giocare un ruolo determinante nello sviluppo di tale processo. Negli ultimi quindici anni si è registrata una sua intensa e territorialmente estesa fase di crescita, sebbene mostri una maggiore incidenza nelle aree urbane. Attualmente il terzo settore regionale  mobilita oltre 136 mila  personedi  cui  oltre  24  mila  volontari  impegnati  iorganizzazionidi  livello prevalentemente locale, con un sostanziale equilibrio tra le esperienze provenienti dal mondo cattolico e quelle di natura laica.

Un nuovo modello di  governance sociale

Il Vertice di Lisbona ha attribuito alla "coesione sociale" una valenza di pari grado rispetto allo sviluppo economico e alla crescita dell'occupazione. E' dunque necessario uno sforzo straordinario per dotare la Calabria di un "Piano di intervento integrato di politiche attive per lo sviluppo e di coesione sociale",  attraverso il quale rafforzare l'integrazione tra politica sociale, politiche economiche e del lavoro,  in un quadro di sviluppo economico e sociale bilanciato e sostenibile.
Le politiche sociali non possono essere confinate in ambito settoriale, ma come già avviene per le politiche macroeconomiche vanno concepite secondo schemi coordinati in grado di produrre soluzioni per problematiche di tipo multi-dimensionale., nel quadro di una strategia globale.
L’investimento in nuove politiche di welfare  in ambito  locale  e regionale si pone due fondamentali obiettivi tra loro complementari: da un lato, linnalzamento dei livelli di qualità della vita, attraverso l'erogazione di  servizi alla  persona, azioni per la  tutela dell’ambiente e del territorio, politiche di integrazione multi-culturale e di prevenzione del disagio, e, dall’altro, la promozione di una occupazione di qualità, attraverso la produzione di nuovo capitale sociale, la diffusione della conoscenza, nuovi investimenti nella conservazione dei luoghi,  nella animazione e gestione del tempo libero.
La nuova Regione dovrà mettere in campo un moderno sistema di “governance sociale” che nasca da un nuovo modello delle relazioni fra gli attori operanti nel campo della promozione e realizzazione dei servizi sociali, impegnati nella scelta di nuovi strumenti e nuove pratiche orientate a:
a)  promuovere sussidiarietà orizzontale riconoscendo ed incentivando il ruolo dei soggetti del  terzo   settore,  del  volontariato  e  delleconomia  sociale  negli  ambiti  della programmazione, organizzazione, gestione del sistema integrato dei servizi a sostegno delle   fasce   deboli   della   popolazione   (handicap,   tossicodipendenze,   popolazione carceraria, disagio psichico);
b)  introdurre politiche di coesione sociale rivolte agli individui e alle famiglie  incentrate sulla solidarietà intergenerazionale e su azioni rivolte a favorire linclusione di soggetti e gruppi a rischio di esclusione sociale (minori, giovani, anziani, lavoratori espulsi dal circuito produttivo);
c)  favorire  lintegrazione  multi-culturale  dei  cittadini  immigratiattraverso  pratiche  di inserimento professionale, scolastico e educativo per i migranti di seconda generazione;
d)  destinare ad un uso sociale e di pubblica utilità le risorse e gli immobili sequestrati alla criminalità organizzata;
e)  caratterizzare le politiche culturali e di  animazione territoriale come uno  strumento operativo di innalzamento di qualità della vita per i cittadini residenti;
f)   promuovere un turismo sociale per la terza età;
g)  coordinare e valorizzare la diffusa “rete del socialecon lobiettivo di implementare le relazioni e mettere a sistema lofferta complessiva di servizi e azioni in campo sociale e solidaristico;
h)  definire nuovi criteri pubblici e trasparenti per laccreditamento del privato sociale nella erogazione di servizi con finalità pubbliche;
i prefigurare architetture istituzionali e gestionali regionali congrue con le finalità di coordinamento e messa a sistema delle politiche di inclusione sociale nel quadro dello sviluppo complessivo della Calabria.
La Regione deve assegnare a questo modello di governance una importanza strategica, nella consapevolezza che lo sviluppo economico non può prescindere da un qualificato sistema  integrato  di  welfare  locale.  La  presenza  di  una  forte  comunità  solidale, associata a un sistema caratterizzato da debole conflittualità sociale ed elevati livelli di benessere  e  di  qualità  della  vita,  diventa  un  fattore  determinante  per  rendere competitivo il contesto territoriale ed attrarre maggiori investimenti di capitale umano e imprenditoriale.

3.9     Il sistema della salute

Un Patto per la salute

Il sistema  sanitario della Calabria rappresenta una grave emergenza sia dal punto  di vista della salute, della prevenzione  e della cura dei cittadini sia da quello delle politiche gestionali e di bilancio. Sul piano sociale le conseguenze sono gravissime: l’emigrazione sanitaria e la fuga verso i presidi sanitari di altre regioni, lesistenza di una bassa qualità dei servizi per coloro che usufruiscono del sistema sanitario regionale, la spesa pubblica crescente che contribuisce ad appesantire e irrigidire le politiche di bilancio, una politica di sprechi  accompagnati da  episodi di clientelismo e,  in alcuni casi, di malgoverno. Questa situazione mortifica le professionali esistenti nelle strutture e nel territorio, non consente alcuna attività di ricerca e, in particolare, riduce ulteriormente il rapporto di credibilità e fiducia dei cittadini nei confronti del sistema sanitario regionale.
La riforme  istituzionali, imperniate sulla cosiddetta devolution, con i contenuti imposti dalla Lega Nord, porterà ad una riduzione  di strumenti e risorse finanziarie per il mantenimento anche degli attuali livelli di servizio e la Calabria, nel settore sanitario, potrà diventare un bacino di utenza per altre regioni.
La salute e il benessere dei cittadini sono elementi costitutivi irrinunciabili di una società moderna, giusta ed efficiente. La Calabria, per affrontare l’emergenza, ha bisogno di un “Patto per la salute” fondato sui principi della universalità dei diritti, dellequi sociale, della solidarietà nei confronti dei ceti più deboli ed emarginati; un Patto che coinvolga i
dirigentigli  operatorsanitarile  varie  professionalità  esistenti  nel  settore,  il volontariato, i cittadini e  le organizzazioni che ne rappresentano e promuovono    i bisogni; un Patto che  abbia come prospettiva l’avvicinamento del  servizio sanitario ai cittadini; un Patto che persegua politiche di bilancio sostenibili e la necessaria riduzione degli  sprechi,  senza  intaccare  il  livello  delle  prestazioni  sanitarie  sia  a  livello  di prevenzione che della  cura. Promuovere un  rapporto stabile tra il sistema sanitario regionale con le associazione dei malati e le organizzazione di volontariato, migliorare linformazione e leducazione alla salute nella scuola e nei luoghi di lavoro, promuovere ladozione  di  comportamenti  sani  e  coinvolgere  i  cittadini  in  forum  sostenuti  dalle istituzioni regionali sono aspetti costitutivi del “Patto per la salute.
Un efficiente servizio sanitario regionale è anche un fattore che favorisce la creazione di un ambiente idoneo allo sviluppo economico. Il miglioramento dello stato di salute dei cittadini, la capacità di soddisfare bene e tempestivamente i loro bisogni, lefficienza e lequilibrio finanziario del sistema  sono  obiettivi e fattori che rendono migliore e più competitivo il territorio. Una corretta politica  per la salute investe settori e comparti come le politiche ambientali ed energetiche, la scuola e la formazione, lagricoltura ed il sistema  produttivo.   Questi   principi  sono  stati  sanciti  dal  Programma  dAzione Comunitario della sanità pubblica  2003-2008 e devono essere a base del processo di revisione dell’attuale piano regionale per la salute 2004-2006.

Riorganizzare le strutture del Servizio sanitario regionale

Il   Sistema   sanitario   regionale   deve   garantire   una   distinzione   tra   compiti   di programmazione e funzioni gestionali, con lattribuzione alla Regione dei compiti  di programmazione, allocazione delle risorse, controllo del sistema e introduzione di criteri di  autonomia,  efficienza  e  produttività  nelle  gestioni  aziendali.  In  questa  ottica,  è indispensabile coordinare tutta la produzione legislativa in materia sanitaria; mantenere e potenziare un governo unitario del sistema, dalla rete ospedaliera al territorio, al fine di consentire un’offerta sanitaria articolata ed integrata e di ridurre il ricorso al ricovero ospedaliero. Vanno altresì perseguiti rapporti di collaborazione con le Università, il CNR ed altri enti di ricerca; va riorganizzato il Dipartimento sia con la possibile strutturazione di un’Agenzia regionale per i servizi sanitari e la realizzazione di un moderno sistema di comunicazione digitale.
Il Sistema sanitario regionale deve garantire i livelli essenziali di assistenza per tutti i cittadini.  Perché  ciò  avvenga  è  indispensabile  acquisir le  risorse  finanziari e manageriali necessarie, organizzare in modo efficiente l'intera filiera settoriale (dalle attividi prevenzione alle cure primarie, allintegrazione dei servizi, allattività dei centri di eccellenza), ripensare gli attuali livelli di contribuzione e di ticket a carico dei cittadini. In tale direzione occorre articolare le attività di assistenza e cura attraverso un processo di integrazione operativa e funzionale tra Distretto sanitario, la Rete ospedaliera e  i Centri di eccellenza. In particolare, è necessario:
a)  potenziare il ruolo del Distretto sanitario come fulcro dell’intero sistema. Il Distretto è il primo luogo dincontro tra il cittadino e la sanità, la struttura abilitata, anche in rapporto agli operatori privati, a fornire le prestazioni che non richiedono la cura ospedaliera. In particolare,  adotta  i  percorsi   diagnostici  e  terapeutici  e,  quindi,  può  diventare determinante  nella definizione della cura e nella riduzione degli sprechi;
b)  che il Distretto diventi il canale di collegamento per il ricovero ospedaliero. Per questo la rete regionale deve garantire una adeguata diffusione territoriale,  un numero di posti letto conforme agli standard nazionali e  un processo di revisione che non  preveda chiusure  dei  piccoli  ospedali  senza  un’ipotesi  di  riconversione  o  di  nuove  strutture alternative in grado di garantire i servizi;
c)  che le Aziende ospedaliere dovranno affrontare le emergenze, le  alte specialità e le eccellenze. In tal senso vanno combattuti processi di decadenza in alcune strutture e comparti  e  consolidare  ed  estendere  esperienze  avanzate  iatto  nelle  aziende ospedaliere regionali.
All’interno di tale processo di riorganizzazione e di specificazione delle funzioni si colloca una  politica  di  equilibrati  rapporti  tra  gli  operatori  pubblici  e  privati  accreditati. L’obiettivo  congiunto  deve  essere  quello  di  cooperare  per  ottenere,  nel  prossimo quinquennio, una sensibile riduzione del tasso di migrazione sanitaria attraverso scelte differenziate in grado di coinvolgere il complesso del sistema sanitario regionale.
Le  attività  sanitarie  si  devono  svolgere  iedifici  adeguati  e  funzionali,  dotati  di opportune tecnologie e strumentazione tecnica. La Calabria è la regione italiana con i maggiori ritardi nel rinnovamento del patrimonio immobiliare e delle apparecchiature, nonché la regione che utilizza poco e male le risorse finanziarie esistenti come, ad esempio, quelle derivanti dal Piano straordinario per  l’edilizia sanitaria. Una sanidi qualità non può prescindere da un miglioramento sostanziale dell’edilizia sanitaria, delle tecnologie e delle attrezzature con l’obiettivo di ottimizzare il ruolo delle professionalità esistenti e potenziali.

Politiche di bilancio oculate

Accanto  all’obiettivo  strategico  di  curare  i  calabresi  in  Calabriacoconseguente risparmio di costi sociali ed anche finanziari, il servizio sanitario regionale ha bisogno di misure per la razionalizzazione ed il controllo della spesa.
In tale direzione non sono più rinviabili scelte di eliminazione di sprechi e di più puntuale finalizzazione delle risorse: il prezziario unico per lacquisizione di  beni e servizi, il prontuario farmaceutico da costruire con adeguate competenze scientifiche e in rapporto agli operatori, misure per la unificazione delle procedure di acquisto in particolare per alcuni  beni  e  servizi  rilevanti,  forme  di  incentivazione  igrado  di  aumentare  le prestazioni ed abbattere i costi di gestione.

3.10    Il sistema della quali

La qualità come strada obbligata per la competitività

Il sistema  produttivo  regionale appare caratterizzato da una altissima presenza di imprese di dimensioni molto contenute e dal loro operare in maniera isolata, al di fuori cioè di  logiche di cooperazione e  di rete.  Tale specificità dell’assetto strutturale della stragrande maggioranza delle imprese, in tutti i settori, costituisce una patologia grave del sistema produttivo  regionale, poiché è  tale da precludere loro la possibilità di competere sui mercati dei beni relativamente indifferenziati, dove il prezzo, e quindi la competitività dei costi di produzione, costituisce la determinante di gran lunga più rilevante nella capacità di acquisire e mantenere quote di mercato. Non solo, ma mentre altrove i processi di aggiustamento strutturale hanno fatto sì che nel tempo le dimensioni medie delle imprese siano cresciute rapidamente, in Calabria tale crescita è stata di gran lunga minore o, come nel caso dell’agricoltura negli anni più recenti, si è addirittura  assistito  ad  una  riduzione  delle  già  assai  contenute  dimensioni  medie aziendali.
Le imprese di dimensioni medio-grandi definiscono le loro strategie competitive potendo scegliere  se  puntare  a  privilegiare  la  riduzione  dei  costi  unitari  di  produzione  - caratterizzando quindi agli occhi dei consumatori  la  propria produzione per la sua convenienza rispetto a quella di prodotti sostanzialmente simili tra loro - o se, invece, puntare  a  privilegiare  la  qualità  del  prodotto  -  caratterizzandolo  agli  occhi  dei consumatori per il suo essere significativamente diverso e migliore rispetto agli altri disponibili in grado di soddisfare la stessa domanda.
In un sistema produttivo come quello calabrese, quindi, per la stragrande maggioranza delle imprese la scelta di puntare su produzioni di qualità, non costituisce una scelta tra opzioni diverse, ma la strada obbligata su cui incamminarsi per identificare strategie di sopravvivenza e di crescita.
Puntare sulla qualità come "la" variabile competitiva strategica vuol dire migliorare la capacità di ciascuna impresa di soddisfare a costi adeguati la domanda espressa da un segmento  specifico  di  consumatori  interessati  ad  una  particolare  caratterizzazione qualitativa, appunto, del prodotto o del servizio. Non di una qualità generica, quindi, si tratta, ma di qualità specifiche, che, in generale, possono essere diverse da impresa ad impresa, definite a partire da due elementi cruciali: le qualità che i diversi segmenti di mercato chiedono e le qualità che, data la sua struttura e la sua dotazione di risorse, la singola impresa è in grado di produrre a costi tali da rendere il prodotto o il servizio potenzialmente “appetibile” per i consumatori di quel segmento di mercato specifico.
Un sistema della qualità in Calabria non è un obiettivo troppo ambizioso. Fare qualità ed essere innovativi in Calabria è possibile, lo testimoniano le imprese leader agricole, artigianali, agro-industriali e dei servizi il cui successo è basato  su strategie che, guardando  al  mercato,  hanno  coerentemente  puntato  nel  tempo  sulla  qualità  dei prodotti e sullinvestimento in innovazione.

Gli elementi di una strategia a sostegno del sistema della qualità

Aiutare  il  consolidarsi  di  un  sistema  della  qualità  vuodire  aiutare  le  impreseo aggregazioni di imprese, a produrre prodotti e servizi quanto più vicini possibile allo specifico target di qualità prescelto, ed a farlo a costi contenuti. Nel concreto, ciò vuol dire  aiutare  le  imprese  agricole  ed  agro-industriali  calabresi  a  produrre  meglio,  a produrre in maggiori quantità ed  a collocare in maniera efficace sui mercati prodotti fortemente differenziati sulla base della tipicità tradizionale legata al territorio, prodotti dell’agricoltura  biologica,  e  prodotti  a  denominazione  di  origine  ed  ad  indicazione geografica protetta; ma, accanto a questi, anche prodotti, meno differenziati, ma che siano in grado di soddisfare i sempre più stringenti e selettivi standard minimi di qualità imposti alle imprese produttrici dalla grande distribuzione organizzata, in termini, non solo di caratteristiche del prodotto in sé, ma anche dei servizi da fornire assieme  a questo.

La centralità dell'innovazione

E’  necessario  puntare  sulla  qualità  non  come  valore  in  sé,  ma  come  variabile competitiva tanto delle singole imprese che dei sistemi produttivi della regione (di quelli localcomdi  quelli  settoriali)  equindi,  puntare  sulla  produzione  di  beni  che  il consumatore possa identificare come diversi e migliori dagli altri tra i quali potrà scegliere, vuol dire porre  l’innovazione al centro. Produrre beni  e  servizi di qualimigliore rispetto ad altri vuol dire produrre beni  e servizi che abbiano almeno una caratteristica  che  gli  altri  prodotti  non  hanno,  vuol  dire  produrre  beni  e  servizi innovativi.  E’  necessario  realizzare  azioni  che  facciano  aumentare  in  maniera consistente lofferta di innovazioni calibrate rispetto alle esigenze delle imprese e, facilitando  il  dialogo  tra  queste  ed  il  mondo  della  ricerca,  rendano  possibile  la definizione  da  parte  del  sistema  delle   imprese  calabresi  di  strategie  centrate sulladozione di innovazioni, relative tanto ai processi che ai beni e servizi prodotti.

Quando piccolo non è bello

Le   ridotte   dimensioni   della   stragrande   maggioranza   delle   imprese   calabresi costituiscono un vincolo insormontabile per  il perseguimento di strategie competitive prevalentemente basate sul contenimento dei  costi di  produzione.  Peraltro, le ridotte dimensioni  aziendali costituiscono un ostacolo anche per l’efficace  perseguimento di strategie  basate  sulla  qualità  dei  prodotti:  produrre  (e  saper  vendere)  qualità presuppone una dotazione di fattori e capacità manageriali ed imprenditoriali che non sono proprie delle microimprese.  Puntare sulla qualità  dei prodotti implica, quindi, anche sostenere con forza le strategie di  espansione delle dimensioni delle  imprese, tanto di quelle in grado, crescendo, di posizionarsi in maniera competitiva sul proprio segmento  di  mercato  di  riferimento,  tanto  di  quelle  che  nel  panorama  regionale appaiono già medio-grandi, consentendo loro di mantenere ed  espandere i  margini competitivi di cui godono. Lo sforzo di aiutare le imprese a raggiungere rendimenti di scala   adeguati   nell’ambito   di   strategie   che   puntano   prioritariamente   alla caratterizzazione qualitativa dei prodotti e dei servizi, va perseguito anche attraverso azioni efficaci che incentivino fortemente la creazione di iniziative di cooperazione e di reti tra le imprese, consentendo a queste ultime, per questa via, di recuperare almeno parte dei margini competitivi propri delloperare ad un livello di scala più ampio che, individualmente, non sono in grado di raggiungere.

Qualità del prodotto, qualità dell’ambiente, qualità della vita

Una fetta significativa  della produzione regionale è  legata alle produzioni agricole ed agro-industriali.  In  questo  ultimo  comparto,  che  pure  nelle  sue  componenti  più dinamiche è stato interessato da processi rilevanti di trasformazione e modernizzazione guidati da strategie basate sulla qualità, esistono consistenti margini per una crescita della produzione, dell’occupazione e dei redditi. Tra le qualità richieste da quote sempre più  consistenti  di  consumatori  ve  ne  sono  due  particolarmente  rilevanti  per  le opportunità che aprono per il comparto agro-alimentare calabrese: le qualità legate alla domanda   di   sicurezza   sulla   salubrità   degli   alimenti   e   le   qualità   legate   alla differenziazione dei prodotti legata alla  loro origine, al  loro legame  con un territorio specifico. In un quadro caratterizzato da un forte calo della fiducia dei consumatori nella salubrità degli alimenti e dall’emergere in altre aree di gravi problemi di inquinamento delle  risorse  naturali  come  risultato  dellabnorme  intensificazione  delle  pratiche produttive agricole, una scelta strategica a sostegno delle strategie di consolidamento e sviluppo delle produzioni agro-alimentari calabresi come produzioni di qualità è quella per “un’agricoltura amica dell’ambiente e dell’uomo”. Non si tratta soltanto di una scelta dettata dalla volontà di garantire alle generazioni future risorse naturali adeguate, in qualità e quantità, ma anche di una scelta dettata dalle convenienze. Tale scelta, infatti, costituisce  una  scelta  cruciale  per  sostenere  in  maniera  efficace  le  strategie  delle imprese centrate sull’espansione di produzioni “di qualità” in grado di differenziarsi agli occhi dei consumatori perchè legate a processi di produzione “tradizionali”, “sane” e a più basso rischio per la salute rispetto a quelle di altre zone. Una scelta che deve tradursi non solo nell’adozione di estese azioni a sostegno della diffusione di pratiche rispettose dell’ambiente - quali quelle proprie dell’agricoltura biologica e dellagricoltura che pratica la “lotta integrata” - ma anche nella conferma senza ambiguità della scelta di  mettere  al  bando  sullintero  territorio  regionale  la  produzione  di  beni  agricoli contenenti organismi modificati geneticamente.
Evidenti sono le implicazioni positive di una scelta decisa per unagricoltura  che si caratterizza per essere “amica dell’ambiente e dell’uomo” con quelle che puntano al miglioramento della qualità della nostra vita attraverso il miglioramento dellambiente in cui viviamo e  le fortissime sinergie con  le strategie che puntano  ad una più piena valorizzazione turistica delle risorse della Calabria.

Qualità dei prodotti, qualità dei territori

La consapevolezza delle convenienze economiche che derivano dalla costruzione e dalla valorizzazione dei legami funzionali tra prodotti, reti di imprese ed i territori specifici cui i primi e  le seconde sono legati è ormai  diffusa. Un prodotto di successo (agro- alimentaro  artigianalelcui  quali appare  legata  ad  un  territorispecifico contribuisce  a  creare  un’immagine  positiva  di  quel  territorio  al  di  fuori  di  esso; l’esistenza di un gruppo di imprese di successo legate alla produzione di un prodotto o servizio specifico contribuisce ad elevare la reputazione dell’ambiente produttivo locale nel suo insieme, una reputazione che costituisce un capitale di cui beneficeranno tutte le  imprese  di  quel  territorio.  Le  azioni  pubbliche   a  sostegno  delle  strategie imprenditoriali  che  puntano  sullqualità  dei  prodotti  legate  al  territorio  dovranno concretizzarsi iinterventi settoriali specifici coerenti con le strategie più ampie di sviluppo locale, puntando anche alla costruzione ed  al rafforzamento di un’identità locale attorno a quel prodotto di quali che possa essa stessa  essere leva per la valorizzazione economica di altri  prodotti come delle risorse naturali, archeologiche, artistiche, e culturali dellarea.

L’esempio dell’agro-alimentare

La strategia per sostenere i processi di rafforzamento di un sistema della qualità si concretizza necessariamente in azioni di natura trasversale  ed  in azioni specifiche settoriali. Le azioni di natura trasversale sono relative al sostegno della crescita di offerta di innovazioni adeguate ed alla creazione di meccanismi efficaci di confronto e scambio di informazioni tra chi produce innovazioni e le imprese. Vengono individuate cinque azioni settoriali prioritarie, in cui potrebbe concretizzarsi la strategia per il rafforzamento del sistema della qualità in un comparto regionale specifico, quello agro- alimentare (l’agricoltura e le imprese agro-industriali).
La prima azione è quella a sostegno della produzione dell’innovazione e della diffusione dellinformazione  sullinnovazioni  tra  limprese.  L’innovazione  è  la  variabile competitiva strategica delle  imprese agricole ed agro-industriali;  lo sanno bene le imprese leader regionali, che hanno costruito nel tempo, e difendono oggi,  la loro capacità competitiva proprio puntando sullinnovazione. L’innovazione deve interessare tutti  i  nodi  delle  filiere  dei  prodotti:  dalla  produzione  in  azienda  alle  fasi  di concentrazione,   manipolazione    e   confezionamento,    alla   vendita   diretta,   alla distribuzione commerciale, alle fasi della trasformazione industriale, al marketing. Per quanto riguarda le azioni specifiche necessarie alla diffusione di innovazione tecnologica nelle aziende agricole, che costituisce lanello della filiera più difficile da aggredire in una strategia di diffusione  di innovazione, è necessario ridisegnare l’insieme delle attività legate  allricercaalla  sperimentazione  ed  al  trasferimento  delle  innovazioni  alle imprese, “mettendo a sistema” e, ove possibile, integrando funzionalmente, queste tre aree di attività, coinvolgendo di più le  imprese nella definizione delle priori e nella realizzazione delle attivi di sperimentazione e divulgazione, e innovando lassetto istituzionale ed organizzativo delle attività di divulgazione. In questo contesto non appare più eludibile  la trasformazione dell’ARSSA, con il  trasferimento di strutture, competenze e personale di questa, a seconda dei casi, ad Agenzie più snelle, alla Regione, ad altri Enti pubblici o ad imprese e consorzi di imprese interessate a rilevare alcune delle sue attività.
Una  seconda  azione  è  quella  a  sostegno  degli   interventi  delle   imprese  per  il miglioramento della qualità dei loro prodotti, nellaccezione indicata sopra, intesa cioè come la capacità delle imprese di soddisfare a costi adeguati la domanda espressa da un segmento specifico di acquirenti interessati ad una particolare caratterizzazione qualitativa,   appunto,   del   prodotto.   Questa   azione,   peraltro,   dovrà   incentivare investimenti nelle singole aziende, ma essere basata esclusivamente sulla progettazione e realizzazione di interventi di natura integrata, che intervengano, nell’ambito di un unico disegno e di un’azione concertata tra i diversi soggetti coinvolti, sui punti critici nelle diverse imprese attive lungo lintera filiera del prodotto.
La terza azione è quella a sostegno di una p efficace valorizzazione commerciale delle produzioni agro-alimentari regionali. Si tratta in questo caso di aiutare ed incentivare la concentrazione  delloffertacentrata  siniziative  cooperative  o  associativedi incentivare  le  reti  dcooperazione  tra  le  imprese  volte  alla  riduzione  dei  costi  o all’aumento dell’efficacia delle azioni realizzate; di perseguire un’espansione ed un ispessimento delle attividi trasformazione industriale delle produzioni agricole, in grado di aumentare significativamente la valorizzazione allinterno della regione delle sue produzioni agricole (basti pensare alle prospettive aperte dalla recente riforma delle
politiche  comunitariper  una  efficace  valorizzazione  commerciale  dell’olio  doliva calabrese di qualità); di sostenere la creazione, la gestione e l’efficace valorizzazione commerciale  di  marchi  collettivi  di  qualità;  di  incentivare  strategie  di  promozione commerciale innovative (comprese modali nuove di vendita diretta per le imprese di dimensioni medio-piccoleincluso le-commerce), sia collettive che da parte di imprese e di aggregazioni di imprese.
Le dimensioni fisiche  della  stragrande maggioranza delle  aziende agricole calabresi è tale  da  tagliarle  fuori  da  qualsiasi  ipotesi  di  trasformazione  aziendale  in  grado  di garantire  costi  di  produzione  compatibili   con  i  prezzi  di  mercato,  associati  al miglioramento tanto della qualità delle produzioni che della capacità delle  imprese di commercializzarle adeguatamente. Una quarta area di azione prioritaria delle politiche regionali è quindi quella relativa ad un deciso intervento sui meccanismi che regolano il mercato fondiario con lintroduzione di incentivi finanziari innovativi ed efficaci, tali da consentire una forte crescita del numero delle imprese agricole calabresi di dimensioni adeguate, in grado di garantire piena occupazione ed un reddito dignitoso ad almeno un membro della famiglia.
L’apparato amministrativo regionale legato alle politiche per l’agricoltura e lo sviluppo rurale appare oggi assolutamente inadeguato a svolgere i compiti che gli sono affidati. Nelle condizioni in cui versa oggi l’amministrazione regionale delle politiche agricole e per lo sviluppo rurale non è possibile pensare di poter progettare e realizzare politiche in maniera efficace. Ciò costituisce uno svantaggio competitivo rilevante per il sistema delle imprese agricole ed agro-alimentari regionali rispetto a quelle situate in contesti in cui lamministrazione pubblica funziona. La quinta azione ha quindi come obiettivo il deciso  miglioramento  della  qualità  della  macchina  amministrativa  regionalin agricoltura, in modo da metterla in condizione, in un arco di tempo ragionevole, non solo di implementare politiche in maniera efficiente, ma anche di svolgere con efficacia il ruolo che sempre più le è attribuito di progettare politiche adeguate alle specifiche domande regionali e sub-regionali, senza  più demandare a competenze esterne ruoli strategici che le sono propri. Si tratta di realizzare uno studio organizzativo sull’assetto attuale e quello auspicato dell’amministrazione regionale in agricoltura e procedere poi speditamente    ad    una    sua    riorganizzazione    funzionale,    che    la    restituisca istituzionalmente rinnovata e adeguatamente rinforzata in competenze e mezzi.

3.11    Il sistema amministrativo

Recuperare efficienza e funzionalità

Il sistema amministrativo calabrese è tra i più inefficienti e meno innovativi del Paese. Le  amministrazioni  calabresi  mostrano  ritardi  evidenti  s tutti  i  temrelativi all’innovazione del sistema pubblico: sintonia culturale con le trasformazioni socio- economiche in corso, percezione  del nuovo ruolo delle amministrazioni pubbliche a sostegno  dello  sviluppo  economico  territorialemiglioramento  dellefficienza  e  della qualità dei  servizi, adozione di pratiche innovative di gestione e organizzazione degli uffici,   orientamento   dei   processi   amministrativi   all’Information   Communication Technology,   valorizzazione   del   personale   pubblico,   processi   partecipativi   nella costruzione delle politiche regionali, politiche di comunicazione e dialogo con i cittadini. A ciò si aggiungono atteggiamenti culturali, diffusi e generalizzati, di sfiducia verso le istituzioni e di insufficiente percezione della centralità delletica pubblica nel governo delle  istituzioni. In tale contesto, il sistema pubblico calabrese  rischia di essere uno degli  ostacoli  strutturali  allo  sviluppo,  proprio  mentre,  al  contrario,  il  suo  ruolo  è unanimemente  considerato  centrale  nella  costruzione  e  nell’implementazione  delle politiche di crescita. E’ chiaro, quindi, che qualsiasi opzione sullo sviluppo regionale non può che misurarsi anche con  il sistema delle amministrazioni pubbliche e con le sue criticità.

Riorganizzare la macchina organizzativa della Regione

E’ necessaria una radicale messa a punto del sistema amministrativo dell’Ente regionale attraverso la riorganizzazione delle strutture e delle procedure amministrative secondo almeno tre linee di azione:
a)  funzionalità:   ovvero  rendere  l macchina  amministrativa  coerente  con  i  suoi obiettivi:innovazione del sistema organizzativo,  ridefinizione delle missioni degli uffici, introduzione di sistemi ICT, attivazione di competenze nuove, gestione secondo logiche "new public", riorganizzazione dei processi amministrativi e decisionali;
b)  efficienza: politiche di spesa, politiche del  personale, utilizzazione virtuosa delle risorse, gestione  efficace  delle  competenze,  attivazione  di  funzioni  performance  oriented, logiche incentivazione ai risultati;
c)  responsabilità:  separazione  delle  funzioni  politica/amministrazioneruolo  del  "new public  management",  "accountability",  un   più    articolato  sistema  dei  controlli, trasparenza, comunicazione;
Inoltre,  occorre  rendere  più  sintonico  il  sistema  amministrativo  regionale  con  il fabbisogno  organizzativo  della  programmazione  e  della  gestione  dei  programmi  di sviluppo. In applicazione dei principi di sussidiariee di adeguatezza sanciti dalla Carta Costituzionale, dovrà emergere, come esito di un processo di ridimensionamento delle sue funzioni di amministrazione attiva, diretta e indiretta, il ruolo della Regione quale ente  di  programmazione,  di  indirizzo  e  di  controllo.  Sarà  insomma  necessaria  la riorganizzazione dellintera amministrazione a più livelli, attraverso un nuovo modello organizzativo calibrato in funzione della realizzazione dei programmi e degli obiettivi.
Conseguentemente,  si  dovrà  riformare  l’intero  sistema  degli  apparati  strumentali regionali  secondo  regole  e  principi  di  economicità  e  di  efficacia  e  dovrà  essere immediatamente   avviata   la    riforma   degli   Enti   regionali   partecipati,   tramite accorpamento, soppressione o  modifica degli stessi. Tutto il sistema dovrà  essere orientato a ricondurre l’apparato regionale ad una reale coerenza organizzativa con le funzioni di programmazione, indirizzo e controllo.

Coinvolgere i cittadini  nella definizione delle politiche regionali

La regione sconta  una generalizzata sfiducia dei cittadini verso le istituzioni. Bisogna aumentare  il  livello  di  condivisione  delle  politiche  regionali,  elevare  il  livello  di riconoscimento del ruolo delle istituzioni in modo da aumentare la fiducia dei cittadini nelle politiche pubbliche. E’ necessario promuovere azioni finalizzate ad una maggiore trasparenza  amministrativa,  semplificare  e  favorire  l’accesso  allinformazioni  sulle politiche regionali e, infine, attivare un piano di comunicazione di legislatura orientato ad avvicinare i cittadini e le imprese alle istituzioni regionali. Occorre far percepire la Regione non come entità astratta ma come soggetto aperto e  dialogante. Bisogna migliorare la comunicazione orizzontale (verso la società) e verticale (tra i diversi livelli istituzionali).

Un  Piano per la governance regionale

Occorre  costruire  e  attivare,  in  una  scala  di  priorità  calibrata  sulle  esigenze  di innovazione e di efficacia dell’azione pubblica, un sistema  integrato di  interventi a sostegno all’innovazione organizzativa e gestionale delle Amministrazioni locali.
Le  azioni  di  primo  livello  devono  essere  indirizzate  alle  innovazioni  nei  contesti considerati più utili ai processi di crescita economica e quindi essere graduati sulla base di priorità strategiche regionali, evitando così distribuzioni a pioggia. Le innovazioni devono essere finalizzate al soddisfacimento dei bisogni  degli attori portatori degli interessi  collettivi  più  rilevantilpubbliche  amministrazioni  e  il  sistema  pubblico
regionaleil  cittadino-utentele  imprese.  Bisognerà  sostenere,  secondo  modelli premiali, i processi innovativi degli Enti locali finalizzati al miglioramento della qualità ed efficacia dei servizi esistenti, allintroduzione di sistemi ICT, alloutsourcing nei servizi, alla  flessibilità  organizzativa,  alleliminazione  di  attività  inutili  o  a  scarso  valore aggiunto, allintegrazione orizzontale e verticale all'interno delle singole amministrazioni e tra esse, allintroduzione di sostanziali economie e ottimizzazioni nell'uso delle risorse, alla riqualificazione del personale e al suo riorientamento verso attività a maggiore valore aggiunto.
Le azioni di secondo livello dovrebbero avere invece vocazione generalista, in modo da consentire  a  tutte  le  amministrazioni  un  “vocabolario  minimo”  sullinnovazione  del sistema  pubblico,  sugli  scenari   regionali,  perseguendo  una  vera  e  diffusa  neo- alfabetizzazione dei contesti pubblici locali rivolta a:
a)      sostenere  l’adozione  di  modelli  di  cooperazione  inter-istituzionale.  Incentivare,  in particolare  nei Comuni più piccoli, forme e pratiche associative, di gestione  in forma associata  settori,  uffici,  servizi,  acquisizione  di  culture  della  cooperazione  secondo modelli reticolari, rispondendo così al bisogno di mantenere economie di scala e quindi costi accettabili per i servizi senza però perdere la specificità locale;
b)      sostenere e incentivare le buone pratiche e la valorizzazione delle componenti più dinamiche e innovatrici, facendo acquisire alla competitività tra sistemi territoriali una valenza positiva. Sostenere il benchmarking e il riuso delle esperienze, costruire una "Banca regionale delle buone prassi" con compiti di diffusione sul territorio delle migliori esperienze regionali e nazionali. Facilitare in  dialogo con  amministrazioni virtuose di altre regioni, lo scambio di esperienze;
c)      sviluppare  la creazione di reti informative  territoriali  che interfaccino tra di  loro  le Amministrazioni  locali  facilitando  ed  accrescendo  la  capacità  di  fare  sistema  e  di trasferimento  di  conoscenza.  Creare  reti  informative  verticali  che  interfaccino  le Amministrazioni locali con le reti globali e accrescano la capacità dei sistemi locali di costruire relazioni non gerarchiche con realtà territoriali e amministrative esterne;
d)      Aumentare la semplificazione procedurale e lo snellimento del rapporto tra imprese e Pubblica amministrazione. La riduzione degli oneri per le imprese è una della priorità nella strategia regionale per lo sviluppo delle attività produttive. Occorre promuovere, come  politica  regionale  di  grande  impatto,  la  semplificazione  delle  procedure autorizzatorie per la creazione di imprese, ridurre i livelli di intermediazione burocratica, sviluppare  canali  informativi  dedicaticoncentrare  le  attività  procedurali,  ridurre  i soggetti del procedimento amministrativo, imputare le responsabilità procedimentali. Parimentioccorre  rilanciare  la  rete  degli  sportelli  unici  regionali,  sviluppare  reti dialoganti  con  le  camere  di  commercio,  il  sistema  produttivo,  le  amministrazioni pubbliche, gli attori sociali e, infine, migliorare la qualidella regolazione regionale e sub-regionale;
e)      sviluppare  un’azione  di  delegificazione  e  di  coordinamento  legislativoSi  tratta  di eliminare leggi inutili o sovrapposte, di organizzazione testi unici in alcuni comparti omogenei (territorio, sanità, trasporti, …)  ed una revisione dei regolamenti per  la definizione di un corretto ed efficace rapporto tra Giunta e Consiglio regionale;
f)      realizzare un "Piano per la legali e la sicurezza". Bisogna collocare al centro dell'azione di governo regionale i temi delletica pubblica nel governo delle istituzioni. Rilanciare il tema della legalidellazione amministrativa e nel contempo promuovere a tutti i livelli un piano regionale per la sicurezza dei cittadini e delle imprese.  Promuovere nelle scuole, nei  luoghi di lavoro, nelle istituzioni, nella società civile un  sistema di azioni positive a favore della legalità e della sicurezza come opzioni strategiche per il rilancio economico della regione.

3.12    Il sistema delle identità

Lo stato dei fatti: identità come chiusura

La  percezione  di    che  hanno  i  calabresi  è  profondamente  condizionata  da  uno stereotipo  identitario  costruito   nel   corso  di  un  lunghissimo  periodo,  che  tende complessivamente  a  resistere,  pur  nel  quadro  dei  cambiamenti  radicali  che  la modernizzazione ha indotto nei costumi e nei modi di vita. Secondo questo stereotipo, il calabrese è portatore di una “identità chiusa”, arroccata su se stessa, determinata da fattori di isolamento geografico fortissimi, che hanno finito con il tramutarsi in elementi del “carattere”. L’isolamento e la distanza sono diventate così le parole chiave di una separatezza dal resto del mondo che, proclamata e sostenuta da larga parte del giudizio comune che sulla Calabria si è addensata dall’esterno, ha finito con il trasformarsi in una orgogliosa rivendicazione da parte degli stessi calabresi.
I tratti caratteristici dellidenti del calabrese, così come ci sono tramandati da una lunga   tradizione,   sono   facilmente   riassumibili:   carattere   chiuso   e   taciturno, familiarismo, difesa dei valori tradizionali,  senso dell’onore, scarsa propensione alla socialità  e  ai  contatti  con  i  mondi  esterni.  Si  tratta  di  elementi  che  sono  tutti direttamente desunti dal nucleo essenziale di una particolare asperità del territorio, di una sua impenetrabilità fisica, che diventa anche una sorta di insuperabile separatezza, una estraneità al resto del mondo. Poco importa se alcuni di questi tratti sono in diretta e assoluta  contraddizione con la storia concreta (antica e recente) delle popolazioni della nostra regione: poco importa se – specie in età contemporanea – la storia della Calabria è  stata caratterizzata da una fortissima propensione alla mobilità sociale  e territoriale,  da  una  continua  contaminazione  coi  mondi  esterni  (basti   pensare allintensità dei fenomeni migratori), o da  un impatto  con linnovazione che è stato radicale e per certi versi violento quanto e forse più che in altri contesti. Se tutto il Mezzogiorno d’Italia continua ad essere percepito come una realtà ancora in qualche modo  separata  e  negativa  rispetto  al  resto  del  Paese,  la  Calabria  è  di  certo  il Mezzogiorno più Mezzogiorno di tutti, la realtà percepita come più ferma e distante, il luogo deputato dell’arretratezza e della difficoltà dello sviluppo.
La tentazione dei calabresi, accarezzata da una lunga storia delle classi dirigenti locali, è di  fare  di  questo  stereotipo  un’arma  per  poter  rivendicare  tutto  un  insieme  di provvidenze e aiuti, in un circolo vizioso in cui lo stereotipo tende ad accrescersi ad ogni passaggio.
Ogni identità tende a definire i tratti caratteristici, proponendoli come differenze diffuse e riconoscibili. Ma l’identità del calabrese, così come oggi si presenta, finisce per essere qualcosa di più forte e pericolosamente negativo: un vincolo di alterità che giustifica e legittima una specie di eccezione”. Quello che vale per gli altri, in questo pregiudizio, non varrebbe per i calabresi, che sarebbero dunque irrimediabilmente “diversi”.

La prospettiva: una identità aperta

Naturalmente esistono elementi che legittimano una percezione così negativa. Ma quello che conta è che essi sono oggi amplificati  e irrigiditi  da un sistema identitario che li difende e li propugna. Si tratta di invertire esattamente questo sistema. Innanzitutto mostrandone  l’erroneità,  e  facendo  emergere  al  contrario  tutti  quegli  elementi  di propensione  alla  innovazioneallmobilità,  all’apertura  al  mondo  che  sono  tratti altrettanto presenti nella storia e nelle vocazioni della nostra regione. La prima idea da contrastare  è  quella  dell’"arroccamento".  Paesi  e  città  chiusi,  nascosti  alla  vista, irraggiungibili e dunque inespugnabili. Luoghi che "si difendono", sembrerebbe di poter dire, indipendentemente dalla natura e dalle caratteristiche dei presunti “attaccanti”. La seconda è quella del mare ostile, che condannerebbe una regione praticamente quasi del tutto circondata da acque ad un invincibile isolamento. La terza è quella di una "società tradizionale", chiusa ad  ogni innovazione, innanzitutto nei modelli stessi di relazione sociale, e in primo luogo nel nucleo originario, rappresentato dalla famiglia.
L’idea di forza da contrapporre, che è il contrario dell’identità chiusa, deve basarsi sulla sottolineatura  della  "mobilità",   come  fattore  storico,  come  vocazione,  e  come potenzialità. La Calabria è stata in molti periodi della sua storia e quel che più conta può e deve tornare ad essere, al centro di forti flussi di mobilità, sia interni che esterni.
La  sua  stessa  posizione  geografica  legittima  e  giustifica  questa  riconquista  della mobilità: una mobiliche in tutta la storia  dei calabresi si è  innanzitutto instaurata nella testa delle persone, è diventata modo  di essere e di concepirsi. E’ come se  i calabresi sapessero che per tenere il bandolo della propria identità, per fare funzionare la loro stessa appartenenza, bisogna continuamente metterla alla prova, mandarla “in trasferta” farla interloquire con il resto del mondo.

Alcuni punti di forza possibili per costruire la nuova identità

Questa mobilità mentale può essere un enorme vantaggio in un’epoca che conosce il grande salto tecnologico della  virtualizzazione. Gli scenari  della rete si prestano in particolar  modo  a  una  regione  come  la  nostra,  che  non  dispone  di  una  statica definizione di gerarchie territoriali prefissate. Naturalmente, la mobilità virtuale deve accompagnare una nuova propensione alla  mobilità materiale di  persone e  di cose. Gioia Tauro, in questo senso, è  una realtà materiale e simbolica  di cui si tratta di accrescere ulteriormente il peso.
L’altro carattere strettamente connesso allidea della mobilità è quello di una regione “giovane”, di sicuro anagraficamente più giovane di tante altre aree del paese. Anche questo elemento può contribuire alla definizione di una percezione identitaria positiva, giacché pone in evidenza  un elemento in  controtendenza rispetto ad altre aree del paese.
Infine,  un’altra grande “riserva identitaria è rappresentata dalle donne calabresi. Le donne sono il più grande potenziale di una  regione ad altissimo potenziale come la CalabriaSotto  lazione  positiva  di  opportune  politichequesto  potenziale  si  può sbloccare e rendere disponibile una straordinaria forza d’urto innovativa di una identiregionale costruita non sulle quote, non su  garanzie precostituite, ma sulla effettiva messa in circuito di intelligenze, di energie  e risorse declinabili al femminile. Non  si tratta soltanto di apprestare le opportune politiche per l’occupazione femminile, che pure sono  essenziali. Né solo di  dotare la Calabria di quegli  indispensabili servizi  a sostegno della famiglia che tradizionalmente le mancano. Si tratta di riconoscere alla metà femminile della Calabria il fatto di essere, già oggi, il collante più forte di questa nuova, possibile identità aperta.  Così come dellidentichiusa e negativa  è parte integrante la mortificazione subalterna delle donne, allo stesso modo è parte centrale dellidentiaperta lidea di una particolare qualità femminile. La centralità delle donne, la  loro  fluida  affermazione  in  un  contesto  di  rilancio  dell’intera  regione,  è  parte integrante della nuova identità aperta di cui la Calabria ha bisogno.

4.     IL QUADRO DELLE OPPORTUNITÀ ISTITUZIONALI E FINANZIARIE

4.1     Intrecciare quantità e qualità

Il disegno di sviluppo economico e sociale tratteggiato in questo Programma implica un utilizzo pieno e finalizzato del complesso delle opportuniistituzionali  e finanziarie disponibili per la Calabria su base regionale, nazionale e comunitaria. Le giunte di centrodestra hanno sprecato in questi anni innumerevoli occasioni per la nostra regione. La Calabria non p più consentirsi questo lusso. Al contrario, è necessario che la Regione sappia intercettare e selezionare l'insieme delle occasioni utili per lo sviluppo economico, la modernizzazione civile e il benessere pubblico.
Non si tratta banalmente soltanto di intercettare nuove risorse finanziarie, di perseguire una strategia di mero drenaggio di flussi finanziari nazionali e comunitari. La Calabria ha certamente bisogno di nuove e consistenti risorse finanziare pubbliche. Non è questo il  problema.  La  questione  vera  è  disporre  delle  risorse  giuste,  è  la  qualità  dei trasferimenti, la loro destinazione funzionale. L'esperienza storica insegna che non basta  la  semplice  disponibilità  di  risorse  finanziarieanche  ingentiper  avviare  lo sviluppo economico e perseguire qualità sociale. La Calabria, al pari delle altre regioni in ritardo di sviluppo  italiane ed europee, ha  beneficiato  in questi anni di consistenti finanziamenti pubblici, ciò nonostante la regione non ha migliorato le sue performance di crescita economica e di benessere collettivo, tantomeno è riuscita a ridurre il divario nei confronti delle aree più avanzate. Le risorse finanziarie, se utilizzate male, possono addirittura aggravare la condizione di ritardo e di dipendenza economica, riproducendo equilibri di bassa crescita e di sottosviluppo. I trasferimenti esterni infatti se indirizzati prioritariamente a sostenere i redditi dei residenti e non la crescita autonoma delle imprese regionali e dei beni pubblici, finiscono fatalmente per aumentare le importazioni di beni e prodotti extraregionali e contemporaneamente deprimere le potenzialità di sviluppo locale. Ai fini dello sviluppo conta soprattutto la qualità delle risorse finanziarie, il loro uso, la loro direzione di utilizzo. Nell'ottica comunitaria, gli aiuti finanziari pubblici devono essere indirizzati a migliorare i contesti territoriali e ad incentivare la crescita imprenditoriale, ossia ad avviare processi di sviluppo autopropulsivo, che rappresenta l'unica strada per ridurre progressivamente  la dipendenza dall'esterno e avviare la crescita autonoma regionale.
La Calabria ha dunque bisogno di “buoni” aiuti esterni. E' del tutto fisiologico che la nostra  regione  continui  ad  essere  sostenuta  con  politiche  e  strumenti  nazionali  e comunitari. Senza aiuti la Calabria, così come le altre regioni in ritardo di sviluppo, si allontanerebbe ancor più dalle aree dinamiche del nostro continente, con costi sociali e istituzionali elevati per l'intera comuni nazionale ed europea.  Gli aiuti tuttavia non possono essere intesi come aiuti per sempre, eterni. Al contrario, una politica di aiuti efficace è una politica  che gradualmente elimina le cause strutturali della sua stessa esistenza.  Gli aiuti oggi, in altri  termini, servono per eliminare gli aiuti domani, per incentivare cioè lo sviluppo autonomo delle regioni beneficiarie in modo tale che esse si emancipino, in un arco di tempo definito, dalla necessidegli aiuti esterni.
La Calabria non ha bisogno soltanto di aiuti esterni di carattere finanziario. Questi ultimi sono naturalmente molto importanti, ma  non sono di per sé sufficienti a rompere definitivamente l'inerzia del sottosviluppo. Altrettanto  importanti sono gli aiuti non finanziari. La Calabria ha bisogno di buoni magistrati, di preparate, efficienti ed efficaci forze  dell'ordinedi  ottimi  insegnati  elementari,  di  eccellenti  dirigenti  pubblici.  La Calabria ha bisogno di buone prassi realizzate altrove, di insegnamenti e suggerimenti esterni, di cooperazione inter-regionale, di scambi culturali, di cooperazione verticale. La  Calabria  ha  bisogno  di  politiche  macroeconomiche  e  di  istituzioni  nazionali  e comunitarie rivolte allo sviluppo, di standard  di riferimento, di un sistema  di  welfare nazionale  ispirato a principi  di equità e  inclusione sociale. Insomma, non bastano i trasferimenti monetari. Non è sufficiente l'ammontare dei finanziamenti  esterni. E' necessario intrecciare quantità e qualità, poste finanziarie e destinazioni funzionali. Non basta un rapporto esclusivamente ragionieristico con lo Stato e la Comunità Europea. E' necessario un'interazione sistemica, a tutto campo: lo sviluppo regionale non necessita di meno Stato e meno Europa, semmai di uno Stato e un'Europa diversi, più attenti alla cooperazione istituzionale e a nuove governance cooperative. La Calabria, d'altro canto, non può continuare a giocare il ruolo della vittima, della cenerentola in cerca sempre e soltanto  di  aiuti  finanziari.  La  Regione  deve  alzare  la  vista,  deve  considerare  il complesso  delle  opportunità  istituzionali,   deve  diventare  un  co-attore  credibile, affidabile, responsabile.

4.2     Ripartire dal POR 2000-2006

Le giunte regionali di  centrodestra hanno sciupato la formidabile  occasione del POR 2000-2006. Hanno depauperato un prezioso patrimonio di capitale sociale, di ipotesi progettuali,  di metodi e  criteri di  attuazione, di  architetture istituzionali, di strutture operative che il centrosinistra aveva messo in piedi in sintonia e con il coinvolgimento attivo del sistema delle rappresentanze democratiche, istituzionali e sociali regionali. Il POR Calabria, giudicato eccellente dalle istituzioni nazionali e comunitarie, è stato miseramente azzerato dal centrodestra regionale.
In questi anni è stata tradita innanzitutto la filosofia e la prassi concertativa della fase di progettazione del Programma operativo. La costruzione del POR ha rappresentato una fase  esaltante  per  la  Calabri in  termini  di  dialogo  social e  istituzionale,  di progettazione collettiva, di  discussione e confronto pubblico sul futuro economico e sociale della nostra regione. Quel clima collaborativo e concertativo è stato rapidamente cancellato  dalle  giunte  di  centrodestra  e  sostituito  col'indifferenza  e  l'arroganza istituzionale della Regione, con la sua chiusa autoreferenzialità,  con il ripristino di relazioni  istituzionali  gerarchiche.  Il  centrodestra  ha  lavorato  con  sistematicità  a delegittimare  gli  attori  sociali   ed  economici  regionali,  a  negare  manifestamente l'importanza della cooperazione e del consenso istituzionale.
Il centrodestra ha tradito anche il disegno organizzativo sotteso al POR. Programmi complessi,  come per l'appunto il POR, hanno bisogno di strutture di regolazione e di implementazione  robuste,  dedicate  e  articolate.  Programmi  complessi  affidati   in gestione a strutture amministrative poco innovative rischiano di depotenziarsi, di essere assorbiti in routine burocratiche e procedurali tradizionali più attenti alla forme attuative che ai risultati attesi in termini di cambiamento istituzionale e di sviluppo economico. Nel  POR  era  prevista  la  nascita  di  nuove  strutture  operative  di  gestione  e  di implementazione dedicate (Nucleo di valutazione, Struttura operativa di gestione), in affiancamento alle strutture amministrative preesistenti, con l'obiettivo di dare slancio innovativo  all'intera  "macchina"  burocratico-amministrativa  regionale.  Le  giunte  di centrodestra hanno disatteso del tutto il disegno organizzativo originario, disperdendo le nuove  figure professionali nei gangli tradizionali dell'amministrazione regionale, non determinando così alcun impatto né sull'efficienza amministrativa né sull'apprendimento istituzionale.
Il centrodestra ha inoltre tradito la natura stessa del POR come programma integrato, sia in termini settoriali che territoriali. Nel primo quinquennio di attuazione il POR infatti ha finanziato prevalentemente interventi ordinari e frammentati,  poco coordinati tra loro e caratterizzati dalla micro-dimensione (incentivi  sotto i 100.000 euro, incentivi automatici  previsti a  livello nazionale, corsi  di formazione, progetti infrastrutturali di modesta  entità).  Il  centrodestra  ha  di  fatto  usato  il  POR  come  un'occasione  per praticare la vecchia e inefficace politica di redistribuzione a pioggia delle risorse, per foraggiare  clientele e  interessi di parte,  per alimentare municipalismo e localismo. Nonostante i vincoli imposti dall’Unione Europea, dal Ministero del Tesoro e dal POR stesso, le giunte di centrodestra sono riuscite a sminuzzare la spesa pubblica in mille rivoli, diluendo così la sua  portata di potenziale strumento per avviare processi di sviluppo regionale duraturi nel tempo. Per di più, larga parte dei progetti finanziati (il 45% circa della spesa complessiva) fa riferimento ai cosiddettiinterventi compatibili”, cioè a progetti avviati con altri programmi di spesa, che seppure risultano rendicontabili sotto  il  profilo  formale  tuttavia  non  si   connotano   come  appartenenti  ad  una progettualità dinsieme né come spesa pubblica per lo sviluppo.
Il POR si  presenta  a due anni della sua scadenza come un autentico fallimento. Avrebbe dovuto aiutare la Calabria ad uscire dall’Obiettivo 1 ed invece ancora oggi la regione è tra le ultime in termini di reddito pro capite in Europa. Avrebbe dovuto contribuire  a migliorare le performance della pubblica  amministrazione regionale ed invece  la  Calabria  risulta  lregione  che  ha  meno  riformato  le  proprie  strutture amministrative, come i dati sulla premiali dimostrano con evidenza. Avrebbe dovuto avviare  e  rafforzare  le  coalizioni  socio-istituzionali  per  lo  sviluppo  ed  invece  il centrodestra ha sfasciato ogni forma di collaborazione istituzionale e sociale. Avrebbe dovuto  avviare  azioni  di  sistema  e  interventi  di  integrazione  a  livello  settoriale  e territoriale  ed  invece  le  giunte  di  centrodestra  hanno  finito  per  finanziare  singole imprese, singoli interventi infrastrutturali. I servizi e i progetti integrati (PIT, PIS, PIAR, PIF), che nella concezione originaria del POR dovevano rappresentare la testa d’ariete per incentivare la predisposizione e limplementazione di programmi sviluppo integrati e la modernizzazione amministrativa, sono ancora fermi al palo mentre in altre regioni meridionali sono nella fase  di completamento finale.  La programmazione strategica settoriale (Trasporti, Società dell’Informazione, Ricerca&Sviluppo, ecc.) è stata avviata senza un adeguato disegno programmatico, senza delineare a monte scelte prioritarie e senza concertazione. Dai bandi emanati emerge un evidente deficit di criteri di selezione dei progetti e l’assenza di concentrazione della spesa  su specifiche priorità (aree, settori, ambiti, filiere produttive).
La Calabria non deve rassegnarsi a tutto  ciò. Non può perdere  l’occasione POR. La nuova Regione deve recuperare il tempo  perduto, deve raddrizzare, riprogrammare, rimodulare il POR. Bisogna in primo luogo ricostruire lo spirito di fondo del POR, ovvero ripartire dalla concertazione, dalle priori per lo sviluppo e dalla integrazione degli interventi.  La  Regione  deve  giocare  con  convinzione  e  autorevolezza  un  ruolo  di indirizzo e programmazione, deve favorire e rafforzare il partenariato pubblico-privato, deve  accompagnare  lo  sviluppo  locale,  deve  valorizzare  e  potenziare  le  capacità progettuali degli Enti locali. E’ altresì necessario che la nuova giunta regionale sostenga un grosso sforzo in termini di accelerazione della spesa, dal momento che, al netto dei “progetti compatibili”, la spesa effettiva è pari all’incirca al 20% della spesa totale.
La riprogrammazione  del POR deve puntare su grandi progetti strategici nel  settore dellinnovazione e della ricerca, avviare interventi per il rafforzamento e il sostegno delle  filiere  e  dei  sistemi  produttivi  locali,  rifocalizzarlattenzione  sulle  azioni  di sistema, supportare l’avvio dei progetti integrati, rimuovere le criticità gestionali e procedurali.  Per  centrare  questi  obiettivi  è  però  necessario  ridefinire  i  ruoli  delle strutture di gestione e assistenza del POR: il Settore Programmazione Economica, il Nucleo di Valutazione, la SOG, il sistema di monitoraggio e controllo, i Responsabili di Misura sono i nodi centrali del processo. In questo senso, è necessario potenziare  le capacità professionali e tecniche degli apparati amministrativi preposti al presidio delle filiere procedurali connesse alla gestione dei fondi comunitari.
La filosofia di intervento dei fondi strutturali europei deve essere estesa allinsieme dei programmi di spesa, a partire dal Bilancio regionale annuale e pluriennale, dagli Accordi di programma quadro e dagli strumenti di Programmazione negoziata, primo fra tutti dei Patti territoriali “regionalizzati”.
La  riprogrammazione  del  POR  dovrà  essere  intersecata  con  l’avvio  della  nuova programmazione comunitaria 2007-2013. Tra poco più di un anno e mezzo partirà una nuova stagione di programmazione che si annuncia altrettanto interessante dell’attuale. Le  altre  Regioni  meridionali  hanno   già  cominciato  il  confronto  interno,   hanno organizzato seminari di approfondimento, si stanno preparando agli eventi. La Regione Calabria anche in questo caso è ad oggi del tutto assente, indifferente, sempre in ritardo. La Commissione Europea, dopo la pubblicazione del Terzo Rapporto di Coesione della scorsa primavera, ha già pubblicato alcune proposte di Regolamenti, mentre in Italia  ilGruppo di contatto  Stato Regioni sulla politica di coesione” ha redatto una prima nota tecnica, approvata il 3 febbraio scorso dalla Conferenza unificata, per la redazione  del  Quadro  strategico  nazionale.  Bisogna  dunque  accelerare  il  passo, preparasi in tempo.
Nel prossimo triennio la Calabria potrà fare riferimento ad una massa considerevole di spesa pubblica per  lo  sviluppo: circa 1000 milioni di euro all’anno, a cui bisognerà aggiungere le risorse della nuova fase di programmazione 2007-2013. Una massa monetaria di tutto rispetto, che se ben finalizzata può invertire lattuale trend regionale di declino produttivo e occupazionale. Il centrodestra ha fallito. C’è bisogno di nuove classi dirigenti, di una nuova politica pubblica, di una giunta regionale più competente, più generosa verso lo sviluppo regionale e i beni comuni. Sono prioritariamente queste le cifre pubbliche che i calabresi meritano.